Note al Capitolo Quinto.
[46]. Cfr. Cohen, Monnaies rom., II, Anton., nn. 572, 777, 778. La Scizia è qui forse una nuova provincia sul Danubio.
[47]. C. I. L. VI, 1001.
[48]. Sulle deduzioni dei barbari sul territorio romano si può consultare Huschke, Ueber den Census und die Steuerverfassung der früheren Römischen Kaiserzeit, Berlin, 1847, pag. 149 sg.
[49]. [Hist. Aug.], Av. Cass., 14.
[50]. È questo un giudizio dello stesso Marco Aurelio, Pensieri, II, 3.
[51]. Studi e testi, VIII (Roma, 1902): Atti di S. Giustino, 4, 8; cfr. Euseb. H. E., 5, 1, 47; Athenag. Legatio pro Christian., 1 sg.
[52]. Tertull. De anima, 30.
[53]. Cfr. O. Seeck, in Rh. Museum, 43, 611-13.
[54]. Cfr. [Hist. A.] Pertin., II, 9; C. I, L. V, 5050, l. 31; VI, 2375 a sg.; Dion. Cass. 74, 2; R. Cagnat, Praetoriae Cohortes in Daremberg et Saglio, Dict. Antiq. Graecques et romaines, IV, pag. 635.
CAPITOLO SESTO I PRINCIPII DELLA MONARCHIA ASSOLUTA
SETTIMIO SEVERO
(193-211)
44. La guerra civile e la vittoria di Settimio Severo (193-197). — Dei tre pretendenti il più accetto al senato era Pescennio: un italico, a quanto pare, di illustre famiglia. Non sembra che fosse un discepolo delle Muse, ma era un buon soldato; le sue maniere affabili lo rendevano accetto a tutti, persino ai soldati, a cui pure imponeva la più rigida disciplina. Clodio Albino, invece, era africano di nascita, come Severo; era nato in Adrumeto, da una famiglia antica e nobile; aveva molte amicizie a Roma e simpatie nel senato. Settimio Severo, infine, che nasceva da una ricca e cospicua famiglia di Leptis, era il più colto dei tre, perchè era stato educato nelle due lingue, greca e latina, aveva studiato ad Atene, ed in gioventù si era dato alle lettere. Ma primo della famiglia era entrato in senato e aveva esercitato le magistrature; era quindi un homo novus. Fosse questa la ragione o altra che non conosciamo, egli aveva meno amici in senato che i suoi rivali.
Ma se Settimio Severo era il candidato meno grato al senato, era anche quello che, governando la Pannonia, si trovava più vicino all’Italia. Risoluto e intelligente, egli seppe approfittare di questo vantaggio. Senza perdere tempo scese con il suo esercito nella valle del Po. Didio Giuliano, il quale disponeva soltanto della guardia pretoriana, e non aveva potuto neppur chiudergli i passi delle Alpi, cercò di difendersi alla meglio. Ma le forze erano troppo ineguali. I soldati lo abbandonarono; lo abbandonò la flotta e, all’avvicinarsi di Settimio Severo, il senato lo depose e condannò a morte, eleggendo il governatore della Pannonia.
Il nuovo imperatore non poteva illudersi sui sentimenti che il senato, costretto a convalidarlo con la spada alla gola, nutrirebbe sul suo conto. Ma Settimio Severo sapeva di dover combattere contro due rivali potenti, e quindi cercò di ingraziarselo. Punì i complici di Didio Giuliano; fece decretare l’apoteosi di Pertinace; promise che non avrebbe condannato a morte nessun senatore, anzi fece approvare dal senato una legge, la quale dichiarava nemico pubblico l’imperatore che ciò facesse; promise di governare, prendendo a modello Pertinace e Marco Aurelio: non esitò nemmeno a sciogliere la guardia pretoriana che aveva ucciso Pertinace e messo all’incanto l’impero, ricostituendola con i migliori soldati scelti da qualsiasi legione. Infine, per legar le mani a Clodio Albino, e per compiacere al Senato, lo dichiarò suo collega nell’impero e suo erede presuntivo, dandogli l’alto comando delle province occidentali. Ma presa questa precauzione e dati questi pegni delle sue intenzioni al senato, si volse ad attaccare in Oriente Pescennio, che si era già assicurato l’Asia e l’Egitto, la neutralità dell’Armenia e l’alleanza di parecchi principi orientali, tra i quali il re dei Parti. Severo non volle che Pescennio avesse, come Vespasiano, il tempo di assalir lui; e sapendo che la velocità era il partito migliore, non indugiò più di un mese nella capitale e subito partì alla testa di grandi forze, per l’Oriente. Respinta e bloccata una buona parte dell’esercito nemico in Bisanzio, Severo, o, piuttosto, i suoi generali sconfissero il nemico prima a Cizico, poi a Nicea e, finalmente, presso Isso. La giornata fu assai cruenta, ma il rivale fu alla fine vinto, e, nella tragica fuga, arrestato e decapitato (194). Sembra che i partigiani di Pescennio fossero duramente trattati, ma dei senatori nessuno fu condannato a morte: i più compromessi subirono la confisca di tutto o di parte del patrimonio.
Ma se Pescennio era morto, la guerra non era ancora finita, chè Bisanzio resisteva accanitamente. D’altra parte Settimio Severo non poteva illudersi che la sua vittoria gli concilierebbe il favore del riluttante senato. Perciò egli pensò di dare al suo governo un carattere di legittimità più sicuro; e nel 195 celebrò la adozione di sè medesimo per parte di M. Aurelio. Il farsi adottare di autorità da un morto, era un procedimento, alla stregua delle leggi, molto ardito, per non dire stravagante; ma facendo questa violenza allo spirito della legge ed al buon senso, egli poteva presentarsi come il continuatore degli Antonini, venerati con tanto zelo in tutto l’impero. Pare inoltre che Settimio si servisse dell’adozione per impadronirsi dell’ingente eredità di Commodo[55]. Nel tempo stesso, mentre stringeva d’assedio Bisanzio, provvedeva a domare l’Oriente; e faceva una spedizione nella Adiabene e nell’Osroene, i cui sovrani avevano favorito Pescennio. Tutto il 195 fu speso in questa spedizione e nell’assedio di Bisanzio, che capitolò finalmente nella primavera del 196. L’Oriente poteva dirsi domato. Settimio Severo si affrettò a ritornare in Italia.
Nel senato l’opposizione era forte; e poichè Pescennio era stato vinto, poneva la sua speranza in Clodio Albino. Questi a sua volta non aveva accettato di esser collega di Settimio che per aver tempo a preparar milizie contro di lui, in Gallia e in Britannia. Ormai, anzi, aveva apertamente proclamata la rivolta; aveva convocato un contro-senato; e minacciava, nuovo Vitellio, di ridiscendere dalle Alpi[56]. Come al solito, Severo non perdè tempo. Appena giunto in Italia, fece dichiarare Clodio Albino nemico pubblico dall’esercito e dal senato; persuase il senato a proclamare il figlio suo, Settimio Bassano (il futuro Caracalla), Cesare, designandolo così, quale erede dell’impero; gli fece assumere il nome venerato di Marco Aurelio, forse per compensare la violenza con cui faceva trionfare il principio ereditario, e poi partì per la guerra. L’impresa non era di piccola mole. Se vogliamo credere a Dione, Albino aveva raccolto non meno di 150.000 uomini, e altrettanti dovette opporgliene Severo; dunque, senza contare gli ausiliari, una quindicina di legioni, quante non erano mai state impiegate nelle campagne contro il Gran Re: un esercito smisurato per i tempi antichi. Anche su questa guerra poco si sa: par che il principio fosse favorevole ad Albino, e che il senato esultasse a Roma di questi prosperi successi. Ma nella battaglia decisiva a Tivurtium (Trévoux) non lungi da Lione, il nuovo pretendente fu definitivamente sconfitto (19 febbraio 197).
Questa volta la repressione fu più fiera che cinque anni prima. Settimio dichiarò al senato che la severità di Silla, di Mario, di Augusto era preferibile alla dolcezza che aveva perduto Cesare e Pompeo[57]. Ventinove senatori furono condannati a morte; un grande numero di ricchi galli e spagnuoli, che avevano aiutato Albino, furono pure giustiziati, i loro beni confiscati, e in parte divisi tra i soldati, in parte versati nell’erario, in parte presi da Severo. Con queste confische Severo incominciò a creare quella sua fortuna, che doveva essere la più grande di quante gli imperatori avevano sino allora possedute[58].
45. Il governo di Severo: suo carattere. — Il Dio della guerra aveva pronunciato il suo giudizio definitivo. Come Vespasiano, Severo era ormai, alla testa delle legioni vittoriose, l’arbitro dell’impero. Che cosa poteva fare il senato se non inchinarsi? Ma Severo non era, come Vespasiano, un italiano; era un figlio dell’Africa; di quell’Africa, dove il romanesimo era piuttosto una leggera vernice appena aderente, che copriva le passioni e le idee ataviche della razza. Severo non aveva per il senato e per le istituzioni della repubblica aristocratica, come Traiano, il rispetto di un figlio, l’ammirazione di un discepolo, la gratitudine di un beneficato. Non era nemico del senato e non voleva, di proposito, umiliarlo o avvilirlo. In tempi tranquilli, sarebbe stato uno dei tanti senatori, non meno geloso che gli altri dei privilegi dell’ordine. Ma aveva conquistato l’impero a prezzo di tremendi pericoli, contro la volontà del senato, che gli avrebbe preferito Pescennio Nigro o Clodio Albino; e conquistatolo, lo voleva tenere e godere — e qui appariva l’africano — come cosa sua e della sua famiglia. Già prima di vincere Albino, egli aveva, come abbiamo visto, fatto nominar collega il figlio e tributare grandissimi onori a sua moglie Giulia Domna, che era una siriaca di illustre famiglia e una donna molto intelligente; inoltre aveva mostrato apertamente che l’autorità imperiale doveva servire ad arricchirlo. Primo tra gli imperatori costituì un’amministrazione del patrimonio privato, nominando i procuratores privatarum rerum. Senonchè, se il senato aveva poco gradito il suo trionfo, meno ancora avrebbe gradito un governo animato da questo spirito. Non poteva quindi che diffidare del senato; e, senza combatterlo metodicamente, cercò i sostegni e gli appoggi del suo governo, non nel prestigio, nella ammirazione sincera e nella collaborazione volenterosa del grande consesso, come gli Antonini, ma nella intelligenza e nell’energia di un piccolo gruppo di servitori fidati e devoti, di ogni origine e rango; e massime nei soldati e nei cavalieri. Cresce dunque con lui l’autorità e il potere di tutti i funzionari imperiali, specialmente degli advocati fisci, del capo del fiscus, che prende il titolo di rationalis e del prefetto del pretorio. Per la prima volta il prefetto del pretorio è ammesso in senato, e per la prima volta, dopo tanti anni, non ostante la presenza del principe in Roma, riappare un nuovo Seiano, C. Fulvio Plauziano, che per un certo tempo, e sinchè non precipitò egli pure, fu più potente dello stesso imperatore. Il prefetto del pretorio diviene ora non solo il capo di tutte le truppe pretoriane, ma anche il dirigente di tutto il personale dei funzionari imperiali. I suoi poteri giudiziari si allargano: sembra che a lui competesse, oltre l’appello dalle autorità provinciali, anche la giurisdizione penale per tutto il territorio a cento miglia da Roma. Nelle province è tolto ai governatori il diritto di levare imposte; al senato, il compito di eseguire il censo, che è affidato in sua vece a funzionari imperiali tratti dall’ordine equestre. Ad accrescere il prestigio dell’ordine equestre Severo non solo concede ai cavalieri cariche prima riserbate ai senatori; ma ai cavalieri, che si sono segnalati nel pubblico servizio, accorda nuovi titoli di onore: quello di vir egregius o quello anche più alto di vir perfectissimus: onorificenze che ponevano un cavaliere alla pari di un senatore, senza farlo entrare nell’ordine; e che quindi abbassavano il prestigio del senato.
Ma di null’altra cosa Settimio Severo fu più sollecito che di far contento l’esercito. Egli è veramente l’imperatore dei soldati, che, eletto dai soldati, governa con essi e per essi. L’esercito è accresciuto di tre nuove legioni; il soldo è aumentato; ai soldati è accordato il diritto di contrarre matrimoni legittimi o qualcosa di simile[59], nonchè di passare per merito nel corpo dei pretoriani, ormai riserbato ad essi come una promozione. Ai veterani è concessa in privilegio la dispensa di ogni pubblico carico (vacatio a muneribus); agli ex-ufficiali, nuovi titoli onorifici; ai generali, donativi sontuosi. Riforma più importante: al grado di centurione — il più elevato dei gradi a cui il soldato comune potesse giungere e che corrisponde ai grado di capitano degli eserciti moderni — è annesso il rango di cavaliere. Infine agli ufficiali in congedo sono riserbati molti impieghi civili. È chiaro che Settimio Severo cercò di rinforzare l’ordine dei cavalieri e l’amministrazione con elementi presi dall’esercito, opponendo così alla nobiltà senatoria un altro ordine sociale a lui fedele e devoto; e cercando in questo i funzionari, che considerassero l’imperatore come loro capo e benefattore.
46. Severo in Oriente: la guerra con i Parti (197-198). — Un imperatore che si reggeva per il potere dell’esercito doveva essere gelosissimo della gloria e del prestigio delle armi romane. Mentre Severo combatteva in Gallia Clodio Albino, il re dei Parti aveva invaso la Mesopotamia e posto l’assedio a Nisibis; la Mesopotamia, la recente conquista di M. Aurelio, e forse la Siria, l’Armenia, la Cappadocia parevan di nuovo in pericolo. Severo non poteva tollerare l’affronto. Appena pacificata l’Europa, si accinse, nel 197, alla guerra con la Parzia. I preparativi furono grandi, ma adeguati. Vologese fu sconfitto e la via di Ctesifonte, per la terza volta, aperta alle legioni romane, che vi entrarono, e la saccheggiarono, facendo 100.000 prigionieri, tra soldati e civili. Pur troppo però, come sempre, il ritorno fu più difficile: chè il deserto, la fame, la sete inflissero all’esercito sofferenze inaudite. D’altra parte, se neppure Traiano aveva potuto sottomettere l’impero dei Parti, tanto meno poteva riuscirvi Severo, perchè da Traiano a lui l’impero si era indebolito. Inflitta una umiliazione profonda al re dei Parti, Severo fece pace, nel 198 o 199, accontentandosi dello statu quo, e forse di qualche ampliamento dei confini mesopotamici.
Ma Severo non tornò subito in Occidente. Sia che l’Oriente gli sembrasse richiedere la sua presenza, sia che preferisse star lontano da Roma e dal senato, per meglio mostrare che egli era l’imperatore delle province, sollecito degli interessi di tutti, e non il capo di una oligarchia angusta, Severo si trattenne nelle province orientali sino al 202, rinforzando la difesa, distribuendo corone ai principi vassalli, rimettendo la disciplina nelle legioni, l’ordine nel paese, e stabilendo ovunque colonie romane. Visitò anche la Palestina e l’Egitto; e dalla Palestina emanò un editto relativo ai Cristiani, che riconferma all’incirca quelli di Traiano e di M. Aurelio[60]. Ma i tempi erano inquieti, pieni di paure e di superstizione: bastò quell’editto per scatenare in tutto l’Oriente le collere ribollenti contro la minoranza cristiana, che non cessava dal crescere e che si insinuava dappertutto. Di nuovo in molte province i governatori dovettero cedere alla opinione popolare; e di nuovo piovvero le denunzie, i processi, le condanne!
47. La fine di Severo (202-208). — Nel 202 Severo ritornò a Roma, accolto da grandi feste e con grandi onori. Il senato gli decretò anche quell’arco trionfale, che sarebbe sorto sulla Via Sacra, di faccia al Campidoglio, dove ancora oggi si può ammirare. Severo ricusò la maggior parte degli onori offertigli, e perfino il trionfo; ringraziò i senatori, chiedendo loro di avere soltanto nel cuore, per lui, l’affetto che gli avevano prodigato nei solenni decreti consiliari; e si accinse a governar l’impero nella pace.
Un contemporaneo, non certo benevolo, ci descrive la giornata del nuovo Augusto. «Sin dall’alba egli era al lavoro; poscia, passeggiando a piedi, si intratteneva degli affari relativi allo Stato. Venuta l’ora delle sedute nel suo tribunale, egli vi si recava, salvo che non fosse una solenne giornata festiva, e attendeva al suo ufficio con scrupolo grandissimo. Infatti accordava alle parti tutto il tempo che esse domandavano, e a noi senatori, che giudicavamo con lui, una grande libertà di opinione. Restava in tribunale fino a mezzogiorno. Dopo egli montava a cavallo, quanto tempo poteva, o si dedicava a qualche esercizio fisico, per entrar poi nel bagno. Faceva colazione — abbondantemente — solo o coi suoi figliuoli. Per solito, dopo il pasto, dormiva, e destatosi, si tratteneva, sempre passeggiando, con dei letterati greci o latini. La sera prendeva un secondo bagno e desinava ma soltanto con i familiari e con gli intimi, giacchè egli non invitava mai alcuno e riservava i pranzi sontuosi pei giorni, in cui non poteva assolutamente farne a meno»[61].
In Roma Settimio Severo continuò e rafforzò quel suo governo, che spostava l’autorità dal senato all’imperatore e all’esercito. Ormai le resistenze venivano meno dappertutto; anche il senato si rassegnava, impotente. A che avrebbe servito una nuova congiura, anche se riuscisse, se non a scatenare di nuovo le legioni? I soldati ormai si sentivano da più del senato. Così, Settimio Severo fu, primo degli imperatori, chiamato dominus: titolo che per secoli aveva fatto orrore ai Romani. Primo degli imperatori rese giustizia non più nel Foro ma nel suo palazzo. Primo osò eguagliare l’Italia alle province, assumendo il titolo di proconsole anche per l’Italia e stanziando, oltre i pretoriani, una legione nelle vicinanze di Roma. Il provvedimento era savio; perchè la rovina di Didio Giuliano mostrava che l’Italia, non avendo altre forze militari fuorchè la guardia, era alla mercè delle legioni delle province, se queste si ribellavano. Ma un altro dei principî su cui Augusto aveva posato il governo dell’impero era tolto di mezzo.
Sei anni restò Severo in Roma, amministrando alacremente l’impero, e senza essere minacciato da congiure. La sua fortuna, la sua alacrità, la sua energia scoraggivano tutti gli odî. Nel 208 partì per la Britannia; se vogliamo credere a uno storico antico, perchè malcontento dei suoi figliuoli, Bassiano e Geta, e delle inclinazioni che ambedue rivelavano. Adottando risolutamente il principio dinastico, Settimio aveva fatto il primo con il titolo di Augusto e collega all’impero durante la guerra contro la Persia; nel 209 aveva fatto Augusto e collega il secondo. Ma novelli Commodi, i due figli non amavano che la compagnia dei gladiatori e dei cocchieri del Circo e per di più si odiavano. Per distrarli da questi piaceri, il padre avrebbe, a dire degli antichi scrittori, deliberato di fare una spedizione in Caledonia (Scozia), e forse la conquista di quel difficile paese. Per altro, da gran tempo, la Britannia era irrequieta, e il tentativo di Albino non aveva certo aiutato a calmarla.
La guerra fu lunga e difficile. Tra selve, monti e paludi, gl’indigeni si difesero con una feroce guerriglia. Solo a prezzo di gravi perdite l’esercito romano toccò l’estremità della grande isola; ma il 4 febbraio del 211 Severo moriva in Eburaco (York). Poco prima di morire non solo aveva richiamato le legioni della Scozia, ma ordinato anche l’abbandono della linea fortificata di Agricola e di Antonino Pio per tornare alle forti difese di Adriano. La spedizione quindi non aveva servito a nulla.
48. Il governo di Severo; come giudicarlo. — Settimio Severo fu un insigne soldato, ma non solamente un soldato: fu anche un uomo di grande e fine coltura. Intorno a lui, all’imperatrice Giulia Domna, alla sorella dell’imperatrice, Giulia Mesa, alle nipoti Giulia Soemia e Giulia Mammea, si raccolse una corte letterata, nella quale brillarono non pochi tra gli spiriti eletti dell’epoca. Tra questi basterà ricordare nientemeno che i giureconsulti più grandi dell’impero, Ulpiano e Paolo, che fecero parte del Consilium principis, Papiniano, che fu prefetto del pretorio. Egli quindi, in mezzo alle molte guerre dell’impero, continuò, come i suoi predecessori, il grande svolgimento del diritto razionale ed umano, che è una delle glorie maggiori di Roma. Non si può negar neppure che egli ricostruì saldamente l’autorità dello Stato, ponendo prontamente fine, come Vespasiano, alla anarchia delle legioni in rivolta; che di nuovo illustrò le armi romane, che riassestò abbastanza bene le finanze, sebbene anch’egli abbia ricorso largamente all’espediente d’adulterar la moneta. Nei suoi denarii la lega sale al 50 e talora sino al 60%. Ma egli esautorò quasi del tutto il senato, che Vespasiano aveva ringiovanito e che era stato la fonte della legalità per un secolo. Sorpreso della catastrofe di Commodo, il senato aveva sperato, prima in Pertinace, poi in Pescennio, poi in Clodio Albino: deluse tutte queste speranze, si era a poco a poco, sotto il governo di Settimio Severo, avvilito e rimpicciolito, lasciando libero il posto al crescente assolutismo militare, rinunziando a quasi tutti i diritti e i privilegi, che per tanti secoli aveva reclamati. Molto si è scritto dagli storici moderni contro il servilismo del senato sotto Settimio Severo: ma chi sappia come, in pochi anni, sotto la pressione degli avvenimenti, possa mutare la composizione, lo spirito, l’anima di una assemblea e di un ordine sociale, non si meraviglierà punto di vedere il senato romano rimpicciolirsi a questo modo, innanzi a Settimio Severo, capo vittorioso delle legioni, ossia innanzi ad una forza che, per quanto scaturita improvvisamente dalla convulsione degli eventi, esso sentì che era invincibile. Del resto, a giudicarne gli effetti immediati, questa diminuzione del senato fu un fatto benefico. Il governo di Settimio Severo fu più operoso di quello degli ultimi Antonini, perchè non fu più obbligato a tener conto, quanto costoro, della volontà, dei diritti, dei pregiudizi, dei privilegi del senato. Senonchè questo beneficio era bilanciato da un pericolo grave. Esautorato il senato, quale sarebbe, lui morto, la fonte della legalità, per il suo successore? Il principio ereditario, da solo, non bastava; sia perchè non era ancora universalmente riconosciuto, sia perchè il potere di Severo era troppo recente. Il principio ereditario doveva dunque appoggiarsi sopra un altro elemento: la volontà degli eserciti. Messo in disparte il senato, gli eserciti diventano ormai, come regola, quel che sinora erano stati solo ogni tanto e quasi accidentalmente, il potere che sceglie o riconosce gli imperatori, che ne legittima l’autorità. Ma che cosa erano ormai gli eserciti, se non un’accozzaglia di tutte le razze dell’impero, nella quale abbondavano i barbari appena dirozzati? Le terribili conseguenze di questo rivolgimento non tarderanno molto a mostrarsi.
Da Settimio Severo si può sicuramente datare il principio della monarchia assoluta. Egli è il primo degli imperatori che, appoggiandosi sull’esercito, sostituisce apertamente, senza esitazioni, l’autorità sua e quella dei funzionari dipendenti da lui all’autorità del senato. Sarebbe impossibile dire se egli invece avrebbe, volendo, potuto essere un secondo Vespasiano; e se questo mutamento dipese dalla sua ambizione o dalla forza invincibile degli eventi. Ma da questo mutamento, volontario o necessario che fosse, procedè la immane catastrofe che ora ci accingiamo a narrare e della quale quindi Settimio Severo è per la sua parte responsabile innanzi alla storia[62].