II.

Come spiegare questo improvviso cambiamento di una politica che durava da tanti anni? Per quale motivo i Cristiani vedevano finire ad un tratto l’ultima delle grandi persecuzioni? In che misura le convinzioni personali degli imperatori sia stata cagione di questo mutamento, non ci è possibile dire; più facile ci riesce determinare l’influenza che potè avere sulla decisione lo stato interno dell’Impero. Era evidente che fra i cinque Augusti, l’accordo non poteva durare a lungo, ora che tra di loro non c’era più un’autorità preponderante; e che presto o tardi scoppierebbe una nuova guerra civile. Ma Massenzio e Massimiano Daja erano favorevoli all’antico culto pagano e contrari ai cristiani; anzi Massimino Daja cercava di dare al paganesimo un’organizzazione più forte. È dunque verosimile che gli altri Augusti abbiano pensato di procurarsi, con quel decreto, l’appoggio dell’elemento cristiano, così potente, per gli eventi dell’avvenire. In altre parole, i cristiani approfittavano dell’indebolimento dell’Impero, nato da questa nuova crisi del potere supremo.

Il decreto del 311 è dunque uno dei segni che annuncia, dopo tanti altri una nuova guerra civile. Parve infatti che scoppiasse subito dopo la proclamazione dell’editto, alla morte di Galerio. Licinio e Massimino si prepararono subito a disputarsi la successione con l’armi, ma si accordarono poco dopo, dividendosi l’Oriente. Massimino prese l’Asia Minore, la Siria, l’Egitto; Licinio, il resto delle provincie orientali, dal Bosforo all’Adriatico. La guerra doveva scoppiare poco dopo, non in Oriente, ma in Europa. Da almeno due anni Costantino, che si era già fatto notare in guerre fortunate contro i Franchi e gli Alemanni, sorvegliava attentamente gli affari d’Italia, dove Massenzio apprestava degli eserciti, destinati, si diceva, a strappare la Gallia a Costantino e l’Illiria a Licinio; e intanto si avvicinava a Massimino, che continuava a perseguitare vigorosamente i Cristiani in Siria, in Egitto e nelle altre provincie. Costantino a sua volta si riavvicinò a Licinio, al quale diede in moglie la sorella Costanza, preparò un esercito, si creò in Italia delle segrete intelligenze, per non ripetere l’errore di Severo e di Galerio, entrando nella penisola come in paese nemico. Quando gli parve di essere pronto, al principio del 312, passò le Alpi con circa 50.000 uomini, che per metà erano legionari scelti e temprati; ruppe facilmente le prime resistenze, s’impadronì della valle del Po e marciò contro la metropoli. Massenzio non s’era mosso da Roma, confidando nella posizione forte della città, nei suoi molti eserciti, e in tutti gli ostacoli che avevano fatto fallire le spedizioni di Severo e di Galerio. Ma Costantino aveva preparata meglio la sua spedizione, e s’appoggiava a una parte della popolazione: i cristiani. Non lo trattenevano perciò quelle difficoltà e quelle resistenze, che avevano già fermato Severo e Galerio. Quando Massenzio seppe che Costantino si avvicinava a Roma, a capo di un forte esercito, e che le popolazioni stanche del suo governo avevano favorito l’invasione, comprese che non poteva restar chiuso nelle mura aureliane e uscì dalla città per affrontare il nemico in campo aperto. La battaglia avvenne a Saxa o a Castra Rubra, vicino all’attuale ponte Milvio, e finì con la disfatta di Massenzio. Massenzio stesso perì nel fiume con grossa parte dell’esercito (25 ottobre del 312). Il giorno dopo il vincitore entrava in Roma, dove il Senato, lusingato da un discorso che quasi prometteva la restaurazione delle sue antiche prerogative, gli conferì il titolo di primo Augusto e gli decretò un arco trionfale, che si può ancor oggi ammirare. I Romani lo adornarono con le spoglie dell’arco di Trajano.