3. — Una guerra senza limiti.

Nelle guerre precedenti, anche nella guerra del 1870, solo una parte della nazione aveva combattuto: la parte giovane, valida e già istruita alle armi. In questa guerra già parecchie tra le maggiori nazioni belligeranti non badano più, per far numero, nè alla età, nè alla debolezza, nè alla impreparazione, nè alle condizioni di famiglia: ogni uomo capace di imparare in poche settimane a maneggiare un fucile è preso e mandato alla guerra: anzi si può dire che perfino i vecchi e le donne siano stati mobilizzati, perchè quelli che non combattono negli eserciti, sostituiscono nelle opere civili i combattenti, curano i feriti, aiutano le famiglie orbate del capo. È il caso di chiedersi se la guerra europea non sarà terminata da giovinetti imberbi e da vecchi canuti. Era sembrata cosa unica e immensa che nella guerra della Rivoluzione e dell’Impero tutta l’Europa avesse prese le armi: questa volta combattono l’Europa, l’Asia, l’Africa, l’Australia; e chi si meraviglierebbe, se dopo la Turchia e l’Italia anche gli Stati balcanici prendessero le armi; e se un giorno fossero, se non dichiarate le ostilità, rotti i rapporti diplomatici tra la Germania e gli Stati Uniti? Quando la guerra scoppiò, tutti pensammo che più di tre mesi non poteva durare: dieci mesi sono passati, chi osa più sperare che non debba durare un pezzo ancora, almeno se non interviene un miracolo? Già tutti gli Stati preparano la seconda campagna invernale. Pur essendo certo che anche la guerra europea, come ogni altra cosa al mondo, avrà quando che sia una fine; pur apparendo probabile che debba terminare con uno scioglimento subitaneo e inaspettato, nessuno, per quanto aguzzi gli occhi, riesce a scorgere innanzi a lui quel limite insuperabile verso il quale pure cammina e al quale avrà fine anche questa nuova pazzia delle genti umane. Nè si vede quale sia il limite a cui voglia finalmente dar di freno al furore una delle parti belligeranti, quella che sembra essersi proposto di combattere senza riconoscere nè leggi, nè convenzioni, nè regole, nè principî o di pietà o di umanità o di qualsivoglia altra natura....

Neppure la leggenda aveva mai sognato quello che oggi i nostri occhi vedono: nè tante miriadi di combattenti, nè tante e così lunghe battaglie, nè tanta mole di strumenti mortiferi, nè tanta distruzione di vite e di averi, nè tanto accanimento e furore di animi. Viviamo in un secolo che è il più potente tra quanti sono apparsi sulla terra; ma che non vuole nè freni nè limiti e quindi non ha discernimento: crea e distrugge, fa il bene e fa il male, secondo l’interesse o le circostanze o il mutabile umore lo spingono e sempre a modo suo, cioè in grande. Per tre generazioni aveva atteso a colonizzare nuove terre, ad aprire nuove vie, ad accrescere la ricchezza, gli strumenti e il sapere, a istruire e a disciplinare la moltitudine; e aveva fatti prodigi di bene. Ma quando, preso da subita follia, ha volte le sue forze alla distruzione, ha compiuto tale uno sterminio, un flagello, un orrore che per secoli gli uomini allibiranno al ricordo. Le stesse virtù di cui l’Europa ha saputo far mirabile prova — la concordia, il patriotismo, lo spirito di sacrificio — non sono proprio le ragioni per cui la guerra dura così ostinata e terribile? Tedeschi, francesi, belgi, serbi, russi, austriaci da dieci mesi combattono: ora vincono gli uni ora gli altri; milioni di uomini sono caduti; eppure la guerra continua: perchè? Perchè non eserciti e Stati guerreggiano oggi, ma popoli tutti egualmente risoluti a vincere, a qualunque prezzo, perchè tutti esaltati da quella mistica idea della patria, che negli uni infiamma l’orgoglio ed esalta la prepotenza, negli altri esaspera il risentimento dell’aggressione e quindi l’ardore della vendetta. Perciò le sconfitte e le vittorie non sono mai decisive; ed è forza sempre ricominciare. Le battaglie che non riescono — e quelle che ci riescono sono poche — ad annichilare le forze di uno degli avversari, non operano se non per l’impressione che fanno sulle menti: un popolo può dunque essere sconfitto non una ma dieci volte, senza essere vinto, sinchè non disperi della vittoria. I Romani antichi l’hanno provato in cento guerre. Non c’è forse popolo che abbia subite più disfatte e vinte più guerre.

Ci eravamo dunque troppo illusi gloriandoci che la nostra civiltà fosse la più perfetta tra tutte quelle che l’avevano preceduta? Parrebbe. A tutto c’è compenso nella vita. Certo gli uomini del medio evo erano molto più poveri, più rozzi, più ignoranti di noi; non potevano viaggiare in ferrovia nè volare, nè navigare sotto l’acqua; ma non imaginavano neppure gli orrori a cui oggi l’Europa assiste queta queta, quasi indifferente: città incendiate, milioni di uomini trucidati, fatti a pezzi, bruciati vivi, polverizzati da esplosivi infernali, navi che in pochi minuti sprofondano con gli uomini, bare immani di vivi. Onde l’Europa era nel 1315 un paradiso, a paragone dell’Europa quale è nel 1915: meraviglioso effetto di sei secoli di progresso, del quale hanno oggi ragione di sorridere ironicamente i cinesi, gli indiani, i musulmani e tutti i popoli che così leggermente avevamo maltrattato di barbari; e del quale del resto anche molti europei oggi dubitano amaramente. Quanti si chiedono ogni giorno, scuotendo il capo, se questo, proprio questo è il celebrato progresso del secolo! Tirar via e oltrepassare la domanda in silenzio come tutti avevamo fatto sinora, slanciandoci nel folto dell’azione e quasi pretendendo rispondere, non con parole ma con le opere, non si può più, se volendo progredire senza perdere tempo a chiederci che cosa è il progresso e scambiando per progresso vero tutto quel che lì per lì giovava e piaceva, ci è capitato di dover fare in pochi mesi un gran rogo dei tesori accumulati in molti anni, noi che ci gloriavamo tanto di accrescere la ricchezza del mondo; e di dover assistere freddi alla strage di milioni di giovani, noi che ci eravamo sentite viscere fraterne perfino per i muli, i cavalli ed i cani! Le moltitudini hanno diritto di chiedere alle classi che in nome del progresso le hanno condotte a questa prova, se esse sono state ingannate; i cinesi, gli indiani e i musulmani hanno ragione di chiedere se anche la guerra europea è prova di quel meraviglioso progresso, nel quale noi crediamo con tanta fede e che vogliamo imporre con la forza anche alla loro rassegnazione. E quanti sono oggi sicuri, proprio sicuri, che i tempi, impauriti e inorriditi, non risponderanno rinnegando come una menzogna il progresso di cui l’Europa si vantava?