III.

Quanti esempi si potrebbero citare! Basti uno, tratto da studi con cui ho maggiore domestichezza; e che forse apparirà memorando agli uomini, il giorno in cui saranno guariti da questa malattia: la questione omerica. L’Iliade e l’Odissea — tutti lo sanno — sono i due solenni monumenti di poesia che fiancheggiano le porte della nostra storia. Incomincia da quelli la letteratura dell’Europa. Non è dunque meraviglia che in tutti i secoli essi siano stati oggetto di molti e diligenti studi. Ma per quanto siano grandi le libertà che di solito i critici si arrogano nell’interpretare, commentare e ammirare i capolavori, i cui autori sono morti da un pezzo, i critici avevano per secoli rispettati almeno due limiti, nel trattare quei due venerandi decani della letteratura. Uno di questi limiti era la tradizione, la quale ci raccontava che nell’ottavo secolo a. C. era vissuto un poeta, chiamato Omero, il quale aveva composti i due poemi e di cui ci narrava alla meglio la vita. Sebbene la tradizione fosse manchevole, lacunosa e non in ogni parte concorde, gli uomini avevano creduto per secoli di rispettarla, pensando che in fin dei conti gli antichi erano in grado di saper da chi, quando e come erano state scritte l’Iliade e l’Odissea meglio di noi; e che se già gli antichi avevano dimenticato il vero nome dell’autore, era poco probabile che potessimo ricordarcene noi. L’altro limite era ancora più umile, perchè era posto dal buon senso; il quale pretende che, come ogni figlio ha un padre, così ogni libro debba avere un autore; e che se tutti i libri che noi possediamo sono purtroppo stati scritti da uno sciagurato, che un bel giorno ha intinto la penna nel calamaio e ha incominciato a scrivere la prima parola, continuando sino all’ultima pagina, così dovrebbero essere state scritte anche l’Iliade e l’Odissea. Se dunque la tradizione e queste considerazioni del senso comune non soddisfacevano a pieno il nostro desiderio di sapere, almeno furono per secoli le colonne d’Ercole, oltre le quali la curiosità degli uomini non osò avventurarsi, sinchè non sopraggiunse la scienza tedesca. Questa, senza esitare, varcò anche quei limiti; e il castigo non mancò: invece di continuare a rinfrescar la mente in quella viva onda di poesia, gli uomini si scervellarono a voler risolvere l’insolubile problema di rifar la storia di un’opera, intorno a cui non ci sono più notizie; architettarono e discussero sul serio le ipotesi più insensate, studiarono e scrissero molto, ma non conchiusero nulla; finchè uno sciagurato portò le rozze manaccie sul capolavoro immortale, osò spezzarlo per ricostruire, egli, in Germania, l’Ur-Ilias, la vera Iliade.