V.
Ho ricordato questo fatterello perchè chiarisce meglio di lunghi ragionamenti a che prezzo l’Italia potè stringere alleanza con l’Austria. Ogni tanto qualche nuova persecuzione degli Italiani sudditi dell’Austria, che non si poteva nascondere; qualche episodio della lotta incessante tra slavi e italiani di cui era necessario informare il pubblico, ricordavano all’Italia che il problema adriatico poteva essere dimenticato, non sepolto. Ma il Governo, stretto dal suo patto, lasciava sbollire il primo dolore; poi con i suoi giornali, con i suoi partiti, con tutti i mezzi di cui disponeva, cercava di affrettare l’opera del tempo che tutto oblia.
Per lunghi anni, dunque, alle provincie irredente non restarono altri protettori in Italia che il partito radicale e il partito repubblicano — i quali però avevano poca autorità; e qualche poeta che ogni tanto, tra una lirica di amore e una baruffa letteraria, saettava una manciata di giambi contro l’Austria e gli Absburgo. Certamente il Governo italiano faceva le viste di aver dimenticati gli Italiani soggetti all’Austria, più che non li avesse dimenticati. La diplomazia sa l’arte di eludere un trattato, mentre sembra osservarlo. Un giorno, in cui tanti segreti saranno svelati, si saprà forse anche come dei Ministeri, i quali perseguitavano in Italia le agitazioni irredentiste, copertamente aiutavano con denaro gli Italiani dell’Istria e della Dalmazia contro gli slavi e il Governo austriaco. Nè la tradizione irredentista si perdeva tra le classi intellettuali. Giosuè Carducci, lo scrittore che l’Italia ha canonizzato come il maggiore della seconda metà del secolo XIX, a cui il Governo ha tributato nell’ultima parte della sua vita i più grandi onori ufficiali, e al quale sta erigendo un monumento in Bologna, fu un nemico implacabile dell’Austria. Insomma, il Governo italiano avrebbe potuto far suo, per Trento e per Trieste, il consiglio che Gambetta diede ai Francesi per l’Alsazia e la Lorena: pensarci sempre e non parlarne mai. Credeva forse di provvedere così nel tempo stesso agli interessi presenti dell’Italia e di riserbare l’avvenire.
Ma le classi governanti non si accorgevano che, mentre esse pensavano in silenzio a Trento e Trieste, anche in Italia, come in tutta l’Europa, l’intera fabbrica dello Stato crescendo di mole e di altezza, era necessità rinforzarne e ingrandirne le fondamenta, che posano sulla plebe. A poco a poco il servizio militare e per conseguenza anche il diritto di voto si allargavano. Era forza quindi istruire la plebe: ma questa istruendosi non poteva non smettere una parte dell’antica docilità; si raccoglieva in associazioni, parteggiava, voleva leggere i suoi giornali, e far sentire la sua voce al Governo. Oggi, in Italia, come in ogni altra nazione d’Europa, nessun Governo potrebbe obbligare con la forza il popolo a fare una guerra, senza avergliene spiegata in qualche modo la ragione. Ma per persuadere la plebe poco colta, che l’Italia dovesse, presentandosi l’occasione, sforzarsi di compiere anche con le armi l’unità nazionale, e per averla pronta in quel giorno al cimento, non bastava pensare in silenzio ai fratelli ancor soggetti all’Austria: occorreva parlarne al popolo e di continuo; spiegargli che cosa fosse e che cosa minacciasse il pericolo austriaco, come la Francia non ha smesso un istante di spiegare al popolo, dopo il 1870, il pericolo tedesco; toccare il sentimento, alimentare una fiamma di passione popolare con le formole diplomatiche e militari della questione adriatica. Non si prepara la moltitudine alla guerra con i ragionamenti, che possono convenire alle dotte discussioni di una Accademia di scienze politiche o di un Consiglio superiore di guerra. Chi ha parlato invece al popolo di Trento e di Trieste, negli ultimi trent’anni? Nessuno. La letteratura, che ha conservata nelle classi colte la tradizione irredentista, non è letta dalla plebe. La scuola, che è un’istituzione ufficiale, non ha potuto diventare un organo di propaganda avversa all’Austria. Dei partiti politici, il partito conservatore e il liberale, ligi al Governo, si sono chiusi nel silenzio. Il partito radicale e il partito repubblicano, che invece non vollero mai tacere, non hanno mai avuto largo seguito, fuori che in certe regioni. Grande ascendente ha acquistato invece sulla plebe, in tutta Italia, il partito socialista: ma anche questo ha parlato al popolo di cose ben diverse che non fossero le provincie irredente dell’Austria. In conclusione, quando la guerra europea è scoppiata, il popolo non aveva che un vago sentore di quel che l’Italia potesse o dovesse fare nell’Adriatico.