CAPITOLO SETTIMO LA PRIMA GUERRA PUNICA E IL SECONDO TENTATIVO MERCANTILE DI ROMA
40. La prima guerra punica (264-241). — La prima guerra tra Roma e Cartagine incomincia con una spedizione a Messina. Nel 264 Roma manda il console Appio Claudio con un esercito in aiuto ai Mamertini, i quali, non appena sicuri della protezione di Roma, avevano scacciato il presidio cartaginese. Ma Cartagine risponde inviando un’armata e un esercito contro Messina, e stringendo alleanza con i Siracusani; e con tanta prontezza che, quando il console Appio Claudio, nell’estate del 264, giunse a Reggio con le legioni, Messina già era stretta per mare e per terra dai Cartaginesi e dai Siracusani. Che fare? Passare lo stretto, senza aver prima vinta la flotta cartaginese? La mossa era temeraria. Misurarsi con Cartagine sul mare? Roma non aveva un’armata sufficiente. Il senato aveva avuto ragione di esitare, innanzi a quel breve braccio di mare; poichè era singolare temerarietà disputare un’isola ad una grande potenza navale con una piccola armata.
Ma la guerra ormai era dichiarata, e Appio Claudio non poteva guardare da Reggio, con le braccia conserte, l’assedio di Messina. Affrontò dunque — non aveva altro scampo — il doppio rischio: eludere il blocco cartaginese di notte e gettarsi, forzando le linee degli assedianti, nella città. Le due imprese erano arditissime; e se l’una o l’altra falliva, l’esercito era perduto. Ma Appio Claudio riuscì nell’una e nell’altra. Una volta in Messina, non perdette tempo; e sconfisse in due battaglie Cartaginesi e Siracusani, liberando la città. Padrona di Messina, Roma poteva ormai comunicare con il continente abbastanza sicuramente, per quanto ancora sotto la minaccia di Siracusa. Ne approfittò per mandare l’anno seguente in Sicilia un nuovo esercito, che doveva assalire Siracusa e togliere a Cartagine tutti i punti di appoggio sulla costa orientale. Anche questa mossa riuscì. Ora che i Romani si erano impadroniti di Messina, Siracusa si sentì troppo addosso la potenza romana, da poter perseverare nell’alleanza con Cartagine. Il partito avverso ai Cartaginesi prevalse in Siracusa; e Gerone, abbandonata l’alleanza cartaginese, si alleò con Roma. Alla fine del 263 Roma aveva dunque posto saldamente il piede sulla Sicilia.
Ma non bastavano queste vittorie a scoraggire Cartagine. Cartagine assoldò Liguri, Galli e Spagnuoli in quantità; mandò in Sicilia soldati ed armi; fece di Agrigento la nuova base di operazione contro Romani e Siracusani; spedì flotte a saccheggiare le coste dell’Italia. A loro volta Romani e Siracusani posero, nel 262, l’assedio ad Agrigento, iniziando il secondo periodo della guerra, che doveva durar quanto l’assedio, otto mesi, e cioè tutto il terzo anno. Solo nel tardo autunno e dopo essere stati più volte sul punto di levare il campo, i Romani poterono vincere in battaglia un esercito cartaginese, spedito al soccorso, e impadronirsi della città, non però della guarnigione cartaginese che riuscì a fuggire attraverso le linee romane, raggiungendo l’esercito vinto. Ma questa nuova vittoria, la resa delle altre città, che seguì quella di Agrigento, soprattutto l’ingente e inusitato bottino esaltarono in Roma il sentimento pubblico. Popolo e grandi ormai furon tutti concordi in un solo pensiero: costruire una armata e scacciare i Cartaginesi dalla Sicilia. La tradizione narrò come Roma, ignara di navi, avesse pigliato a modello una quinquireme, che la tempesta aveva gettata sulle coste dell’Italia meridionale. Senonchè Roma non era così nuova al mare come la leggenda suppone, poichè possedeva navi da guerra e da carico, e disponeva delle flotte degli alleati, italici e siracusani. Ma la leggenda, se esagera, non è tutta una invenzione, poichè sembra probabile che nè Roma nè l’Italia conoscessero ancora l’uso delle navi a cinque ordini di remi, di cui si compose quasi tutta la sua prima grande armata navale, forte di 120 vascelli. Tuttavia i Romani diffidavano della propria capacità sul mare; e perciò provvidero la armata di un nuovo ordigno, i ponti volanti d’abbordaggio, a cui diedero il nome di corvi. Con questi ponti, ciascuna nave poteva avvinghiare un naviglio nemico, e dare il passo ai legionari.
Ad approntare quest’armata navale sembra sia stato speso tutto l’anno 261, nel quale non si registrano grandi fatti di guerra. Nè il tempo sembrerà troppo lungo, chè fu necessario anche addestrare le ciurme. Al principio del 260 la flotta romana era in mare; e a primavera aprì la terza fase della guerra (260-255), discendendo lucida e nuova verso la Sicilia e cercando animosamente, sotto il comando del console C. Duilio, la vecchia flotta cartaginese, rotta a tutti i mari, carica di trofei, che da secoli combatteva su quelle acque. La trovò infatti, dopo un primo insuccesso, a Milazzo (Mylae) presso Messina e le diede battaglia (260). I corvi furon provati con buon successo; i Romani combatterono con grande impegno, volendo mostrare che anche sul mare eran forti; la flotta cartaginese perdette oltre la metà dei suoi legni, che erano 130; lo stesso ammiraglio ebbe a stento salva la vita e Roma riportò sul mare una vittoria non indegna degli allori che aveva raccolti sulla terra.
Al suo ritorno in Roma C. Duilio fu oggetto di straordinari onori, e per quale ragione, non è difficile intendere. Poche vittorie sbalordirono i contemporanei, come la vittoria di Milazzo. Roma aveva appena varata la sua prima grande armata; e subito vinceva sul mare la maggior potenza navale del tempo! Ma gli effetti della vittoria furono più piccoli della impressione. Cartagine si accinse con grande lena a rinforzare l’armata; si difese ostinatamente contro tutti gli attacchi romani; cercò di tirare in lungo la guerra, sperando di stancare Roma, che doveva ogni anno chiamare alle armi i suoi cittadini, mentre essa adoperava dei mercenari. Difatti, nei tre anni che seguono (259-257) noi vediamo i Romani combattere in Sicilia, assalire la Corsica e la Sardegna, ritornare a combattere in Sicilia; cercar insomma di mettere a frutto la padronanza del mare, conquistata con la vittoria di Milazzo: ma senza costringere Cartagine alla pace. Sinchè, volendo terminare a ogni costo questa onerosissima guerra, che durava ormai da nove anni, Roma si risolvè, nel 256, per finirla, a ripetere il tentativo fatto dal siracusano Agatocle nel 310, sbarcando in Africa addirittura. L’impresa era ardua e pericolosa, poichè l’armata cartaginese vigilava poderosa il passaggio. I preparativi furon grandi e adeguati. Presso la foce del Salso (l’antico Himera) non lungi dall’odierno monte S. Angelo (l’antico promontorio Ecnomo) sulla costa meridionale della Sicilia, fu apparecchiata una grande armata di 300 legni, fra navi da guerra e da carico; e in quella furono imbarcati circa 140.000 uomini tra soldati e ciurme, agli ordini dei consoli L. Manlio Volsone e M. Atilio Regolo. La flotta cartaginese, non minore di forze, tentò di sbarrarle il passo; nei pressi di Ecnomo stesso si impegnò una aspra battaglia navale, nella quale i Romani riuscirono a passare; e, sconfitta la flotta cartaginese, poterono approdare all’opposto lido africano, occupando la città di Clupea, a occidente del Capo Bon, e facendo di questa la propria base di operazione in Africa.
Occorre a questo punto supporre che Cartagine si credesse al sicuro da un simile attacco e fosse sorpresa dall’invasione con forze insufficienti. Non è una supposizione invece, ma una notizia sicura che, appena l’esercito romano fu sbarcato in Africa, una grave rivolta scoppiò tra i Numidi, i quali irruppero nel territorio cartaginese. Ma solo quella supposta impreparazione e questa rivolta accertata dei Numidi possono spiegare come l’esercito romano abbia comodamente saccheggiato in un vasto territorio città e villaggi, che, le più non essendo fortificate, non si difendevano; abbia raccolto con poco pericolo un ingente bottino, massime di quadrupedi e di schiavi; l’abbia spedito tranquillamente in Italia e rimpatriato dopo poco con uno dei consoli una parte considerevole dell’esercito di invasione. Non rimase che Atilio Regolo con forze non grandi: imprudenza singolarissima, che soltanto la difficoltà di tenere a lungo un esercito numeroso in Africa e la illusione di aver già debellato Cartagine possono spiegare. Ma Cartagine non era punto debellata. Impreparata a respingere l’attacco improvviso, cercò di temporeggiare, trasse in lungo, mandò un piccolo esercito a trattenere i Romani; e quando questo esercito fu vinto, aprì trattative di pace.... Ma intanto arruolava soldati in Numidia, in Spagna ed in Grecia; assoldava Santippo, un generale spartano, che conosceva l’arte della guerra meglio dei generali cartaginesi. Atilio Regolo accettò volentieri di trattare la pace; ma credendo proprio che la resistenza di Cartagine fosse infranta, impose condizioni durissime. Invece il nuovo esercito cartaginese si stava approntando; alla fine Cartagine respinse le condizioni; e Santippo entrò in campo. L’esercito romano fu dall’abile stratega sgominato; Atilio Regolo stesso fatto prigioniero (255).
L’audace mossa dell’esercito romano, che la fortuna aveva favorito da principio, era da ultimo rovinosamente fallita. Ma Roma non sbigottì: subito approntò un’altra flotta e la mandò a salvare gli avanzi dell’esercito romano, che si erano rifugiati e fortificati a Clupea. Questa flotta riuscì, sconfiggendo una armata cartaginese, a passare il mare e a imbarcare i superstiti di Clupea; ma a sua volta fu nel viaggio di ritorno quasi tutta distrutta da una tempesta, non lungi dal Capo Passaro. Di 364 navi se ne salvarono 80. Rianimati da questa nuova sventura romana, i Cartaginesi pensarono addirittura di passare all’attacco e di scacciare i Romani dalla Sicilia, mandando una spedizione. Pronta Roma rispose mandando a sua volta, nel 254, una flotta e un esercito ad assediare Palermo, che fu presa; e si accinse ad allestire una nuova spedizione che assalirebbe l’Africa, per il 253. La guerra riardeva dunque nella terra e sul mare più violenta che mai; ma fu questa l’ultima fiammata di audacia. La seconda spedizione romana in Africa fallì come quella del 256, e ancora prima di giungere in Africa, parte per gli errori dei comandanti, parte per un’altra tempesta; e con essa cadde a Roma per sempre l’ambizioso disegno di colpire Cartagine in Africa. Disperando di tener testa a Cartagine sul mare, Roma si restringe a combattere con le sue legioni in Sicilia, per la conquista della ricca isola.
Incomincia il quarto ed ultimo periodo della guerra, quello che è ormai circoscritto alla Sicilia (253-241). Abbraccia ben 13 anni, e la sua stessa lunghezza, l’alternativa incessante di sconfitte e di vittorie mostrano la stanchezza dei due avversari. Nel 251 il console L. Cecilio Metello infligge una grave sconfitta sotto Palermo ai Cartaginesi che tentano di liberar la città; i Cartaginesi sgombrano allora tutte le piazzeforti della Sicilia, riducendosi a difendere, sulla costa occidentale, Lilibeo e Trapani; la Sicilia è ormai quasi tutta in potere dei Romani. Questi, ripreso coraggio, si propongono di finirla con un ultimo sforzo; rifanno un’armata; e con quella pongono l’assedio a Lilibeo. Ma nel 250 il console Publio Clodio perde una flotta, volendo attaccare nelle acque di Trapani l’ammiraglio cartaginese Aderbale; e un’altra ne perde l’anno dopo il console Lucio Giunio Pullo sulla costa meridionale della Sicilia. I Romani sono costretti a togliere l’assedio di Lilibeo e a rinunciar di nuovo al dominio sul mare; e buon per loro che Gerone restò fedele e, nel 248, rinnovò l’alleanza con Roma: chè altrimenti avrebbero potuto trovarsi a mal partito quando, nel 247, Cartagine mandò finalmente in Sicilia un grande generale, Amilcare Barca, il padre di Annibale. Costui riorganizzò l’esercito; occupò una posizione formidabile presso Palermo (Monte Pellegrino?), conquistò Erice, e comunicando per Trapani con Cartagine, incominciò a molestare con rapide e continue incursioni sulla terra e sui mare tutta la Sicilia e le coste dell’Italia, con il chiaro proposito di vincere Roma con una guerra di spossamento, esaurendo il suo erario e stancando la pazienza delle popolazioni, tutti gli anni chiamate alle armi. Difatti dal 247 al 242, Roma sembra sul punto di dichiararsi vinta, tanto il popolo è scoraggito. Quando, in uno sforzo supremo, essa capisce che non è possibile costringere Amilcare a scendere dalla formidabile posizione, da cui minaccia la Sicilia e l’Italia, se non riconquistando il dominio del mare, e tagliando le comunicazioni con Cartagine. Ma come varare, dopo tante altre che il fuoco o l’acqua hanno distrutte, una nuova flotta? I più ricchi cittadini romani, coloro ai quali risalivano le maggiori responsabilità dell’impresa, dovettero, per salvare lo Stato in mezzo allo scoramento universale, armare a proprie spese una nuova flotta. Era la primavera del 242, allorchè furono messe in mare le ultime 200 grosse navi da guerra, che lo Stato romano era in grado di approntare. Con queste il console C. Lutazio Catulo si recò a bloccare Drepano (Trapani) e Lilibeo (Marsala). Una flotta cartaginese tentò di rompere il blocco e portare ad Amilcare rinforzi e rifornimenti. Ma Lutazio l’affrontò, la vinse e in parte la distrusse in una grande battaglia, combattuta presso l’isola di Aegusa, una delle Egadi.
Lo sforzo supremo aveva sortito il suo effetto. Roma era di nuovo padrona del mare; le comunicazioni tra Cartagine e la Sicilia erano interrotte; Amilcare non poteva più mantenersi se Cartagine non avesse riconquistato in poco tempo il mare. Ma anche Cartagine ormai era esausta. I suoi mercenari le costavano molto più che a Roma gli eserciti di leva; e a lungo andare la spesa della guerra era diventata insopportabile anche per la sua ricchezza. Essa non era più in grado di pagare gli eserciti, che tumultuavano e insorgevano. Fu quindi forza stipulare la pace, consigliata dallo stesso Amilcare. Roma non fu molto esigente, perchè non ne poteva più e si accontentò di assai meno che non avesse chiesto Regolo. Cartagine dovè cedere la parte della Sicilia che era stata sua insieme con le isolette limitrofe, fra l’Italia e la Sicilia, e impegnarsi a versare a Roma, entro dieci anni, la somma di 2200 talenti.
41. La riforma dei comizi centuriati (241). — Roma aveva vinto; ma a quale prezzo! Il censimento, fatto proprio nell’anno della pace, contò 260.000 cittadini; e quello fatto cinque anni prima 241.712, mentre i censimenti precedenti erano riusciti a contarne perfino 297.234. Diminuzione pari, o forse maggiore, deve argomentarsi per i Latini e gli alleati. Sulle finanze non abbiamo notizie; ma non è temerario supporle nelle più gravi strettezze, dopo una guerra così lunga, e sinchè la indennità cartaginese non fosse venuta a restaurarle, mentre occorrevano spese maggiori per tenere saldamente la parte della Sicilia conquistata e per far fronte agli impegni di una politica più vasta e grandiosa.
A tutte queste difficoltà Roma cerca di provvedere, come al solito, con concessioni politiche. La guerra democratizzava la costituzione romana! Già nell’ultimo anno della guerra i censori si erano mostrati larghi nel conferire la cittadinanza a buon numero di Italici, quanti bastavano a creare due nuove tribù, la Velina nel Piceno, e la Quirina nella Sabina, destinate forse a riempire i vuoti fatti dalla guerra nella popolazione. Ma ben presto si procedette oltre, ad una riforma dell’ordinamento dei comizi centuriati, che accrebbe di molto il potere del ceto medio e del popolare, a danno delle classi più ricche. Fu abbassato il censo dell’ultima classe, per accrescere il numero dei cittadini obbligati al servizio militare. Da un pezzo si chiamavano alle armi, quando occorreva, anche cittadini senza censo, che la legge esonerava; cosicchè, per quel che concerne gli obblighi, la riforma legalizzò soltanto una pratica ormai inveterata. Ma d’altra parte la riforma dovette riconoscere i diritti corrispondenti agli oneri, facendo entrare questi cittadini non solo tra le file dei soldati, ma anche nelle schiere dei legislatori. Senonchè una siffatta innovazione non avrebbe da sola alterato l’equilibrio delle forze dei partiti e dei ceti nei comizi centuriati, se non si fosse anche assegnato ad ogni classe il numero medesimo di centurie, ossia di unità votanti. La complicata riforma ci è pur troppo mal nota: sembra che le cinque classi siano state, per dir così, immerse nelle 35 tribù esistenti; e, mentre prima le centurie erano composte di cittadini appartenenti a tutte le tribù, d’ora innanzi i componenti di ciascuna tribù siano stati, a seconda del patrimonio, distribuiti nelle cinque classi, ogni classe dovendo essere rappresentata in ciascuna tribù con due centurie. Si ebbero così, per ciascuna tribù, 10 centurie (2 x 5); in totale 350 (10 x 35), e per ciascuna classe, 70 centurie (35 x 2). E, giacchè al conto devono aggiungersi le 18 centurie dei cavalieri della prima classe e le cinque vecchie centurie poste fuori delle classi, la nuova cittadinanza romana fu divisa in 373 centurie, egualmente distribuite in ogni classe. Ne seguì che la maggioranza discese verso la terza e la quarta classe, e che l’assemblea centuriata rappresentò ormai la volontà e il pensiero, non più dell’aristocrazia, ma delle classi medie[33].
42. La conquista della Sardegna e della Corsica (238). — La pace con Roma era appena conchiusa, che Cartagine era impegnata in due nuove guerre, l’una con i sudditi africani, l’altra con i mercenari non soddisfatti. Nè basta: questa era stata appena repressa, che si sollevavano i mercenari di Sardegna, invocando l’aiuto di Roma. Roma da prima esitò; ma poi cedè alla tentazione e dichiarò novamente guerra a Cartagine con pretesti piuttosto speciosi: che gli armamenti fatti per riconquistare l’isola minacciavano l’Italia; che taluni mercanti romani erano stati maltrattati in Africa; che, infine, la Sardegna, quale territorio tra la Sicilia e l’Italia, era compresa nel trattato precedente (238). Cartagine, non sentendosi in forze per resistere, piegò il capo per il momento; cedè la Sardegna e acconsentì anche a pagar 1200 talenti di indennità[34]. Alla conquista della Sardegna seguì quella della Corsica, che Cartagine forse aveva già abbandonata e che non aveva mai sicuramente tenuta.
Roma si era impadronita in pochi anni della maggior parte della Sicilia, della Sardegna e della Corsica. Ma queste isole erano poste fuori dei confini dell’Italia propriamente detta, abitate da genti d’altra lingua e costume. Non si poteva governarle come le regioni dell’Italia; onde proprio dopo la conquista della Sicilia, della Sardegna e della Corsica, Roma incomincia ad abbozzare un nuovo regime politico ed amministrativo: quello che applicherà poi via via a tutte le province del suo vasto impero. La Sicilia, la Sardegna e la Corsica furono appunto le prime province dell’impero. Questo ordinamento provinciale posa sul principio che il suolo e l’autorità appartengono a Roma. Il suolo è di regola proprietà (praedium) del popolo romano, che può confiscarlo a proprio vantaggio, quale ager publicus, o lasciarlo ai sudditi nella forma di possesso, con l’obbligo di pagare come tributo un decimo dei prodotti (decuma). E tutta la provincia è sotto la piena autorità di un governatore, da principio un pretore (Roma infatti, nel 227, avrà ben quattro pretori), munito dei pieni poteri, militari, civili e giudiziari, che la regge e amministra. A quanti popoli e territori saranno un giorno applicati questi due principî! E quanti abusi nasceranno!
43. La conquista delle due rive adriatiche (229-215). — Ma per il momento, nessuno a Roma pensava che in Sicilia, in Sardegna e in Corsica si faceva il primo esperimento di ordinamenti e istituzioni, che dovrebbero per secoli essere le travi e i muri maestri di un immenso impero. Roma aveva appena assestato, dopo una così lunga guerra, le faccende del Mediterraneo, e già doveva volgere la sua attenzione all’Adriatico; e per ragioni e in condizioni, che meritano di essere considerate con particolare attenzione. Mentre Roma era impegnata nel Tirreno e in Sicilia contro Cartagine, s’era formato sulle coste della Dalmazia, così frastagliata di scogliere, di rifugi, di porti e di isolette, un principato illirico, il quale, cattivatosi l’amicizia del nuovo Re di Macedonia, Demetrio, minacciava l’Epiro, e le città della costa occidentale della penisola balcanica. Il nuovo Stato, come tutti gli Stati antichi, cercava di accaparrare per sè il commercio di queste regioni e di escludere, un po’ con la concorrenza, un po’ con la violenza e la pirateria, i rivali. Ora non appena la guerra con Cartagine fu terminata e appianate le nuove difficoltà nate da quelle, da ogni parte d’Italia si levarono verso il senato lamenti per questa condizione di cose; e con i lamenti, le più vive sollecitazioni perchè le armi di Roma assicurassero ai negozianti italici il libero commercio nell’Adriatico[35]. E questi lamenti e queste sollecitazioni furono alla fine così forti, da costringere il senato a mandare nel 230 un’ambasceria alla regina degli Illiri, Teuta. Basta questo fatto a provare quanto lo spirito mercantile, che abbiamo visto svilupparsi dopo la guerra con Taranto, si fosse rafforzato e diffuso in Italia durante la prima guerra punica; a provare che i mercanti italiani tentavano ora di impadronirsi del commercio dell’Adriatico; a provare che cresceva a Roma il numero dei senatori, i quali ambivano che Roma, ora che l’aveva vinta con le armi, umiliasse Cartagine nei traffici, fondasse un impero mercantile non meno vasto e ricco. Dopo più di tre secoli, insomma, la repubblica ritornava ai disegni ed alle ambizioni mercantili della monarchia. Ma in condizioni quanto diverse!
L’ambasceria, mandata a Teuta, non ottenne soddisfazione. La guerra fu dichiarata. Duecento navi con 22.000 uomini furono spedite in Illiria; il nemico fu facilmente vinto; e Teuta dovette accettare la pace impostale. I confini meridionali del principato illirico furono stabiliti a Lissos (Alessio); gli Illirî si impegnarono a non navigare più a sud di Lissos con un numero di navi maggiore di due e a pagare tributo; i territori, tolti ad essi, furono quasi tutti dati a Demetrio di Faro. La potenza illirica era fiaccata; e gli interessi mercantili degli Italici messi al sicuro. Una clausola della pace aprì a Roma un nuovo campo di azione politica. I territori di parecchie città greche — Corcira, Apollonia, Epidamno — in una parola, la costa illirica, da Alessio ai confini dell’Epiro, comprese le isolette limitrofe, furono introdotte nella confederazione italica, e la pace annunziata a parecchie città greche, agli Etoli, agli Achei, ai Corinzi, agli Ateniesi, che accolsero il messaggio e i messaggeri con entusiastiche dimostrazioni di giubilo. Anche i Greci si volgevano verso Roma, sperando protezione contro i loro nemici, massime contro i Macedoni: grande fatto, dal quale nasceranno grandissimi eventi, e che prova quanto il prestigio romano fosse cresciuto in tutto il mondo mediterraneo!
44. La nuova reazione delle campagne: il tribunato di Caio Flaminio (233). — Se la guerra illirica era stata un nuovo segno della crescente potenza degli interessi mercantili, fra qualche anno se ne aggiungerà un altro anche più chiaro: una legge Claudia, votata nel 218 dai comizi tributi, non ostante la più accanita opposizione del senato, la quale interdiceva ai senatori di possedere navigli di più che 300 anfore (8000 litri circa) di volume[36] e capaci di trasportare più che i prodotti delle loro terre. Quale prova più chiara che l’amore della ricchezza, la passione del lucro, la smania dei traffici erano entrate perfino nel senato, rocca venerabile dell’antica tradizione romana? La mercatura, che secondo questa tradizione non si addiceva a quell’altissima dignità politica, cominciava ad essere tollerata, e in misura tale, che una legge aveva dovuto tentare di porre un freno al male. Ma ancor più che per i senatori i quali si davano al commercio, il ceto mercantile si rafforzava per il crescere dei pubblici appaltatori. Roma non era più una piccola città, ma un grande Stato, il quale non disponeva, come gli Stati moderni, di una numerosa burocrazia, ma solo di pochi magistrati, eletti quasi tutti ogni anno, e ordinati in principio per servire una città. Sebbene il numero dei magistrati fosse stato accresciuto nel corso delle generazioni, lo Stato aveva bisogno di essere di continuo aiutato dalla intraprendenza privata a disimpegnare i servizi pubblici. La lista delle aggiudicazioni, a cui i censori procedevano ogni anno, si era fatta molto lunga e molto più lucrosa di un tempo: lavori pubblici, trasporti, forniture militari, percezioni di decime, di altre imposte e di dogane nelle province, locazioni di agro pubblico, di miniere, di saline, di boscaglie. Era regola antica e sempre osservata dall’amministrazione romana dividere questi appalti tra molti medi e piccoli accollatari; cosicchè a mano a mano che l’impero di Roma ingrandiva, crescevano in Roma quelli che noi chiameremmo agiati borghesi, accollatari di questo o quel servizio pubblico; e costoro si interponevano tra l’ordine senatorio ed equestre, dai quali ricevevano gli appalti e talora i capitali da far fruttare, e il popolino degli artigiani e dei proletari a cui davano lavoro e pane: vero puntello e sostegno della politica di espansione. In tempi in cui la grande industria era ignota, solo il continuo ingrandirsi di Roma poteva moltiplicare, per questa gente avida e intraprendente, le fonti di lucro e le occasioni di fortuna. Molteplici interessi si davano dunque la mano, attraverso tutto lo Stato romano, dal senato sino alla plebe, per rinfocolare in Roma l’ambizione di emulare Cartagine nei traffici, per spingerla a più vaste conquiste, per indebolire in tutti i modi le tradizioni e la potenza del ceto rurale[37].
E infatti, mentre il ceto mercantile ingrossava, arricchiva, si impadroniva dello Stato, l’antico ceto rurale, che era stato nei secoli precedenti il nerbo di Roma, si logorava, per ragioni molteplici. Infatti il tributo del sangue era sempre più gravoso. Ormai occorrevano ogni anno intorno alle quattro legioni, spesso di più; il servizio militare si allungava; molti soldati avevano perduto il conto dei loro stipendi; altri da anni non avevano più rivisto l’Italia, e già cominciavano a invecchiare sotto le insegne. Nè tutti tornavano. Sarebbe stato necessario dedurre nuove colonie sulle terre conquistate, piantando dappertutto nuovi seminari di possidenti e di soldati. E invece, ormai da un pezzo non si deducono più colonie; le terre che Roma conquista, sono quasi tutte appaltate ai ricchi, cavalieri e senatori i più, e non soltanto per l’egoismo e l’ingordigia dei grandi. A questi riesciva facile di togliere al popolo le terre, perchè le terre non erano più desiderate come un tempo dal popolo; e non erano più desiderate come un tempo, perchè la piccola possidenza andava rovinandosi oltre che per le guerre, per ragioni di ordine generale. L’Italia antica era allora in gran parte coltivata a grano; ma ingombra di troppe montagne e male irrigata da pochi e piccoli fiumi, poco fertile, fuorchè in alcune regioni, e isterilita ancora più dalla siccità e dal calore estivo, produceva poco. La piccola possidenza aveva potuto vivere, sinchè le famiglie erano state paghe di lavorare molto e di vivere semplicemente, consumando i prodotti della propria terra, facendo con la propria lana gli abiti, fabbricando tutti gli oggetti, di cui avevano bisogno, e comperando al mercato meno che si potesse. Ma i contatti più frequenti con l’ellenismo, le spedizioni militari in paesi ricchi come la Sicilia, svogliavano i possidenti dal duro lavoro dei padri e li invogliavano a vivere meglio, mentre la cresciuta abbondanza dei metalli preziosi rincarava gli oggetti. Anche la piccola proprietà sentiva dunque maggior bisogno di denaro; ma del grano, che essa coltivava, solo una piccola parte poteva esser venduto, e a prezzi bassi, nel mercato più vicino, perchè lontano non si poteva trasportare. Nè poteva il piccolo possidente sperare nemmeno di approfittare delle carestie, che ricorrevano frequenti, massime a Roma. Lo Stato, sospinto dalle recriminazioni e dai clamori della plebe, ammucchiava nei granai di Ostia e di Roma il frumento della decima di Sicilia e di Sardegna, ch’esso buttava sul mercato, ogni qualvolta i prezzi rincaravano troppo. Cosicchè il piccolo possidente stentava la vita, e quanti potevano cercavano una sorte migliore, diventando accollatari o mercanti, i più intraprendenti e fortunati; artigiani o proletari nelle città vicine o a Roma, i più inetti e disgraziati. Protrarre il servizio militare diventava facile, anche perchè a molti non spiaceva di restare lunghi anni sotto le armi, guadagnando il soldo e il bottino. L’esercito di mestiere si formava dalla rovina della piccola possidenza, il cui potere politico anche scemava. Ogni tanto, è vero, qualche censore cercava di annullare la riforma di Appio Claudio, che aveva inscritto in tutte le tribù i nullatenenti, relegandoli di nuovo nelle quattro tribù urbane. Ma invano: chè la disposizione non rimaneva mai in vigore per lungo tempo, e dopo qualche anno un altro censore imitava di nuovo Appio Claudio.
Senonchè Roma era da secoli una repubblica di contadini, alla quale l’aristocrazia aveva inculcato sul nascere una diffidenza vivissima del commercio. L’elemento mercantile non poteva impadronirsi dello Stato senza contrasto. Tra la prima e la seconda guerra punica, infatti, la piccola possidenza si agita, cerca di difendere gli interessi e i principî che erano suoi, contro il mercantilismo che si fa adulto; nasce e cresce un partito democratico rurale, il quale trova per capo un grande uomo, che doveva acquistare nella storia una fama immortale: Caio Flaminio. Tribuno della plebe nel 233, nell’anno stesso in cui i mercanti minacciati nell’Adriatico dagli Illirici assediavano il senato con i loro reclami, Caio Flaminio proponeva una legge con la quale il territorio, tolto ai Galli Senoni sin dal 283 e rimasto ozioso agro pubblico, era distribuito in piccoli lotti ai plebei poveri d’Italia. Il pensiero riformatore della legge è chiaro; ed è un pensiero che ritornerà per due secoli, come una fissazione, nelle lotte nei partiti romani: la piccola proprietà, semenzaio di soldati, decade; occorre dunque impedire che i ricchi accaparrino tutte le terre e dedurre nuove colonie, ma più grandi che un tempo, per rifare il medio ceto rurale, che la guerra e il nuovo corso dei tempi andavano man mano annientando. Il senato si oppose vivacemente; ma Flaminio si servì senza scrupoli dei privilegi conferiti alla plebe dalla lex Hortensia del 287, per far approvare il suo plebiscito ad ogni costo. Senonchè, mentre i proponimenti aspettavano da quella una rinascita della piccola possidenza, ne nacque intanto una guerra: una guerra, che doveva contare nella storia di Roma quanto le guerre puniche.
45. La conquista della valle del Po (225-222). — La colonizzazione dell’antico paese dei Senoni risvegliò l’odio dei Galli. Quel popolo non si era mai rassegnato alla perdita dell’ager gallicus. Nel 237, anzi, i Galli Cisalpini, dopo avere radunato numerose milizie mercenarie nella regione del Rodano, avevano, sia pure invano, tentato di ricuperarlo. Ma adesso, certo temendo che quella colonizzazione fosse il primo passo a nuove conquiste, tentarono una riscossa disperata. Tra Galli d’Italia e di oltr’Alpe, misero in piedi un forte esercito, e irruppero, attraverso l’Etruria, nell’Italia centrale fino a tre giornate dalla capitale. Roma dovè approntare le maggiori difese: chiamò alle armi tutta la lega italica, trasse dalla sua alcune popolazioni dell’Italia transpadana, i Galli Cenomani e i Veneti; aspettò che la gola della preda facesse dimenticare a quei barbari il vero scopo della guerra; e riuscì ad accerchiare e sgominare, presso il promontorio Telamone, sulle coste dell’Etruria, il grande esercito gallico. Distrutto il maggior nerbo delle forze galliche, la Cisalpina, per qualche anno almeno, era in balia delle armi romane. E Roma non era più la timida potenza di un tempo, che si fermava dopo ogni vittoria. Il partito democratico, che aveva voluto l’assegnazione dell’ager gallicus, vide che, per render sicure queste terre da futuri assalti gallici, occorreva approfittare dell’occasione, conquistare la valle del Po e annientare per sempre il pericolo gallico: il popolo lo capì; e sebbene nel senato fosse un forte partito avverso a questa nuova impresa, la Gallia Cisalpina fu nel 224 invasa. Tre anni (224-222) durò la guerra. Nel 224, dopo aver conquistato la parte orientale della Cispadana, la terra dei Galli Boi, i consoli varcarono la linea del Po e occuparono, nella Transpadana, il paese degli Insubri. L’anno successivo, lo stesso C. Flaminio, il tribuno del 233, l’autore primo della guerra gallica, fu console. Flaminio e i consoli dell’anno successivo assoggettarono la Transpadana, espugnando la sua capitale, l’antica Milano (Mediolanum). Nel paese dei Galli Boi fu fondata la colonia romana di Modena (Mutina) e la linea del Po fu assicurata con le colonie di Piacenza (Placentia) e di Cremona (218).
Mentre il ceto mercantile spingeva il senato a conquistare la sponda orientale dell’Adriatico e a combattere Cartagine, il medio ceto rurale, affamato di terre, aveva spinto Roma nella valle del Po, nella grande pianura, coperta di foreste e di paludi silenziose, sparsa di bei laghi, solcata da numerosi corsi d’acqua, attraversata dal maggior fiume, che fino ad allora i Romani avessero conosciuto e che l’Italia possegga. La plebe rovinata dalla guerra cercava di salvarsi con la guerra, quasi rinnovando il mito della lancia d’Achille. Illusione anche questa: poichè neppure la conquista della valle padana poteva salvare la piccola possidenza romana. Ma inseguendo questa vana speranza, sul punto di sparire per sempre, l’antica plebe rurale aveva dato a Roma quella che sarebbe la più bella gemma dell’Italia. Tra un secolo e mezzo il paese conquistato da Flaminio sarà il giardino d’Italia e il baluardo dell’impero romano[38].