III.

Non sono dunque nè poche nè di poco momento le ragioni che spingerebbero oggi l’Italia a unire le proprie armi a quelle che già fanno guerra agli Imperi germanici. Sono ragioni così vitali che, se l’Italia resterà con le braccia incrociate, è facile prevedere possa riceverne un colpo mortale. Si dovrebbe quindi credere che in Italia popolo e Governo siano uniti e concordi nel deliberato proposito di rompere gli indugi e di affrettare il destino. Molti stranieri infatti sono di questo pensiero; e di giorno in giorno aspettano che l’Italia si muova. Ma passano le settimane e i mesi, senza che il gran gesto si compia: onde ogni tanto molti voltano la testa sorpresi verso il Mediterraneo e la penisola che in quella è chiusa, come chiedendo: «Ma che cosa dunque aspetta l’Italia?». Quante lettere mi giungono ogni settimana, da ogni parte, che mi pongono tutte la grande questione: «Ma l’Italia cosa fa? Quando suonerà l’ora del destino?».

Eppure è così. Gli stranieri si ingannano. Quella volontà concorde, risoluta ed unanime di tutti, che molti stranieri suppongono, non esiste ancora. L’Italia è perplessa e divisa. C’è ancora chi pensa che l’Italia avrebbe dovuto scendere in campo con l’Austria e la Germania contro la Francia, la Russia e l’Inghilterra. C’è chi vuole che l’Italia conservi la neutralità sino alla fine della guerra; e chi vuole infine, che essa intervenga a fianco della Francia, dell’Inghilterra e della Russia contro l’Austria. Di queste tre opinioni, la prima ormai non è professata apertamente che dai pochi fedeli della Triplice ancora superstiti; tra la seconda e la terza è diviso quasi tutto il Paese; ma sebbene non sia cosa facile fare il conto di quelli che professano l’una e di quelli che professano l’altra opinione, non è dubbio che la maggioranza parteggia per la neutralità. Se guardiamo al mondo politico, noi troviamo infatti apertamente favorevoli alla neutralità il partito socialista e il partito clericale; apertamente favorevoli all’intervento il partito repubblicano, il partito riformista, che raccoglie la parte più moderata del partito socialista, e il partito radicale; incerto e perplesso il partito liberale, che è nel Parlamento il più numeroso. Ma il partito socialista e il partito clericale hanno un seguito ben più numeroso che non il partito radicale, il partito repubblicano e il partito riformista.

Se dai partiti politici si passa al Paese si può affermare che il popolo — i contadini e gli operai — sono quasi tutti avversi ad ogni guerra, anche alla guerra contro l’Austria. I ceti industriali, commerciali e finanziari sono più favorevoli alla pace che alla guerra; ma la maggiore istruzione facendo chiaro a molti che in questo mondo non basta voler la pace per averla, questi ceti si rassegnano alla guerra, se questa sarà necessaria, come a una disgrazia che non c’è mezzo di schivare. Bellicose — con maggiore o minor fervore — sono invece le classi istruite: la burocrazia, i giornalisti, gli insegnanti delle scuole, molti professionisti. Quasi tutti i giornali largamente diffusi predicano la guerra all’Austria.

Anche più difficile è il distinguere tra regione e regione. Differenze da città a città non mancano mai, in Italia; ma questa volta sono più incerte e confuse che di solito. Pare che il Veneto, il quale confina con l’Austria, sia favorevole alla guerra. Il Piemonte invece l’avversa risolutamente, mentre la Lombardia e la Liguria sono divise. Nell’Italia centrale ci sono regioni, come la Romagna, dove lo spirito bellicoso, forse per opera del partito repubblicano, è entrato nella moltitudine; ma anche nell’Italia centrale il partito favorevole alla neutralità è forte. Si dice invece che il desiderio della guerra prevalga nell’Italia meridionale e in Sicilia. Molte persone che conoscono a fondo quei paesi me l’hanno ripetuto.