CAPITOLO UNDICESIMO LA CRISI DELL’EGEMONIA

63. La grande rivolta della Spagna (154 a. C.). — Alla battaglia di Pidna seguirono alcuni anni tranquilli. Tutto il Mediterraneo, atterrito, non si mosse. Soltanto in Siria, in Egitto, nell’Adriatico nacque qualche difficoltà, ma di poco conto; e tutte furono facilmente appianate. Inoltre alla guerra macedonica seguirono anni di nuova e insperata prosperità. L’erario fu così ricolmo dal bottino della guerra, dal tributo della Macedonia e dai redditi affluenti dalle altre province, che nel 157 vi ristagnavano 16.810 libbre d’oro, 22.070 libbre d’argento e 61.035.400 libbre di argento monetato[58]. Roma non era mai stata così ricca e potente.

Senonchè, passata la paura e in tanta abbondanza di denaro, anche i buoni propositi degli ultimi anni della guerra duraron poco. La corrente nuova, ellenizzante, plutocratica, mercantile, prevalse di nuovo sul partito tradizionalista, e tutti si lasciarono vincere, più o meno; tutti, anche Catone. Noi sappiamo che l’acerbo nemico dell’ellenismo studiò sui tardi anni le lettere greche; che l’apologista della piccola proprietà diventò con il tempo un latifondista; che il persecutore degli usurai e dei pubblicani finì anch’egli per praticare il commercio, interdetto ai senatori, salvis legibus, per l’interposta persona di un suo liberto prestanome. Per quanto gli antichi considerassero come corruzione e dissolvimento, molte cose che noi consideriamo come progresso, e sebbene gli spiriti resistessero allora un po’ più di oggi, non resistevano neppure allora che sino ad un certo punto alla attrazione della ricchezza e del nuovo, appena il pericolo del corrompersi, non apparisse più così grande. Roma chiudeva di nuovo gli occhi, godeva il fortunato momento, e lasciava spensieratamente agire le forze oscure, che venivano dissolvendo lo Stato e l’esercito. I consoli esentavano in gran numero, nelle leve, i cittadini agiati, per non farsi dei nemici. Gli ufficiali chiudevano un occhio ed anche due, lasciavano servi e prostitute frequentare gli accampamenti, permettevano ai soldati di ubriacarsi, di prendere il bagno caldo, di commettere rapine e violenze, di schivar fatiche e pericoli. Si studiavano tutti i ripieghi per scemare agli impoltriti signori dell’impero i pesi della milizia: ridurre il servizio a sei anni; congedare per sempre i soldati che avessero fatte sei campagne; aumentare i contingenti latini ed italici. Il servizio militare obbligatorio per tutti i cittadini, che era stato sino ad allora la forza e la salvezza di Roma, incominciava a mutarsi in un rovinoso fattore di decomposizione sociale.

Sotto la vistosa prosperità di questi anni maturava infatti una crisi immensa e terribile. La prima spinta fu data dalla Spagna. Nel 154 si sollevarono parecchie popolazioni della Celtiberia: i Belli, i Titti e gli Arevaci. Roma era avvezza a queste rivolte; onde da prima nessuno se ne diede pensiero. Ma uno dei consoli del 153, mandato a reprimere la rivolta, Quinto Fulvio Nobiliore, fu una prima volta vinto non lungi da Numanzia e vinto una seconda volta sotto le mura della città, perdendo — se gli antichi non esagerano — sei mila uomini nella prima battaglia e quattro mila nella seconda. Fulvio dovè ridursi sulla difensiva; la rivolta si allargò; e il suo successore, M. Claudio Marcello, arrivato con otto mila uomini di rinforzo, credè più prudente trattare, e riuscì infatti a conchiudere la pace. Ma nel 152, mentre Marcello trattava con le popolazioni della Celtiberia, insorgevano i Lusitani; e nel 151 L. Licinio Lucullo giungeva in Spagna a sostituire Marcello con il proposito di accrescere la modesta fortuna della famiglia con la preda di qualche fortunata campagna. Avendo trovata la Celtiberia pacata, assalì senza ragione i Vaccei, e fece nascere una nuova guerra.


64. La terza guerra punica (149-146 a. C.). — Ben presto Roma si accorse che la guerra di Spagna era più seria delle solite rivolte; così seria, che si stentava a trovare soldati e ufficiali[59]. I generali incominciarono a fare in Spagna una guerra di sterminio, di rapina e di stratagemmi sleali, senza che nessuno a Roma protestasse, fuori che il vecchio Catone, e anche costui platonicamente. Ma le crudeltà e le perfidie esasperarono, invece di atterrire, le fiere popolazioni della Spagna; e la guerra divampò così violenta, che il rumore ne giunse — e non sgradito — ad una città, alla quale la Spagna ricordava un impero perduto: Cartagine. Dopo Zama, Cartagine s’era rassegnata al destino, giungendo a sacrificare, nel 196, lo stesso Annibale. Molti Italici si erano stabiliti in territorio cartaginese; Cartaginesi e Romani si ritrovavano in Sardegna; rapporti amichevoli intercedevano tra Cartagine e il nuovo regno di Massinissa. E di essersi rassegnata al giudizio delle armi, Cartagine non poteva lagnarsi, almeno per le ricchezze. I Cartaginesi erano tanto più abili e destri dei Romani nel commerciare, che, non ostante la sconfitta e la perdita dell’impero, con i capitali di cui disponevano, la conoscenza dei mercati e le antiche relazioni, avevano conservato l’egemonia mercantile del Mediterraneo e continuavano a raccogliere nelle loro mani tutto il commercio, che veniva verso il Mediterraneo dall’Africa centrale. Del che i Romani provavano nel tempo stesso invidia e paura. A quei mercatores e a quei pubblicani, che ormai erano così numerosi e potenti; ai senatori e ai plebei, che seguivano l’andazzo dei tempi e ambivano fare di Roma un grande emporio, la concorrenza di Cartagine era una umiliazione ed un danno. Ad altri, a quanti credevano che Roma, rosa dalla corruzione, s’indebolisse, le ricchezze di Cartagine facevano paura. E se un giorno uscisse di Cartagine un nuovo Annibale? Onde cresceva in Roma, di anno in anno, una animosità nuova contro Cartagine, che, non potendo altrimenti, si sfogava in una subdola politica di dispetti: incoraggiando Massinissa, sotto mano, a usurpar qua e là pezzi di territorio cartaginese, e dando poi sempre ragione a Massinissa, quando il litigio, a tenore del trattato di pace, era devoluto all’arbitrato romano. Trattata a questo modo, Cartagine ripagava Roma con un odio non meno profondo e tenace.

Tra il 151 e il 150 questi odi latenti scoppiarono. Un rivolgimento politico, avendo portato al potere in Cartagine il partito popolare, una quarantina di cittadini eminenti furono banditi. Questi si rifugiarono presso Massinissa, il quale chiese a Cartagine di riammetterli. Cartagine rifiutò. Massinissa ne approfittò per invadere di nuovo il territorio cartaginese; ma questa volta il nuovo governo di Cartagine non ricorse più all’arbitrato di Roma: dichiarò guerra a Massinissa, raccolse un esercito, lo affidò al comando di Asdrubale e si difese. Disgraziatamente per Cartagine, Massinissa inflisse al suo esercito una grave disfatta; e allora l’astio e l’invidia che da un pezzo covavano, scoppiarono a Roma. Da ogni parte si gridò che Cartagine aveva violato il trattato di pace, che bisognava dichiararle la guerra e darle una solenne lezione. Gli interessi mercantili, smaniosi di indebolire Cartagine per toglierne di mezzo la concorrenza ed ereditarne il commercio, soffiarono nel fuoco; e, quando il senato, spinto dalla opinione pubblica, chiamò sotto le bandiere un nuovo esercito, i volontari affluirono da tutte le parti. Mentre nessuno voleva andare in Spagna, dove c’erano da ricevere colpi in quantità e scarso bottino da raccogliere, tutti facevano ressa per andare in Africa, dove si sperava preda copiosa e facile. I Cartaginesi, spaventati, rovesciarono il governo popolare, condannarono a morte Asdrubale, già fuggito, e mandarono a Roma un’ambasceria per comporre il dissidio. Era troppo tardi. Le cose erano ormai in tal movimento, che nessuna forza umana poteva più fermarle. L’ambasceria ritornò senza aver ottenuto che una risposta sibillina. Roma però non voleva impegnarsi a combattere nel tempo stesso in Spagna ed in Africa. Che fare? Il senato si radunò in sedute segrete; e dopo lunghi dibattiti deliberò di finirla con il pericolo cartaginese, distruggendo Cartagine, come fosse un villaggio spagnuolo. Per risparmiarsi una nuova guerra, si cercherebbe di pigliar Cartagine di sorpresa, a tradimento, così da poter distruggerla senza colpo ferire. Mai forse nella storia uno Stato civile, in piena pace, a mente fredda, senza seria provocazione, deliberò una più mostruosa violenza. Ma l’orgoglio era inferocito dalla paura; e l’orgoglio e la paura dall’interesse.

Il piano fu eseguito con una perfidia diabolica. Inutilmente i Cartaginesi mandarono una seconda ambasceria, con l’incarico di intendersi a qualunque costo: quando questa giunse a Roma, sul principio del 149, già il senato aveva dichiarato la guerra; e i due consoli Manio Manilio e Lucio Marcio Censorino erano passati con l’esercito e con la flotta in Sicilia. Spaventati, credendo ormai tutto perduto, gli ambasciatori caddero nel laccio che il senato tendeva loro: dichiararono che Cartagine rimetteva interamente la sua sorte in balìa di Roma. Il senato finse di rabbonirsi; e, congratulandosi che Cartagine si mettesse sulla via della ragione, rispose ambiguamente che, se entro trenta giorni avessero consegnato 300 ostaggi delle maggiori famiglie, e obbedito agli ordini che impartirebbero loro i consoli, Roma non toccherebbe nè le loro leggi, nè il loro territorio. Della città, non una parola. Questo silenzio inquietò prima gli ambasciatori e poi i Cartaginesi, i quali non ignoravano certo che a Roma molti e potenti interessi chiedevano la distruzione della città; ma, se in quel silenzio era nascosto un tranello, come schivarlo? I Cartaginesi si illusero; consegnarono e spedirono in Sicilia gli ostaggi, e si rivolsero ai consoli che frattanto erano sbarcati ad Utica, per eseguire gli ordini di Roma. I consoli prima ordinarono il disarmo della popolazione. Di nuovo i Cartaginesi esitarono, temendo. Poi anche quell’ordine fu eseguito. Allora, ma allora soltanto, fu reso di pubblica ragione il feroce decreto del senato, che ordinava la distruzione di Cartagine e l’internamento dei suoi abitanti a ottanta stadi (15 km.) dal mare. Le leggi, la libertà, il territorio erano rispettati; la città, distrutta, perchè — commentò uno dei consoli — Roma voleva il bene della sua alleata, e perciò con quell’ingiunzione distoglieva i cittadini dall’infido commercio, obbligandoli alle più sane e sicure occupazioni dell’agricoltura.... Ma la grande città, che non aveva saputo vivere, volle almeno morire degnamente. Quanto il furore della disperazione può suggerire fu fatto, con fulminea rapidità, ed adoperando i larghi mezzi di cui Cartagine disponeva; cosicchè, quando l’esercito romano giunse sotto le mura, trovò una città, di cui non avrebbe potuto aver ragione se non dopo un lungo assedio.


65. La insurrezione e l’annessione della Macedonia (149-148 a. C.). — Il bel disegno di aver Cartagine per inganno, senza trarre la spada, era dunque fallito. Già impegnata in Spagna, Roma doveva affrontare una nuova guerra in Africa. Ma stava per succedere di peggio: in quello stesso anno nuove difficoltà nacquero in Macedonia. Anche in Macedonia la politica negativa di Roma incominciava a dare i suoi frutti. Lo spezzettamento del regno aveva leso troppi interessi, distrutto troppe tradizioni vitali. Caduto il potere regio, le gare, le animosità, le ambizioni, le prepotenze locali, ormai non più tenute a freno da un’autorità predominante, avevano tolto al paese la pace. Ovunque il partito macedone, fedele al regime caduto, aborriva come traditore il partito romanofilo che governava, e non restava dall’aizzare il malcontento dei più. Onde un malessere generale e crescente, che sarebbe scoppiato alla prima occasione. Sopraggiunsero, a dar la spinta alle cose macedoniche, che da qualche tempo appena appena si reggevano in bilico, le notizie della Spagna e dell’Africa? È probabile. Ad ogni modo, bastò che nel 149 un avventuriero, un tal Andrisco, si spacciasse per figlio di Perseo; e in un baleno tutta la Macedonia si levò in suo favore. Fu necessario approntare un nuovo esercito, che passerebbe l’Adriatico nel 148, sotto il comando del pretore Quinto Cecilio Metello. Giungevano frattanto a Roma, con queste della Macedonia, cattive notizie dall’Africa. Le popolazioni soggette si mantenevano fedeli a Cartagine; gli eserciti romani avevano la peggio nelle prime operazioni contro la città. Bisognava combattere in Macedonia, in Spagna, in Africa.

Che movimento d’armi vide dunque la primavera del 148! Ma le cose non migliorarono nè peggiorarono in Spagna, dove la guerra continuò con incerta vicenda. In Africa, invece, il console Lucio Calpurnio Pisone non solo non riuscì a prendere Cartagine, ma neppure a guadagnare con la forza o con i trattati le città libofenicie. Combattè, perdette uomini, senza altro effetto che di infervorare i Cartaginesi nei loro propositi di resistenza estrema. Asdrubale, il generale condannato a morte l’anno innanzi, fu chiamato nella città e investito del supremo comando. Più prosperamente volsero invece le cose in Macedonia, dove in poco tempo riescì a Metello di domare l’insurrezione dell’impostore e di riconquistar la Macedonia: ma non era ancora pacificata la Macedonia, che nuove turbolenze nascevano, in Grecia, questa volta. Anche le notizie dell’Africa, della Spagna e della Macedonia avevan operato il solito effetto: Roma vacillava, era il tempo di insorgere! La lega achea, stanca della tutela con cui Roma le impediva di sciogliere le vecchie questioni con Sparta, diede il primo segno della rivolta. Come a Cartagine, al partito oligarchico, che era romanofilo, era succeduto al potere il partito popolare, nazionale e antiromano; e questo ruppe gli indugi nel 148. Saltando i divieti di Roma, dichiarò guerra a Sparta. Non è difficile capire come a questo punto l’opinione pubblica in Roma perdesse la pazienza. Che facevano dunque tutti questi consoli e pretori, a capo di tante legioni? Non si riusciva più a scovare nelle grandi case di Roma un generale, che sapesse vincere Lusitani e Cartaginesi? Catone prestò ancora una volta la sua voce alla collera pubblica, quando definì quei generali non uomini ma ombre[60]. E già doveva incominciarsi a sospettare una coalizione tra Cartagine, la Spagna, la Grecia. Ma da questo malcontento proruppe alla fine un movimento improvviso. Al tempo delle elezioni era venuto dall’Africa, dove serviva come tribuno militare, per presentarsi candidato all’edilità, Publio Cornelio Scipione Emiliano, un figlio di Paolo Emilio, entrato per adozione nella famiglia degli Scipioni. Grande e illustre nobiltà, dunque, se altra ce n’era in Roma: ma di atti e di virtù e non solo di nome; chè il giovane Emiliano aveva già militato con lode prima in Spagna e poi in Africa. A lui e ai suoi consigli si attribuiva quel po’ che in Africa era stato ben fatto e con fortuna. Abbagliato dal nome e dalla buona reputazione del giovane, il pubblico si persuase che quello era l’uomo che ci voleva per la guerra con Cartagine, se fosse nominato non edile, ma console. Ma c’era un impedimento: l’età del candidato e la legge che regolava la successione delle magistrature esercitate. Il popolo scavalcò l’ostacolo, sospendendo per Scipione Emiliano, con una legge apposita, la regola comune. Scipione fu eletto console per l’anno 147.

Il popolo non si era ingannato. Il nuovo console era veramente, come diceva Catone, un uomo tra le ombre. Andato in Africa, al principio dell’anno 147, con rinforzi di uomini e navi, ristabilì la disciplina e assediò finalmente sul serio la città, bloccandola con ingenti e penosi lavori. Le cose dunque presero a migliorare in Africa; e giunsero a conchiusione nella Macedonia. Nel 147 la Macedonia era di nuovo interamente in potere di Roma; e il senato questa volta la dichiarava provincia romana, come la Sicilia, la Sardegna e la Spagna. Deliberazione grave, perchè proprio quando già aveva tanti nemici e tante brighe sulle braccia, Roma ampliava l’impero di una vasta provincia confinante con i barbari. Ma essa doveva subire la forza soverchiante della necessità. Distrutta la dinastia nazionale, fallito il ripiego dello spezzettamento, che altra alternativa restava a Roma se non abbandonare alla sua sorte la Macedonia o annetterla? La Macedonia ormai cascava addosso a Roma, come un peso o un corpo morto da sostenere. Le cose invece, migliorate in Africa e in Macedonia, peggiorarono in Lusitania ed in Grecia. Intorno a questo tempo, mentre si cominciava a sperare che la guerra languisse, a capo della Lusitania ribelle si mise un vero soldato, un tal Viriato, un semplice pastore, di cui la guerra avrebbe fatto un eroe. Egli iniziò una guerriglia, che doveva infliggere ai Romani le più memorande sconfitte. E il pericolo di gravi turbolenze cresceva pure in Grecia, dove il senato romano aveva castigato la lega achea, togliendole alcune importanti città, acquistate dopo la seconda guerra macedonica. Onde torbidi, tumulti e un nuovo fermento di malumori; cosicchè anche l’anno 147 corse per Roma inquieto, tra le ansie di due guerre sanguinose e la minaccia di una terza guerra.


66. La distruzione di Cartagine e di Corinto (146). — Nel 146 però Roma colse il primo frutto dell’elezione di Scipione Emiliano. A Scipione riuscì prima di sgominare l’esercito che i Cartaginesi avevano raccolto per venire in soccorso della città assediata; poi di prendere la città. Fu necessario prima entrare nella città dopo aver superato le fortificazioni esterne; poi passo passo, per le vie strette, tortuose, asserragliate, combattendo senza tregua sei giorni e sei notti, giungere sino alla cittadella, dove 50 mila cittadini si erano rifugiati. Ma quando, alla fine, anche questi si arresero, Roma fu padrona di Cartagine. Non esitò allora, perchè aveva troppa paura. La Commissione senatoria, incaricata di assestare le faccende cartaginesi, procedè subito alla distruzione della città: i quartieri, gli edifici, i monumenti, che erano scampati alla guerra, furono demoliti; la popolazione superstite, dispersa; il suolo, consacrato agli Dei Infernali, cosicchè a nessuno doveva essere più lecito di dimorarvi. Distrutta Cartagine, occorreva deliberare intorno alla sorte del suo territorio. Si ripresentava la alternativa della Macedonia; o abbandonarlo a se medesimo o annetterlo, almeno in parte. La necessità vinse anche questa volta i dubbi della ragione: tutto il dominio cartaginese fu ridotto a provincia romana sotto il nome di Africa, salvo le parti orientali confinanti con la Cirenaica, le Emporie e le altre città di Sabrata, Oea e Magna Leptis, che rimasero alla Numidia, e salvo Utica, Ippona ed alcune altre, che, in ricompensa della loro defezione, ottennero l’indipendenza e una parte dell’antico territorio di Cartagine. La popolazione superstite dovè, per vivere, disperdersi nelle campagne e darsi all’agricoltura. Là dove era stato il più florido impero mercantile, sottentrerebbe uno Stato agricoltore. Del territorio cartaginese una parte fu confiscata; e divenne il più grande ager publicus extra-italico, fin allora posseduto da Roma. Il resto fu lasciato ai nuovi provinciali, con l’obbligo di pagare un tributo fisso (stipendium)[61].

Cartagine, il terrore di tanti anni, non era più! Ma mentre Cartagine andava in fiamme, la Grecia insorgeva. La lega achea era riuscita a tirare alla sua parte i Beoti, i Focesi, i Locresi, gli Eubei; e nel 146 dichiarava di nuovo la guerra a Sparta. Roma intervenne, questa volta, senza esitazioni e riguardi. Dopo aver debellato la Macedonia e Cartagine, non aveva paura della Grecia, anche se in Lusitania a Viriato crescevano, con i prosperi successi, l’autorità e le forze. Metello, accorso dalla Macedonia, inflisse una prima sconfitta alla lega; re Attalo II mandò in soccorso la flotta; il console Lucio Mummio, arrivato di lì a poco, sgominò a Leucopetra il nemico. La lega si sciolse; e in pochi giorni Mummio potè impadronirsi di Corinto e domare la rivolta. Per la terza volta, in tre anni, si poneva innanzi al senato il dubbio: quale sorte riserbare ai vinti? Alle città, che non avevano preso parte alla guerra, il senato, sempre alieno dalle conquiste, fu lieto di conservare l’indipendenza. Ma si poteva restituirla alle città ribellate? E se non si poteva, che altro partito restava, se non l’assoggettarle? I territori di queste città furono incorporati dunque alla Macedonia e dichiarati provincia; tutte le leghe furono sciolte; tutte le città, isolate; in ciascuna, le democrazie abolite a favore, come in Italia, di governi oligarchici, i quali dessero affidamento di amministrar la città come piaceva a Roma; tutti i fautori della guerra e della politica antiromana, ricercati e severamente puniti; il paese, saccheggiato; una parte del territorio incamerato, e Corinto, l’antica città, famosa per la sua storia, per i suoi monumenti, per la sua bellezza e per la sua ricchezza, fu data alle fiamme[62].