I.

Abbandonato dall’opinione pubblica, inviso alla maggioranza del senato, in rotta con Augusto, Tiberio si trovò ben presto a Rodi nella disperata stretta di chi, con una mossa falsa, ha fatto il gioco dei suoi nemici e non sa come riparare all’errore. Uscire di Roma era stato facile; il difficile era rientrarci. E forse la sua fortuna sarebbe tramontata per sempre, ed egli non sarebbe più diventato imperatore, se nell’universale abbandono due donne non gli fossero rimaste fedeli: la madre Livia, e la cognata Antonia, la vedova del fratello Druso, morto giovane, quando più vive erano le speranze che Roma riponeva in lui.

Antonia era una figlia della sorella di Augusto, Ottavia, e di Marco Antonio, il famoso triunviro di Cleopatra; e fu certo la più gentile e dolce tra tutte le figure di donne che compaiono nella tragica e lugubre storia della famiglia dei Cesari. Bella, virtuosa, seria, modesta, equilibrata, portava nella famiglia uno spirito di concordia, una serenità, un senno che, pur troppo, non sempre avevano ragione delle violente passioni e dei rissosi interessi degli altri. Druso e Antonia erano stati per i Romani, sinchè Druso visse, il modello delle coppie fedeli e amorose, cosicchè il loro tenero affetto era passato quasi in proverbio; ma quel che in questa coppia aveva più profondamente commosso a Roma la moltitudine, così incline ad ammirare i discendenti delle grandi famiglie, era la bellezza, la virtù, la dolcezza, la modestia e la riserva di lei. Morto Druso, Antonia non volle rimaritarsi più, sebbene la lex de maritandis ordinibus ne facesse obbligo anche a lei; «giovane e bellissima — scrive Valerio Massimo — si ridusse a vivere in compagnia di Livia, e il medesimo letto vide morire il giovane marito e invecchiare la sposa in una austera vedovanza»; Augusto e il popolo furono così inteneriti da questa suprema prova di fedeltà alla memoria dell’indimenticabile marito, che per comune consenso dell’opinione pubblica, essa fu dispensata dall’obbligo di rimaritarsi; e Augusto stesso, pur così rigoroso nell’imporre l’osservanza della lex de maritandis ordinibus alla sua famiglia, fu questa volta disarmato. Per la prima volta la Ragion di Stato, mezzana e pronuba di prostituzioni legali, rispettò l’anima e il corpo di una donna pura, esentandola dalle promiscuità politiche, obbligatorie per tutte le altre donne della sua famiglia e della sua casta.

Tra una sua villa di Bauli, dove passava la maggior parte dell’anno e Roma, la bella vedova badava ad allevare i suoi tre figli — Germanico, Livilla, Claudio — vivendo appartata dalle cose politiche, nella intimità di Livia, da essa venerata, dopo la morte di Ottavia, come la madre; e cercando di infondere uno spirito di concordia nella lacerata famiglia.

Antonia era molto amica di Tiberio, il quale a sua volta ricambiava di viva simpatia e di un profondo rispetto la bella e virtuosa cognata. Che Antonia, la quale era legatissima a Livia, abbia parteggiato per Tiberio, è certo per molti indizî. Ma della lotta che si impegnò in quegli anni fra nemici ed amici di Tiberio, non Antonia, creatura dolce e mite, ma Livia, più forte, più autorevole, più energica, fu l’anima.

Le cose peggiorarono rapidamente: l’opinione pubblica diventava sempre più ostile a Tiberio e più favorevole a Giulia e al suo figlio; ben presto si vollero dare al fratello minore di Caio Lucio, gli stessi onori già assegnati a Caio; gli interessi si allearono agli odi e ai rancori contro Tiberio, perchè non appena Tiberio era partito, il Senato aveva aumentato le spese delle frumentazioni per il popolo, e quelle per i pubblici giuochi. Quanti approfittavano di queste spese avevano ormai interesse a impedire che Tiberio, famoso per la sua avversione a tutte le spese inutili, tornasse. Non si badò ai mezzi pur di rovinare Tiberio; tutte le arti e tutte le calunnie furono lecite, perfino l’accusa di ordire delle congiure contro Augusto. Fronteggiare insieme i rancori e le inclinazioni di Augusto, l’opinione pubblica, la maggioranza del Senato, gl’interessi coalizzati, Giulia e i suoi amici, era impresa ardua, anche per una donna così abile e forte come Livia. Quattro anni passarono, l’uno più nero ed infausto dell’altro per Tiberio ed i suoi. Al partito di Giulia crescevano di continuo le forze.

GIULIA SABINA

Alla fine il partito di Tiberio si decise ad una audacia disperata: colpire il partito avversario con uno scandalo nella persona stessa di Giulia. La lex Iulia de adulteriis, fatta da Augusto nell’anno 18, e che dava licenza a qualunque cittadino di accusare la sposa infedele davanti ai tribunali, quando il marito o il padre non l’accusassero, si applicava a tutti i cittadini romani, dunque anche la figlia di Augusto, alla vedova di Agrippa, alla madre di Caio e di Lucio Cesare, le due giovani speranze della repubblica. Giulia aveva sino ad allora violato la lex Iulia; e non aveva subito la pena, che aveva colpito tante altre donne dell’aristocrazia, solo perchè nessuno aveva osato provocar questo scandalo nella prima famiglia dell’impero. Il partito di Tiberio, protetto e guidato da Livia, l’osò alla fine. È impossibile dire quale fu la parte di Livia in questa tragedia: certo è che essa o qualche altro personaggio influente riuscì a procurarsi le prove della colpa di Giulia, e le portò ad Augusto, minacciando, se egli non compiva il suo dovere, di portarle al pretore e di fare un processo. Augusto aveva voluto con la lex Julia che se il marito, come era allora il caso di Tiberio, non poteva accusare la donna infedele, il padre doveva farne le veci; ed Augusto dovette subir la sua terribile legge, per evitare scandali e guai peggiori. Esiliò Giulia nella piccola isoletta di Pantelleria; e a 37 anni, la giovane, avvenente, piacevole, voluttuosa signora, che aveva brillato a Roma tanti anni, dovette sparire per sempre dalla metropoli, ridursi a vivere in una isoletta selvaggia. La sua vita era troncata per sempre dall’odio implacabile di un partito nemico, dalla crudeltà inesorabile di una legge, fatta dal padre.

Dopo l’esilio di Giulia, la fortuna di Tiberio e di Livia, per quattro anni languente, risorge. Ma non così rapidamente, come Livia e Tiberio forse avevano sperato. Giulia conservò, anche nella disgrazia, numerose amicizie e una grande popolarità; per molto tempo il popolo di Roma dimostrò a suo favore; molti sollecitavano il suo perdono da Augusto: prova evidente che le orribili infamie raccontate sul suo conto erano esagerazioni di nemici. Giulia aveva violata la lex Iulia, questo è sicuro: ma se aveva commesso un fallo, non era un mostro, come i suoi nemici dicevano: era una bella signora, come molte ce ne furono, ce ne sono e ce ne saranno, provvista di vizi e di virtù umane. E difatti il suo partito, riavutosi dallo scandalo, riprese la guerra; e fermo nel pensiero di far perdonare Giulia, tentò quanto potè per impedire a Tiberio di tornare a Roma e riprender parte alla vita politica, sapendo che se il marito rimetteva il piede in Roma, Giulia non ci ritornerebbe più. Uno solo poteva rientrare in Roma: o Tiberio o Giulia. E la mischia dei due partiti riarse intorno ad Augusto, più furiosa che mai.

Caio e Lucio Cesare, i due giovani figli di Giulia, prediletti di Augusto, furono i portavoce dei nemici di Tiberio presso Augusto, il contrappeso dell’influenza di Livia. Nessuna arte fu negletta per seminare tale odio e diffidenza tra i due giovani e Tiberio, che non potessero mai ritrovarsi insieme nel governo e la presenza degli uni escludesse l’altro. Un nuovo aiuto i nemici di Tiberio trovarono in una figlia di Giulia e di Agrippa — Giulia minore, come la storia l’ha chiamata, — che Augusto amava non meno di Caio e di Lucio. Sposata a L. Emilio Paolo, al discendente di una delle più grandi famiglie di Roma, Giulia divenne presto, in Roma, al posto della madre, l’Antilivia; raccogliendosi dattorno, come la madre, una corte di giovani eleganti, di scrittori, di poeti — Ovidio faceva parte del suo circolo — la quale bilanciasse la consorteria dei vecchi senatori (parrucconi, diremmo noi) che facevano circolo intorno a Livia. Non indugiò molto neppure ad abusare della benevolenza del nonno come ne aveva abusato la madre; sfoggiando, all’ombra della sua protezione, un lusso che i nemici del vecchio puritanismo romano ammiravano appunto perchè vietato dalle leggi; costruendo una magnifica villa, che era una sfida alla legge suntuaria; e — se si vuol credere alla tradizione — violando anche quella lex de adulteriis, che era stata così fatale alla madre.

Cosicchè, anche dopo la caduta di Giulia, i suoi tre figli — Caio, Lucio, Giulia — erano abbastanza potenti, e per la debolezza di Augusto, e per il favore pubblico, e per gli appoggi in Senato, da contrastare il terreno al partito di Livia. A mala pena, dopo infiniti stenti e quattro anni di intrighi, nell’anno 2 dopo C., Livia riuscì ad ottenere che Tiberio potesse ritornare a Roma; ma a condizione che s’occupasse solo dell’educazione del figlio e dei suoi affari privati, ogni faccenda pubblica esclusa. Augusto era vecchio e non bastava più all’impero; l’esercito era arrugginito, le finanze dissestate, le frontiere mal sicure; in Gallia, in Pannonia, in Germania la rivolta serpeggiava; Tiberio solo, che era il primo generale e uno dei migliori amministratori del suo tempo, che poteva mettere a disposizione della repubblica il pieno vigore della sua virilità matura, era in grado di fare ciò, che Lucio e Caio non sapevano. Ma inutilmente: Augusto non cedeva alle istanze di Livia: I Giulî erano padroni dello Stato e ne tenevano lontani i Claudî.

Tiberio sarebbe forse stato bandito per sempre dal potere, se il caso non l’avesse aiutato, togliendo di mezzo Caio e Lucio Cesare. Poco dopo il ritorno di Tiberio, il 20 agosto dell’anno 2 d. C. Lucio Cesare moriva a Marsiglia, spento da breve malattia; e venti mesi dopo, nel febbraio dell’anno 4, moriva pure Caio, in Licia, in seguito ad una ferita ricevuta in una scaramuccia. Queste due morti furono così premature, così vicine l’una all’altra e così opportune per Tiberio, che la posterità si è rifiutata di considerarle come uno dei tanti accidenti che possono capitare a tutti gli umani; e ha sospettato in quelle la mano criminosa di Livia! Senonchè chi conosce un po’ il mondo e gli uomini, sa che è più facile immaginare e sospettare che compiere questi avvelenamenti romanzeschi. Pur lasciando in disparte ogni considerazione sul carattere di Livia, — e molte se ne potrebbero fare — è difficile immaginare come essa avrebbe osato e potuto avvelenare i due giovani a tanta distanza da Roma, in Asia l’uno e in Gallia l’altro, per mezzo di molti complici, in tempi in cui, divisa come era la famiglia di Augusto da tanti odi, ogni suo membro era sospettato, spiato, appostato da un partito nemico; e in cui l’esempio di Giulia provava che la parentela con Augusto non era schermo sufficiente contro i rigori della legge e la collera dell’opinione pubblica. È poi cosa notissima che il popolo inclina sempre a sospettare un delitto ogni qual volta un uomo noto e potente muore prematuramente. Senza risalire alla leggenda del Conte Rosso avvelenato dalla madre, ricorderemo che trent’anni fa era tradizione, a Torino, che Cavour fosse stato avvelenato dalla mano di un’amante, chi diceva per ordine di Napoleone III, chi dei gesuiti, solo perchè la sua vita fu repentinamente troncata (da una nefrite, credo) a 52 anni, proprio quando l’Italia sentiva di averne maggior bisogno! Questa ecatombe di giovinetti e di giovani nella famiglia di Augusto sembra la persecuzione di un’oscura fatalità e può riuscir sospetta: ma appunto perchè le morti premature furono così numerose, non si possono spiegare se non con il logoramento della stirpe bacata nel midollo. Tutte le famiglie, invecchiando nel potere e nella ricchezza, si spengono: onde nessuna aristocrazia potè durare se non rinnovandosi, e quelle che si sono chiuse in sè, sono perite.

Nessuna seria ragione ci autorizza ad attribuire a una donna, che fu venerata come un modello dagli uomini migliori della sua età, un così orrendo delitto; e le favole che ne raccontò il popolino, avverso a Livia perchè fedele a Giulia, e che gli storici delle età seguenti raccolsero, valgono quanto le dicerie del popolino torinese sul veleno propinato a Cavour. La morte di Caio e di Lucio Cesare fu però una grande fortuna per Tiberio, perchè impose il suo ritorno al potere. L’impero era nei guai dappertutto; la Germania era mezza in rivolta; l’esercito aveva bisogno di un capo; pure Augusto, vecchio e irresoluto, esitava ancora, temendo l’avversione che covava e in senato e nel popolo contro il troppo autoritario Tiberio. Alla fine, d’accordo con Livia, la parte più seria, più autorevole, più antica della nobiltà senatoria, capeggiata da un nipote di Pompeo, Gneo Cornelio Cinna, gli impose di richiamare Tiberio, minacciando, pare, di ricorrere a qualche espediente violento, su cui noi non abbiamo sicure notizie. Certo è che si fece paura al vecchio Augusto, vincendo così con una paura maggiore la paura di cui gli era cagione la impopolarità di Tiberio; e il 26 giugno dell’anno 4 dell’êra volgare Augusto adottava Tiberio come figlio, gli faceva dare la potestà tribunizia per dieci anni, prendendolo a collega. Tiberio, a sua volta, per volontà di Augusto, adottava come figlio Germanico, il figlio maggiore di Druso e di Antonia, la sua fedele amica: un giovane intelligente, attivo, e da cui tutti speravano molto.

ANTONIA

Ritornato al potere Tiberio provvide, di accordo con Augusto, a riordinare l’esercito e lo Stato; e a placare, con atti di clemenza e nuovi matrimoni, le furiose discordie che negli ultimi anni avevano diviso o turbato la famiglia dei Giuli e dei Claudi. L’esilio di Giulia fu addolcito; Germanico sposò Agrippina, un’altra figlia di Giulia e di Agrippa, una sorella di Giulia minore, vedova di Caio Cesare; Livilla, sorella di Germanico e figlia di Antonia, fu data al figlio di Tiberio, a Druso, un giovane coetaneo di Germanico e che non ostante certi difetti, l’irascibilità e l’inclinazione ai piaceri, mostrava alcune qualità di uomo di Stato: fermezza, mente solida, attività. Si voleva sempre con questi matrimoni far della famiglia di Augusto, del ramo giulio e del ramo claudio che la componevano intrecciati, un corpo solo, formidabile, unito, così da poter essere il fondamento su cui poserebbe la repubblica, ossia il governo di tutto l’impero. Ma se il proposito era savio, i fermenti di discordia e la infelicità dei tempi potevano più che i buoni propositi. Troppo si era aspettato a richiamar Tiberio al potere; il disordine, dopo dieci anni di governo senile, era troppo grande; i provvedimenti imaginati da Tiberio per riassettare le finanze dell’impero, irritarono le classi ricche dell’Italia; nel 6 dopo C. scoppiò la grande rivolta della Pannonia. Che spavento fu quello! Parve di tornare ai tempi dei Cimbri e dei Teutoni. In un istante di follia collettiva si temè perfino che la penisola potesse essere invasa e Roma assediata dai barbari! Tiberio accorse rapido, e domò l’insurrezione, non affrontandola in campo aperto, ma stancandola: metodo sicuro e savio, con le milizie di cui disponeva! Ma a Roma, passato lo spavento, il protrarsi della guerra irritò, e divenne per molti un pretesto per sfogar l’odio antico contro Tiberio, il quale fu accusato di aver paura, di non sapere il suo mestiere, di tirare in lungo la guerra per ambizione! Il partito avverso a Tiberio risollevò la testa, tentando perfino di aizzargli contro Germanico, che giovane, ambizioso, temerario, avrebbe preferito una guerra rapida; e certo si sarebbe creato già sin da allora un partito di Germanico ed uno di Tiberio, se Augusto, questa volta, non avesse da Roma sostenuto Tiberio. Ma le difficoltà e le incertezze erano grandi; e rinascevano di continuo.

In mezzo a queste lotte e a queste paure un nuovo scandalo scoppiò nella famiglia di Augusto: Giulia minore, come la madre, si lasciò cogliere in fallo dalla lex Iulia de adulteriis e dovè prendere anch’essa la via dell’esilio! Come e per opera di chi lo scandalo scoppiasse, noi non sappiamo: sappiamo invece che Augusto amava molto la nipote; onde è da credere che in quell’agitato e torbido momento, mentre tanti odi si appuntavano contro la sua famiglia e la sua casa, tanti sforzi si facevano per rovesciare di nuovo Tiberio, che pure aveva salvato l’impero, Augusto dovè una seconda volta subire la sua legge; e non osò contendere al partito puritano, alla minoranza arcaizzante dei senatori, agli amici di Tiberio, questa seconda vittima della sua famiglia. Certo è che si fece quanto si potè per limitare lo scandalo; e che dell’esilio della seconda Giulia appena qualche sommaria notizia sarebbe giunta sino a noi, se tra i complici che furono esiliati con lei non ci fosse stato anche Ovidio, che doveva empire venti secoli dei suoi lamenti e farli giungere sino alle orecchie dei più tardi nipoti.

L’esilio di Ovidio è uno dei misteri che più tormentarono la curiosità dei secoli, come la maschera di ferro. Ovidio stesso l’ha acuita con la prudenza, non parlando mai chiaramente delle accuse a cui soggiacque, facendo ad esse soltanto delle vaghe allusioni, che si riassumono in due parole: carmen et error. Onde i posteri si domandano da venti secoli quale fu questo error che mandò l’elegante poeta a morire tra i barbari Geti, sulle sponde del Danubio; e naturalmente senza venirne a capo. Se però non è possibile precisare quale fu l’error che costò così caro ad Ovidio, è possibile invece rendersi ragione di quel che fu questo singolare e famoso episodio della storia di Roma, a cui Ovidio deve in parte la sua immortalità. Ovidio non fu vittima, come troppo si è ripetuto, di un capriccio del dispotismo; e quindi non può essere paragonato ad uno dei tanti scrittori russi, che l’amministrazione deportava in Siberia per odio e per paura, senza una ragione precisa, sotto gli czar. Il suo caso, in una certa misura, potrebbe piuttosto paragonarsi al processo di Oscar Wilde, sebbene l’accusa a cui i due poeti soggiacquero fosse diversa. L’error di Ovidio fu certamente di aver violata qualche disposizione della Lex Iulia de adulteriis, che, noi lo sappiamo, era molto minuta e specificava come casi di complicità molti atti e fatti, che anche agli occhi dei più rigoristi moderni, sembrerebbero biasimevoli, sì, ma non degni di così terribili pene. È verosimile che Ovidio incappasse in una di queste disposizioni; ma il suo error, grave o leggera che fosse, più che la ragione vera della condanna, fu il pretesto: il pretesto per sfogare su di lui un vecchio rancore, che aveva ragioni più profonde. Il tradizionale puritanismo romano volle mandare in esilio il poeta delle signore frivole, eleganti, leggere; l’autore dei poemi erotici, che con la penna ed i versi aveva aiutato i tempi a mutare l’antica austera materfamilias in una dispendiosa amica degli uomini e dei sollazzi; il poeta, che si era fatto ammirare, sopratutto dalle donne, lusingandone le inclinazioni più pericolose. Il puritanismo odiava i nuovi indirizzi della vita sociale, e quindi anche la poesia di Ovidio, precipuamente per i loro funesti effetti sulle donne, le quali, come vedemmo, nelle famiglie aristocratiche, non erano punto mantenute nell’ignoranza, e quindi leggevano poeti e filosofi. Ma perciò appunto ci fu sempre a Roma una viva avversione contro la letteratura leggera e immorale. Se i libri fossero andati solo per le mani degli uomini, la poesia di Ovidio non avrebbe forse avuto la fortuna di una persecuzione, che doveva attirare su di essa l’attenzione della posterità. La libertà della donna pareva, insomma, a questa società, dovere imporre una maggior riserva anche nella letteratura; e Ovidio, che se ne era scordato, se ne ricordò a proprie spese, quando dovè ridursi in esilio tra i Geti, sulle rive del Danubio gelato, perchè troppe donne leggevano troppo volontieri, a Roma, i suoi libri. I quali furono, per ordine di Augusto, tolti dalle biblioteche: il che non impedì tuttavia che giungessero sino a noi, quando tante opere più serie — la storia di Tito Livio per esempio — si sono o interamente o in troppa parte perdute!