I.

Morto Tiberio (37 a. C.) fu forza cercare un successore: compito non facile. Tiberio aveva nel testamento adottato come figlio Caio Caligola, figlio di Germanico, e Tiberio, figlio del figlio suo Druso. Quest’ultimo che aveva 17 anni, era troppo giovane. Caligola ne aveva 27, e quindi era ancor molto giovane, sebbene a rigor di termine potesse essere imperatore; ma non godeva buona reputazione. Oltre lui non c’era altro membro della famiglia, in età di governare che Tiberio Claudio Nerone, un fratello di Germanico, l’ultimo figlio superstite di Druso e di Antonia, che tutti consideravano come uno sciocco, zimbello di liberti e di donne, a cui non si era potuto far fare la carriera delle magistrature, tanto era ridicolo e balordo. Difatti non era neppur senatore. Non potendosi dunque pensare a lui, non restava che Caligola, se non si voleva uscir dalla famiglia di Augusto: il che era costituzionalmente possibile, ma politicamente difficile; perchè le provincie, i barbari della Germania e i soldati delle legioni si erano ormai abituati a vedere in questa famiglia il sostegno dell’impero. Le legioni, anzi, si erano molto affezionate, alla memoria e alla discendenza di Druso e di Germanico, le cui figure, trasfigurate dalla morte, vivevano negli spiriti dei soldati e ritornavano, richiamate dai loro discorsi, nelle lunghe veglie, a visitare i campi sul Reno e sul Danubio, testimoni un tempo delle loro imprese e delle loro virtù. Sulla famiglia di Augusto si raccoglieva ormai la venerazione, che gli eserciti dei tempi più remoti avevano professata per tutta la nobiltà romana. In queste difficoltà il Senato scelse il male minore: Caligola, il figlio di Germanico.

CLAUDIO

Ma se non era stato facile trovare un imperatore, la morte di Tiberio doveva dimostrare, per la prima volta a Roma, che era forse anche più difficile trovare una imperatrice. Durante il governo di Augusto questa dignità era stata occupata, e con incomparabile maestria, da Livia. Ad Augusto era successo Tiberio, che, dopo il divorzio da Giulia, non si era più riammogliato; c’era stato quindi un lungo interregno muliebre, durante il quale nessuno aveva pensato se fosse facile o difficile trovare in Roma, una donna che sapesse succedere degnamente a Livia. La difficoltà si presentò con Caligola, il quale, a 27 anni, non poteva eluderla come aveva fatto Tiberio; sia perchè è cosa naturale che a quell’età un uomo sia ammogliato; sia perchè la lex de maritandis ordinibus gliene faceva un obbligo, a lui come a tutti i senatori; sia perchè il capo della repubblica aveva bisogno, per i suoi doveri sociali, di una sposa. Al funesto isolamento di Tiberio, aveva contribuito anche il suo celibato. Senonchè con Caligola si incomincia a vedere che il trovare una seconda Livia non era così facile, tante erano le qualità che si richiedevano. Doveva essere infatti di stirpe nobilissima, uscendo da una di quelle grandi famiglie romane, che scarseggiavano, si isterilivano e si guastavano sempre più di generazione in generazione, e quel che è peggio erano divise da odî ferocissimi; gravissima difficoltà, perchè imparentandosi con una di queste famiglie, l’imperatore correva il pericolo di inimicarsi con tutte le famiglie, che di quella erano nemiche. Doveva inoltre l’imperatrice essere il modello di tutte le virtù, prolifica, per obbedire alla lex de maritandis ordinibus; religiosa, casta e virtuosa, per non violare la lex de adulteriis; semplice e modesta in omaggio alla lex sumptaria: doveva saper amministrare saggiamente la vasta casa, piena di servi e di liberti, dell’imperatore; e aiutare il marito a compiere tutti i doveri sociali — ricevimenti, pranzi, feste — che gravosi per ogni nobile romano, erano gravosissimi per il capo della repubblica. Non poteva infine essere stupida e ignorante. Da questo momento infatti, sino alla catastrofe di Nerone, le difficoltà della famiglia e dell’autorità imperiale nascono più ancora che dagli imperatori dalle loro mogli: cosicchè si può dire che le donne sono state, senza volerlo, la rovina della casa Giulio-Claudia.

La difficoltà insomma era grande. Ma se c’era uomo poco fatto per superarla, era questo giovinotto di 27 anni assunto all’impero dopo la morte di Tiberio. Era, quando fu eletto imperatore, ammogliato da quattro anni con una certa Giunia Claudilla, una dama che doveva appartenere ad una delle grandi famiglie di Roma e intorno alla quale noi non abbiamo alcuna notizia. Non possiamo dire quindi se, a fianco di un secondo Augusto, avrebbe potuto diventare la nuova Livia. Ma è certo invece che Caligola non era un secondo Augusto. Caligola non fu probabilmente un pazzo così frenetico, quale gli scrittori antichi l’hanno dipinto; ma fu certo un uomo stravagante, squilibrato, e agitato da un delirio di grandezza, che il potere esaltò facilmente, perchè gli fu conferito in età troppo giovane e senza preparazione. Per molti anni Caligola, più che sperare di succedere a Tiberio, aveva temuto una sorte simile a quella della madre e dei fratelli maggiori; nonchè sognare la dignità suprema, aveva desiderato di non finire esule in qualche isola deserta del Mediterraneo. Tanta fortuna, dopo la lunga persecuzione, sconvolse le facoltà mentali, già per natura traballanti, e fomentò un delirio di grandezza, che lanciò violentemente il suo spirito fuori della grande orbita storica della tradizione romana, in cui i suoi precedenti si erano aggirati, in una corsa aberrante verso l’Egitto. Caligola aveva già mostrato una grande inclinazione per le cose e gli uomini di quel lontano paese, così ammirato e così temuto dai Romani. Noi sappiamo, per esempio, che tutti i suoi servitori erano egiziani, e che il suo liberto più fido e influente, Elicone, era un alessandrino. Ma questa ammirazione per la terra dei Tolomei e dei Faraoni divampò, poco dopo la sua assunzione all’impero, in un esotismo temerario, che lo spinse a voltar le spalle alla politica di Tiberio e di Augusto, per rifarsi, come a suo modello, addirittura a quella del suo bisnonno Marco Antonio; a introdurre in Roma le idee, i costumi, le pompe, gli istituti della monarchia faraonica e tolemaica; a far del suo palazzo una corte simile a quella di Alessandria; della sua famiglia, una famiglia semidivina ed unica, quale era stata quella dei Tolomei; e di sè, un Re adorato in carne ed ossa, come si usava sulle rive del Nilo.

Caligola era pazzo, senza dubbio; ma la sua pazzia sarebbe sembrata meno caotica e incomprensibile, un filo e un senso si sarebbero trovati pur negli eccessi e nei vaneggiamenti del suo spirito turbato se si fosse capito che, se non tutte, molte delle sue pazzie più famose sono mosse e inspirate dall’idea monarchica ed egiziana. Nella pazzia di Caligola, come nella storia di Antonio o nella tragedia di Tiberio, si ritrova ancora e sempre il conflitto ideale tra l’Italia e l’Oriente, tra Roma e Alessandria, che è la chiave di tutta la storia dell’ultimo secolo della repubblica e del primo secolo dell’impero. Noi vediamo infatti il nuovo imperatore, appena eletto, introdurre Iside tra i culti ufficiali dello stato romano e assegnarle nel calendario una festa pubblica; proteggere insomma quei culti egiziani, così fieramente combattuti da Tiberio, il «vecchio romano». Noi lo vediamo proibire le feste commemorative della battaglia di Azio, che si celebravano da un secolo ogni anno: idea che lì per lì può sembrare strana e insensata. Eppure neppur questa idea deve considerarsi come un puro capriccio; perchè voleva dire la riabilitazione ufficiale di Marco Antonio, del bisnonno che aveva tentato spostare il governo dell’impero da Roma ad Alessandria; un mezzo di dire che Roma non doveva più vantarsi di avere umiliato Alessandria con le armi, poichè d’ora innanzi avrebbe preso, in ogni cosa, Alessandria come modello.

Inspirandosi pure a esempi egiziani, cercò di circondare di un rispetto quasi religioso, simile a quello in cui si era avvolta la dinastia dei Tolomei, tutta la famiglia sua: quella che Tiberio, il repubblicano di vecchio stampo, aveva lasciato perseguitare e infamare con i processi, decimare con i suicidi obbligatori dalle invidie dell’aristocrazia, che non voleva perdonarle la sua troppo grande fortuna. Non solo Caligola si affrettò a raccogliere le ossa della madre Agrippina e del fratello, per riportarle a Roma e riporle piamente nel sepolcro di Augusto; ma proibì che si nominasse tra i suoi antenati il grande Agrippa, il costruttore del Pantheon, perchè l’origine troppo oscura di lui macchiava la purezza semidivina della razza; fece attribuire alla nonna Antonia, la figlia di Marco Antonio, e la fedele amica di Tiberio, il titolo di Augusta e tutti i privilegi delle Vestali; fece attribuire questi stessi privilegi alle tre sorelle Agrippina, Drusilla e Livilla; fece loro assegnare nei giuochi del circo un posto eguale al suo: volle infine che i loro nomi fossero compresi nei voti che ogni anno i magistrati e i pontefici esprimevano per la prosperità del principe e del popolo; e che nei giuramenti per la conservazione del suo potere si includesse anche un giuramento per la loro felicità! Dalle persecuzioni e dalle umiliazioni che la famiglia imperiale aveva subite sotto Tiberio, le sorelle dell’imperatore passavano agli onori e privilegi divini: novità contraria allo spirito e alle tradizioni repubblicane, ma ispirata dagli esempi e dai principî delle monarchie orientali; trapasso un po’ troppo brusco, che è prova di temperamento violento e poco riflessivo in chi lo volle e lo impose. Tuttavia lì per lì non ci fu nè scandalo nè protesta: come nessuno si dolse che nel palazzo imperiale, così semplice, severo, triste sotto Tiberio, irrompessero in gioiose turbe i piaceri, il lusso, le feste e tutti gli artigiani della voluttà: i mimi, i cantori, gli attori, i ballerini, i cuochi, i fantini. Il governo avaro e triste di Tiberio aveva stancato tutti. Caligola fu popolare nei primi mesi.

E se, anche prendendo la mossa da idee e costumi egiziani, si fosse contentato di mettere la sua famiglia, e le sue donne, al riparo di un rispetto che le proteggesse contro le infami accuse e gli iniqui processi, avrebbe potuto far cosa giusta, buona e utile alla repubblica. Era assurda infatti, e pericolosa, quella contraddizione per cui, durante il governo di Tiberio, l’imperatore era stato insignito di straordinari poteri e fatto oggetto di un rispetto quasi religioso; la famiglia poi — e particolarmente le donne — erano state messe fuori della legge e bersagliate con mille insidie. Ma il lunatico Caligola non era uomo da trattenere nei limiti della ragione neppure un proposito savio. Il potere, la popolarità, le lodi esaltando la sua natura bizzarra e incline agli eccessi, ben presto, a quanto pare, sul finire del 37, venne in un’idea, che a Roma sembrò una orribile empietà. Sua moglie morta, poco dopo la sua assunzione all’impero, e dovendo rimaritarsi, annunciò che sposerebbe sua sorella Drusilla. Gli storici hanno rappresentato questo proposito come il delirio perverso di una sfrenata sensualità; e certo pazzia era e una grossa pazzia; ma una pazzia politica forse, più che un mostruoso traviamento dei sensi; perchè tentava di portare in Roma i matrimoni dinastici tra fratelli e sorelle, che erano stati costante tradizione dei Tolomei e dei Faraoni in Egitto. Certo a noi, educati secondo le dottrine severe ed austere del cristianesimo che ereditò in questa materia, purificandole e facendole più rigorose, il fiore delle idee greco-latine, questi incesti sacri paiono una orribile aberrazione. Pure per secoli in Egitto, nella più antica delle civiltà mediterranee, erano stati il privilegio sovrano che avvicinava agli Dei la dinastia, conservandone la purezza celestiale del sangue; e forse il costume, durato in Egitto sino alla caduta dei Tolomei, era l’avanzo di antichissimi tempi, e di più vasta diffusione, perchè se ne trova traccia anche nella mitologia greca. Giove e Giunone, la coppia augusta dell’Olimpo, sono fratello e sorella. Ristretto forse a poco a poco dall’espandersi della civiltà greca, il costume fu definitivamente sradicato nel bacino mediterraneo da Roma, quando distrusse il regno dei Tolomei.

BRITANNICO

Ed ecco il lunatico Caligola vuole a un tratto trapiantare l’incesto sacro con tutto l’apparato religioso della monarchia egiziana, facendo della più illustre e potente famiglia dell’aristocrazia romana una famiglia addirittura divina, i cui membri dovevano sposarsi tra loro, per non turbare la celeste purezza del sangue! La stravagante idea era già matura nel suo capo e la sposa già scelta tra le tre sorelle nella persona di Drusilla, alla fine del 37: come lo prova il testamento che egli fece, sul finire dell’anno, in occasione di una malattia, e con il quale lasciava non solo i suoi beni, ma anche l’impero a Drusilla, come se l’impero fosse suo. Ma appena l’idea fu nota, la concordia e la pace, ristabilite per un momento nella travagliata famiglia imperiale con l’avvento di Caligola, dileguarono di nuovo. La nonna e le sorelle di Caligola erano romane, romanamente educate, e questa esotica pazzia non poteva ispirar loro che un invincibile orrore. Fu uno scompiglio. Le disgraziate figlie di Germanico erano dunque scampate dalle persecuzioni di Seiano e del suo partito, per cadere in balìa dei capricci incestuosi del fratello? Nel 38 già Caligola è in rotta con la nonna, che l’anno prima egli aveva fatto proclamare Augusta, e tra il 38 e il 39 le catastrofi si succedono nella famiglia, con una rapidità paurosa. Drusilla che, come dice Svetonio, egli trattava già come una sposa, muore ad un tratto, giovanissima ancora, non sappiamo di qual malattia, forse per lo spavento — non è temerario il supporlo — della folle avventura, in cui la voleva trascinare il fratello sposandola. Caligola fece subito di lei una Dea a cui si dovevano tributare gli onori in tutte le città, le eresse un tempio, costituì un corpo di venti sacerdoti, uomini e donne, decretò che il suo natalizio fosse giorno di festa; volle che la statua di Venere sul Foro le rassomigliasse. Ma a mano a mano che si infervorava in questa adorazione della sorella morta Caligola veniva in più aspra discordia con le sorelle vive. Giulia Livilla è esiliata nel 38; Agrippina, la moglie di Domizio Enobardo, nel 39; a quanto si dice, perchè avevano congiurato contro l’imperatore; e intorno a questo tempo la veneranda Antonia muore, costretta — si vociferò — da Caligola a suicidarsi. Quel che ci sia di vero in queste dicerie, è impossibile dire; ma quel che si può affermare con sicurezza è che nessuno poteva più vivere nel palazzo imperiale, con questo pazzo che scambiava Roma per Alessandria e voleva sposare una sorella. Anche Tiberio, il figlio di Druso, il coerede di Caligola, è inghiottito in questo tempo da un oscuro processo e sparisce.

Caligola restò solo a Roma, a rappresentar nel palazzo imperiale la famiglia che per ironia si doveva considerare come la più fortunata dell’impero. Di tre generazioni, a cui la sorte pareva aver largiti tutti i beni della vita, non sopravviveva che Claudio, il vecchio balordo, lo zimbello dei servi e dei liberti, che nessuno molestava perchè tutti potevano prendersi beffe di lui. Un pazzo e un imbecille: ecco i superstiti della famiglia di Augusto, settanta anni dopo la battaglia di Azio! Solo, non potendo più innalzare una sorella agli onori dell’Olimpo monarchico, Caligola fu costretto a cercar moglie nelle famiglie dell’aristocrazia: ma pare che neppur lì ci fosse abbondanza di donne, atte a far compagnia a un Dio così capriccioso. In tre anni ne sposò e ripudiò tre: Livia Orestilla la prima, Lollia Paulina, la seconda; Milonia Cesonia, la terza: figure senza rilievo, ombre e parvenze di imperatrici, nessuna delle quali ebbe nemmeno il tempo di occupare l’altissimo posto. Invano il popolo aspettò che comparisse nel palazzo imperiale la degna continuatrice di Livia: Caligola, come tutti i pazzi, era un solitario, non poteva vivere con altri esseri umani, si abbandonava solo ai suoi vaneggiamenti, sempre più strani e violenti. Ormai voleva addirittura imporre il culto della sua persona a tutto l’impero, senza badare a tradizioni e superstizioni locali; facendo violenza al sentimento dell’Italia, che detestava questo culto di un vivo come un’adulazione orientale, non meno che alla devozione degli Ebrei, inorriditi dall’idolatria. In tutte le parti dell’impero nacquero difficoltà, disgusti, sommosse; le stravaganze, le pazze spese, i disordinati piaceri, le crudeltà di Caligola acrebbero il malcontento ed il disgusto. Se anche Caligola è stato dipinto con il nerofumo e le sue crudeltà e violenze esagerate dagli scrittori antichi, è certo però che il suo governo, negli ultimi due anni, degenerò in una tirannide spensierata, spendereccia, violenta e crudele. Un giorno Roma si accorse che la famiglia, a cui la repubblica e l’impero si appoggiavano come ad una colonna, stava per spegnersi; che nel palazzo imperiale, vuoto di donne, vuoto di giovani, vuoto di speranze, vaneggiava, ultimo superstite, un pazzo di 31 anni, il quale mutava moglie ogni sei mesi, profondeva follemente il denaro e il sangue dei sudditi, e non pensava che a farsi adorare come un Dio in carne ed ossa da tutto l’impero. Nel palazzo stesso una congiura fu ordita, e Caligola ucciso.