CAPITOLO TERZO LA CRISI DELLA POLITICA CESARIANA

16. L’impresa di Britannia e la disfatta di Crasso in Oriente (55-53 a. C.). — Ma le cose, per un istante composte, non tardarono a guastarsi di nuovo. Mentre Pompeo e Crasso portavano ad effetto in Roma gli accordi del congresso di Lucca, la Gallia incominciava a dimostrare che era stata annessa a parole, non conquistata con il braccio. Già nel 56 Cesare aveva dovuto guerreggiare parecchi mesi per reprimere una insurrezione degli Armorici e dei Veneti. Era riuscito a domarli; e aveva fatto gran bottino, incominciando il saccheggio delle Gallie. Aveva anzi preparato per il 55 l’invasione della Britannia.... Ma al momento di muoversi, era stato trattenuto da un’invasione germanica, che irrompeva in Gallia, non più paventata e maledetta, ma sollecitata dagli indigeni, come l’avanguardia di un esercito liberatore. Erano queste le orde degli Usipeti e dei Tencteri. Con la rapidità consueta Cesare mosse contro gli invasori, intimando loro di ripassare il Reno; con uno strattagemma poco leale, fece prigionieri i loro capi venuti a lui in ambasceria, e condusse le sue legioni contro l’esercito germanico rimasto senza duci. La sconfitta, che egli inflisse alle orde, fu grave; e fu seguita da una sua breve incursione al di là del Reno: ma questa guerra gli aveva fatto perdere troppo tempo perchè Cesare potesse ancora, in quell’anno, tentare la divisata invasione della Britannia. Si contentò dunque di fare nell’isola un rapido sbarco con due legioni, e rimandò l’impresa all’anno seguente.

L’anno seguente, il 54, Roma tenterebbe dunque di conquistare in Asia niente meno che l’impero dei Parti; in Europa, la grande isola che un breve braccio di mare separava dalle coste della Gallia. Come il Ponto e come l’Armenia, il regno di Parzia era sorto, fin dalla metà del III secolo a. C., dal disfacimento del grande regno Seleucida. Ma forse per la lontananza, sino a questo momento Roma e l’impero dei Parti non erano stati nè amici nè nemici. Indifferente spettatore della prima guerra mitridatica, l’impero dei Parti aveva accennato, durante la seconda, ad allearsi con il Ponto e l’Armenia contro Roma, ma aveva poi desistito; e, quando Pompeo aveva sostituito Lucullo, si era messo da prima dalla parte di Roma, aiutandolo a conquistare l’Armenia; poi aveva accennato a rivoltarsi, attaccando l’Armenia cliente e vassalla di Roma; ma di nuovo aveva desistito. A sua volta Roma aveva ondeggiato tra opposti propositi: Lucullo aveva pensato a conquistare anche il regno dei Parti, ma era stato fermato dai soldati in rivolta; Pompeo si era prima inteso con i Parti, poi, ad un certo momento, aveva anch’egli inclinato alla guerra; finalmente si era deciso per l’amicizia. Dopo il ritorno di Pompeo in Italia l’incertezza aveva perdurato. C’era un partito che voleva vivere in pace con i Parti; ed era forte assai in senato[11]. C’era un partito, che voleva far loro la guerra rinnovando le gesta di Alessandro; e contava i suoi campioni più ardenti tra gli ufficiali, che avevano accompagnato Lucullo e Pompeo in Oriente, e tra gli amici di Crasso, di Pompeo e di Cesare. Il convegno di Lucca aveva deliberato di dar soddisfazione alla parte che voleva la conquista; e Crasso s’era assunto la difficile impresa. Il suo disegno era, anzi, forse più vasto: ricalcare le orme di Alessandro, penetrare nell’Iran e portare le aquile romane fin sulle rive sacre dell’Indo. Partito da Roma sul finire del 55, egli aveva imbarcate a Brindisi nove legioni di 3500 uomini l’una, più 5000 cavalieri e 4000 ausiliari; in tutto 40.000 uomini; era sbarcato a Durazzo e per la via Egnazia aveva attraversato nell’inverno l’Epiro, la Macedonia, la Tracia; passato il Bosforo, era entrato, nella primavera del 54, nella Siria settentrionale, aveva rilevato Gabinio dal suo comando; poi, fatti gli ultimi preparativi, aveva invaso, durante l’estate del 54, la Mesopotamia indifesa e occupato parecchie città; allora si era fermato. Egli voleva — e il piano era ingegnoso — attrarre il nemico in Mesopotamia, per non essere attaccato troppo lontano dalle sue basi di operazione. Frattanto Cesare aveva, nell’estate del 54, invasa la Britannia con una grossa armata e cinque legioni; ma, pur essendo riuscito ad internarsi nel paese al di là del Tamigi, e a vincere l’esercito nemico, presto tornò sul continente, pago solo della vana promessa di un tributo annuo. Le cose pericolavano troppo in Gallia, perchè egli potesse impegnarsi sul serio a conquistare la Britannia. I Carnuti, i Senoni, gli Aduatici, i Treviri, erano o in aperta rivolta o irrequietissimi; cosicchè gli fu forza non solo rinunciare a passar l’inverno, dal 54 al 53, nella Cisalpina, ma passarlo in Gallia, combattendo e battagliando, come poteva, nella stagione cattiva: per ricominciare poi con maggior vigore alla primavera del 53, nel tempo stesso in cui Romani e Parti ripigliavano le armi in Oriente.

Qui la mossa di Crasso parve da prima riuscire. Nella primavera del 53 le guarnigioni romane, lasciate in Mesopotamia, erano assediate dai Parti. I Parti venivano dunque a tiro.... Ma in verità il re dei Parti aveva mandato quasi tutta la cavalleria, leggiera e pesante, sotto il comando del Surena o generalissimo nella Mesopotamia, mirando anch’esso ad attirare i Romani più lungi che potesse dalle loro basi di operazioni. I due avversari impiegavano adunque lo stesso strattagemma: ma i Parti in un terreno ad essi meglio noto e con un esercito più addestrato a quel modo di combattere. Per maggior disgrazia, Crasso si persuase troppo facilmente di avere ingannato il nemico; e subito varcò l’Eufrate, per correre al soccorso delle città assediate. Ma il nemico, appena i Romani ebbero varcato l’Eufrate, levò subito l’assedio, e, come preso da panico, si ritirò precipitosamente verso l’interno.

Questa ritirata mise in sospetto molti tra gli ufficiali di Crasso, i quali consigliarono di fermarsi e di vedere più chiaro nelle intenzioni del nemico. Ma Crasso cadde invece nel tranello; e credendo quello il mezzo di finire presto la guerra, si slanciò alle calcagna dei Parti. Per giorni e giorni li inseguì nel deserto, senza raggiungerli: ogni passo avanti acuiva la smania di agguantare a ogni costo il fuggente avversario; ma ogni giorno pure cresceva la stanchezza e l’inquietudine dell’esercito.... Quando, un giorno, appena passata la città di Carre, mentre i Romani erano per toccare le rive del Belik, i Parti, fermatisi ad un tratto e voltatisi, offrirono battaglia. L’ora tanto aspettata era giunta, ma sorprendeva l’esercito romano stanchissimo. Gli ufficiali volevano rimandare la battaglia e aspettare; ma Crasso, sempre pauroso che il nemico gli sfuggisse, ordinò di attaccare. Fu uno strano combattimento, di un genere a cui l’esercito romano non era adusato. La cavalleria pesante dei Parti attaccava con impeto le coorti romane, eludendo con le sue manovre qualunque contrattacco, mentre gli arcieri e i frombolieri a cavallo riversavano incessantemente sul nemico una grandine di proiettili. Questi ripetuti assalti non riuscirono a romper le legioni romane, ma inflissero loro molte perdite; cosicchè, alla sera, Crasso dovette dare l’ordine della ritirata. Ma l’esercito era scoraggiato, pervaso di strani terrori, e il mobile nemico non gli dava tregua. Rapidamente la disciplina si rallentò, i corpi incominciarono a sbandarsi e la ritirata a volgersi in fuga; finchè un giorno i soldati, sobillati da emissari del Surena, che prometteva loro di lasciarli ritornare tranquilli in patria, se acconsentivano a trattar la pace, costrinsero Crasso a recarsi al colloquio. Crasso diffidava del tranello; ma preferendo perire per mano nemica che trucidato dai propri soldati, si recò al fatale invito, e fu ucciso il 9 giugno del 53. Il capo fu inviato alla Corte del re dei Parti; e le ossa non ebbero sepoltura. Dei soldati una parte si disperse, o fu fatta prigioniera.


17. L’anarchia a Roma (54-53 a. C.). — Era una sciagura pari alle maggiori sofferte nei secoli dalle armi romane. E la notizia giunse a Roma nel mese di luglio, quando solo da poco tempo, dopo sette mesi di interregno, si era riusciti a eleggere i magistrati per l’anno stesso, che, secondo le leggi, avrebbero dovuto essere eletti verso la metà dell’anno precedente. Come era accaduto un così grande ritardo? Il governo personale di Crasso, di Pompeo e di Cesare aveva di nuovo, come nel 58, sebbene per altra via, generato l’anarchia. Soltanto il senato, con la sua autorità, poteva ancora infrenare un poco e tenere a segno le ambizioni che scendevano ogni anno a misurarsi nell’agone elettorale. Che pandemonio erano diventate le elezioni, dopochè il senato era stato esautorato! In quell’anno, poi, le candidature erano state così numerose; tanti gli intrighi, le violenze, le corruzioni, le mine e le contromine dei candidati e i loro accorgimenti d’ostruzione, che non si era potuto eleggere nessun magistrato. Pompeo, che invece di andare in Spagna era rimasto nei pressi della città, molle e irresoluto come al solito, non aveva fatto nulla. Questi scandali avevano non poco nociuto al governo e ai suoi capi, a Cesare soprattutto, che era il più discusso e il più bersagliato. La rovina di Crasso non poteva non accrescere questo malessere. Avevano dunque ragione Catone e i suoi amici, che si erano sempre opposti alla spedizione e all’avventurosa politica di tre troppo potenti capi della Repubblica! Peggio ancora fu, quando le elezioni per l’anno 52 scatenarono di nuovo l’anarchia. Erano candidati al consolato Milone, Publio Plauzio Ipseo e Quinto Cecilio Metello Scipione, figlio adottivo di Metello Pio; alla pretura l’immancabile Clodio; alla questura un ufficiale di Cesare venuto apposta dalla Gallia, Marco Antonio. La gara delle ambizioni infuriò di nuovo; Pompeo abbandonò Milone; Clodio per far dispetto a costui sosteneva gli altri due candidati; e i candidati partigiani degli uni e degli altri incominciarono a battagliare per le vie. Invano i consoli tentarono a più riprese di tener i comizi; alla fine il Senato, non Intendo altro, deliberò di proporre al popolo una legge, per la quale un magistrato non avrebbe potuto ottenere una provincia, se non cinque anni dopo esercitata la magistratura. Si sperava di chetare così un poco la furibonda concorrenza alle magistrature. Ma intanto si giunse alla fine dell’anno senza aver nominato i magistrati e non si potè nemmeno nominare l’interrex, perchè un tribuno si oppose. Quando, al principio del 52, e proprio il 18 gennaio, Clodio, tornando con il suo seguito da Bovillae, si incontrò sulla via Appia con Milone che, accompagnato dal suo seguito, andava a Lanuvio. Le due parti vennero alle mani, e Clodio fu ammazzato. Questa violenza bastò per scatenare la rivoluzione. Il popolino di Roma, eccitato dai clienti di Clodio, dopo averne celebrato i funerali con una pompa quasi selvaggia, appiccò le fiamme del rogo, nel quale il corpo del suo idolo era scomparso, alla curia stessa del senato. L’incendio si propagò alla basilica Porzia, e di qui ai maggiori e più venerati monumenti romani: Roma fu per giorni e giorni piena di tumulti, di incendi, di risse, di dimostrazioni, di grida....


18. La grande rivolta della Gallia (53-52 a. C.). — Roma non era proprio la città in cui i governi personali potessero troppo facilmente imporsi, dopo tanti secoli di governo aristocratico. Di nuovo il sistema politico, immaginato da Cesare, si dissolveva. Perciò appunto, sulla fine del 53, Cesare aveva lasciata la Gallia Transalpina e si era avvicinato all’Italia, comprendendo che era necessario aiutar Pompeo e la sua fazione a rimettere un po’ d’ordine nella turbata repubblica. Ma Cesare aveva appena vôlto le spalle alla Transalpina, ancora irrequieta, che i corrieri delle Gallie lo raggiunsero. L’incendio riardeva: i Carnuti avevano trucidato i mercanti italiani ed erano insorti di nuovo; gli Arverni avevano rovesciato il governo amico di Roma, e condotti da un giovane principe, già amico di Cesare, Vercingetorige, avevano innalzato la bandiera della rivolta; i Senoni, i Parisii, i Pictoni, i Cadurchi, i Turoni, gli Aulerci, i Lemovici, gli Andi e tutti i popoli abitanti sulle rive dell’Oceano si erano sollevati, riconoscendo Vercingetorige come capo; i Sequani tentennavano; gli Edui, rimasti fedeli, stavano per esser chiusi, e le legioni romane con essi, come in un cerchio di ferro; un esercito già si avviava verso la Gallia Narbonese, mentre un altro invadeva il territorio dei Biturigi, tributari degli Edui. Cesare non esitò un istante: abbandonò l’Italia, Roma e Pompeo al loro destino: e volò nella Narbonese. Rinforzò alla meno peggio la difesa; poi con poche coorti, in pieno inverno, valicando le Cevenne coperte di neve, si gettò sull’Arvernia, volendo far credere al nemico che invadeva con grandi forze tutto il paese. Infatti Vercingetorige, ingannato da questo attacco, accorse con l’esercito in difesa della sua patria assalita. Allora Cesare, ripassate le Cevenne e ritornato nella Provincia, con un piccolo corpo di cavalleria che vi aveva lasciato, cavalcando notte e giorno, mentre gli insorti lo credevano tra gli Arverni, potè arrivare inaspettato nel paese dei Lingoni, mettersi a capo delle due legioni che vi stanziavano, ordinare che le altre legioni, sparse per la Gallia, si raccogliessero ad Agendicum (Sens). Così, in pochi giorni, si ritrovò a capo del suo esercito: 35.000 uomini di fanteria, più gli ausiliari gallici e qualche contingente di cavalleria. Erano queste tutte le forze, di cui poteva disporre; e non erano molte: ma non c’era da esitare.... L’audacia sola poteva salvarlo. Difatti, con un sì esiguo esercito, in mezzo ad un paese in fiamme, Cesare prese una risoluta offensiva. In pochi giorni attaccò e prese Vellaunodunum, incendiò Genabum (Orléans), passò la Loira, entrò nel paese dei Biturigi, assediò Noviodunum.

Vercingetorige, che non era riuscito a fermarlo, immaginò allora un piano di guerra, che, applicato senza pietà, avrebbe potuto riuscire rovinoso ai Romani; fare il vuoto intorno al nemico devastando i paesi; molestarlo e affamarlo ogni giorno con assalti improvvisi di cavalleria, con catture di convogli e di rifornimenti. Senonchè, appena fu messo mano ad eseguire il piano, i Biturigi scongiurarono l’implacabile eroe delle libertà galliche di risparmiare la loro capitale Avarico, la futura Bourges, ch’essi s’impegnavano a difendere fino all’estremo. Vercingetorige ebbe la debolezza di cedere; cosicchè Cesare, invece di smarrirsi nel vuoto, correndo nel deserto dietro un nemico inafferrabile, ebbe un punto saldo su cui dirigersi e colpire: Avarico. Vercingetorige non osò soccorrerla; i Biturigi avevano troppo presunto delle loro forze; Cesare con un vigoroso assedio di poche settimane la prese, trucidò tutta la popolazione, e si impadronì di tutte le provvigioni accumulate nella città.

Questa vittoria non permetteva soltanto a Cesare di riposare e rifornire l’esercito nella ricca e ben provvista città; ma rialzava il prestigio delle armi romane e scoraggiava gli insorti. Non aveva Cesare distrutto Avarico, sotto gli occhi di Vercingetorige, senza che costui osasse soccorrerla? Non era manifesto che Cesare era il più forte? Cesare dovette illudersi addirittura d’aver vinto la guerra, se si indusse a dividere le forze. Quattro delle sue dieci legioni andrebbero, agli ordini di Labieno, contro i Sequani e i Parisii, che da poco avevano ingrossato le file dell’insurrezione, mentre egli stesso con sei legioni colpirebbe l’insurrezione al cuore, attaccando il territorio degli Arverni e obbligando Vercingetorige ad accettare la battaglia, che terminerebbe la guerra. E così fece. Invano Vercingetorige tentò d’impedirgli di varcare l’Allier. Cesare eluse con uno strattagemma la sua sorveglianza; e invase l’Arvernia, ponendo l’assedio a Gergovia, per farle subire la stessa sorte di Avarico. Ma egli non aveva più che sei legioni; e Gergovia resistette ostinata.... L’assedio andò per le lunghe; questo suo prolungarsi incominciò a rianimare il coraggio dei Galli; Cesare volle finirla, e diede l’assalto alla città; ma fu respinto con tali perdite, che dovette risolversi ad abbandonare l’impresa e a riprendere la via del nord, per ricongiungersi con Labieno.

Le conseguenze dell’errore furono assai funeste. Là sconfitta di Gergovia, annunziata ovunque ed esagerata, scosse le popolazioni rimaste fedeli; perfino gli Edui passarono al nemico, togliendo ai Romani la miglior base di rifornimento e tagliando le comunicazioni di Cesare con Labieno. Cesare capì che occorreva ricongiungersi al più presto e a qualunque costo con Labieno: per non perdere tempo a far dei ponti si cacciò nella Loira con l’esercito, e la passò a guado; poi, risalendo verso il settentrione a marce forzate, raggiunse Labieno, probabilmente ad Agendicum. Labieno aveva combattuto con fortuna i Senoni e i Parisii: ma a che servivano queste vittorie? Tutta la Gallia ormai era insorta; a Bibracte stava per radunarsi una dieta nazionale, che chiamerebbe alle armi tutti i popoli gallici; che fare con poco più di 30.000 uomini, in un paese tutto in rivolta? Cesare deliberò di abbandonare per il momento la Gallia, ritirandosi nella Provincia: ma il traversar la Gallia in fiamme con quel piccolo esercito, gli parve impresa così pericolosa, che prima di muoversi volle accostarsi alla frontiera occidentale della Germania allo scopo di fare, tra quelle popolazioni germaniche, grandi leve di cavalleria. Il generale, che sette anni prima era entrato in Gallia per distruggere il pericolo germanico, intendeva ora servirsi dei Germani contro i Galli, e pagava i primi con l’oro preso ai secondi.

Ma più che la cavalleria germanica, le discordie, gli errori e le imprudenze del nemico salverebbero Cesare. Già a Bibracte i Galli avevano acerbamente discusso sul comando e sul piano: se continuare la guerriglia o fare la guerra grande. Un po’ per contentare il partito che voleva la guerra grande e un po’ perchè la guerriglia richiede poche truppe, ma buone, e Vercingetorige invece comandava un esercito numeroso, raccogliticcio e scadente, il duce arverno fu costretto a mutar il modo di guerreggiare, che sino ad allora gli era riuscito così bene. Quando Cesare, probabilmente nella prima metà dell’agosto, iniziò la sua ritirata verso la Provenza, Vercingetorige, abbandonando il suo quartier generale, ch’egli aveva stabilito in Alesia (Alise St. Reine nel dipartimento della Côte d’Or), e la guerriglia, seguita fin allora, venne in campo aperto a contrastargli il passo. Ma sopra un vero campo di battaglia le legioni romane, il genio del loro duce, l’impeto dei cavalieri germanici ebbero ragione dell’attacco e della resistenza nemica[12]. E bastò questa battaglia per mutare le sorti della guerra. Vercingetorige, sconfitto, riparò in Alesia; Cesare, smessa l’idea di ritirarsi in Provenza, si volse subito ad investire Alesia; Vercingetorige, chiuso da Cesare entro giganteschi lavori, chiamò in suo soccorso la Gallia intera.... Si raccolse così un nuovo grande esercito — oltre 250.000 uomini, dice Cesare[13] — i quali avrebbero dovuto piombare sull’esercito romano dal di fuori, mentre da Alesia gli assediati avrebbero fatto l’ultima sortita della disperazione. Se il piano riusciva, l’esercito romano sarebbe stato distrutto da un doppio assalto. Non sentendosi la forza di resistere a questo doppio assalto in campo aperto, Cesare non esitò a costruire, intorno alla linea delle prime trincee, una seconda grandiosa opera di fortificazioni, dietro la quale il suo esercito, assediante e assediato nel tempo stesso, avrebbe potuto resistere al nuovo nemico. L’espediente era nuovo, ingegnoso, ma temerario; e non avrebbe sortito alcun buon effetto, se l’esercito di soccorso avesse assediato con pazienza l’esercito romano, anche a costo di far morire di fame insieme e nella stessa cerchia Cesare e Vercingetorige. Ma i duci erano parecchi e discordi fra loro; il desiderio di salvare Vercingetorige, troppo vivo; il nuovo esercito, raccogliticcio, impaziente e mal provvisto di materiali e di viveri. Invece di assediare pazientemente gli assedianti, l’esercito di soccorso volle far presto, tentò di forzare il campo di Cesare; si esaurì per sette giorni in furiosi ma vani assalti; poi si sbandò. Allora Vercingetorige, vinto dalla fame, si consegnò prigioniero nelle mani del vincitore (settembre 52).

La insurrezione gallica era domata; Cesare era quasi per miracolo scampato alla sorte di Crasso; la nuova provincia gallica, dopo otto anni di insurrezioni e di guerre continue, era salva. Il conquistare l’Occidente era impresa più ardua e di maggior sacrificio dell’Oriente: ma quanto più duratura e proficua nel lontano avvenire![14].