II.
Dopo la rovina della seconda Giulia, Augusto non ebbe più, sino alla morte, che avvenne il 23 agosto del 14 dopo C., gravi dispiaceri dalle donne della sua casa. La grande sciagura degli ultimi anni del suo governo è una sciagura pubblica: la disfatta di Varo e la perdita della Germania. Ma con quanta tristezza doveva Augusto guardare indietro, nelle ultime settimane della sua lunga vita, la storia della sua famiglia! Tutti quelli che egli aveva amati erano stati strappati a lui innanzi tempo da un destino crudele: dalla morte, Druso, Caio e Lucio Cesare; dall’Infamia e dalla Crudeltà della legge, peggiore che la morte, le due Giulie! La grandezza senza esempio a cui si era levata, non aveva portato fortuna alla sua famiglia. Egli restava vecchio, quasi solo, superstite stanco tra le tombe dei suoi cari spenti innanzi tempo dal Fato, tra le memorie ancora più dolorose di quelle che erano state sepolte vive in selvaggie isolette e nella tomba dell’Infamia; non avendo più altra compagnia che quella di Tiberio con cui si era riconciliato davvero, di Antonia, la dolce nuora da tutti rispettata, e di Livia, la donna che il destino aveva messo ai fianchi negli anni orrendi del sangue e del ferro; la compagna fedele, per cinquantadue anni, della sua varia, meravigliosa e tragica fortuna. Si capisce quindi che, come gli storici narrano, le ultime parole del vecchio imperatore siano state un tenero ringraziamento alla moglie fedele: «Addio, Addio, Livia; ricordati della nostra lunga unione!». Con queste parole egli terminava la sua vita da vero romano: rendendo omaggio alla sposa, che il costume e la legge volevano compagna fedele e amorosa, non docile schiava dell’uomo.
Ma se la famiglia di Augusto aveva tribolato e sanguinato già durante la sua vita, più sofferse e pericolò dopo la morte di lui. Non si renderà mai conto della storia del primo impero chi, partendo dal preconcetto che Augusto fondò una monarchia, si imagina che la sua famiglia dovè godere, nella società romana, dei privilegi che sono riconosciuti, in tutte le monarchie, alla famiglia del sovrano. Certo di una condizione privilegiata questa famiglia godè sempre se non per legge, di fatto, e per la forza stessa delle cose: ma non per nulla Roma era stata per tanti secoli una repubblica aristocratica, in cui tutte le famiglie della nobiltà si erano considerate eguali e sottoposte alle medesime leggi. Del privilegio che alla famiglia dei Giulio-Claudi assicurava la suprema dignità del suo capo, l’aristocrazia si vendicò prendendola in odio, sospettandone e calunniandone tutti i membri, sottoponendola con crudele voluttà, quando poteva, alle leggi comuni, anzi maltrattando con più feroce accanimento quelli che per caso cadessero sotto le sanzioni di una legge. Ai privilegi di cui godevano i membri della famiglia imperiale, faceva equilibrio il pericolo di dover ricevere più forte i colpi delle leggi, se qualcuno ci cascasse sotto, per dare all’aristocrazia senatoria la atroce soddisfazione di vedere uno di questi felici martoriato come e più degli altri. Non è dubbio, ad esempio, che le due Giulie furono più severamente punite e infamate che le altre signore dell’aristocrazia ree dello stesso delitto; e che Augusto aveva dovuto essere con loro spietato, perchè non si dicesse in Senato, che faceva leggi non per i suoi, ma per gli altri.
TIBERIO
Tuttavia sinchè Augusto visse, egli fu per i suoi parenti uno schermo sufficiente. Sopratutto nell’ultimo ventennio Augusto fu l’oggetto di un rispetto quasi religioso. L’epoca tempestosamente grande da cui proveniva, straordinaria fortuna, il lungo governo, i servigi che aveva resi davvero e quelli che era parso rendere, gli avevano conferito tanta autorità, che l’invidia riponeva innanzi a lui le sue freccie più avvelenate. Per rispetto a lui, anche la sua famiglia non fu, tranne in qualche passeggero furore dell’opinione pubblica, come quelli in cui le due Giulie furono condannate, troppo calunniata e maltrattata. Ma, lui morto, le cose mutarono, perchè Tiberio, sebbene fosse un sagace amministratore, un valentissimo generale e un uomo capace, non godeva le simpatie e il rispetto di Augusto: anzi era odiato da una parte considerevole del Senato e della aristocrazia, quella che aveva a lungo parteggiato per Caio e Lucio Cesare. Non l’ammirazione del Senato e del popolo, ma la necessità l’aveva imposto come capo della repubblica, perchè, quando Augusto morì, l’impero essendo in guerra con i Germani e le provincie pannonico-illiriche in rivolta, era forza affidare l’esercito ad un uomo che incutesse terrore ai barbari e che al caso sapesse combatterli. Tiberio stesso era così convinto che la maggioranza del Senato e il popolo di Roma subirebbero il suo governo per forza, che era stato a lungo in forse: se accettare o no. Nessuno si illudeva meno di lui che sarebbe facile governare con gli animi così avversi.
Sotto il governo di Tiberio la famiglia imperiale fu circondata da un odio molto più intenso e palese, che non sotto Augusto. Una coppia faceva eccezione: Germanico ed Agrippina, i quali erano molto amati. Ma qui appunto incominciarono le prime gravi difficoltà per Tiberio. Intorno a Germanico, che aveva 29 anni quando Tiberio fu assunto alla presidenza della repubblica, incominciò a raccogliersi un partito che, corteggiandolo e adulandolo, lo oppose a Tiberio; inconsapevolmente aiutato sopratutto dalla moglie di Germanico: Agrippina. Era costei, diversamente da sua sorella Giulia, una donna di costumi intemerati, innamorata e fedele al marito, una vera matrona romana come la tradizione l’aveva vagheggiata, casta e feconda, che a 26 anni aveva già dati nove figli al marito, di cui però sei erano morti. Ma quasicchè Agrippina fosse destinata a mostrare che nella casa di Augusto ed in quei tempi torbidi e strani, la virtù non era meno pericolosa del vizio, sia pure per un altro verso, e per differenti ragioni, della sua fedeltà al marito, dell’ammirazione che godeva in Roma, Agrippina era così fiera, che tutti gli altri difetti del suo carattere erano come inturgiditi dallo smodato orgoglio di questa sua virtù. E tra questi suoi difetti occorre enumerare una grande ambizione, una specie di attività faragginosa e tumultuaria, una irriflessiva impetuosità di passioni, una pericolosa mancanza di ponderazione e di criterio. Agrippina non era malvagia; ma era ambiziosa, violenta, intrigante, imprudente, poco riflessiva, quindi facile a scambiare i suoi sentimenti ed interessi per la ragione universale del giusto; amava molto il marito, da cui non si staccava mai, che accompagnava in tutti i viaggi; ma appunto perchè lo amava lo spingeva a secondare quella sorda opposizione a Tiberio, che voleva farne il suo campione e il suo favorito.
Se di nuovo il Senato e la famiglia imperiale non si scisse in due fazioni, fu perchè Germanico resistè saviamente ai suoi troppo zelanti ammiratori; e forse anche perchè la madre, Antonia, non smise mai di essere, quanto il governo di Tiberio durò, la più fida ed affezionata amica dell’imperatore. Dopo il divorzio di Giulia, Tiberio non si era riammogliato; e gli affettuosi uffici che avrebbe dovuto compiere presso di lui la moglie, furono compiuti in parte dalla madre, in parte dalla cognata. Nessuna persona era ascoltata dal chiuso e diffidente imperatore, quanto Antonia. Chi voleva impetrar da lui qualche favore, non poteva far meglio che affidar la causa ad Antonia. È verosimile quindi che Antonia bilanciasse presso il figlio la moglie. Ma se proprio non si giunse alla scissione, delle difficoltà nacquero presto. Non solo Agrippina e Livia vennero in discordia, ma — e fu cosa più grave — cedendo un po’ al suo temperamento, un po’ ai suggerimenti della moglie e degli adulatori, Germanico, che alla morte di Augusto era legato per la Gallia, iniziò di suo capo una politica germanica contraria alle istruzioni di Tiberio. Tiberio, che i Germani conosceva per lunga esperienza, non voleva più molestarli: la rivolta di Arminio dimostrava che, minacciati nella loro indipendenza, sapevano unirsi e diventavano pericolosi; lasciati in pace, si distruggevano in guerre continue. Occorreva quindi non assalirli o minacciarli, ma abilmente soffiar nel fuoco delle loro continue discordie e guerre, affinchè, interdistruggendosi, lasciassero tranquillo l’impero. Ma questa saggia e prudente politica poteva piacere a un vecchio guerriero, come Tiberio, che già aveva raccolti tanti allori; non ad un giovane che ambiva di segnalarsi con grandi imprese; al cui fianco stava, stimolo continuo, una moglie ambiziosa e che era circondato da una corte di adulatori. Germanico, di sua iniziativa, passò il Reno e incominciò una vasta offensiva, attaccando una dopo l’altra, con rapide e fortunate spedizioni, le più potenti popolazioni germaniche. A Roma questa ardita mossa piacque, massime ai nemici di Tiberio che erano molti; sia perchè l’ardimento piace sempre più che la prudenza, a coloro che non rischiano nulla e giudicano di una guerra a centinaia di miglia dai campi di battaglia; sia perchè la gloria di Germanico poteva offuscare Tiberio. E Tiberio, non ostante disapprovasse, per un certo tempo lasciò fare il figlio adottivo per non contrariare l’opinione pubblica e per non parer di invidiare al giovane Germanico la gloria che si acquistava.
Tuttavia egli non voleva che Germanico si impegnasse troppo con le tribù germaniche; e quando gli parve che avesse abbastanza mostrato il valor suo e abbastanza fatto sentire ai nemici la possanza di Roma, lo richiamò, mandando l’altro figlio suo, figlio non adottivo, ma vero, Druso. Ma questo richiamo non garbò punto al partito di Germanico, il quale recriminò amaramente sussurrando che Tiberio era geloso di Germanico, che lo aveva richiamato per impedirgli di acquistare gloria in una impresa immortale. Tiberio pensava così poco a impedire a Germanico di adoperare in servizio di Roma il suo ingegno, che subito dopo nell’anno 18 d. C. lo mandò in Oriente a rimettere l’ordine nell’Armenia agitata da interne discordie, dandogli quindi un comando non meno importante di quello che gli aveva tolto. Ma nel tempo stesso non volle affidar interamente ogni cosa al senno di Germanico, che era capace e valoroso, ma giovane, e sempre accompagnato da una moglie imprudente e da una corte di adulatori irresponsabili; e perciò gli mise a fianco un uomo più anziano, maturo e sperimentato: Gneo Pisone, un senatore, che apparteneva ad una delle più illustri famiglie di Roma.
Gneo Pisone doveva aiutare, consigliare, e se era necessario, frenare Germanico; e anche informare Tiberio di quanto il giovane faceva in Oriente. Di questo non si può dubitare: ma chi vorrà contestare a Tiberio, che aveva la responsabilità dell’impero, il diritto di far sorvegliare un giovane di trentatrè anni, cui tanti e così gravi interessi erano commessi? Senonchè questa ragionevole e misurata cautela fu cagione di infiniti guai. Germanico si offese, e istigato dagli amici, venne in guerra con Pisone; Pisone avendo condotto sua moglie Plancina, che era una grande amica di Livia, come Germanico aveva condotto Agrippina, Agrippina e Plancina litigarono, da mogli fedeli, non meno dei loro mariti; l’autorità romana in Oriente si divise in due cabale, quella di Pisone e quella di Germanico, che si accusarono di illegalità, di concussione, di prepotenza, e di cui ciascuna non pensò che a disfare quello che l’altro aveva fatto. Quale delle due cabale avesse ragione o in che misura ciascuna avesse torto o ragione, è difficile dire, perchè il racconto di Tacito, annebbiato da un’ostilità preconcetta, non ci illumina affatto. Ma è certo che Germanico non rispettò sempre le leggi e qualche volta agì con soverchia leggerezza, obbligando Tiberio ad intervenire personalmente: come allorchè andò con Agrippina a fare un viaggio in Egitto, che anche allora era una meta favorita dei viaggiatori curiosi e istruiti. Ma allora vigeva anche un’ordinanza di Augusto che vietava ai senatori romani di metter piede in Egitto, senza uno speciale permesso. Come aveva scavalcato questo divieto, non sarebbe meraviglia se Germanico in altre occasioni non avesse rispettato troppo alla lettera le leggi, che definivano i suoi poteri.
Purtroppo la discordia tra Germanico e Pisone empì di confusione e di discordia tutto l’Oriente; e inquietò di riflesso Roma, dove il partito avverso a Tiberio l’accusò di perseguitare il figlio adottivo per gelosia; dove anche Livia, non più protetta da Augusto, incominciò ad essere sospettata di intrigare contro Germanico per odio di Agrippina. E Tiberio non sapeva che fare, impacciato dalla opinione pubblica favorevole a Germanico, e desideroso nel tempo stesso che i suoi figli dessero l’esempio di obbedire alle leggi. Quando, nel 19 d. C. Germanico ammalò ad Antiochia; e dopo una malattia lunga, alternata di molti miglioramenti e peggioramenti, alla fine, come suo padre, come i suoi cognati, soccombette al destino, in piena giovinezza, a 34 anni! È da stupirsi se l’immaginazione popolare, sgomenta da questa nuova morte immatura, che troncava una pericolosissima discordia politica, incominciasse subito a sussurrar di veleno? Il partito di Germanico, esasperato da questa sciagura che lo annientava, insieme con le speranze di quanti si erano legati a Germanico per le loro fortune future, raccolse, colorì, propagò per ogni dove la voce: e chi a questa voce credette con maggior fede fu Agrippina, che il natural dolore della morte faceva anche più impetuosa, scriteriata e violenta. Agrippina che, se fosse stata una donna ponderata e di senno, meglio di ogni altro avrebbe potuto sapere quanto quella diceria era assurda.
AGRIPPINA
In breve fu diceria universale a Roma che Germanico era stato avvelenato da Pisone; e per ordine di Tiberio e di Livia, si sussurrò a voce più bassa. Pisone era stato lo strumento di Tiberio, Plancina quello di Livia. L’accusa è assurda: lo riconosce anche Tacito, il quale ci racconta in che modo gli accusatori di Pisone pretendevano che il veleno fosse stato propinato: in un banchetto, a cui Pisone, invitato da Germanico, sedeva parecchi posti distante da lui, e avrebbe versato il veleno nelle sue vivande, in presenza di tutti i convitati, senza che nessuno se ne accorgesse. Tacito stesso, che pure odia a morte Tiberio, dice che tutti giudicavano questa una favola assurda: e tale la giudicherà ogni uomo di buon senso. Ma l’odio fa credere anche a persone intelligenti le favole più inverosimili; il popolo, favorevole a Germanico, era invelenito contro Pisone e non ascoltava ragione; tutti i nemici di Tiberio si persuasero facilmente che qualche truce mistero si nascondeva sotto questa morte e che da un processo contro Pisone potrebbe nascere uno scandalo, il quale riverbererebbe sullo stesso Tiberio; si incominciò a dire che Pisone possedeva delle lettere di Tiberio, in cui era contenuto l’ordine di avvelenare Germanico! Alla fine anche Agrippina giunse a Roma con le ceneri del marito e con l’usata veemenza incominciò a empire di proteste, di imprecazioni e di accuse contro Pisone la casa imperiale, il Senato, Roma tutta. Il popolo, che l’ammirava per la sua fedeltà e il suo amore, si commosse anche di più e da ogni parte si gridò che un così esecrando delitto meritava una punizione esemplare.
Difatti se da prima Pisone aveva trattato come meritavano, con altero disprezzo, queste accuse, presto si accorse che gli era necessario ritornare a Roma a difendersi. Un amico di Germanico l’aveva accusato; Agrippina, strumento inconsapevole dei nemici di Tiberio, riscaldava ogni dì più la opinione pubblica con il suo lutto querulo ed ostentato; il partito di Germanico agitava il Senato e il popolo. Ma quando Pisone giunse a Roma, si vide abbandonato quasi da tutti. Egli sperava in Tiberio, che conosceva la verità e che desiderava che questa follia dileguasse dagli spiriti. Ma Tiberio era sorvegliato da una malevolenza spietata; qualunque cosa avesse fatto a prò di Pisone, sarebbe stata interpretata come la prova che egli era il complice di lui e che perciò lo voleva salvo. Tutta Roma, diceva, ripeteva, era sicura che Pisone mostrerebbe al processo le lettere di Tiberio. Livia si industriò nell’ombra per salvare Plancina, ma per Pisone Tiberio non potè far altro, che raccomandare al Senato, quando il processo incominciò, e con un nobilissimo discorso che Tacito ci ha conservato, la più rigorosa imparzialità. Giudicassero senza riguardi nè alla famiglia imperiale nè alla famiglia di Pisone. Inutile ammonimento: chè la condanna era sicura, non ostante l’assurdità della accusa. I nemici di Tiberio erano così inviperiti e così risoluti a spingere le cose all’estremo, sperando che saltassero fuori le famose lettere; l’opinione pubblica era così esaltata, che Pisone si uccise prima della fine del processo.
Agrippina aveva sacrificato ai Mani del marito, morto prematuramente, un innocente. Tiberio potè solo salvare la moglie, il figlio e la fortuna di Pisone, che i nemici volevano distruggere con un solo colpo.