IV. DA SCILLA A CARIDDI? IL PERICOLO RUSSO
Ma un dubbio potrebbe nascere a questo punto: se non sia piuttosto da temere che la sconfitta esasperi la Germania e quindi lasci infiniti semi di nuove guerre; o che la vittoria rinfocoli in Francia, in Inghilterra, in Russia lo spirito bellicoso e le ambizioni d’impero, cosicchè l’Europa guadagnerebbe per un verso quel che perderebbe per un altro. Molti temono che, per schivare il pericolo tedesco, l’Europa non incorra nel pericolo russo.
Una guerra disgraziata lascerà certamente un lungo strascico di rancori e di rammarici in Germania. Un popolo che per mezzo secolo si è illuso di essere invincibile, non apre volentieri gli occhi alla verità; non si rassegna allegramente a riconoscere di essere soggetto in guerra alla legge comune, che Napoleone enunciò così bene sul campo di battaglia di Marengo: battu battant, c’est le sort des batailles. Tuttavia, almeno se la pace toglierà alla Germania soltanto quel che essa tolse agli altri con la forza e tenne con ingiustizia, lasciandole quel che è suo per diritto storico e nazionale, queste collere dovrebbero placarsi a poco a poco. Intanto per molti anni la Germania, come le altre nazioni, dovrà attendere a curare le sue ferite. Chi potrebbe pensare che una tal guerra possa essere ricominciata di qui a qualche anno? E col tempo il naturale risentimento della delusione dovrebbe cedere, nei vecchi e nei giovani, se non alla ragione almeno alla necessità, che nella vita è poi sempre il supremo argomento. La pace non è una aspirazione di filantropi e di idealisti, ma un bisogno vitale dei nostri tempi: anche i tedeschi dovranno pure accorgersene un giorno, come se ne sono accorti a un certo punto della loro storia i francesi. Quale popolo ha combattuto negli ultimi due secoli tante e così grandi guerre quante i francesi? Non sono essi stati maestri dell’arte della guerra a tutta Europa ed anche ai tedeschi, i quali in fatto d’armi hanno imparato dai loro odierni nemici molto più di quanto non sembrano aver loro insegnato? Anche dei francesi l’Europa non aveva per lungo tempo temuto che quel demonio della guerra da cui parevano invasi, non potesse calmarsi; che la Francia e il suo spirito guerresco non avrebbero lasciato mai riposare l’Europa? Invece anche la Francia, dopo aver tanto combattuto, aveva ringuainato la spada; e non l’ha tratta nell’agosto del 1914, se non perchè fu costretta dall’altrui aggressione.
Perchè lo stesso mutamento non dovrebbe avvenir nei tedeschi, in condizioni e sotto l’azione di circostanze analoghe? La guerra e la pace non dipendono oggi in Europa dal temperamento dei popoli, ma dalle situazioni storiche e politiche. La Francia fu, dopo la Rivoluzione, bellicosa, finchè i Governi per reggersi furono costretti a esaltare e perciò ogni tanto a soddisfare la passione popolare della gloria militare, generata dalle grandi guerre del secolo XVII, del secolo XVIII, della Rivoluzione e dell’Impero. La Germania ha minacciata per tanti anni e infine ha intimata la guerra a mezza l’Europa, perchè l’aristocrazia e le dinastie non potevano governarla a loro modo, se non inebriandola con i ricordi delle vittorie passate e con le promesse di una straordinaria grandezza futura. La Francia ha imparato ad amare la pace, quando fu retta da un Governo — la Repubblica — cui non fu più necessario minacciare i vicini e inquietare l’Europa, per durare. È legittimo dunque supporre che anche la Germania perturberà meno facilmente la pace del mondo, quando sarà governata da classi e partiti, che non avendo più tanti privilegi da difendere, avranno minor bisogno di prestigio militare.
E con ragioni di questo stesso ordine noi possiamo rispondere alla seconda questione e rassicurarci che la Francia e l’Inghilterra non muteranno con la vittoria l’umore pacifico in aggressivo. Queste due nazioni volevano pace: non pensavano di aggredire nessuno Stato nè di far conquiste in Europa, già prima di questa guerra, perchè i loro Governi non avevano bisogno, per reggersi, di fare sfoggio ad ogni momento della propria forza. Si rafforzerebbero, dopo una vittoria, come sempre avviene, di nuovo prestigio dentro e fuori dei confini; e se già prima della guerra non avevano bisogno per reggersi di inquietare e molestare il mondo, lo lasceranno più sicuramente tranquillo, quando la vittoria li avrà fatti anche più autorevoli. Le popolazioni, se amavano la pace prima, più l’ameranno dopo, quando potranno godere più sicuramente, senza le ansietà che la hanno avvelenata negli ultimi anni.
Non bisogna inoltre dimenticare che la Francia e l’Inghilterra sono nazioni di spirito più misurato che la Germania; ambedue esenti da quella esagerazione tumultuosa e da quell’orgoglio, che così spesso trascina i tedeschi, per la smania di far sempre cose più grandi, a tentar l’impossibile. Vogliono rafforzarsi e durare nell’alta situazione storica, a cui sono giunte con secoli di lavoro e di lotta, e che è tale da accontentarsene, almeno per due popoli saggi. Perciò non vinceranno solo per sè, ma anche per gli altri e per tutti i popoli.
Non ripeteremo insomma mai quanto basti — perchè è punto di sommo rilievo — che la pace e la guerra dipendono oggi in Europa dalle istituzioni politiche. La Germania ha dichiarata la guerra all’Europa, perchè è governata da una aristocrazia e da una monarchia militare. La Francia invece, governata dalle classi a cui la guerra è più funesta, sarebbe contenta della sua condizione presente, il giorno in cui avesse recuperata l’Alsazia e la Lorena; e perciò il giorno dopo la vittoria non desidererà che di dichiarare la pace all’Europa, come aveva previsto Michelet. Chi suppone che essa ricomincerà ad ambire conquiste in Europa, si inganna come si ingannavano quanti pensavano che avrebbe buttate le armi, all’avvicinarsi dei tedeschi. In Inghilterra l’aristocrazia e l’alta borghesia possono assai più nello Stato che in Francia, e il popolo invece può meno: ma in compenso il popolo è più pacifico che in Francia. Da secoli il popolo inglese, si può dire, non combatte, poichè adopera per le sue guerre eserciti di mercenari: non può quindi avere la tradizione, l’esperienza e neppure la passione della guerra, come il popolo francese che ha versato il suo sangue, in cento guerre.
Senonchè proprio per questa ragione, perchè la guerra e la pace dipendono dalla natura e dallo spirito dei regimi politici, molti sono inquieti per la Russia. E dicono: sta bene, la Francia è, e l’Inghilterra è quasi, una democrazia; perciò si può confidare che, anche fatte più grandi e potenti, non molesteranno l’Europa; ma e la Russia? Non è la Russia un impero militare, come la Germania, e per giunta poco meno che autocratico ed assoluto? Non è da credere che in questa autocrazia guerresca, mal controllata da un Parlamento fanciullo, inesperto, timido, senza autorità, la vittoria risvegli quell’orgoglio, quell’audacia, quello spirito aggressivo che ora minaccia l’Europa dalla Germania? E se il pericolo passasse da Berlino a Pietroburgo?
I giornali austriaci e tedeschi, i partiti e i giornali fautori della causa tedesca nei paesi neutri non si stancano infatti, dal principio della guerra, di annunciare all’Europa l’imminente pericolo slavo. Sul principio anzi lo stesso Governo di Berlino aveva annunciato al popolo che la guerra sarebbe proprio una guerra nazionale di difesa contro la «barbarie russa»; e i socialisti di Germania e d’Austria hanno creduto di difendere il loro atteggiamento bellicoso, protestando che non potevano aprire le porte della Germania e dell’Austria ai Cosacchi. La futura potenza e prepotenza della Russia è uno degli argomenti preferiti in Italia dai superstiti fautori della Triplice alleanza; i quali ogni mattina vedono già la Russia arbitra dell’Europa continentale, Santa Sofia riconsacrata dallo Czar al culto cristiano, le navi da guerra russe scorrazzanti per il Mediterraneo e i Cosacchi in via per l’Adriatico....
L’avvenire siede sulle ginocchia di Giove, dicevano gli antichi. Sta nelle mani di Dio, dicono ora i Cristiani. Io non mi sento il coraggio di profetare l’avvenire dell’Impero moscovita. Ma se ci contentiamo di argomentare quel che può accadere di qui a poco da quel che ora succede, sembra lecito affermare che la egemonia russa in Europa è un vano fantasma, e per parecchie ragioni. Prima, una ragione di ordine geografico. A dominare con le armi e il prestigio un vasto continente, è necessario che un popolo tenga una posizione centrale, così da poter minacciare e al caso colpire su punti diversi, a nord, a sud, ad est, ad ovest. Per questa ragione l’Italia antica potè, per secoli, dominare in tutto il bacino mediterraneo dalla Gallia e dalla Spagna all’Egitto e alla Siria, dall’Africa del Nord alla Penisola balcanica. Per questa ragione la Francia e la Germania hanno potuto ambire, a più riprese, l’egemonia dell’Europa; ma non hanno potuto mai ambirla nè l’Inghilterra nè l’Italia, collocate sul fianco o all’estremità del continente. E per questa stessa ragione non potrà neppure ambirla la Russia.
La stessa presente guerra, del resto, lo prova. La Russia è un colosso. Ha il più numeroso esercito del mondo; e soldati che non la cedono ai soldati di nessun altro paese di Europa per valore. Eppure chi non vede che, sola, non potrebbe vincere l’Austria e la Germania, le quali pure anche unite hanno popolazione ed eserciti minori? E per quale ragione? Perchè essa deve oggi combattere ad un capo del suo vastissimo Impero, verso l’Europa, come dieci anni fa dovè combattere all’altro capo, contro il Giappone. La grandezza sua le è d’impaccio a guerreggiare. Potenze più piccole ma più agili; e perciò dovrebbe essere ragione non di inquietudine ma di tranquillità a quanti temono l’egemonia della Russia vittoriosa. L’autorità di una Potenza in pace si misura all’ingrosso dalla forza che essa eserciterebbe — o si presume potrebbe esercitare — in tempo di guerra.
Nè basta. La Russia è un immenso impero, metà europeo, metà asiatico; che confina con la Svezia, con la Germania, con l’Austria, con la Rumenia, con la Turchia, con la Persia, con la China, con il Giappone. Ciascuna di queste frontiere l’impegna in una politica particolare, che deve curare certi interessi, proporsi certi fini e adoperare certi mezzi. Il Governo russo, se deve tener d’occhio le faccende europee, non può trascurare le cose balcaniche, le cose turche, gli affari dell’Estremo Oriente. Ma appunto perchè ha tante frontiere, tanti interessi e tanti impegni diversi a cui badare, la Russia non potrà mai puntare con tutte le forze nella sola politica europea. Gli altri interessi suoi la distrarranno ogni tanto dalle faccende europee, come è successo tante volte in passato.
Non aveva la Russia, dopo il 1895, trascurati gli affari balcanici, che sono uno dei suoi maggiori impegni ed interessi in Europa, perchè era stata troppo attirata dall’Estremo Oriente? I Serbi, i Montenegrini, i Bulgari se ne lagnavano assai vivamente; e non a torto, perchè mentre la Russia, già così vasta, si allargava anche di più in Asia, gli Slavi dei Balcani restavano in balìa dell’Austria e quindi della Germania, alleata dell’Austria. A sua volta la Germania ha cercato sempre di spingere la Russia verso l’Estremo Oriente, per allontanarla dall’Europa, adoperando a questo scopo perfino l’amicizia intima che fino allo scoppio della guerra intercedeva tra l’imperatore di Germania e l’imperatore di Russia, e l’ascendente che Guglielmo II, uomo ardito, invadente, un po’ fantastico, aveva acquistato sullo spirito più timido e chiuso di Nicola II. Io so, perchè me l’ha detto uno dei funzionari della Corte di Pietroburgo che stanno più vicino allo Czar, che l’imperatore di Germania non tralasciava mai, quando si trovava con l’imperatore di Russia, di incoraggiarlo ad ampliare il suo Impero asiatico. L’imperatore di Germania spronava Nicola II ad impegnarsi in vaste conquiste in Cina e contro il Giappone, sapendo che non c’era per la Germania mezzo più efficace e sicuro di indebolire l’alleanza della Francia e della Russia in Europa.
Si potrebbe, anzi, dire addirittura che la politica russa sia una specie di pendolo, oscillante tra l’Asia e l’Europa. Tra il 1895 e il 1905 la Russia fu, per dir così, presente in Asia e assente dall’Europa. Disinteressandosi quanto poteva dagli affari d’Europa, si tenne facilmente in buoni rapporti con l’Austria e con la Germania. Ma la guerra contro il Giappone risospinge di nuovo la Russia verso l’Europa. Dopo il 1905 la Russia ripiglia in mano, amplia, rinforza l’alleanza con la Francia; conchiude l’entente con l’Inghilterra; riprende a vigilare le faccende balcaniche e i piccoli popoli slavi, tanto trascurati nel decennio precedente; conchiude una intesa anche con il Giappone, acconsentendo a mantenere in Estremo Oriente le cose nel loro stato presente. Ma ben presto si guasta con l’Austria e con la Germania, dopochè i Giovani Turchi fanno la rivoluzione in Turchia. L’Austria annette la Bosnia-Erzegovina; la Russia è obbligata a cedere alla minaccia tedesca; si inasprisce tra Russia e Germania la discussione intorno al trattato di commercio, che la Germania vuol rinnovato tale quale e la Russia invece vuol ritoccare in ogni parte; si esaspera a Costantinopoli la rivalità tra la Russia e la Germania; scoppia la guerra Balcanica, e infine la guerra tra l’Austria e la Serbia, principio della guerra europea.
La guerra europea è la crisi decisiva della nuova politica europea, incominciata dalla Russia dopo il 1905. Terminata la guerra europea il pendolo dovrebbe dunque discendere di nuovo verso l’opposta parte; e la Russia per un certo tempo dileguare di nuovo dall’Europa, sprofondandosi nella sacra immensità dell’Asia. Appunto perchè la Russia non è nè Potenza tutta europea nè Potenza tutta asiatica, non potrà mai dominare nè l’Europa nè l’Asia; ma incomberà invece sui due continenti, come una forza immane e lenta, più regolatrice che egemone.
C’è infine un’ultima ragione per la quale non si deve temere che una vittoria della coalizione anglo-franco-russa alteri l’equilibrio politico dell’Europa, come l’altererebbe certamente la vittoria dell’alleanza austro-germanica. Abbiamo già veduto che questa alleanza è così possente, perchè l’Impero tedesco e l’Impero austriaco sono contigui. Si aggiunga che hanno la medesima lingua ufficiale e istituzioni politiche affini. Nella coalizione franco-anglo-russa invece, se la Francia e l’Inghilterra si possono considerare contigue, non ostante gli impedimenti non piccoli, che un braccio di mare, anche corto, interpone, tra la Russia, invece e i suoi alleati di Occidente sta la mole dei due Imperi nemici. Inoltre la lingua e le istituzioni politiche di queste tre Potenze sono molto diverse. Ne segue che la vittoria potrebbe fare dell’alleanza austro-germanica, ma non della coalizione anglo-franco-russa, un tutto unico. La posizione geografica, la diversità delle lingue delle istituzioni e degli ordini sociali, la molteplicità degli interessi, terranno sempre tutte e tre le Potenze alleate ad una certa distanza e come in un certo isolamento. Lo dimostra la debolezza di cui per molti anni la Triplice Intesa ha fatto prova; e la parziale impreparazione in cui fu sorpresa dall’attacco germanico.
Per tutte queste ragioni la vittoria della Triplice Intesa sembra legittimare maggiori e migliori speranze per il mondo, il quale a giusta ragione vuole che a questa guerra possa tener dietro una lunga e sicura pace. La moltitudine l’ha intuito in tutti i paesi; e perciò apertamente parteggia per la Francia, per l’Inghilterra e la Russia. Nelle classi alte, nel mondo intellettuale, tra gli uomini politici ci sono dei dispareri; nelle masse no. Anzi, le masse in Europa sperano addirittura che con questa guerra, se la coalizione anglo-franco-russa trionferà, tutte le guerre finiranno, il militarismo cadrà per sempre e incomincerà la pace universale ed eterna. Gli uomini l’hanno sempre sognata, questa pace inalterabile del mondo e dei secoli; tutti gli imperi e tutte le religioni l’hanno annunciata, sfidando l’ostinata esperienza di tante generazioni: non è dunque meraviglia se tale speranza rinasce, come un conforto, in mezzo agli orrori della più terribile delle guerre. Potrebbe il mondo sostenere oggi la prova, se non sperasse che le stragi e le rovine presenti serviranno almeno a risparmiare ai nostri figli e ai nostri nipoti una simigliante sciagura?
Senonchè la speranza spiana sovente troppo facilmente le difficoltà. Che la vittoria della Francia, della Russia e dell’Inghilterra, possa assicurare all’Europa la pace per qualche tempo, sembra cosa certa. Incerto è invece che possa, non dirò toglier di mezzo il militarismo, ma moderare quel mostruoso accrescimento degli eserciti che negli ultimi trent’anni ha così profondamente perturbata l’Europa, e alla fine generato il gran soqquadro di questi tempi. La vittoria dei tre Imperi alleati potrebbe generare anche questo effetto: ma solo se fosse seguita da un profondo rivolgimento dello spirito pubblico, che sarebbe poco meno che un nuovo indirizzo della civiltà.
Quale è questo rivolgimento dello spirito pubblico? Questo nuovo indirizzo della civiltà? Lo vedremo conchiudendo questi studî.