I.

Nel 1866, quando si stava trattando la pace tra l’Italia, l’Austria e la Prussia, e già era trapelato che l’Italia riceverebbe il Veneto, ma non il Trentino nè l’Istria, Giuseppe Mazzini pubblicò nell’Unità Italiana del 25 agosto uno scritto per chiarire al popolo i danni e i pericoli di siffatta pace. In quello scritto le rivendicazioni nazionali dell’Italia sono enumerate e illustrate con tanta abbondanza di argomenti, con tanta chiarezza e dottrina, con tanto colore e calore di eloquenza, che io non so resistere alla tentazione di citarne il brano capitale.

«Le Alpi Giulie son nostre come le Carniche delle quali sono appendice. Il litorale Istriano è la parte orientale, il compimento del litorale Veneto. Nostro è l’Alto Friuli. Per condizioni etnografiche, politiche, commerciali, nostra è l’Istria; necessaria all’Italia come sono necessari i porti della Dalmazia agli Slavi meridionali. Nostra è Trieste, nostra è la Postoina o Carsia, ora sottoposta amministrativamente a Lubiana. Da Cluverio a Napoleone, dall’Utraeque (Venezia e Istria) «pro una provincia habentur» di Paolo Diacono al «due gran montagne dividono l’Italia dai barbari; l’una addimandata Monte Calvera, l’altra Monte Maggiore nominata» di Leandro Alberti, geografi, storici, uomini politici e militari assegnarono all’Italia i confini accennati dall’Alighieri e confermati dalle tradizioni e dalla favella. Ma, s’anche diritti e doveri fossero or poca cosa per gli Italiani, perchè dimenticherebbero l’utile e la difesa? Dai paesi dell’Alto Friuli scesero nel 1848 le forze che ci sconfissero in Lombardia e isolarono Venezia. E l’Istria è la chiave della nostra frontiera orientale, la porta d’Italia dal lato dell’Adriatico, il ponte che è fra noi, gli Ungaresi e gli Slavi. Abbandonandola, quei popoli rimangono nemici nostri: avendola, sono sottratti all’esercito nemico e alleati del nostro.

«Nostro — se mai terra italiana fu nostra — è il Trentino: nostro fino al di là di Brunopoli, alla cinta delle Alpi Retiche. Là sono le Alpi interne o Prealpi: e nostre sono le acque che ne discendono a versarsi, da un lato, nell’Adige, dall’altro, nell’Adda, nell’Oglio, nel Chiese, e tutte poi nel Po e nel Golfo Veneto. E la natura, gli ulivi, gli agrumi, le frutta meridionali, la temperatura, a contrasto colla valle dell’Inn, parlano a noi e al viaggiatore straniero d’Italia: ricordano la X Regione italica della geografia romana d’Augusto. E italiane vi sono le tradizioni, le civili abitudini: italiane le relazioni economiche: italiane le linee naturali del sistema di comunicazioni: e italiana è la lingua: su 500.000 abitanti, soli 100.000 sono di stirpe teutonica, non compatti e facili a italianizzarsi.

«Ma, s’anche foste, o Italiani, incapaci di sentire il vincolo nazionale d’amore che annoda le vostre terre con quelle 246 miglia quadrate giacenti al di qua delle Alpi — s’anche poteste esser immemori dei Trentini che morirono per la causa d’Italia e combattevano ieri per essa nelle vostre file — s’anche il cannone che serbate in Alessandria col nome Trento, tra i cento che anni sono il patriottismo del Paese vi dava non dovesse essere rimorso a voi, ironia pei Trentini — non dimenticate almeno che il Trentino è l’altra porta d’Italia; non dimenticate che monti, fiumi, valli di quelle Prealpi, sino al lago di Garda formano un vasto campo trincerato dalla natura, chiave del bacino del Po — che l’Alto Adige taglia tutte le comunicazioni tra il nemico e noi; e ad essere sicuri bisogna averlo; che là si concentrano tutte le vie militari conducenti per la valle del Noce e il Tonale a Bergamo e Milano, pel Sarca e pel Chiese a Rocca d’Anfo, per la riva sinistra dell’Adige a Verona, per le sorgenti del Brenta a Bassano: — che il Trentino è un cuneo cacciato fra la Lombardia e la Venezia, non concedente che una zona ristretta alle comunicazioni militari dirette fra quelle due ali dell’esercito nazionale: — che mentre il nemico, giovandosi dell’Istria e dei passi dell’Alto Friuli da voi concessi, opererebbe a oriente sul Veneto, gli rimarrebbe aperta l’invasione a occidente pel passo di Colfredo, per la valle d’Ampezzo e per quella di Agordo; che tutte le grandi autorità militari, fino a Napoleone, statuirono unica valida frontiera all’Italia essere quella segnata dalla natura sui vertici che separano le acque del Mar Nero e quelle del seno Adriatico.

«Accettando voi dunque, o Italiani, la pace che v’è minacciata, non solamente porreste un suggello di vergogna sulla fronte della Nazione — non solamente tradireste vilmente i vostri fratelli dell’Istria, del Friuli e del Trentino — non solamente tronchereste per lunghi anni ogni degno futuro all’Italia condannandovi ad essere potenza di terzo rango in Europa; non solamente perdereste ogni fiducia di popoli, ogni influenza iniziatrice con essi; ma sospendereste voi stessi sulla vostra testa la spada di Damocle dell’invasione straniera. E questa spada di Damocle significa per voi impossibilità di sciogliere o di scemare l’esercito: importa impossibilità di economie, incertezza d’ogni cosa, assenza d’ogni fiducia per parte dei capitalisti e d’ogni pacifico sicuro sviluppo di vita industriale, diminuzione progressiva di credito, accrescimento progressivo di disavanzo, impossibilità di rimedi, rovina economica e fallimento: importa — dacchè non tutti fra voi si rassegneranno — agitazione crescente, perenne: discordia più che mai accanita di parti; guerra civile in un tempo più o meno remoto, ma inevitabile»[1].