II.

All’annunzio il Senato restò perplesso. Che fare? La maggioranza pendeva a restaurare l’antico governo repubblicano, abolendo la autorità imperiale, e restituendo al Senato il timone della repubblica, che a poco a poco era passato nelle mani dell’imperatore. Ma molti temevano che questo ritorno all’antico non fosse nè facile nè senza pericoli. Riuscirebbe il Senato, così neghittoso, così discorde, così scadente a governare l’immenso impero? Rispetterebbero le legioni la sua autorità? Qui stava il tutto; e il punto era dubbio. Ma non era neppur molto più facile trovare un imperatore, se ormai un imperatore era, come molti temevano, necessario. Della famiglia di Augusto sopravviveva solo Claudio: troppo sciocco e ridicolo, perchè si potesse pensare a farne il capo dell’impero. Pare che qualche senatore eminente avanzasse la propria candidatura: ma se l’autorità dei membri della famiglia di Augusto era così incerta, così discussa, così minata, sotto sotto, che potrebbe e farebbe un imperatore nuovo, sconosciuto alle legioni e alle provincie, non sostenuto dalla gloria degli antenati? Mentre il Senato si dibatteva in queste perplessità, i pretoriani scovarono in un angolo del palazzo imperiale Claudio, che si era appiattato, per paura si volesse uccidere anche lui. Riconoscendo in lui il fratello di Germanico, il figlio di Druso, dell’eroe venerato negli accampamenti, i pretoriani lo acclamarono imperatore. Un atto di volontà soverchia facilmente mille scrupoli e incertezze: il Senato cedette alle legioni, riconobbe imperatore Claudio l’imbecille.

Ma Claudio un imbecille non era, sebbene sembrasse ai più. Era invece un uomo riuscito a mezzo, nel quale l’intelligenza si era sviluppata molto, ma il carattere era rimasto fanciullo, paurosissimo, capriccioso, impulsivo, sventato. Amava gli studi, la storia, le lettere, l’archeologia (Tito Livio era stato suo maestro); era più che colto addirittura erudito; e parlava e scriveva bene: ma Augusto aveva dovuto rinunciare a farne un magistrato e un senatore, perchè non era riuscito ad acquistare non solo quella fermezza e volontà, ma neppure quella dignità apparente, dei modi e del contegno, ch’è necessaria per governare gli uomini. Paurosissimo, credulo, suggestionabile e insieme ostinato, ghiotto e sensuale, questo erudito fanciullone, era diventato nel palazzo imperiale una specie di zimbello di tutti, massime dei suoi schiavi, che, conoscendone i difetti e le debolezze, facevano di lui ciò che volevano. L’intelligenza per governare non gli faceva difetto, ma gli mancava totalmente la tempra: era intelligente e pareva stupido; sapeva considerare le grandi questioni della politica, della guerra, della finanza con larghezza di vedute, con spirito originale ed acuto, ma non riusciva a farsi prender sul serio dalle persone che lo circondavano, e a farsi obbedire dalla moglie e dai liberti; aveva ingegno quanto bastava per governare l’impero così bene come Augusto e Tiberio, ma perdeva la testa alla prima favola di congiura che un suo familiare, fingendosi sgomento, gli raccontasse.

NERONE

Un uomo siffatto doveva riuscire un imperatore ben singolare: grande e ridicolo nello stesso tempo. Egli fece leggi importanti, opere pubbliche gigantesche, conquiste di grande momento, (la Britannia per esempio); ma fu un marito così debole e imbecille, che con le debolezze coniugali sciupò le belle e saggie opere del governo, massime nei primi anni del suo governo, ossia sinchè visse con Valeria Messalina. Bisogna riconoscere che non era stato fortunato perchè la sorte gli aveva data una donna che, non ostante i suoi illustri natali — apparteneva ad una delle più grandi famiglie di Roma, imparentata con la famiglia di Augusto — non era proprio fatta per lui. Il nome di Messalina suona in tutto il mondo sfrenata lascivia: esagerazione, come al solito, dell’odio, che non diede tregua alla famiglia di Augusto, sinchè uno dei suoi visse; perchè delle infamie che si attribuiscono a lei, molte sono favole manifeste, raccontate con compiacenza da Tacito e da Svetonio e facilmente credute dai posteri. Certo è invece che Messalina era una donna bella, capricciosa, leggera, prepotente, spensierata, sfarzosa, avidissima di denaro, e prodiga, che non si era mai fatto scrupolo di abusare della debolezza del marito; una donna, insomma, poco virtuosa e seria, ma non un mostro. Donne tagliate di questa stoffa, tutte le epoche e tutte le condizioni ne hanno conosciute; e a nessuno è venuto mai in mente di definirle dei mostri, essendo di solito considerate da tutti come una varietà molto piacevole anche se un po’ pericolosa, del sesso femminile, che ha bisogno, per vivere senza far troppo male, di un uomo che la domini con saggezza e fermezza. Mancando questa mano vigorosa, Messalina non era donna da capire che se aveva potuto abusare impunemente della sua debolezza, sinchè Claudio era stato il più oscuro tra i membri della famiglia imperiale, pericolosissimo sarebbe continuare ad abusarne, dopo che era diventato il capo dell’impero; anzi, ne abusò più di prima e da questo errore nacquero tutti i guai. Incominciò, scatenando una nuova discordia nella famiglia imperiale. Claudio aveva richiamato a Roma le due nipoti vittime dei capricci egiziani di Caligola, Agrippina e Giulia Livilla: ma queste, se non ritrovarono più a Roma per perseguitarle il fratello, ci trovarono la zia; e non guadagnarono molto al cambio. Messalina si adombrò dell’influenza che le due sorelle acquistavano sull’animo del debole zio, e non andò molto che Giulia Livilla fu accusata in forza della lex adulteriis ed esiliata con Seneca, il famoso filosofo che si volle, a torto o a ragione, far passare per suo amante. Agrippina — ed è questa una prima prova che era, come sua madre, una donna virtuosa — non potè essere ferita con queste armi e restò a Roma; ma dovè star all’erta ed esser prudente; tanto più che rimasta vedova, non poteva contare nemmeno sulla protezione del marito. Se Agrippina potè restare a Roma fu isolata, ridotta all’impotenza: Messalina sola, d’accordo con quattro o cinque liberti senza scrupoli, circuì Claudio; e governò con loro. Governo di incredibili dilapidazioni e ruberie! Se tra questi liberti c’erano uomini, come Narciso e Pallante, intelligenti e avveduti, i quali non si contentavano di rubare molto denaro, ma aiutavano Claudio a ben governare l’impero, Messalina non pensava che a far denaro per profonderlo in lusso e in piaceri. Si vide così la moglie del princeps vendere la sua intercessione ai sovrani alleati e vassalli, ai ricchi personaggi dell’impero che desideravano ottenere qualche favore dall’autorità imperiale; intendersi con gli accollatari delle opere pubbliche; immischiarsi nei conti dello Stato, ogni qualvolta ci fosse occasione di far denaro; e con il denaro così lucrato sfregiare ogni giorno la lex sumptuaria, e fare scempio delle virtù muliebri in una vita di disordinati piaceri. Claudio o ignorava o sopportava.

Mormorava invece il pubblico. Se coloro che approfittavano delle sue dissipazioni, ammiravano molto Messalina, il popolo incominciò presto a protestare. Fedele ancora alla tradizione, Roma e l’Italia volevano accanto all’imperatore una seconda Livia, un esempio di tutte le più belle virtù della antica matrona; non una Baccante, che avrebbe dovuto essere condannata all’esilio come tante altre donne di Roma infedeli ai loro mariti; che disonorava e faceva ridicola con l’impunità l’autorità imperiale. La moltitudine venerava nell’imperatore un magistrato quasi sacro, incaricato di mantenere con le leggi e con l’esempio la purezza delle famiglie, la fede dei matrimoni, la semplicità dei costumi: ed ecco tutte le dissipazioni, corruzioni, e perversioni della donna che vuol vivere solo per il suo piacere, per godere e far godere della sua bellezza, erano insediate a scandalo delle persone dabbene nel palazzo dell’imperatore accanto a lui, nella persona dell’imperatrice! Un imperatore che fosse un marito debole, era uno scandalo, perchè il buon senso popolare non ammetteva che potesse governare un impero chi non sapeva comandare a una donna.

Fu ben presto opinione di tutte le persone sensate che Messalina al posto di Livia, sul Palatino, e un marito così debole erano un pericolo pubblico. Ma non sarebbe stato neppure cosa facile, anche se l’imperatore l’avesse voluto, colpirne la sposa come rea di infedeltà o di disobbedienza ad una delle grandi leggi di Augusto; perchè se Caligola, che era pazzo, aveva potuto fare tre divorzi, un imperatore più savio doveva pensarci bene, prima di render pubblici gli scandali e le vergogne della famiglia, in cospetto di quella aristocrazia così pronta alle calunnie e al sospetto. Ma la difficoltà era addirittura invincibile, quando l’imperatore non vedeva o non voleva vedere le colpe della moglie. Chi oserebbe accusarla in sua vece?

Governato con intelligenza ma disordinatamente e tra infinite contradizioni, oscillazioni e debolezze lo Stato si rafforzava in parte e in parte si dissolveva; la prepotenza e le ruberie dei liberti esasperavano il pubblico; Messalina per quel che faceva e per quel che se ne raccontava, era uno scandalo pubblico, tanto più insopportabile perchè senza rimedio. Roma si accorgeva per la prima volta che una imperatrice era invulnerabile; e che una volta insediata al Palatino, guai se era una Messalina invece che una Livia: mezzo di protestare contro i suoi abusi di potere non c’era, se l’imperatore non voleva intervenire. Esasperato, il pubblico sfogò su Claudio anche le sue collere per i disordini di Messalina; alla sua debolezza fu apposto anche il malcostume della moglie; e intrighi, attentati, congiure, piani di guerra civile furono a Roma, come dice Svetonio, cose di tutti i giorni. La debolezza dell’imperatore diffondeva in tutto lo Stato l’insicurezza e il dubbio; tutti si domandavano ogni mattina quanto durerebbe questo governo, se una congiura di pochi o una rivolta di legioni non lo travolgerebbe prima di sera; il sospetto, la diffidenza, la paura erano in tutti gli animi; e molti pensavano che, poichè Claudio non era buono a liberare l’impero di Messalina, occorreva liberar l’impero di Claudio.

Per sei anni Messalina fu la grande debolezza di un governo, che pure aveva meriti insigni e faceva grandi cose. Claudio, che fu certo l’imperatore più minacciato di tutta la famiglia di Augusto, visse in continuo pericolo per cagione della moglie. Ma le cose non potevano restar così sospese e in bilico a lungo; e precipitarono infatti in uno scandalo che, così come è stato raccontato da Svetonio e da Tacito, sarebbe davvero il più mostruoso disordine, in cui possa infuriare una imaginazione di donna pervertita dalla potenza. Narrano questi scrittori che Messalina, non sapendo più che stravaganza nuova inventare, un bel giorno avrebbe pensato di sposar Silio, un giovane da lei molto amato, che apparteneva ad una grande famiglia e che era console designato; e lo avrebbe difatti sposato con i più solenni riti religiosi, a Roma, mentre Claudio era ad Ostia, per lo scellerato piacere di imbrattare pubblicamente di bigamia i sacri riti nuziali. Ma è ciò credibile, almeno se non si ammette che Messalina era subitamente impazzita? A che pro’, per qual scopo commettere un tanto sacrilegio, che offendeva il sentimento popolare nelle sue fibre più sensibili? Dissoluta, crudele, avida Messalina, certo era; ma pazza no. E se si vuol ammettere che essa fosse impazzita, è da credere che fossero impazziti tutti coloro che le prestarono mano? Supporre che avessero agito per paura, è difficile: la moglie del princeps non aveva nessun potere, con cui costringere dei personaggi cospicui a commettere in pubblico un sacrilegio.

Questo episodio sarebbe forse un indovinello insolubile, se Svetonio non ci desse, per caso, la chiave con cui scioglierlo. «Nam illud omnem fidem excesserit, quod nuptiis, quas Messalina cum adulterio Silio facerat, tabellas dotis et ipse consignaverit». «Una cosa che nessuno giudicherà credibile è che egli stesso, nelle nozze di Messalina con Silio, sottoscrisse i titoli della dote». Claudio dunque sapeva che il matrimonio di Messalina e di Silio doveva aver luogo, se egli stesso dotò la sposa: e questa par cosa quasi incredibile a Svetonio. Ma noi sappiamo che nella aristocrazia romana si poteva cedere la propria moglie a questo modo: non abbiamo noi stessi raccontato che Livia fu dotata e sposata ad Augusto dal suo primo marito, dal nonno di Claudio? La cessione della moglie con una dote faceva parte dei costumi matrimoniali, un po’ troppo promiscui a dir vero, dell’aristocrazia romana, che si andaron poi perdendo a mano mano che nel primo e secondo secolo dell’era volgare il prestigio e la potenza dell’aristocrazia romana scemarono; a mano a mano che le classi medie imposero le loro idee e i propri sentimenti. Il passo di Svetonio ci prova che egli non capiva più questo costume matrimoniale; forse neppur Tacito lo intendeva bene; e non è improbabile che anche a molti contemporanei di Claudio sembrasse strano. Si comprenderebbe quindi come, non intendendo bene quel che era successo, gli storici del secolo seguente abbiano creduto che Messalina quando ancora era moglie di Claudio, sposasse Silio.

OTTAVIA

Insomma Claudio si lasciò persuadere a far divorzio da Messalina e a sposarla a Silio. Quali mezzi furono adoperati per persuadere Claudio a consentire a questo nuovo matrimonio noi non sappiamo, perchè Svetonio fa a questo mezzo una allusione, che non è molto chiara. A ogni modo questo punto è meno importante dell’altro; per quale ragione Messalina volle divorziare da Claudio e sposare Silio? Il quesito non è facile: ma dopo un lungo studio io mi sono deciso ad accettare, con qualche ritocco, la spiegazione data in un suo lavoro, ricco di idee originali e di acute osservazioni «L’Impero e le donne dei Cesari» da Umberto Silvagni. Il Silvagni ha osservato giustamente che Silio apparteneva ad una famiglia dell’aristocrazia, famosa per la devozione al partito di Germanico e di Agrippina; tanto è vero che suo padre, era stato una delle vittime di Seiano e accusato per la legge di maestà al tempo di Tiberio, s’era ucciso; sua madre, Sosia Galla, era stata condannata all’esilio, come amica di Agrippina. Partendo da queste considerazioni e esaminando con acume i racconti degli storici antichi il Silvagni ha conchiuso che questo matrimonio coprì una cospirazione per rovesciare Claudio e sostituirlo con Caio Silio. Messalina dovè sentire a un certo momento che le cose non si reggevano più, che Claudio non era imperatore abbastanza forte, da poter imporre all’impero il suo disordinato governo e quello dei suoi liberti, che era ogni giorno alla mercè di una congiura o di un attentato. Che cosa avverrebbe se un giorno Claudio fosse spazzato via, come Caligola, da una congiura? Essa avrebbe subita la stessa sorte. Quindi il proposito di rovesciare l’imperatore, per conservare accanto al successore scelto da lei, la potenza che aveva avuta sotto Claudio. Ma poichè, morto Claudio, nessun membro della famiglia di Augusto era in età di governare, il successore doveva essere scelto in una famiglia dell’aristocrazia; e fu scelto in una famiglia famosa per la sua devozione a Germanico e al ramo più popolare dei Giulio Claudi, per la speranza di guadagnar le legioni e i pretoriani. Poichè la discendenza di Druso era spenta, che altro restava se non scegliere il successore nelle famiglie dell’aristocrazia, che avevano mostrato affetto e devozione al sangue del grande estinto?

Insomma, per la prima volta, una donna si trovò a capo di una vasta e vera cospirazione politica, per togliere alla famiglia di Augusto il supremo potere; e questa donna — altra prova che non era una sciocca — seppe tramare così bene e in tempo così opportuno la sua congiura, che i più intelligenti ed influenti tra i liberti di Claudio esitarono a lungo, se unirsi a lei o parteggiare per l’imperatore. Tanto pareva dubbio indovinare chi vincerebbe tra il debole marito e la moglie audace, senza scrupoli. Essi lasciarono Messalina e Silio cercare partigiani e amici, intendersi perfino con il prefetto dei vigili, celebrare il loro matrimonio, senza aprir gli occhi a Claudio. Claudio sarebbe forse perito, se all’ultimo momento Narcisso non si fosse risoluto a correr dall’imperatore che era ad Ostia, e spaventandolo non lo avesse persuaso a sradicar subito la congiura con un colpo. Seguì un altro di quei macelli giudiziari, che da più di trenta anni insanguinavano Roma; e Messalina fu travolta, anche essa, nella strage.