III. LA CRISI DI MAGGIO E LA GUERRA

1. — L’ultima esitazione.

Che l’on. Giolitti si proponesse, se non di accettare definitivamente, di discutere le ultime concessioni dell’Austria e di tenere l’Italia almeno per qualche tempo ancora in disparte dal grande conflitto, è cosa ormai manifesta e che del resto non meraviglia. La guerra tra l’Italia e l’Austria è stata l’opera dei «pennaroli» — come li chiamava quel Borbone, che li spregiava e temeva; dell’«intelligenza» come oggi si dice qualche volta non senza pretensione e seguendo un vezzo tedesco; della gente di cappa e di penna insomma, o, per parlar più alla buona, delle classi colte: giornalisti e poeti, professori e avvocati, studenti ed artisti. Ma tra queste classi e l’on. Giolitti non c’è mai stato buon sangue. L’uomo che per tanti anni ha governata l’Italia è un fonditore che maneggia la fiamma, non una falena che ci si butta dentro; un uomo di Stato, simile a tanti altri che l’Italia ha generati in tutti i secoli, freddi e cauti nel fuoco delle passioni che attizzano per governare. Poteva l’«intelligenza» del Paese mandar la Poesia e la Storia, la Geografia e la Filologia, la Retorica e la Strategica, tutte le Muse per i trivii e le piazze a bandire la guerra: sinchè il popolo tirava via sbadato, lasciando queste nobili signore predicare a un piccolo cerchio di già convertiti; sinchè il suffragio universale non avesse dato il suo consenso alla guerra, l’uomo di Stato, che il suffragio universale aveva imposto all’Italia riluttante, avrebbe considerato savio consiglio cercare sino all’ultimo di conciliare le aspirazioni degli uni e le riluttanze degli altri tentando una via di mezzo. Chè null’altro se non una via di mezzo tra l’intervento e la piena neutralità erano i compensi da ottener per trattato.

Così pensando, il princeps del Parlamento teneva fede al suo modo proprio di vedere e di governare, anche se, come altre volte, si dimostrava un po’ troppo sollecito soltanto delle difficoltà immediate e dei primi effetti. Quando l’8 maggio egli partì da Torino alla volta di Roma, la situazione era ancora quale l’avevo descritta sul finire di gennaio nelle pagine mandate all’Atlantic Monthly e ristampate in questo volume. In alto il partito germanofilo che, piccolo e schivo di apparire, ma attivo e potentissimo, non tralasciava sforzi, pur dissimulandoli, per impedire la guerra: in basso le plebi o apatiche o avverse; tra quello e queste, a mezza costa, le classi medie, incerte e desiderose se si potesse, di schivare la prova; i due partiti di maggior seguito — il clericale e il socialista — per la prima volta concordi nel chiedere che l’Italia non prendesse le armi; il Parlamento in maggioranza avverso all’intervento, la Camera, perchè paurosa del suffragio universale, il Senato, perchè cariato di germanesimo sino alle ossa. Insomma, il Paese più incline a pace che a guerra; ma tutto cosparso di piccoli e focosi stormi di partigiani della guerra, accorsi dalle biblioteche, dalle scuole, dagli uffici dei giornali, dai partiti di poco seguito, come il riformista e il repubblicano; e rinforzati da non pochi dispersi e fuorusciti di tutti gli altri partiti. Dimodochè chi guardava al Paese solo e considerava lo stato degli animi, poteva conchiudere, che il capo della maggioranza avesse il diritto e il dovere di andare a Roma a rovesciare il Ministero, che preparava in segreto la guerra; e non poteva dubitare che riuscirebbe. Autorevolissimo a Palazzo, così potente nel Parlamento da averlo forzato ad approvar perfino la legge del suffragio universale, egli poteva fare assegnamento per quella sua mossa lungamente studiata sulla piazza, sulla maggioranza del Parlamento che questa volta era d’accordo con lui, sul partito socialista, sul partito clericale, e sul consenso, sia pure generico, del maggior numero che, senza troppo stillarsi il cervello a pensare il pro e il contro, chiedeva la pace perchè temeva la guerra. Gli stava invece a fronte un Ministero, il quale aveva vissuto sino allora delle sue elemosine di fiducia; alcuni giornali diffusi; alcuni partiti che avevano più ardore che seguito; e quegli stormi di propagandisti focosi: poca gente, a contarla, per quanto facesse un rumore indiavolato.

L’autore di queste pagine aveva sul finire di gennaio scritto all’Atlantic Monthly e aveva ripetuto in diverse occasioni, a gazzettieri dei due mondi venuti a chieder la sua, del resto punto autorevole, opinione, che a suo giudizio l’Italia sarebbe stata presto o tardi costretta alle armi. Ma egli pure, ogni tanto, si chiedeva per che canale questa necessità e fatalità storica irromperebbe nei fatti, rovesciando le opposte volontà degli uomini e dei corpi legali; e non riusciva, per quanto aguzzasse il pensiero, a imaginarlo. Ben pochi furono i partigiani dell’intervento, i quali, la mattina dell’11 maggio, quando videro delinearsi chiaramente nei giornali consapevoli e partecipi la mossa del potentissimo parlamentare, non ebbero per spacciata la loro causa. Soltanto un colpo di Stato poteva ormai salvarla: ma chi poteva supporre che il Ministero avesse muscoli per un colpo di Stato? Quando ad un tratto, qua e là, qualche esasperato partigiano della guerra grida al vento, tanto per sfogare la rabbia, pur sapendo che il vento la disperderà, una parola vaga e terribile: tradimento! Ed ecco — oh sorpresa! — quel grido non si perde; altre voci più numerose e più lontane rispondono da varie parti «tradimento, tradimento!»: i primi, incoraggiati, urlano più forte; gli altri rispondono più numerosi; e in poche ore il grido ripetuto, ripreso, scritto a carbone sui muri, impresso a stampa su cartelli, ingrandito dai megafoni dei giornali, vola di quartiere in quartiere, di villaggio in villaggio, di città in città, da un mare all’altro. Tutti i partigiani della guerra — repubblicani, riformisti, radicali, moderati — stringono una fulminea alleanza; le dimostrazioni si ripetono in tutte le città, ingrossano, infuriano; i giornali dànno assalti furibondi; in tutta Italia si leva un immenso clamore, un turbine di invettive, un ciclone di collera che investe l’uomo più potente d’Italia, i suoi amici, il suo partito, il principe di Bülow, gli Imperi centrali, e a cui nessuna forma morale — libera od organizzata — ha saputo resistere. Intimiditi e stupefatti i socialisti non si sono mossi; la piazza, su cui il partito della pace faceva tanto assegnamento, si è vuotata come per miracolo; i clericali si sono appartati, come il pubblico sorpreso e disorientato, quella parte almeno che non ha fatto coro, vinta dall’esempio, con i fischianti e gli urlanti; amicizie, convinzioni, interessi, speranze, tutti i nodi che legavano al suo capo quella potente clientela, di cui abbiamo nelle pagine antecedenti studiata l’origine e la struttura, si sono sciolti: l’uomo che sino al giorno prima era l’arbitro della pubblica cosa, è stato isolato nella sua casa: e nel grande vuoto fattosi intorno a lui la folla insorta è passata correndo, e non trovando inciampo o barriera, è giunta trafelata alle porte di Montecitorio; ci ha fatto irruzione; e gridando, rompendo vetri, fracassando mobili, malmenando i malcapitati amici dell’antico ministro ha imposto il Ministero e la guerra.

2. — Il ciclone.

Chi non ha sentito, in quei giorni, prorompere da ogni parte quelle forze ignote e latenti, che sono il fenomeno più terribile e grandioso della storia? Senonchè giova soffermarsi un istante ad analizzare quanto è possibile queste forze ignote e latenti che hanno dichiarata, per conto del Governo ma per propria iniziativa, la guerra all’Austria, se si vuole intendere quel che è successo e quel che oggi importa di fare.

Quando, la mattina dell’11 maggio, il pubblico intravide che il capo della maggioranza si apprestava a terminare, secondo il modo usato, l’interregno durato più di un anno, e, ripreso il potere, a ripigliare i negoziati con l’Austria-Ungheria, un pensiero balenò subito a molti, che pur conoscevano ancora imperfettamente il vero stato delle trattative. «L’Italia farà come la Grecia!». E pur non sapendo precisamente che cosa l’Italia dovesse e potesse fare, si sentirono umiliati ed offesi, prevedendo che l’Europa non perdonerebbe all’Italia quel che aveva potuto perdonare alla Grecia. Altri furono offesi da quel consiglio troppo aperto di mercanteggiare freddamente sino all’ultimo il sangue e la pelle della Serbia, come da un egoismo che ledeva l’onore. Altri si sentirono stringere il cuore, pensando al nuovo schianto delle rinate speranze degli italiani soggetti all’Austria. Altri smaniò per l’occasione che l’Italia stava per perdere; o si infuriò per le sospettate e sussurrate ingerenze del principe di Bülow nelle faccende interne del Regno; o si dolse del vantaggio che deriverebbe agli Imperi germanici da questo trionfo diplomatico. Ci fu chi temè il risentimento delle Potenze della Triplice Intesa e il giudizio del mondo aspettante; e chi avendo tollerato a stento già due interregni e luogotenenze, perdè la pazienza appena vide che si voleva ricominciare il gioco, e in cospetto dell’Europa in armi, questa volta! Molti si sdegnarono per la strapotenza di quell’uomo che anche nella vita privata comandava a tutti e occupava un posto intermedio tra il Presidente del Consiglio e il Sovrano. Altri che dalla consorteria da lunghi anni dominante erano stati o esclusi o offesi o maltrattati o solo anche non favoriti, e che pure erano stati sino al giorno prima tepidi fautori dell’intervento, vollero la guerra appena si accorsero che la guerra poteva diroccare la consorteria dominante. Quanti odî inveterati, che si nascondevano perchè ormai disperavano della vendetta, sono ricomparsi tutti allegri nella via, gridando e strepitando, non appena sentirono che il giorno della vendetta era finalmente spuntato! È sorte comune di tutti i Governi invecchiati aver pochi nemici palesi e molti nemici occulti, i quali sbucano da tutte le parti a viso scoperto, appena quelli vacillano.

Ma su questi sentimenti così diversi grandeggiò in tutti uno spavento comune: che della pace e della guerra dovesse decidere il Parlamento. Il Parlamento non è stato pur troppo mai, in Italia, una istituzione di molto vigore. Ma è maggiormente scaduto da dieci anni in qua, a mano a mano che quel potere tra costituzionale e personale di cui abbiamo già tenuto discorso negli studi precedenti, ha vuotato l’Istituto parlamentare del suo midollo vitale — i partiti, la discussione, il principio di maggioranza — non lasciandone in piedi, come certi alberi stravecchi, che la morta corteccia, una apparenza e una finzione, per governare facilmente e senza contrasto. Si fecero rari nel Parlamento gli uomini, i gruppi e i partiti che avessero autorità; non rimasero che uomini, gruppi e partiti i quali avevano del potere; e il Paese sospirava e ogni tanto si doleva a parole di questo decadimento, ma non cercava o tentava nessun rimedio; anzi approfittava del male senza scrupolo, allorchè se ne porgeva il destro. Ma quando parve che il Parlamento dovesse decidere la pace o la guerra, molti sbigottirono. Arbitro delle sorti comuni il Parlamento, e cioè quella Camera e quel Senato? Il Parlamento che aveva lasciato crescere entro sè quel potere personale da cui tanti si sentivano offesi in quel momento, pur non sapendo precisamente il perchè? Il Parlamento che aveva approvato il monopolio delle assicurazioni, pur pensando che la legge era funesta, e il suffragio universale, pur temendo che la riforma fosse immatura? Il Parlamento che era stato inerte testimone della guerra di Tripolitania, e che aveva lasciata rinnovare innanzi tempo la Triplice Alleanza senza nemmeno chiedere una spiegazione al Governo? Il Parlamento che, fidando ciecamente nella saggezza di un uomo, aveva lasciato obliterare a poco a poco i suoi diritti e poteri?

Da queste collere, da questi sdegni, da queste apprensioni, da queste angoscie, levatesi incontratesi accozzatesi insieme, nacque negli uffici dei giornali, in mezzo alle studentesche, nelle biblioteche, nelle scuole, e tra la gente che sa di lettere, come dicevano i nostri vecchi, il moto di opinione, che ha deliberata la guerra, esautorando il Parlamento. Come nella primavera del 1912 un capo potente tra tutti aveva obbligato il Parlamento nolente ad approvare il suffragio universale, che fu un fiero colpo all’influenza politica delle classi colte, nella primavera del 1915, a loro volta, le classi colte hanno obbligato il Parlamento, con una violenta agitazione di piazza e di stampa, a rinnegare quel capo e a fare la guerra.

3. — Il «Libro Verde».

Sarebbe vano il tentar di negare che l’atto sia stato grave. Conviene dunque che ci chiediamo se la collera pubblica, che ha compiuto quell’atto rivoluzionario, era giustificata; e quali doveri l’atto imponga oggi a tutti.

Per giudicare se la collera pubblica era giustificata, occorre conoscere quale fosse, verso il 10 maggio, la situazione diplomatica dell’Italia. Studiamo dunque il Libro Verde. Nel trattato della Triplice Alleanza era stato inserito un articolo, il settimo, la cui lettera non è ancora nota a noi semplici mortali, ma il cui tenore si arguisce dalle discussioni che intorno a quello sono fatte nel Libro Verde. Con quel patto l’Austria-Ungheria e l’Italia si impegnavano ad intendersi prima e a concedersi a vicenda dei compensi, per ogni azione dell’una e dell’altra Potenza, che alterasse l’equilibrio dei Balcani. Richiamandosi appunto a questo patto, il 9 dicembre del 1914 l’onorevole Sonnino chiede all’Austria, che tentava in quei giorni di invadere la Serbia, di intavolare la discussione intorno ai compensi che all’Italia spettavano per ciò che l’Impero vicino aveva fatto, faceva e potrebbe fare in Serbia e contro la Serbia. Da questa prima domanda prende le mosse una discussione, che ha durato sino alla fine di aprile: una discussione, nella quale pur troppo l’Italia ha dovuto far figura di mercanteggiare per cinque lunghi mesi, freddamente, brano a brano, la pelle della Serbia; ma che l’Italia, per quanto il discutere potesse ripugnarle non poteva schivare. Nessun Governo avrebbe potuto lasciar cadere in prescrizione i diritti contenuti in quel fatale articolo settimo, senza incorrere in una terribile responsabilità il giorno in cui il testo del trattato fosse stato conosciuto. «Che avete fatto dei diritti dell’Italia?» — avrebbe gridato quel giorno al Governo il Paese. Era dunque necessità chiedere i compensi, e, chiestili, discuterli. Non starò a seguir passo passo la lunga discussione, chè sarebbe una inutile fatica: dirò solo che entro gli angusti limiti delle convenzioni e dei principî che regolano l’azione diplomatica, l’on. Sonnino ha discusso con pazienza, con dignità e con abilità, in modo da poter rompere con l’Austria plausibilmente, in base al trattato medesimo. Ma sia, come è probabile, che l’articolo settimo fosse vago e impreciso, e fosse stato scritto in vista di eventi ben diversi da quelli a cui era forza applicarlo; sia che l’Austria fosse restìa per ragioni che non è difficile imaginare, certo è che molti passi e molte parole ci vollero, per persuadere l’Austria a interpretare il famoso e misterioso articolo su per giù allo stesso modo dell’Italia. Superato con l’aiuto e per intromissione della Germania questo punto, non ci volle minor tempo e fatica per persuadere l’Austria a dire quali compensi essa fosse disposta a dare all’Italia. Finalmente il 27 marzo il barone Burian partecipa al duca di Avarna (Libro Verde, doc. 56) che «l’Austria-Ungheria sarebbe pronta ad una cessione di territorî nel Tirolo meridionale, compresa la città di Trento. La delimitazione particolareggiata sarebbe fissata in modo da tener conto delle esigenze strategiche che creerebbe per la Monarchia una nuova frontiera, e dei bisogni economici delle popolazioni». Il Governo italiano (Libro Verde, doc. 58) risponde il 31 marzo che l’offerta è vaga e insufficente; e il 2 aprile (Libro Verde, doc. 60) il Governo austriaco precisa: «I territori che l’Austria-Ungheria sarebbe disposta a cedere all’Italia alle condizioni indicate comprenderebbero i distretti (Politische Bezirke) di Trento, Rovereto, Riva, Tione (ad eccezione di Madonna di Campiglio e dei suoi dintorni), nonchè il distretto di Borgo. Nella Vallata dell’Adige il confine rimonterebbe fino a Lavis, località che resterebbe all’Italia». L’8 aprile (Libro Verde, doc. 64) l’on. Sonnino dichiara che quel che l’Austria-Ungheria offre non basta; e presenta le richieste sue: chiede cioè che l’Austria dia tutto il Trentino coi confini, che ebbe il Regno Italico nel 1811 e il gruppo delle Isole Curzolari; che corregga a favore dell’Italia il confine orientale, restando comprese nel territorio ceduto le città di Gradisca e di Gorizia; che acconsenta a costituire Trieste e il suo territorio in uno Stato autonomo; che riconosca la sovranità dell’Italia su Vallona e si disinteressi dell’Albania, acconsentendo infine a dar subito esecuzione al trattato. Ma l’Austria respinge tutte queste richieste, acconsentendo solo a ingrandire alquanto la sua offerta del Tirolo: intorno a queste proposte e risposte si discute tutto il mese di aprile senza venire a conclusione, finchè il 3 maggio (Libro Verde, doc. 76) il Governo italiano denuncia l’alleanza con l’Austria «C’est pourquoi l’Italie — così termina la denuncia — confiante dans son bon droit, affirme et proclame qu’elle reprend dès ce moment son entière liberté d’action, et déclare annullé et deshomais sans effets son traité d’alliance avec l’Autriche-Hongrie».

Tale è, per sommi capi, il negoziato diplomatico che ha messo capo alla guerra: monumento della mala fede italica, diranno gli Austriaci; prova lampante della perfidia austriaca, risponderanno gli Italiani; rovina inevitabile di una politica troppo artificiosa, conchiuderà chi abbia forza di abbracciar nelle loro congiunture vitali gli eventi. La guerra tra l’Austria e l’Italia era stata scritta molti anni prima nello stesso trattato di alleanza da diplomatici che pur troppo non sapevano leggere l’avvenire negli astri; dalla mano ignara che, credendo di provvedere alla pace, aveva compilato quel fatale articolo settimo. Già l’abbiamo veduto: l’Italia era obbligata a chiedere i compensi, anche a rischio di sforzare la lettera dell’articolo: ma che cosa poteva offrir l’Austria se non qualche ritaglio di territorio o qualche vantaggio d’ordine o economico o coloniale? Si è mai veduta una grande Potenza comperare da un’altra il diritto di fare una guerra a prezzo di un brano della sua carne viva? E allora poteva l’Italia, sotto gli occhi del mondo, mentre i grandi popoli di Europa sono tutti una piaga e tutti rossi di sangue, vendere per trenta denari la Serbia ed il Belgio, che, pur senza che alcuno nemmeno accennasse nelle trattative al piccolo regno sbranato dalla Germania, avrebbe per la forza della situazione fatto parte dello stesso mercato? Che altro scampo ci restava, se non chiedere compensi che il Governo austriaco non potesse concedere, e il cui rifiuto era forza provocasse la guerra?

Le richieste poste innanzi dal Governo italiano potevano essere subite da uno Stato vinto e rivinto, non essere accettate dall’Austria, nelle circostanze presenti. Ma se questo punto non è dubbio, è pur evidente che il Governo italiano doveva porre all’Austria, per permetterle di sgozzare liberamente la Serbia, delle condizioni inaccettabili: perchè le concessioni che l’Austria avrebbe potuto fare, esso non poteva accettarle; e non le poteva accettare, perchè il sangue della Serbia e del Belgio non potevano essere oggetto di un mercato e materia di compensi. Nessuno, il quale conosca l’Europa, abbia sentore dei fremiti che ne percorrono le viscere, intraveda i nuovi orientamenti dello spirito pubblico, può dubitare che noi, facendo mercato del sangue dei Serbi e dei Belgi, ci saremmo disonorati di fronte alle Potenze della Triplice Intesa, nel tempo stesso in cui, approfittando senza misericordia delle difficoltà che angustiano gli Imperi germanici, ce li saremmo inimicati. E tanto meno poi dubiterà che da questa infamia e da questa inimicizia potevano nascere per l’Italia, nel presente perturbatissimo stato dell’Europa, i maggiori pericoli. Certamente chi imaginò e scrisse quel settimo articolo del trattato non prevedeva che un giorno, da un incidente di politica balcanica, sarebbe scoppiata la guerra europea; non prevedeva che quel nostro piccolo interesse balcanico, a cui credeva aver provveduto con accortezza, sarebbe stato un giorno legato da terribili eventi al destino del Belgio, della Francia, dell’Inghilterra, della Russia, dell’Europa intera; credeva in buona fede di avere messo tra le due diffidenti Potenze un serio pegno di pace, e aveva invece — ironici scherzi che la storia fa spesso alla saggezza umana — gettato tra l’Italia e l’Austria il pomo della discordia, che genererebbe la guerra.

Insomma, sotto un certo aspetto questa guerra non è che la fine predestinata della Triplice Alleanza. Come tante altre opere del Bismarck, la Triplice Alleanza fu artificiosa, sforzata, quasi impossibile; perchè volle unire non interessi concordanti, ma molte, troppe rivalità passate, presenti e future, sperando di annullarle reciprocamente. L’autorità che conferì al Bismarck il successo e l’altrui pochezza, la debolezza del Governo austriaco e del Governo italiano, l’hanno protratta per trentatrè anni, non ostante mille inciampi; ma la guerra europea l’ha sfasciata nel volgere di nove mesi. E come tutte le alleanze rotte prima del tempo, si è rotta con la guerra.

Senonchè tutte queste considerazioni potrebbero sembrare della filosofia, all’uomo di Stato che di proposito suole circoscrivere i problemi politici nel cerchio angusto dell’ora presente. Chiudiamoci dunque anche noi — chè questa volta lo possiamo — in questo angusto cerchio. L’on. Giolitti è arrivato a Roma il 9 maggio; è stato ricevuto dal Re e si è abboccato con il Presidente del Consiglio il 10: sette giorni dopo che il trattato con l’Austria era stato denunciato. Come ha egli potuto pensare che, dopo aver denunciato, e a quel modo, il trattato, l’Italia potesse ancora ritornare sui suoi passi, ricominciare a discutere dei compensi in base al trattato, disdirsi cioè e ritirare la denuncia? Come mai non si è accorto che, savia o improvvida che la denuncia fosse, ormai era stata fatta; che l’atto irrevocabile era compiuto; e che la guerra era già stata virtualmente dichiarata il 3 maggio? Ha dunque potuto sfuggirgli che l’Italia si sarebbe screditata alla pari di uno Stato mussulmano in decomposizione, se fosse sospettata di aver denunciato un trattato di alleanza, che per trentatrè anni era stato uno dei fondamenti della pace del mondo, così, per una finta, a scopo di lucro, come un’astuzia di sensale che mercanteggi? Non ha temuto che tra la Triplice Intesa ingannata e la Triplice Alleanza ricattata, l’Italia potesse domani sprofondarsi nel vuoto? E non l’ha trattenuto neppure il pensiero di turbare con nuovi dubbi e rinate incertezze la nazione, che a poco a poco si faceva animo alla guerra, persuadendosi che era — come difatti era — imposta dalla necessità?

Io non riesco a imaginare come un uomo invecchiato governando abbia potuto non vedere tutte queste cose; come non saprei spiegare perchè il Ministero abbia fatto un tal mistero della avvenuta denunzia. Se già il 10 maggio fosse stato di pubblica ragione che l’alleanza con l’Austria era rotta, forse la mossa dell’on. Giolitti non avrebbe trovato seguito e i partiti avrebbero fatta grazia al Paese delle turbolenze che la seguirono. Tra i deputati che fra il 10 e il 15 maggio hanno ondeggiato come i campi di grano quando soffia il vento, molti erano sinceri; e quasi tutti potrebbero allegare la scusa che il 10, l’11 e il 12 maggio non conoscevano il vero stato delle cose. Nè può non sembrare singolare che, deliberata la guerra dal Consiglio dei Ministri e dalla piazza, non siano state concesse al Parlamento che poche ore per leggere il Libro Verde, meditarlo, risolversi ed approvare, a sua volta ed ultimo, la guerra. Questa fretta non è forse anch’essa una specie di atto ufficiale di esautoramento? Ad ogni modo tale fu il destino di questa guerra; e così fu che tra un uomo diventato inabile per eccesso di abilità, un Parlamento incerto, perplesso, ligio ad un uomo, mal informato, screditato, e un Ministero silenzioso, il Paese è entrato di mezzo, o meglio una parte del Paese, spinta da una passione e da una specie di istinto chiaroveggente, che tenne luogo in quei giorni di esperienza e di senno, e lo fece avvertito che in alto si stava per compiere alla leggera un passo pericolosissimo, più pericoloso della guerra più lunga e terribile. E allora in pochi giorni precipitò quella catastrofe, che l’autore di queste pagine già presentiva — si direbbe — scrivendo nel mese di giugno del 1914 intorno alla settimana rossa; e il solito interregno di ogni nuova legislatura apparve questa volta quale era: una crisi gravissima dello Stato tutto quanto, esautorato di proposito e quasi con metodo da quindici anni. Allo Stato esautorato è mancata autorità per resistere alle grida, alle imprecazioni, alle processioni, alle concioni, alle gazzette infuriate; il Parlamento ha capitolato, stordito da questo clamore; quel potere personale, da dieci anni saldo in vetta allo Stato come un’Acropoli, si è abbiosciato — dirà il tempo se per sempre o per qualche mese — in quarantotto ore, sotto quel gridar furioso e insensato di mille voci al «tradimento». Espiazione ben nota a chi conosce la storia del mondo: chè sempre i Governi i quali hanno indebolito lo Stato per non essere travagliati da opposizioni troppo forti, non hanno poi trovata negli organi debilitati dello Stato alcuna difesa, il giorno in cui sono stati fatti segno ad un attacco risoluto. Quella fina, troppo fina arte di governo, che da quindici anni reggeva l’Italia con tanta maestria di combinazioni contradittorie, non ha voluto riconoscere che già, componendo il fatale Ministero del 1911, essa aveva di gran lungo ecceduta la misura della prudenza nel governare a ritroso della ragione naturale, schietta e semplice delle cose. Chè anzi, quasi innamorata della propria abilità e affascinata dall’impossibile, ha voluto addirittura far passare l’Italia attraverso le fiamme della guerra europea senza scottarsi; una impresa a cui non c’era abilità di consumato parlamentare che potesse riuscire; e questa volta è stata presa nella rete sottile dei propri accorgimenti.

4. — La guerra.

Senonchè proprio per questa ragione la crisi di maggio fu cosa tragica e grave; e per questa ragione una responsabilità grande e grandi doveri pesano oggi su tutti noi: massimo tra i quali impedire che questa guerra sia principio e cagione quasi di un’altra guerra civile tra le classi colte e le plebi, tra l’«intelligenza» e il suffragio universale.

L’Italia ha nell’ultimo secolo spesse volte sacrificata la qualità alla quantità, là dove avrebbe ancora potuto — e forse dovuto — sostenere i diritti storici della qualità. Non si lasci oggi illudere che la qualità possa più che la quantità nella guerra europea; e che un’elite riesca ad imporre alla moltitudine una guerra lunga e difficile, senza averla persuasa che essa combatte per una causa giusta, la quale non poteva essere difesa che con le armi. Oggi le masse sono ancora turbate da una incertezza che, all’opposto di quanto era ragionevole prevedere, è andata crescendo man mano che la guerra europea si svolgeva. Nessuno di noi — già l’ho detto ma giova ripeterlo — dimenticherà finchè vive il procelloso tumulto di affetti che si levò in Italia nell’ultima settimana di luglio e nelle prime settimane di agosto del 1914: prima, l’irritazione per le prepotenti minaccie dell’Austria alla Serbia; poi l’inquietudine per le tortuose mosse delle due diplomazie tedesche e per le oblique intenzioni di cui erano chiarissimo indizio; indi lo stupore e il terrore, allorchè la Germania sfoderò la spada, dichiarando all’improvviso guerra alla Russia ed alla Francia; infine lo sdegno e il furore, quando gli eserciti tedeschi corsero, attraversando il Belgio, all’assalto della Francia. In quei giorni l’Italia tutta, quella parte che scrive e quella che non legge, quella parte che crede in Dio e quella che crede nel socialismo, intuì che un popolo troppo orgoglioso stava per commettere nel cuore dell’Europa, sotto gli occhi del mondo atterrito, una tal violenza, che l’ordine morale dei nostri tempi sarebbe capovolto dalle fondamenta, se la violenza riuscisse felicemente; e spaventata invocò la Giustizia che frenasse non solo gli uomini, ma anche i popoli prepotenti; e sapesse respinger dalle frontiere violate a torto gli eserciti più formidabili. Furono i giorni in cui si udirono uomini, che per trent’anni avevano creduto di opporre la Triplice Alleanza allo spirito inquieto dei tempi come baluardo delle istituzioni, esclamare scuotendo il capo e alludendo alla monarchia prussiana «che in repubblica certe cose non potevano succedere». Furono i giorni in cui molti fra coloro che per anni avevano vilipesa la Francia, come una nazione corrotta e sfinita, tremarono in cuor loro di non essere stati calunniatori. Furono i giorni in cui tutta l’Italia imprecò alla Germania e al suo Sovrano, che avevano rotta la pace; intese che per molti secoli l’Europa avrebbe appena osato balbettare di libertà, di diritto, di pace, di fratellanza, se i tedeschi, calpestando il cadavere del Belgio, fossero giunti di nuovo vittoriosi a Parigi; e invocò un’idea, un esercito, un genio di guerra, qualunque forza e qualunque miracolo che potesse salvare l’Europa da quella crudele ambizione.

Rileggete i giornali del tempo; ricordate i discorsi che ognuno di noi faceva ed udiva in quei giorni.... Tutti abbiamo allora svolto — ognuno come sapeva e il cuore colmo di angoscia — questo unico tema. L’Italia in quei giorni si confuse e si fuse davvero, in un gran fremito di orrore e in un grande slancio di speranza, con tutta l’Europa minacciata dai Germani di nuovo in armi. Vennero poi le ultime settimane di agosto, quelle settimane in cui parve proprio che la Giustizia fosse sorda alle imprecazioni e alle supplicazioni di tanti suoi improvvisati devoti. Chi non ricorda le speranze chimeriche con cui cercammo di confortarci in quei giorni di passione? Ma gli aggressori avevano gridato vittoria troppo presto. Nella prima quindicina di settembre i russi vincevano la battaglia di Lemberg, i francesi la battaglia della Marna. Il mondo respirò; respirammo pure noi. Ma sbollito un po’ lo sdegno dei primi e calmatasi alquanto l’ansia degli ultimi giorni di agosto, prendemmo a riflettere più ponderatamente sui terribili eventi di cui l’Europa era teatro. A poco a poco allora, senza quasi ce ne accorgessimo, un mutamento si operò nello spirito pubblico. Quello che si potrebbe chiamare il senso mondiale del conflitto, che era stato così vivo nelle prime settimane di agosto, si annebbiò nella nazione. L’Italia parve non sentire più in se medesima per simpatia i colpi inferti a tanti popoli dall’aggressione germanica; si staccò dall’Europa; si raccolse in sè e si isolò con il pensiero in quelli che potevano essere, nel conflitto europeo, gli interessi suoi.

Come è avvenuto un mutamento così profondo e di tanto rilievo? La spinta decisiva al rivolgimento fu data dal Presidente del Consiglio, con le parole che pronunciò il 19 ottobre, prendendo possesso del Ministero degli Esteri che egli tenne interinalmente per qualche tempo, dopo la morte del marchese Di San Giuliano. «Le direttive supreme della nostra politica internazionale — disse quel giorno il Presidente del Consiglio — saranno domani quelle che erano ieri. A proseguire in esse occorre incrollabile fermezza di animo, serena visione dei reali interessi del Paese, maturità di riflessione che non esclude al bisogno prontezza di azione; occorre ardimento, non di parole ma di opere; occorre animo scevro da ogni preconcetto, da ogni pregiudizio, da ogni sentimento, che non sia quello della esclusiva ed illimitata devozione alla patria nostra, del «sacro egoismo» per l’Italia». Ma che cosa poteva consigliare il «sacro egoismo» all’Italia se non di sciogliere senza indugio quei vincoli di solidarietà con gli Stati aggrediti dagli Imperi tedeschi, che il sentimento veniva intrecciando; di non parteggiare nè per gli aggressori nè per le vittime; di non inquietarsi se l’equilibrio dell’Europa fosse alterato per un verso o per il verso opposto, pur di essere essa stessa ingrandita? E la divisa parve così felice che fu subito inalberata da quasi tutti i partiti, i gruppi e gli uomini che governano l’Italia: da quelli che miravano alla guerra, come da quelli che volevano la pace, sebbene ormai, più di un mese dopo la battaglia di Lemberg e della Marna, apparisse chiaro che l’Austria e la Germania non riuscirebbero più a debellare in poche settimane gli avversari; e che perciò l’Italia potrebbe essere costretta, prima o poi, a scendere in campo contro i suoi antichi alleati. Perchè dunque allora, proprio allora, quando sarebbe stato necessario preparare gli animi alla alleanza con le Potenze della Triplice Intesa, si cercava di spezzare bruscamente tutti i legami di simpatia popolare, già annodatisi spontaneamente tra noi e i nostri futuri alleati?

Che il Governo agisse soltanto entro i limiti precisi del «sacro egoismo» — si intende. L’Italia non poteva intavolare con l’Austria una discussione filosofica intorno al diritto delle genti o ai principî di giustizia che potrebbero e dovrebbero regolare i rapporti dei popoli. Non poteva che squadernare innanzi all’alleata il trattato della Triplice e chiederle conto del modo con cui essa lo interpretava e applicava. Ma perchè dirlo e ripeterlo ad alta voce tante volte? Farlo gridare dai propri organi ai quattro venti? Se è cosa umana, per i singoli uomini come per le nazioni, badare soltanto al proprio interesse, non è prudenza dir troppo chiaramente agli uomini che noi penseremo soltanto a noi stessi e che del loro destino non ci importa nulla. Senonchè il Governo fu di certo mosso ad ostentare la divisa del «sacro egoismo» da una ragione politica. In quel sentimento di sdegno e di orrore che aveva sul principio commosso così vivamente la moltitudine, pigliavano forza e coscienza le grandi ideologie umanitarie, che nacquero e crebbero in Francia tra il 1750 e il 1850; e che la Germania ha senza tregua combattute nel pensiero e nell’azione, con i libri e con le armi, dalle Cattedre e nei Parlamenti. Ma le classi alte e le classi colte dell’Italia sono state troppo germanizzate negli ultimi trent’anni, nelle Università, dalla scienza, dalla filosofia, dalla letteratura, perchè non avessero anch’esse in orrore quelle ideologie che pure ci erano state di tanto aiuto a rifarci nazione.... Basti dire che — vergogna quasi incredibile — noi abbiamo assistito in Italia, al principio del ventesimo secolo, per opera di Benedetto Croce, a una specie di rinascita della più sciagurata tra tutte le sofistiche che la Germania abbia create per confondere i criteri del bene e del male a servizio di tutti i potenti e per giustificare in ogni caso il successo; che per qualche anno molti giovani hanno vegliato sui morti libri dell’Hegel per imparare che tutte le cose si contradicono in se medesime, perchè l’opposizione è l’anima stessa del mondo; che il bene dunque non è tale se non perchè si contrappone al male e quindi non sarebbe, se il male non fosse; che Dio e il Diavolo sono l’eterna e indissolubile ragione sociale della grande Ditta del mondo; che la tirannide è santa come la libertà, perchè senza tirannide l’uomo non saprebbe neppur che cosa libertà sia; che noi dobbiamo — ed è proprio il Croce che ci ha ammonito di farlo sul finir di dicembre — piegare reverenti le ginocchia innanzi ai mortai fusi dal Krupp, adorare l’insidioso siluro che ha affondato il Lusitania, e baciare la spada della Germania intrisa di sangue belga[3], perchè se non fosse la prepotenza non sarebbe nemmeno il diritto che la rintuzza, e perchè le bombe sono il seme da cui cresce sulla terra il santo albero della Giustizia.

Si aggiungano a questa disposizione degli animi, inculcata nelle classi governanti da una lunga educazione privata e pubblica, gli interessi, le rivalità e i puntigli che dividono i partiti e i gruppi politici, e in alcuni anche scrupoli sinceri di fede e di lealtà. Con la rottura tra l’Italia e gli Imperi centrali si chiude un’êra della nostra storia e ne comincia una nuova — se più felice dell’antica lo dirà il tempo — certo diversa. Tante altre cose dovranno mutare con la politica estera! Non è dunque meraviglia, se da quando fu chiaro che l’Italia potrebbe un giorno essere costretta a scendere in campo contro gli antichi alleati, il Governo abbia precipuamente temuto — e con esso i suoi amici e i giornali che ne esprimevano il pensiero — di esser sospettato di voler fare la guerra all’Austria e alla Germania per salvare l’Europa dall’egemonia germanica, per rivendicare la santità dei trattati, per difendere i diritti delle Nazioni deboli, e — peggio che mai — per aiutare la Francia. Ma questo atteggiamento del Governo e dei gruppi politici più influenti ha disorientate le masse, poichè alle masse nessuno da tanti anni in qua, dopochè la Triplice era stata conchiusa, aveva detto e ridetto e ripetuto ancora, quanto è necessario perchè le masse l’intendano, che l’Italia fosse un’opera lasciata a mezzo e che un giorno o l’altro sarebbe dovere finirla. Di questa difficoltà capitale abbiamo del resto già tenuto, e lungamente, discorso nello scritto precedente. Che i tedeschi invece volessero soggiogare i popoli più deboli contro ogni ragione di diritto e di giustizia; che la loro vittoria avrebbe sovrapposta a tutta l’Europa una smisurata ambizione di impero; che fosse necessario umiliare la potenza di quella dinastia e di quella aristocrazia, che avevano scatenata la guerra e dare al mondo con questa umiliazione pace sicura: questo, sì, lo sentivano e lo capivano. Ma neppur di queste cose nessuno ha più ragionato alla moltitudine negli ultimi mesi: neppure i socialisti. I socialisti italiani, quando la guerra scoppiò, andarono anch’essi sulle furie, accusando i compagni teutonici di fellonia; e quando l’ambasciatore rosso di Guglielmo II, il Sudeküm, osò pregare i socialisti italiani di intercedere presso i socialisti francesi e chieder loro di tradire, per i begli occhi dell’Internazionale, la Russia, l’Inghilterra e la Francia stessa, accettando una pace separata, seppero rispondergli come meritava. Ma poi, man mano che la guerra parve avvicinarsi, man mano che il Governo, i giornali e i partiti che lo rappresentano si chiusero, per preparare la guerra, nel bozzolo del «sacro egoismo», i socialisti videro al di là della guerra il nemico implacabile, il nazionalismo, che già aveva tentato di torcere ai loro danni la guerra di Tripoli; e allora il veleno hegeliano, contenuto nel marxismo, riprese ad agire. A poco a poco si atteggiarono a quell’apparente imparzialità che metteva capo per un’altra via là dove sbocca pure il più acceso nazionalismo: a considerare la guerra europea come un conflitto di particolari interessi dei diversi Stati belligeranti: interessi sacri — dicono i nazionalisti; interessi loschi — dicono i socialisti.

5. — Per noi e per gli altri.

Così a poco a poco la moltitudine, mentre il Governo approntava armi e maggio avvicinava, si disinteressava dal conflitto europeo. Essa è stata quasi sorpresa dalla dichiarazione di guerra. Alla sorpresa succederà senza dubbio la coscienza del dovere e la risolutezza di compierlo: ma l’elite che ha voluta e imposta la guerra deve a sua volta assecondare con tutti i mezzi il buon volere della massa che in questa guerra — forse aspra e lunga — dovrà versare il suo sangue. E lo asseconderà efficacemente curando che il popolo soffra quanto meno è possibile; provvedendo alle famiglie dei combattenti generosamente; persuadendo i ricchi ad assumere quanta maggior parte possono dei sacrifici e dei carichi; e infine persuadendo le masse che l’Italia non combatte solo per allargare i suoi territori e accrescere la sua potenza, ma per dare all’Europa la pace. Il popolo forse non ha torto, pur nella sua ignoranza, di voler essere assicurato su questi punti: perchè veramente, e l’Alsazia, e la Lorena, e Trento, e Trieste, e la Dalmazia, e la Bosnia, e l’Erzegovina, tutte insomma le rivendicazioni nazionali, per quanto in sè nobili e grandi, rimpiccioliscono ormai a piè di quel còmpito gigantesco che ci sovrasta come una rupe scoscesa da ascendere: come ricomporre in Europa un ordine di cose, sotto il quale si possa di nuovo vivere e progredire.

Non ripeteremo perciò mai quanto basti al popolo che questa guerra non è una guerra come tante altre ce ne sono state nella storia, e come affermano nazionalisti e socialisti; è l’immensa crisi di una civiltà che per ora ha preso forma di guerra. Nessun’epoca forse fu sopraggiunta mai all’improvviso e a mezzo di una corsa più sfrenata e più ansante, da una difficoltà così formidabile. Noi credevamo di essere l’apogeo della storia. Noi guardavamo il passato come l’alpinista giunto sulla vetta guarda ai suoi piedi i burroni per cui si è inerpicato. Tra i secoli che precedettero il decimonono e noi, la storia pareva aver fatto tale sbalzo, che ci domandavamo ogni tanto se non fossimo una umanità nuova. Noi credevamo di possedere tutti i beni, che gli uomini avevano invano desiderati per tanti secoli: la ricchezza, la scienza, la potenza, la sicurezza, la libertà, tutta la terra, e, con la mente almeno, l’universo. Ed ecco, ad un tratto, in otto giorni, quasi tutti i popoli dell’Europa, lasciate le case, le spose ed i figli, si avvinghiano furibondi in una mischia immane, feroce, interminabile; dànno principio ad una carneficina, a un vandalismo, a un furor di violenze, a una crudeltà di insidie, a un soqquadro della terra e dei mari, che il mondo non ne aveva visto l’eguale mai! Sì, gli uomini una volta erano meno potenti, ricchi e sapienti di noi; non avevano nè ali per volare nè pinne per nuotare sotto l’acqua; morivano ogni tanto a torme di peste e fame. Ma tutto il medio evo non ha assassinate tante persone, quante ciascuna delle molte settimane che già sono passate dal primo agosto del 1914.

Le nostre più liete speranze e i nostri più nobili orgogli si rivoltano ora contro di noi e ci minacciano la distruzione e la morte, come degli schiavi ribelli. La scienza ha inventate e fabbricate queste armi. L’istruzione e il suffragio universale hanno preparate queste schiere infinite di cui la terra oggi nereggia, convertendo in soldati milioni di uomini i quali nei secoli passati vivevano sulla montagna, nei campi, nelle botteghe, ignorati, passivi, docili, imbelli. Il progresso dello spirito democratico, ha legati insieme, anche negli Imperi tedeschi, popoli e governi, grandi e plebei, intrecciando in ogni nazione gli interessi e le volontà in un fascio che non si può spezzare. La ricchezza infine ha esaltato l’orgoglio e la cupidigia. Chi di noi supponeva che mentre ci credevamo così sicuri, eravamo invece circondati da tanti nemici invisibili, ognuno dei quali ci aveva mostrato per tanti anni il volto dell’amico più sincero e devoto? Avevamo posto in cima a tutti i nostri pensieri l’incremento della ricchezza, e stiamo facendo un gran rogo dei nostri tesori. Avevamo abolito la tortura, il duello, gli spettacoli crudeli; non osavamo più infliggere la pena di morte se non a pochi criminali efferatissimi e di nascosto; ci facevamo scrupolo persino di trattenere il braccio del carrettiere avvinazzato in collera con la sua bestia: e di che carneficina siamo ormai già colpevoli e responsabili innanzi all’eternità! Ci vantavamo di essere liberi; e oggi obbediamo tutti a governi anonimi, senza mormorare, senza chiedere ragione di nessuna cosa, come nessun popolo d’Asia obbedì mai alle Divinità, parlanti per bocca del sovrano.

Potrebbe l’Italia precipitarsi in questa voragine ardente, proponendosi solo di compiere l’opera di Mazzini, di Cavour, di Vittorio Emanuele e di Garibaldi? Noi non siamo più nel 1859. Il mondo è cresciuto da allora; ha contratti nuovi impegni e nuovi doveri. Non dobbiamo pensare solo al passato, ma anche all’avvenire. Gli inglesi e i francesi l’hanno sentito: dobbiamo sentirlo anche noi; unirci a loro per tracciare in Europa non solo delle nuove frontiere meno inique, ma dei limiti che si elevino inviolati tra i grandi Imperi e i piccoli Stati; per assicurare ai nostri figli una pace più sicura e serena. Non solo un’Italia più grande dobbiamo noi desiderare, ma un’Italia più grande in un’Europa migliore; in una Europa in cui si facciano carne e sangue, sentimento e azione quelle grandi ideologie umanitarie a cui tanta guerra fu fatta negli ultimi cinquanta anni, con la penna e con la spada.

L’impresa è ardua, senza dubbio. Il nemico è risoluto e potente. Ma ci sarebbe da disperare di noi stessi e dell’avvenire se tanto sangue, se tanti pensieri, se tanta concordia, tanta risolutezza, tanti popoli non bastassero a ben’avviarla. Bisognerebbe conchiudere che noi e i nostri figli siamo ormai destinati a esser sepolti sotto le rovine di un grande secolo. L’uomo può fare il sacrificio totale di sè in una contingenza suprema, ma ama la pace, vuol godere i frutti del suo lavoro, è attaccato a questa breve esistenza terrena. Le masse prenderebbero in orrore una civiltà che, in cambio di un po’ più di pane, di luce, di ferro, di oro e di velocità, imponesse ad ogni generazione un sacrificio come il presente; che negli intervalli largisse una pace incerta, torbida di odî, grave di oneri militari insopportabili; o che promettesse pace meno precaria e meno pesante, a prezzo dell’egemonia di una stirpe cupida e prepotente. Potrebbero gli uomini venerare ancora la scienza, aver fiducia nella democrazia, amare il proprio lavoro, credere nel progresso?

Ma no: nè noi nè i nostri figli non assisteremo a questa catastrofe. Sono pronti e alla mano gli elementi necessari per restaurare nell’Europa devastata da questa terribile guerra un ordine nuovo, più sincero, più giusto e più stabile. Già sono abbozzate, se non sono ancora elaborate in ogni loro parte, le dottrine che giustificano e pronta è la forza che può imporre i principî cardinali di questo ordine nuovo. L’Inghilterra, la Francia, la Russia, l’Italia, aiutate da alcune Potenze minori, sorrette dalle simpatie del mondo, devono poter compiere insieme quest’opera. I sacrifici saranno grandi; ma la messe sarà splendida, quando sarà matura. Necessità vuole dunque che l’Italia sia e si senta in questa prova parte dell’Europa che si sforza di superare una delle vette più scoscese incontrate sulla sua via dalle origini della sua storia; che intenda di dover dare l’opera sua per sciogliere anche un problema universale, che tocca tutti, gli Italiani come i Russi, i Tedeschi come i Francesi, gli Americani come i Belgi; che voglia lottare nel tempo stesso per sè e per gli altri. Non ci fu nella storia forse mai altra congiuntura, in cui l’interesse nazionale si integrasse nell’interesse universale: non guastiamo questo accordo meraviglioso; illustriamolo a noi stessi e sforziamoci di chiarirlo alle masse, perchè nessun mezzo sarà più efficace per sostenerne il coraggio alla prova, che potrebbe essere lunga e difficile. L’universale commozione, di cui fummo testimoni nei primi giorni d’agosto, prova che, se solo pochi spiriti più profondi possono penetrare sin nelle viscere di questa crisi storica, le masse hanno confusamente sentito, sdegnandosi come allora si sdegnarono, che in mezzo a questo immane soqquadro i popoli non cercano solo delle nuove frontiere politiche ma dei nuovi limiti ideali; che lottano per alcuni di quei principî morali che l’uomo sente anche senza preparazione di studî e senza raffinato lavoro di pensiero. Una parte dell’Europa è oggi in armi, e versa il suo sangue, per assicurare al travagliato continente il più prezioso e desiderato dei beni, la pace: ripetiamolo senza stancarci alle masse, per rinfocolarne l’ardore a questa opera, che sarà benedetta dalle generazioni future. Queste ne godranno più di noi: ma a noi rimarrà il merito e la gloria.

E ricordiamoci infine che la crisi di Maggio ha distrutto, forse per sempre, quel curioso, artificioso e in parte ignorato governo che reggeva l’Italia da quasi quindici anni e che era una mescolanza — o contaminazione, se vogliamo usare la parola antica — di potere personale e di governo di parte. Ricordiamoci che, quali e quanti fossero i difetti di quel governo, esso ha retto l’Italia per quasi quindici anni, e che la sua caduta farà come un gran vuoto nello Stato; ricordiamoci che noi siamo in guerra; e che perciò è necessario, questa volta, riempire quel vuoto al più presto, e non di egoismi, di rivalità, di odî, di espedienti, di abilità, di piccoli interessi e discordie, di macerie e rottami: ma di capacità, di coraggio, di fede, di concordia, di idee, di alte ambizioni, di coerenza e di patriottismo sentito, con le materie solide insomma di cui si fanno le grandi costruzioni della storia. Ricordiamoci infine che la guerra del 1859 creò in Italia un governo, il quale per quindici anni ebbe autorità da poter fare, tra molti errori, anche cose degne di lode; e auguriamoci questa nuova guerra possa darci un nuovo governo che, poco importa con qual nome e con quali forme, sia almeno una forza; forza circoscritta e limitata fin che si vuole, ma vera forza; non simulacro, non apparenza, non finzione e impostura, sollecita solo di nascondere al popolo la sua vanità.