II.

Così nel giorno 24 luglio ciascuna delle grandi Potenze aveva preso, come si suol dire, posizione. Sola la Francia aveva dichiarato di non poter esprimere un’opinione definitiva, aspettando che la Russia chiarisse meglio il suo pensiero.

La notte porta consiglio — dice il proverbio. Conviene supporre che nella notte tra il 24 e il 25 Pallade Atena comparisse all’insonne capezzale degli uomini che governavano la Germania, come nella Iliade. Il 25, infatti, il Governo tedesco muta metro e stile. Non ammonisce più le Potenze europee, con quel fare metà consiglio e metà minaccia, a non mettere il dito tra Austria e Serbia. Ma si chiude in un ottimismo indolente e procrastinatore, come se le faccende di questo basso mondo, e tra quelle il litigio tra Serbia e Austria, non l’interessino più. Il von Jagow, ministro degli esteri per il regno di Prussia, dichiarò prima all’ambasciatore inglese e poi all’incaricato di affari russo che il Governo imperiale acconsentiva a trasmettere al Governo austriaco la domanda del Governo russo perchè l’Austria allungasse alla Serbia il termine concesso per suicidarsi, pur dubitando di arrivare a tempo. Soggiunse esser sicuro che l’opinione russa si rassicurerebbe quando conoscesse le vere intenzioni dell’Austria, quali il Berchtold le aveva esposte. Negò che ci fosse pericolo di guerra generale: tutt’al più poteva scoppiare guerra tra Austria e Serbia! Dichiarò infine che la Germania voleva la pace e che era pronta a interporsi quando davvero la pace europea pericolasse. Quel giorno stesso a Parigi, a mezzogiorno preciso, l’ambasciatore di Germania si recò al Quai d’Orsay per dire al Governo quanto gli spiacesse che una gazzetta, l’Echo de Paris, avesse potuto qualificare di «minaccia teutonica» quella tal «nota» tedesca del giorno precedente sugli «effetti incalcolabili». Ma che minaccia! Il Governo tedesco aveva inteso di dire soltanto che desiderava il conflitto non avesse troppo ad allargarsi — desiderio onesto e lecito se altro mai. Aggiunse infine il barone Schoen che tra Austria e Germania non c’era nessun accordo (G. B., 13; L. Giallo, 41-43).

A paragone insomma della «nota» del dì precedente, i discorsi del 25 erano assennati e concilianti. Per quale ragione la Germania aveva addolcite le troppo chiare note del 24? Tiri a indovinarlo chi vuole: per chi scrive, questo è un primo mistero. Pur troppo però in questo stesso giorno l’Austria, che il giorno prima aveva cercato di rassicurare Russia e Inghilterra, a parole, non vuol compiere il solo atto che, meglio di mille discorsi, avrebbe potuto tranquillare gli animi a Pietroburgo. Il 25 il signor Koudachew, l’incaricato d’affari russo, andò invano in traccia del conte Berchtold, per chiedergli, a nome del suo Governo, di prolungare alla Serbia il tempo. Il conte aveva pensato di andare ad Ischl. Il Koudachew dovette presentargli la domanda per telegrafo; e il Berchtold, a volta di telegrafo, gli rispose di no (L. Arancio, 11-12; L. Giallo, 43).

La Germania parlava saviamente, ma l’Austria agiva da nemica. Sir Grey, quando seppe che l’Austria aveva ricusato di prolungare il termine, subito la vide brutta. Invano l’ambasciatore d’Austria tentò di rassicurarlo, confidandogli quel tal segreto pensiero del conte Berchtold: che se la Serbia non facesse risposta soddisfacente, il Governo austriaco avrebbe, sì, richiamato il ministro da Belgrado, ma non avrebbe compiuto veri e propri atti di guerra. Altro che sottigliezze diplomatiche e distinzioni giuridiche di questa specie! Il Grey temeva che la Serbia non potesse dar soddisfazione all’Austria; che il grande impero austro-ungarico e il piccolo regno serbo avrebbero rotto tra poche ore, Austria e Russia mobilizzato tra un giorno o due; non c’era dunque neppure un minuto da perdere, se si voleva salvare la pace. Invece di dar retta alle singolari confidenze dell’ambasciatore austriaco, il Grey mandò a chiamare l’ambasciatore di Germania; gli disse che le quattro grandi Potenze dovevano impegnarsi a non mobilizzare e, tutte d’accordo, chiedere all’Austria e alla Russia di non procedere a nessun atto di guerra, finchè esse cercherebbero un accordo; aggiunse le più vive istanze perchè la Germania assentisse e partecipasse, poichè dal concorso della Germania gli pareva discendere l’esito della mossa. Solo se la Germania partecipasse, il passo riescirebbe fruttuoso. Il Lichnowski parve tôcco dalla parola del ministro. Assentì che l’Austria poteva accettare che quattro grandi Potenze si interponessero mediatrici non tra essa e la Serbia, ma tra essa e la Russia (G. B., 26; L. Arancio, 22).

Ma Sir Grey aveva ragione di essere inquieto e di non voler perdere tempo. Quel medesimo giorno il ministro di Austria e di Ungheria a Belgrado chiedeva i passaporti e partiva. Seguendo i consigli della Russia, della Francia e dell’Inghilterra, la Serbia si era dichiarata pronta a sgozzarsi al cenno dell’Austria con tanta buona volontà, che non si può a meno di pensare essa sapesse già che l’Austria non si accontenterebbe neppure di quell’offerta. L’Austria infatti dichiarò che la Serbia faceva le viste di volersi suicidare con un finto coltello; e sebbene il piccolo regno slavo avesse accettati quasi tutti i capi della «nota», dichiarò che l’aveva respinta (L. Rosso, 30). Gli imparziali conchiusero che l’Austria non voleva vendicare la strage di Serajevo, ma accattare un pretesto di guerra (G. B., 41). Il momento di fare il passo decisivo per tentare un accordo era dunque giunto.