II.
E Livia non fallì alle speranze dei suoi, poichè per più di mezzo secolo fu nella casa del suo nuovo marito il genio discreto e sempre vigile dell’antica Roma. Era difficile immaginare un più perfetto modello della donna di grande lignaggio quale i Romani la vagheggiavano da tanti secoli; che sapesse meglio comporre, nella mirabile armonia di una lunga esistenza, la contradizione tra la libertà concessa al suo sesso e l’abnegazione impostagli come un dovere. Equilibrata, serena, virtuosa, essa si acconciò senza difficoltà a tutti i sacrifici, che il rango e i tempi le imposero. Lasciò senza fare difficoltà il primo marito, sposò Ottaviano cinque anni dopo le proscrizioni, quando era ancora rosso del sangue dei suoi; rinunciò, sposandolo, ai due figli, a quello che le era già nato, il futuro imperatore Tiberio, e a quello che nacque dopo il matrimonio; li riprese con eguale serenità e li educò con la più materna premura, quando di lì a qualche anno Tiberio Claudio Nerone morì nominando Augusto tutore. Del secondo marito, che la ragione di Stato le aveva imposto, fu compagna fedelissima. La leggenda la imputò di venefici assurdi, di ambizioni fantastiche e di intrighi romanzeschi; ma neppure la leggenda pur così astiosa, osò mai accusarla di infedeltà e di dissolutezza. Non fu turbata, alterata o guasta dall’immenso potere, dall’immensa gloria, dall’immensa ricchezza del marito: nel palazzo di Augusto, ornato di perpetui lauri trionfali, a cui guardava tutto l’immenso impero dall’Eufrate al Reno; dove gli uomini più eminenti del Senato, in piccoli conciliaboli, trattavano i più grandi interessi del mondo, conservò le belle tradizioni di semplicità e di attività, che aveva imparate fanciulletta, nella casa paterna, splendente di gloria, ma non di ricchezze. Noi sappiamo — ce lo racconta Svetonio — che la casa costruita da Augusto sul Palatino, e in cui Livia passò la maggior parte della sua vita, era piccola e poco fastosa. Non un solo pezzo di marmo, nè mosaici preziosi; mobili così semplici, che nel secondo secolo dell’era volgare si mostravano ancora al pubblico, come curiosità; nessun lusso e sfarzo nei pranzi, a cui spesso Livia e Augusto invitavano i personaggi cospicui di Roma, i magistrati della ricostituita repubblica, i capi delle grandi famiglie: solo nelle solenni occasioni si servivano sei portate, di solito tre solamente. Augusto per quarant’anni dormì sempre nella stessa stanza; e non portò mai che toghe tessute da Livia: si intende non proprio e non soltanto dalle mani di Livia, che pure ogni tanto non sdegnava di sedersi al telaio, ma dalle sue schiave e liberte. Ligia alle tradizioni dell’aristocrazia, Livia dirigeva anche le officine di tessitura della sua casa; pensava di contribuire anche essa alla prosperità e alla grandezza dell’Impero, misurando con cura la lana alle schiave, sorvegliandole che non la rubassero o la sciupassero, comparendo ogni tanto in mezzo ad esse, mentre lavoravano.
CLEOPATRA
Semplicità, fedeltà, laboriosità, dedizione intera della propria persona alla famiglia ed ai suoi interessi: queste virtù muliebri, coltivate per tradizione nelle grandi famiglie, rivissero tutte, tra la ammirazione dei contemporanei, in Livia. Ma con queste virtù rivisse anche l’interessamento per la politica, il desiderio e l’orgoglio di partecipare alle vicende e alle opere del marito, comuni a tutte le donne di qualche merito nelle grandi famiglie. Nessuno si meravigliò mai a Roma che Augusto ricorresse spesso a Livia per consiglio e non prendesse mai nessuna deliberazione grave, senza averla consultata; che essa attendesse nel tempo stesso a vestir suo marito e l’aiutasse a governare l’impero. Così avevano fatto tutte le matrone della nobiltà, sollecite della loro buona fama e della prosperità della loro famiglia. Livia anzi doveva tanto più inflessibilmente irrigidirsi nei sacri doveri della tradizione perchè i tempi non potevano non apparire minacciosamente pericolanti ad una donna allevata all’antica in una antica famiglia. Se le guerre civili avevano decimata l’aristocrazia di Roma, la pace ne minacciava gli avanzi con una nuova e più insidiosa rovina. Quando Livia toccava i quarant’anni, verso il 18 a. C. già la generazione nuova, quella che non aveva visto le guerre civili, perchè appena nata o ancora bambina quando queste finivano, entrava nella vita, avida di lusso, di dissipazione, di godimenti, di libertà e di tutte quelle novità che sotto sotto minavano la repubblica aristocratica, ricostituita con tanti sudori. Le donne ricominciavano a ribellarsi ai matrimoni per ragione di Stato; il celibato si diffondeva isterilendo le stirpi più celebri; troppi vizi e disordini erano tollerati nelle famiglie più illustri; l’aristocrazia così semplice e austera, nel buon tempo antico, si buttava al lusso, a mano a mano che l’Egitto conquistato conquistava Roma e che le antiche arti del lusso, fiorenti ad Alessandria sotto i Tolomei, si trapiantavano a Roma, sperando di ritrovare tra i nuovi dominatori i clienti perduti con la caduta del regno d’Egitto. Le donne si invaghivano delle nuove fogge orientali, chiedevano ai mariti stoffe di gran lusso e gioielli, prendevano in uggia l’antico emblema della donna, il telaio. Tra i giovani delle grandi famiglie troppi voltavano le spalle alla milizia, alle magistrature, alla giurisprudenza, ossia a tutti gli oneri e gli onori che erano stati l’ambito e duro privilegio della nobiltà, e chi preferiva la filosofia, chi soltanto occuparsi dei propri beni, chi vivere negli ozî voluttuosi di Roma e di Baia: onde il laticlavio era troppo spesso rifiutato e schivato da chi doveva fregiarsene; quasi tutti gli anni per le cariche più numerose, come la questura, c’eran più posti che candidati; e non era cosa facile neppure trovare nell’aristocrazia tutti gli ufficiali superiori, di cui le legioni avevano bisogno.
L’aristocrazia romana, la gloriosa aristocrazia scampata alle proscrizioni e a Filippi, moriva di un lento e voluttuoso suicidio. Bisognava salvarla da se medesima. Livia fu certamente tra i consiglieri e gli inspiratori della restaurazione aristocratica, a cui Augusto fu spinto dalla vecchia nobiltà per compiere la restaurazione della repubblica fatta dieci anni prima, verso l’anno 18 a. C. quando propose le famose leggi sociali, che volevano appunto ricostituire la famiglia aristocratica. La lex de maritandis ordinibus si sforzava con minaccie e promesse di costringere tutti i membri dell’aristocrazia a sposarsi e a prolificare, combattendo il celibato e la sterilità. La lex de adulteriis proclamava la legge marziale e il terrore nel disordinato regno dell’amore, minacciando alla sposa infedele e al suo complice l’esilio a vita e una confisca parziale delle sostanze, obbligando il marito a denunciare la rea ai tribunali, obbligando il padre a portar l’accusa, se il marito non voleva o non poteva, autorizzando qualunque cittadino a farsi accusatore, se il padre e il marito non compivano il loro dovere. La lex sumptuaria si sforzava di moderare il lusso delle famiglie ricche e particolarmente il lusso muliebre, proscrivendo i gioielli, le feste, le vesti, gli schiavi e le costruzioni di lusso. Queste leggi volevano insomma rifare il mondo muliebre dell’aristocrazia romana a imagine e somiglianza di Livia; tanto è vero che nelle lunghe discussioni di cui furono oggetto in Senato, Augusto fece una volta un lungo discorso, in cui citò Livia come il modello a cui tutte le signore dovevano sforzarsi di rassomigliare in Roma; e a conferma aprì alla curiosità pubblica le porte della casa: raccontò come Livia viveva, quali amicizie coltivava, che sollazzi e svaghi si permetteva, e perfino come si vestiva e con quale spesa... E nessuno giudicò indegno della grandezza della repubblica che il suo capo mettesse in piazza, come un affare di Stato, quelli che oggi si chiamerebbero «i conti della sarta» della propria moglie.