III.
Livia, dunque, verso il 18 a. C. raffigurava agli occhi dei Romani la perfezione muliebre, quale la tradizione secolare la venerava: quella perfezione, che fortunatamente scampata alle guerre civili era stata finalmente ricollocata là dove tutti potevano vederla, ammirarla e imitarla: nella più potente famiglia dell’impero! Esempio vivente delle virtù che il popolo romano maggiormente ammirava, sposa amata e consigliera ascoltatissima del capo dello Stato, circondata dalla venerazione che la potenza, la virtù, la nobiltà dei natali, la dignitosa bellezza del volto e del corpo attiravano verso lei da ogni parte, allietata da due figli, Tiberio e Druso, che intelligenti, seri, operosi, studiosi, promettevano di essere romanamente degni del nome che portavano, Livia avrebbe dovuto vivere come un esempio di felicità, nell’universale e meritata ammirazione.
Ma le difficoltà nacquero nella sua stessa famiglia. Augusto aveva avuto da Scribonia una figlia: Giulia, che nel 18 a. C. aveva 21 anni, e che di fronte a Livia era il presente in procinto di ribellarsi al passato, la generazione nuova, allevata nella pace, più vogliosa di godere i privilegi del rango che disposta a sopportare il carico degli obblighi e dei sacrifici, con cui le generazioni precedenti avevano bilanciato i privilegi. Bella e intelligente, amava non solo gli studi, la letteratura e le arti, ma anche il lusso e lo sfarzo, più che non consentissero lo spirito e la lettera della lex sumptuaria, fatta approvare dal padre; era tutta fuoco, ambizione, slancio, passione, quanto Livia era saggezza, prudenza, riserbo. Augusto, che governava la sua famiglia al modo antico, l’aveva maritata giovanissima, come giovanissimi aveva maritato i due figli di Livia, e tutti e tre più che aveva potuto in famiglia, badando a consolidare gli interessi politici della famiglia stessa, dando a Tiberio Agrippina figlia di Agrippa, il suo grande amico e il più fedele collaboratore, a Druso Antonia, la figlia minore di Antonio e di sua sorella Ottavia; a Giulia Marcello, suo nipote, figlio pure di sua sorella Ottavia e del suo primo marito... Ma mentre i due primi matrimoni erano riusciti e le due coppie vivevano amandosi e felici, non così fu del matrimonio di Giulia e di Marcello. Presto nacquero dissapori e rancori. Per quali ragioni non sappiamo: pare che, sobillato da Giulia, Marcello assumesse un tono troppo superbo e insolente, che non si addiceva neppure al nipote di Augusto; e che questo contegno offendesse Agrippa, che era il primo personaggio dell’impero dopo Augusto. Pare che Giulia insomma non fosse contenta, al modo antico, di incoraggiare e consigliare il marito nelle sue ambizioni legittime, ma che avesse già delle ambizioni proprie e quali! Che suo marito fosse il secondo personaggio dello Stato dopo Augusto; per venir essa subito dopo, se non esser messa addirittura a pari di Livia! Queste ambizioni, le sorde discordie che in poco tempo nacquero nella famiglia, spaventarono tanto Augusto, che quando Marcello, nell’anno 23, giovanissimo ancora, morì, esitò a lungo prima di rimaritare la giovane vedova. Per un momento pensò perfino di sposarla ad un cavaliere, ossia una persona di secondaria importanza, quanto al potere e allo Stato, con il manifesto proposito di soffocare le sue troppo ardenti ambizioni, mettendola nella impossibilità di soddisfarle: poi si risolvè all’espediente opposto, di quietare quelle ambizioni soddisfacendole; e diede Giulia, nel 21 a. C., ad Agrippa, che era stato la causa dei dissapori precedenti. Agrippa era più vecchio di lei di 24 anni, poteva esser suo padre, ma era davvero il secondo personaggio dell’impero per gloria, ricchezza e potenza; e ben presto nel 18 a. C. egli diventerebbe collega di Augusto nella presidenza della repubblica, suo pari quindi in ogni cosa.
AGRIPPA
Così Giulia fu, a 21 anni, la seconda donna dell’impero dopo Livia, forse la prima accanto a lei; e potè non solo soddisfare la sua ambizione, ma sfogare l’ardore modernizzante delle nuove generazioni, diventando a poco a poco l’antitesi di Livia e del suo quasi monumentale arcaismo. Se Livia portava, come Augusto, vesti di lana tessute in casa, Giulia adorava le vesti di seta, che gli industri mercanti orientali vendevano a caro prezzo, ma che gli arcaizzanti in toga e in stola odiavano come una rovina per il costo e come una indecenza, per il risalto che davano alle forme. Quanto Livia era parsimoniosa, essa era prodiga. Se Livia non si mostrava in teatro se non circondata da uomini attempati e gravi, Giulia compariva sempre in pubblico con un codazzo di giovani eleganti. Se Livia badava a star sempre al suo posto e a dar l’esempio del riserbo e della modestia, Giulia, non ostante la legge che vietava alle mogli di accompagnare i governatori nelle provincie, riuscì a partire con Agrippa, quando nell’anno 16 egli fece il grande viaggio di Oriente; e dappertutto comparve al suo fianco, nei ricevimenti, alle corti, nelle città, e prima delle donne latine fu in Oriente divinizzata. Pafo le eresse delle statue chiamandola «divina»; Mitilene la chiamò Nuova Afrodite, Efeso Afrodite Genitrice... Ardite novità, in uno Stato di tradizioni così potenti; ma che pure avrebbero potuto non essere soverchiamente pericolose se Giulia non avesse commesso una imprudenza più grave assai. Agrippa era quasi vecchio; era uomo semplice, rude, di origine oscura, che badava più alle faccende pubbliche che alla giovane moglie, sposata in omaggio alla Ragione di Stato. Tra i giovani che facevan parte del circolo di Giulia parecchi erano belli, eleganti, piacevoli: tra questi un Sempronio Gracco, discendente dai famosi tribuni. Par che Giulia, ancor vivo Agrippa, facesse con costui uno di quegli sfregi alla nuziale Ragione di Stato in voga a Roma, che la lex de adulteriis puniva con terribili pene.
Che sin da questo tempo tra Giulia e Livia non corresse buon sangue è verosimile in sè, e parecchi indizi, rimasti nella tradizione e nella storia, lo provano. Noi sappiamo pure che intorno alle due donne incominciavano già a raccogliersi come due partiti: uno che si potrebbe chiamare il partito dei Claudî e della nobiltà arcaizzante, l’altro il partito dei Giulî e della nobiltà modernizzante. Tuttavia Augusto, bilanciandosi tra le due donne e i due partiti, riuscì a conservare un certo equilibrio sinchè Agrippa visse. Così, allorchè volle mettersi in regola con la lex de maritandi ordinibus, che prescriveva a tutti i buoni cittadini, solleciti del bene pubblico di aver tre figli, adottò i due primi figli che Giulia aveva avuti da Agrippa: Lucio e Caio. Fu un grande trionfo per Giulia. Ma nel 12 a. C. la morte di Agrippa precipitò le cose che a stento si reggevano in bilico...
Di nuovo Giulia era vedova; e la lex de maritandis ordinibus le ingiungeva di rimaritarsi. Augusto, al modo antico, le cercò un marito, consultando solamente la dura Ragion di Stato: Tiberio, il figlio maggiore di Livia. Tiberio era fratellastro di Giulia ed era maritato con una donna che teneramente amava: ma non a queste considerazioni poteva indugiare un senatore romano. Il matrimonio di Giulia e di Tiberio poteva e doveva spegnere la discordia incipiente tra i Giulii ed i Claudi, tra Giulia e Livia, tra la giovane e la vecchia nobiltà; Augusto ordinò quindi a Tiberio di ripudiare la giovane, bella e virtuosa Agrippina e di sposare Giulia. Il dovere era duro (si racconta che incontrata, dopo il divorzio, in una casa, Agrippina, Tiberio scoppiasse in pianto, e che Augusto ordinasse ai due antichi sposi di non vedersi mai più): ma anche Tiberio era uomo di antiche idee e sapeva che un nobile romano doveva sacrificare all’interesse pubblico i suoi affetti domestici... Giulia invece celebrò le nozze allegramente. Poichè Tiberio, dopo la morte di Agrippa, del fratello Druso, era la speranza e il secondo personaggio della repubblica, essa non decadeva dal secondo al terzo matrimonio. E Tiberio era anche un bellissimo uomo, come i marmi attestano; il che pare non spiacesse a Giulia, che nel marito non considerava solo la Ragion di Stato.
Il matrimonio fu salutato da liete speranze. Giulia pareva amare Tiberio, e Tiberio faceva il possibile per essere un buon marito. L’attesa di un figlio rinforzò le speranze. Ma per poco tempo, pur troppo! Tiberio era il figlio di Livia, un Claudio autentico, un tradizionalista di macigno, un aristocratico rigido e sdegnoso, un soldato duro con gli altri come con sè. Voleva che l’aristocrazia fosse l’esempio del popolo, a cui doveva comandare: esempio di pietà religiosa, di semplicità dei costumi, di parsimonia, di puro spirito familiare, di obbedienza alle leggi. Il lusso e la prodigalità non avevano più fiero nemico; un grande lignaggio che profondesse i beni in gioielli, in vesti, in gozzoviglie gli pareva tradire la patria; nessuno esigeva con maggior vigore che le grandi leggi dell’anno 18 — la legge suntuaria, sul matrimonio, sull’adulterio — fossero applicate con inesorabile fermezza. Giulia amava il lusso, le feste, le allegre compagnie, i giovani eleganti, la vita facile e amena.
Dopochè anche le speranze del figlio furono deluse (morì poco dopo la nascita) la discordia scoppiò. È un fatto certo che Tiberio non tardò a sapere che Sempronio Gracco, approfittando della discordia, era riuscito a riavvicinarsi a Giulia, a farsi ascoltare, e a riprendere la antica relazione con lei; e un nuovo intollerabile tormento si aggiunse al rimpianto della pura, dolce, diletta Agrippina. Secondo la lex de adulteriis egli sarebbe stato obbligato a denunciare al pretore e a far castigare la moglie colpevole; ed egli era stato colui che aveva rampognato più aspramente le disobbedienze alla terribile legge... Ora che sua moglie l’aveva violata e avrebbe, come tante altre donne, dovuto subirla, era venuto il momento di dare quell’esempio di fermezza implacabile, che tante volte aveva reclamata dagli altri! Ma Giulia era la figlia di Augusto... Poteva provocare, senza il consenso di Augusto, un tale scandalo nella casa del primo magistrato della repubblica? Infamare e cacciare in esilio la figlia? Augusto, pur desiderando che fosse più prudente e più seria, amava e proteggeva la figlia; e non voleva pericolosi scandali. E Giulia osava quel che osava, sapendosi invulnerabile.
Costretto a far le viste di non sapere, Tiberio non volle più vivere con Giulia nello stesso appartamento nè aver altro di comune, con lei, fuorchè il necessario a salvare le apparenze: ma non potè ripudiarla e tanto meno denunciarla. Ma peggio fu, quando i rancori politici incominciarono a sfruttare la discordia. Tiberio aveva molti nemici, massime nei giovani suoi coetanei: parte perchè la sua rapida fortuna aveva offeso non poche invidie; parte perchè il suo arcaismo autoritario inquietava molti egoismi. Troppi, anche nella nobiltà, desideravano un governo facile, che lasciasse goder senza fatica dei privilegi e non fosse troppo severo nell’imporre i doveri! A sua volta l’ambiziosissima Giulia, non potendo più sperare di primeggiare accanto a Tiberio, cercò un compenso alle deluse ambizioni tra i suoi nemici; e raccolse intorno a sè un partito, il quale si sforzò in tutti i modi di scalzare e rovesciare Tiberio, contrapponendogli Caio Cesare, il figlio di Giulia e di Agrippa, che Augusto aveva adottato e che amava assai. Sebbene Caio Cesare avesse, nel 6 a. C., appena 16 anni, incominciò in quell’anno a Roma un lavorìo, un maneggio, un sussurro per farlo già sin d’allora, mediante speciale privilegio del senato, nominar console per l’anno 754 di Roma, in cui Caio avrebbe raggiunto i venti anni. Con questa mossa il partito di Giulia e dei nemici di Tiberio cercava di attirar l’attenzione popolare sul giovane, per preparare un nuovo collaboratore di Augusto, che fosse rivale o almeno concorrente di Tiberio, per accaparrarsi l’avvenire nella persona di lui.
Ma la mossa era troppo ardita, perchè un console fanciullo era uno sfregio alla costituzione e alla tradizione romana: e forse sarebbe stata funesta a chi l’aveva imaginata, se proprio Tiberio non si fosse incaricato di farla riuscire con un errore. Tiberio si oppose a questa legge, e volle che Augusto si opponesse. Augusto, infatti, da principio si oppose... Ma poi, sia che Giulia sapesse convincerlo, sia che davvero nel senato un forte partito volesse Caio console in anticipazione per odio a Tiberio, alla fine cedè, cercando di placare Tiberio con dei compensi. Ma Tiberio non era uomo da accettare dei compensi, e sdegnato chiese il permesso di ritirarsi a Rodi, abbandonando tutte le cariche pubbliche che esercitava. Egli sperava certo di farsi desiderare, poichè davvero Roma aveva bisogno di lui. Ma si ingannò. Non solo Augusto andò in collera con Tiberio, ma questa sua secessione fu biasimata severamente dall’opinione pubblica, come una rappresaglia sullo Stato di una offesa privata. Lui assente, tutti i nemici presero coraggio e divennero leoni: gli onori a Caio Cesare furono approvati tra l’universale entusiasmo; il partito di Giulia stravinse, primeggiò nel favore di Augusto, nei conciliaboli del senato e nei capricci della popolarità, mentre Tiberio era costretto a logorarsi, a Rodi, nell’ozio triste di un uomo d’azione, che a poco a poco si sente dimenticato.
Era però rimasta a Roma Livia.