BADIA A SETTIMO.

BADIA A SETTIMO — FACCIATA E CAMPANILE.

La storia di quest'antica abbazia ha il suo inizio dal 900 e le molte e singolari vicende del suo svolgimento si connettono di continuo colla storia generale della Repubblica Fiorentina. La sua costruzione gigantesca, che associa in un insieme meraviglioso i caratteri di un forte castello medievale toscano, colle tracce dell'architettura francese di tempi remoti e colle forme classiche e gentili del rinascimento fiorentino, la pone in prima linea fra gli edifizi monastici più preziosi della Toscana. In fatto di opere d'arte poi, le spogliazioni continue, alle quali la Badia andò soggetta, sono state insufficienti a toglierle le tracce abbondanti del prezioso corredo di meravigliosi capolavori ond'era adorna.

BADIA A SETTIMO — TRIBUNA E ALTARE MAGGIORE.

Della Badia a Settimo le notizie più antiche sono del X secolo, giacchè fu nel 908 che i Cadolingi conti di Borgonuovo e signori del vicino castello di Monte Cascioli la edificarono e la dotarono di cospicui beni. Il conte Guglielmo Bulgaro vi chiamò S. Giovanni Gualberto per la riforma dei monaci Benedettini e fu qui che nel 1068, secondo narra la tradizione, S. Pietro Igneo fece la famosa prova di attraversare il fuoco. Ai Benedettini successero nel 1236 i monaci Cistercensi che venuti di Francia riformarono il monastero e ne costrussero alcune parti nuove. Comincia da quest'epoca la grande importanza della Badia a Settimo, perchè i Cistercensi, non solo si occuparono delle pratiche ascetiche, ma dedicarono l'attività loro all'agricoltura e alle industrie e istituirono opifici e mulini sull'Arno e dettero grande impulso alla bonifica delle terre adiacenti.

La Repubblica Fiorentina tenne in tale estimazione codesti monaci, che affidò loro l'amministrazione del pubblico erario e quella del domestico andamento della Signoria, la soprintendenza della costruzione delle mura e dei castelli del contado, esentando il monastero dalle gabelle e dalle decime ecclesiastiche. Tenendo poi conto della grande importanza militare del luogo dove la Badia era posta, vi fece costruire attorno solide mura e torri, mandandovi di presidio le sue milizie. Dal canto loro i Cistercensi ebbero cura di abbellire e di adornare la loro splendida sede ricostruendo la chiesa, riordinando il convento e decorandolo con mirabile sfarzo d'infinite opere d'arte.

BADIA A SETTIMO — CIBORIO — SCUOLA DI DONATELLO.

Tanto splendore venne improvvisamente a cessare, allorquando questa, come le più ricche abbazie d'Italia, venne costituita in commenda e data a sfruttare a cardinali ed a prelati benaffetti della corte Romana. Eugenio IV concesse la Badia a Settimo al cardinale Domenico Capranica e dopo di lui ne furon commendatari tre altri celebri cardinali, fra i quali Ascanio Sforza. Così decadde affatto il monastero e quando nel 1782 vennero soppressi i Cistercensi, tutto il suo patrimonio era già stato disperso.

La Badia a Settimo ha la forma di un castello rettangolare cinto da solide mura, munite di ballatojo merlato e di torri. Una di queste torri difendeva l'accesso principale ed ha al disopra della porta una grande figura sedente del Salvatore, modellata a stucco da un artefice del XIV secolo. Nell'interno, attorno ad un gran chiostro jonico che si attribuisce a Filippo di Brunellesco, si distendono gli ampi e grandiosi edifici monastici, uno de' quali conserva tuttora il suo caratteristico aspetto. È un ampio locale a tre navate coperte da vôlte che si svolgono sopra esili colonne adorne di capitelli nei quali si direbbero affratellati i tipi dell'arte francese e italiana. In origine se fu refettorio, o biblioteca, è difficile precisare; oggi è una modesta tinaja, dove il suolo rialzato di oltre un metro e mezzo nasconde parte delle svelte colonne.

La chiesa monastica è da un lato. Grandiosa, a tre navate, decorata all'esterno di ornamenti di laterizio di carattere ogivale, ha nella sua parte interna subìto infinite alterazioni, delle quali una sola può essere accettata come un benefizio per l'arte.

BADIA A SETTIMO — RELIQUIARIO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche)

BADIA A SETTIMO — RELIQUIARIO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

È la tribuna maggiore di elegantissimo stile del rinascimento, con squisite decorazioni architettoniche e con un vaghissimo fregio di terracotta invetriata dei Della Robbia. Il nome di Filippo di Brunellesco si presenta immediatamente alla mente dell'osservatore di questa cappella che ha una strettissima analogia colla bellissima sagrestia di S. Felicita di Firenze. Sotto la chiesa è l'ampia cripta del XI secolo a grandi vôlte, sostenuta da colonne; ma ridotta sciaguratamente ad un serbatojo di acque che vi s'infiltrano continuamente, essendo l'attuale piano della Badia inferiore al livello ordinario delle magre del vicino Arno.

LASTRA A SIGNA — MURA DEL CASTELLO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Degne della bellezza generale del fabbricato sono alcune sue parti originarie, come il piccolo refettorio, il quartiere dell'abate, l'esterna chiesa già parrocchiale di S. Lorenzo, oggi ridotta a stanza mortuaria, il campanile. Questo campanile di forma originalissima, che muove da un basamento circolare per diventar poi esagono, ricordando la struttura di alcuni campanili pisani, è stato attribuito a Nicola, a Giovanni Pisano, a frate Guglielmo; e le congetture più strane si sono per qualche tempo basate sulla interpretazione di una iscrizione latina abbreviata, nella quale le fantasie degli eruditi credevano di trovare il nome dell'architetto o del presunto fondatore, il conte Guglielmo Bulgaro. Invece, sciolte le abbreviazioni, l'iscrizione dice semplicemente: Gloria sia a te o Signore.

LASTRA A SIGNA — PORTA FIORENTINA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Delle opere d'arte quivi raccolte, trasportate poi altrove in gran numero, del prezioso archivio, fonte di preziosi documenti, che ebbe sorti anche più disgraziate, sarebbe lungo il parlare. Basterà accennare invece a quegli oggetti che, avanzi di un patrimonio artistico di un pregio incalcolabile, costituiscono sempre un ricco corredo della chiesa, ridotta oggi a semplice parrocchia.

LASTRA A SIGNA — ANTICO SPEDALE DI S. ANTONIO.

In fatto di pitture poche ne rimangono, dopo che due belle tavole ghirlandajesche vennero trasferite per sottrarle ai danni dell'umidità nel cenacolo di S. Apollonia. In chiesa sono degne di nota: una tavola colla Vergine, il bambino e due angeli, che sorreggono una cortina, attribuita a Fra Bartolommeo, ed un'altra che raffigura il martirio di S. Lorenzo, opera firmata di Domenico Buti, colla data 1574. Di antichi e pregevoli affreschi sussistono alcuni avanzi nell'antico refettorio piccolo, mentre nella cappella di S. Quintino veggonsi le pareti e la vôlta adorne di freschi dipinti da Giovanni da S. Giovanni nel 1629.

Preziosa opera di scultura del più bel risorgimento fiorentino è il ciborio di marmo di fattura squisita, attribuito da taluno a Donatello, ma che ricorda piuttosto il fare di Antonio Rossellino.

Fra i molti reliquiarî che fin dal tempo dei Cistercensi vennero raccolti in un grande armadio, diversi, per eleganza di forme e per squisitezza di fattura, ricordano l'epoca più felice dell'oreficeria fiorentina. Il più importante è quello a forma di tabernacolo con figure e ornati lavorati a bulino ed a rapporto, che reca la data 1479; di notevolissimo pregio è pure un altro tabernacolo di stile ogivale con pilastri laterali, statuette e delicati ornamenti colla identica data ed il nome del monaco Niccolò di Bernardo Broli che lo fece eseguire. Un altro è a forma di candelabro sormontato da un vago tempietto; a forma pure di tempietto cuspidato con ricco piede è un quarto, e l'ultimo finalmente è costituito da un ciottolo, sul quale è assicurata la figuretta di S. Stefano. Anche questi reliquiarî appartengono all'arte fiorentina del XV secolo.

S. STEFANO A CALCINAJA — AFFRESCO NELL'ATRIO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Sono questi i resti ed i ricordi di un patrimonio che dovette essere di una ricchezza degna dello splendore di questo storico e singolare monumento, che certo deve annoverarsi fra i più interessanti edifici monastici d'Italia.

Lasciando la Badia e proseguendo a percorrere la pianura verso Signa, altri luoghi si incontrano che per ricordi storici e per pregi d'arte meriterebbero un più diffuso ricordo. A S. Colombano a Settimo è la casa che fu culla della famiglia di Benozzo Gozzoli; al Ponte a Stagno è un tabernacolo dipinto da Neri di Bicci; a S. Maria a Castagnolo una delicata Vergine col bambino modellata da Andrea Della Robbia ed un'ancona dei primi del XV secolo.

A mezzogiorno s'inalza poi l'alto poggio di S. Romolo, che ha nome dall'antica chiesa di S. Romolo a Settimo, attorno alla quale ebbero fin da tempi remoti ampi possessi e turrite dimore molte celebri famiglie fiorentine, come i Della Bella, i Barbadori, i Rinucci, gli Albizzi ecc.

CHIESA DI S. MARTINO A GANGALANDI — CAPPELLA DEL BATTISTERO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Giù nel piano, dove si biforcano la vecchia e la nuova via Pisana, è il castello della

Lastra a Signa o a Gangalandi. — Il più antico nome di questo castello è quello di Lastra a Gangalandi, perchè di Gangalandi s'intitolava il comune che aveva per centro e sede la chiesa di S. Martino a Gangalandi. Modesto borgo posto nel luogo dove la via Pisana staccandosi dal piano del fiume si dirigeva verso il poggio di Malmantile, la Lastra venne dalla Repubblica Fiorentina cinta di mura e difesa da torri, quando le milizie pisane, guidate dall'ardito condottiero inglese Giovanni Aguto, cominciarono a scorrazzare nel 1377 per il contado fiorentino. Un più solido e regolare sistema di fortificazioni ebbe la Lastra nella prima metà del secolo successivo sotto la direzione di Filippo di Brunellesco, l'architetto di S. Maria del Fiore, il quale sapeva egualmente dedicare l'ingegno suo alle manifestazioni più geniali dell'arte, come alle opere di architettura militare destinate a proteggere le terre della Repubblica.

CHIESA DI S. MARTINO A GANGALANDI — TRIBUNA E ALTARE MAGGIORE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Le fortificazioni del Brunellesco sono quelle stesse che tuttora recingono il quieto e silenzioso castello e che per la struttura loro ricordano quelle di Vico Pisano, una delle migliori opere di architettura militare compiute sotto la direzione di quel sommo artista.

Le mura, munite di ballatoi sostenuti da triple mensole e da archetti, mancano ora in gran parte del coronamento merlato, come pure sono scapitozzate le torri delle tre porte che dànno accesso al castello.

MALMANTILE — IL CASTELLO E IL BORGO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

La Lastra, ben costruita, come tutti i paesi del contado fiorentino, conserva alcuni edifici che presentano un certo interesse artistico. La chiesa di S. Maria serba tracce della sua originaria struttura, possiede un'antica tavola della Madonna ed ha all'esterno un ricordo della famiglia Seganti che la riedificò nel 1404; il vecchio Palazzo Pretorio ha la facciata incrostata di stemmi dei varî Podestà che vi risiedettero ed una originale finestra del XVI secolo fatta fare nel 1565 dal Podestà Marsilio Ficini. Dinanzi al Pretorio è un tabernacolo o maestà adorno di un affresco della maniera di Fra Bartolommeo. Più interessante è l'edifizio che fu un giorno lo Spedale di S. Antonio, eretto nel 1411 dai Consoli dell'Arte della Seta di Firenze per testamento di Francesco di Leccio di S. Miniato. La facciata, che conserva intatto il suo aspetto primitivo, è oltremodo caratteristica. Le mura sono adorne di decorazioni policrome alla pari delle volte del portico a pilastri di pietra che ne costituisce la parte terrena. Sotto il portico corrispondono il dormitorio dello spedale e l'antico oratorio, sulla porta del quale è un affresco della maniera di Bicci di Lorenzo rappresentante la Madonna col bambino Gesù e due angeli adoranti, mentre l'interno della chiesetta, ridotta oggi a magazzino, conserva le tracce della sua primitiva ed elegante struttura.

Fuori del castello è un popoloso sobborgo che fiancheggia la vecchia via Pisana, dalla quale muovono le strade che guidano a diverse vicine località. Una delle più prossime è il leggiadro villaggio di Calcinaja, dove sorge la chiesa di S. Stefano di antichissima origine, ma rifatta nel XVII secolo. All'esterno della chiesa, corrispondente in un andito è l'avanzo di un importante affresco attribuito a Buffalmacco, rappresentante la Madonna col bambino Gesù e S. Giovanni Battista.

MALMANTILE — CHIESA DI S. PIETRO IN SELVA — AFFRESCO SOPRA LA PORTA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

A cavaliere del castello della Lastra è il Poggio di Monte Orlando, dove fu già una potente rocca dei Cadolingi che i Fiorentini distrussero nel 1107. L'antica chiesa del castello, S. Michele, oggi annessa ad un convento di Francescani, conserva alcuni resti della sua primitiva costruzione.

Ma nei dintorni della Lastra, l'edifizio più importante è la Chiesa di S. Martino a Gangalandi, presso la quale ebbero la loro sede la Lega e la Comunità di Gangalandi. L'edifizio assai vasto, trasformato più volte dai restauri e dalle aggiunte, è ricco di memorie storiche e di opere d'arte. All'esterno è dipinto a fresco un S. Cristofano del XIV secolo; nell'interno la parte più importante è la cappella del battesimo tutta decorata di caratteristici affreschi eseguiti attorno al 1430 da Bicci di Lorenzo, come risulta dai documenti posseduti dalla chiesa: cotesti affreschi, che erano stati imbiancati, vennero rimessi in luce nel 1891. Il fonte battesimale di marmo, adorno negli specchi di graziosi bassorilievi, fu scolpito nel 1423. Di opere di pittura esistono nella chiesa due tavolette cuspidate di scuola gaddiana, un tabernacoletto fiorentino del 400 e due tavole d'altare, una della maniera di Ridolfo del Ghirlandajo, l'altra della maniera del Bronzino. Il lastrone nel quale è scolpita la figura giacente di un gentiluomo è quello che copriva la tomba di Messer Agnolo Pandolfini, letterato celebre ed autore del Governo della famiglia, morto di 86 anni nel 1446.

INTERNO DELLA CHIESA DI LECCETO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

La tribuna dell'altar maggiore ha un bel prospetto di pietra con eleganti decorazioni ed è adorna degli stemmi della famiglia Alberti, circostanza importantissima questa, perchè forse lascia supporre che il disegno possa essere opera di Leon Battista Alberti, letterato, umanista, architetto, che dal 1466 in poi fu per varî anni rettore di questa chiesa. Nella callotta dell'abside è un affresco della maniera di Matteo Rosselli.

PONTE A SIGNA — INTERNO DEL PALAZZO DELLA TORRE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

La strada Pisana, nel suo antico percorso, serpeggia pei colli a mezzogiorno della Lastra e giunge al Castello di Malmantile, luogo che ebbe una singolare importanza nelle storie fiorentine per le molte opere di difesa fattevi erigere in più tempi e con gran dispendio dalla Repubblica. Oggi il castello è quasi deserto e le sue pittoresche mura turrite vanno lentamente cadendo in rovina. In compenso è popolatissimo il vecchio borgo che conduce alla Chiesa di San Pietro in Selva, la parrocchiale antichissima di questo luogo. All'esterno della chiesa sono degli interessanti affreschi, parte della scuola de' Gaddi, parte della maniera di Andrea del Sarto. Nell'interno è una delle solite grandi croci dipinte della scuola di Giotto e sopra ad un altare vedesi una tavola colla Madonna, il putto e molti cherubini, opera che ricorda il fare di Cosimo Rosselli (XV secolo).

Presso Malmantile è la chiesa di S. Jacopo e Filippo a Lecceto, dov'è oggi la villeggiatura del Seminario fiorentino, che occupa il luogo di un piccolo convento eretto nel 1480 per i Domenicani di S. Marco dalla famiglia Strozzi. La bella architettura dell'interno ricorda la maniera di Michelozzo e sull'altare è una interessante ancona costituita da una tavola originariamente giottesca e da due laterali della scuola del Lippi.

Lasciando la strada vecchia Pisana che da Malmantile va a Montelupo, per collegarsi colla strada più moderna, torniamo a questa e seguitiamone il percorso.

PONTE A SIGNA — VILLA DELLE SELVE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Al Ponte a Signa, oggi popolosa borgata posta alla testa dell'antico ponte medievale che traversa l'Arno collegandosi colla parte bassa del paese di Signa, merita d'essere osservato il Palazzo della Torre, oggi casa modesta di pigionali, un giorno signorile dimora dei Pandolfini che vi ospitarono per qualche ora Carlo VIII Imperatore quando, recandosi a Firenze, dovette piegare l'orgogliosa tracotanza dinanzi alle fiere parole del Gonfaloniere Pier Capponi. Il Palazzo della Torre, in alcune sue parti interne soprattutto, conserva il caratteristico tipo originale.

Al disopra del borgo del Ponte, in mezzo alla rigogliosa vegetazione di una collina deliziosa, sorgono la chiesa e la villa delle Selve. La prima, eretta dai Carmelitani nel XIV secolo, si presenta ora sotto la veste sfarzosa del secolo XVII, mentre della sua antichità non serba che il bel lastrone sepolcrale del Beato Paganini scolpito nel 1383. La prossima villa delle Selve ha il tipo elegante delle signorili dimore campestri della nobiltà fiorentina e fu così ridotta dai Salviati negli ultimi del XVI secolo.

CHIESA DI S. MARTINO A GANGALANDI — TAVOLA DEL XV SECOLO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

II
DA SIGNA A EMPOLI.

Signa. — L'origine di quest'antico castello, oggi paese popoloso ed animato, è incerta, com'è restata nel mistero l'etimologia del nome col quale esso è distinto fin da tempi remoti. In antico esso ebbe fra i paesi toscani importanza non comune per ragioni militari ed al tempo stesso per cause di commercio. Situato nel luogo dove fin dal secolo XII esisteva l'unico ponte che fra Firenze e Pisa attraversasse il fiume Arno, nel punto dove facevano capo numerose ed importanti strade, il castello di Signa, piantato sul colle che dominava la confluenza del Bisenzio nell'Arno, fu considerato come un baluardo di guardia e di difesa del territorio fiorentino ed al tempo stesso come sede di uno dei più cospicui mercati di Toscana, perchè qui facevano sosta le merci che per mezzo del fiume o delle vie meglio praticabili venivano dirette a Firenze.

SIGNA — PANORAMA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche.)

Quel ponte, che fu la prima origine dello sviluppo di questo castello, abbattuto dalle piene, sarebbe stato rifatto nel 1252 per opera soprattutto dell'influenza esercitata da un famoso pellegrino ed ospitaliero di Pescia, il Beato Allucio, al quale premeva soprattutto di salvaguardare la vita dei numerosi pellegrini, che allora vagavano per l'Italia, dai pericoli ai quali erano esposti dovendo traversar l'Arno in tempo di piena su chiatte sdrucite o su trasandati passatoi di legname. E il ponte medievale di Signa, per quanto più volte modificato e allargato, è appunto quello stesso che collega tuttora i capoluoghi dei due comuni di Lastra e di Signa.

Signa, fatta forte dai Fiorentini, più che altro perchè potesse opporsi alle invasioni dei Pisani, sofferse per opera di questi le più disastrose vicende e Castruccio Castracane, condottiero delle milizie di quella Repubblica, sdegnato per la resistenza trovata nei difensori del castello, ne smantellò nel 1325 le mura, abbandonò gli abitanti agli orrori del saccheggio e ruppe perfino il ponte sull'Arno.

SIGNA — CHIESA DI S. LORENZO — PERGAMO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Cessato il triste periodo delle lotte, Signa accrebbe notevolmente la sua importanza commerciale e divenne il centro più cospicuo di una fiorente industria tutta toscana: la lavorazione della paglia da cappelli. Anzi il Proposto Lastri, nel suo giocoso poema sul Cappello di paglia, la chiamò: L'industre Signa, onor del Tosco regno.

Del vecchio castello, che occupava il piano superiore della collina a piè della quale si distende oggi la parte più moderna e più popolosa del paese, non restano che una caratteristica porta castellana e varî tratti di mura. La vecchia Pieve di S. Lorenzo che, secondo l'antico costume, era fuori delle mura del castello affinchè ne' tempi guerreschi il fonte battesimale restasse libero agli abitanti della campagna, è oggi un semplice oratorio. Però se essa ha perduto i titoli ufficiali, conserva in molta parte la sua severa struttura e nell'interno un pregevole pergamo dell'XI secolo ed i resti di molti e notevoli affreschi che ne adornavano le pareti. L'attuale Pieve di Signa è dedicata a S. Giovanni Battista e fin da tempo lontano fu di patronato del Capitolo della Cattedrale fiorentina, del quale si vede sulla facciata lo stemma elegantissimo di terracotta invetriata. L'interno, originariamente a tre navate, ha subìto infinite trasformazioni, nelle quali sono stati però preservati gli oggetti d'arte che l'adornavano. Di questi, due specialmente meritano di essere ricordati: il bel fonte battesimale del 1480 ed un elegante ciborio che ricorda la maniera dei Da Majano. Popolarmente la Pieve di Signa è nota col nome della Beata, perchè custodisce le spoglie di una beata Giovanna da Signa, alla quale venne in questa stessa chiesa dedicata una cappella che Bicci di Lorenzo decorò di affreschi. Ma ora gli affreschi sono nascosti da telai, mentre altri che adornavano varie parti dell'edifizio sono scomparsi sotto lo scialbo. La chiesa di S. Maria in Castello che esisteva nel X secolo è affatto rimodernata e conserva appena una tavoletta ed un affresco del XIV secolo.

SIGNA — PIEVE DI S. GIOVANNI BATTISTA — FONTE BATTESIMALE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

A Signa, la valle dell'Arno si trasforma completamente di carattere. Non più il fiume errante in mezzo all'ampia pianura limitata da poggi lontani; i poggi convergono invece verso il fiume, lo stringono fra le balze e i dirupi e sembra quasi che vogliano sbarrargli la via.

Il punto più angusto di questo tratto della valle è la gola della Golfolina o Gonfolina, dove un masso gigantesco detto delle Fate, sporge verso il fiume, spingendosi quasi attraverso alla strada tagliata alla base del monte. La località è orrida e pittoresca al tempo stesso e quel masso che fin da tempo remoto si trova designato come la Pietra Golfolina, è stato oggetto delle più fantastiche supposizioni de' vecchi scrittori. Molti di essi, a cominciare dal Villani, han detto che il monte che chiudeva la valle formando ne' piani sotto a Firenze come un gran lago, venne artificialmente tagliato per dar esito alle acque ed il volgo designò anche il santo che per opera miracolosa ruppe le aspre rupi e regalò all'agricoltura ampi terreni già lacustri. La scienza però ha facilmente dimostrato come fossero invece da accogliersi le ragioni di altri scrittori i quali affermavano che il taglio della Golfolina fosse naturale risultato delle corrosioni prodotte dalle acque nelle pietre arenarie che costituivano una potente barriera attraverso alla valle.

La stretta della Golfolina è formata dai poggi di Malmantile e di Artimino, alla base dei quali si cavano in gran quantità pietre che servono specialmente ai bisogni dell'edilizia fiorentina, dando vita ad una fiorente e profittevole industria.

Sul poggio, a piè del quale scorre l'Ombrone Pistojese, che porta all'Arno il tributo cospicuo delle acque dell'Apennino, sorgono il castello e la villa d'Artimino. Il castello, che oggi serba solo il ricordo delle sue antiche fortificazioni, era fino dal 1000 uno dei fortilizi a difesa del territorio della Repubblica Pistojese. Presso alle sue mura sorse fino dal X secolo la Pieve di S. Leonardo, edifizio che conserva in parte la struttura di quel tempo lontano e che possiede qualche opera d'arte d'un certo interesse.

PONTE A SIGNA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

La villa d'Artimino, oggi di proprietà dei conti Passerini-Bartolommei, fu una delle più splendide e più gradite residenze dei sovrani Medicei. Si racconta che il Granduca Ferdinando I, cacciando nel vasto parco che si distendeva dalle pendici del Monte Albano fino all'Arno, si soffermasse su di un'altura, dalla quale egli, compreso di profondo entusiasmo, potè profonder lo sguardo attraverso ad un ampissimo panorama e seguire i capricciosi serpeggiamenti dell'Arno da Firenze fino a Empoli. Parve a lui che nessun'altra località potesse prestarsi per crearvi un delizioso soggiorno ed al suo architetto favorito, Bernardo Buontalenti, che faceva parte della festosa brigata di cacciatori, comandò di costruirvi con ogni maggior sollecitudine un palazzo campestre. E la villa d'Artimino sorse difatti nel 1594 in quel luogo dov'era un giorno il vecchio castello.

IL MASSO DELLE FATE O DELLA GOLFOLINA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

L'edifizio fu degno della signorile opulenza della corte Granducale. Un ampio rettangolo con due torri ai lati, un'elegante loggia nella facciata, attorno un prato sorretto da gagliardi bastioni, di fianco tutti i fabbricati per il servizio, per la paggeria, per il materiale occorrente alle cacce e delle ampie scuderie. Nell'interno vasti e severi saloni decorati di pietrami, colle pareti rivestite di cuoi e di stoffe e corredati di tutte quelle comodità e di quelli ornamenti che si addicevano ad una corte divenuta famosa per il suo gusto artistico, per la sua magnificenza ed il suo sfarzo.

Leopoldo I, un principe dalle grandi vedute, un umanista che concepiva ed attuava le più ardite riforme, che rifuggiva dal fasto tradizionale dei suoi antecessori, non sentì per Artimino le attrattive entusiastiche di Ferdinando I e se ne sbarazzò senza rimpianto, concedendola ai marchesi Bartolommei.

Dalla Golfolina fino a Montelupo la valle dell'Arno continua ad essere angusta e serrata dai poggi, che con ripido declivio scendono fino al fiume, formando di tanto in tanto delle pittoresche e leggiadre vallicelle popolate di villaggi, di chiese, di ville.

LA VILLA D'ARTIMINO (DA UNA STAMPA DI G. ZOCCHI DEL XVIII SEC.).

Fra le località più interessanti di questo tratto della valle, alcune meritano uno speciale ricordo. Poggio alla Malva, ridente villaggio quasi arrampicato sulle pendici di un verdeggiante poggetto ed abitato da una popolazione di cavatori di pietra, ha nella sua chiesa di S. Stefano una bella tavola del XV secolo. Di faccia, sull'opposta riva dell'Arno, nelle cui acque tranquille si specchiano i suoi bruni fabbricati medievali, è il borgo di Brucianese, uno dei vecchi porticciuoli fluviali, dal quale trasse origine la famiglia fiorentina dei Pandolfini. Su di un colle vicino è la sua vecchia chiesetta, S. Maria a Lamole, nella quale due belle tavole, una di scuola botticellesca e l'altra della maniera di Filippino Lippi, subirono la mutilazione delle parti estreme per essere adattate dentro i barocchi pietrami di due altari. Sulla destra dell'Arno è la vecchia Badia di S. Martino in Campo, di faccia, sull'opposta riva, la deliziosa villa di Luciano degli Antinori, un giorno fortilizio degli Strozzi. Nel piano poi, lungo la via Pisana si distende il lungo borgo di Sanminiatello, nel quale le case si alternano colle fornaci che producono in gran copia orci, vasi e terraglie d'uso comune.

Sanminiatello costituisce come un sobborgo del vecchio ed interessante castello di

Montelupo. — Un modesto gruppo di case, che, secondo gli storici, si diceva in antico Malborghetto, esisteva nel luogo dove i Fiorentini, per tener testa ai Pistojesi ed ai Conti di Capraja loro alleati, eressero nel 1204 un forte e ben munito castello che custodisse il passo dell'Arno e l'accesso nella valle della Pesa. Colla costruzione di questo castello, piantato sulla vetta di uno scosceso poggetto, proprio dinanzi al vecchio fortilizio di Capraja, nacque anche il dettato fiorentino:

Per distrugger questa capra non ci vuole che un lupo.

VEDUTA DELL'ARNO E DEL BORGO DI BRUCIANESE. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Montelupo non ha grande importanza nella storia della nostra regione, perchè domati gli orgogliosi Conti di Capraja e caduta la loro residenza in possesso dei Fiorentini, si ridusse ad un modesto luogo d'osservazione affidato alle cure di un castellano e di pochi soldati che dovevano soprattutto guardare il ponte che attraversava il fiume Pesa.

Però più che per le vicende storiche, Montelupo acquistò importanza per la copia di fabbriche e di fornaci dalle quali uscivano terraglie e maioliche formate col limo dell'Arno.

Erano in generale oggetti d'uso comune, caratteristici per forma, ma rozzi di fattura; però vi fu un lungo periodo di anni nel quale il gusto ed il sentimento artistico influirono anche su questa industria paesana, la quale diffuse dovunque piatti con figure dipinte, grossolane immagini sacre e specialmente una quantità di piccoli vasi da vino e da acqua chiamati boccali, divenuti così comuni, che per denotare cose universalmente note si soleva dire che erano scritte anche sui boccali di Montelupo.

L'ARNO PRIMA DI MONTELUPO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

La storia della ceramica di Montelupo meriterebbe una diffusa illustrazione che nel caso nostro sarebbe superflua ed inopportuna: basterà rilevare che allo sviluppo artistico di questa produzione locale influirono specialmente gli artefici che, chiamati qui da Faenza fino dal XV secolo, seppero imprimerle il gusto e la leggiadrìa proprî di quell'arte fiorentissima nella loro città. Montelupo ha saputo serbare fino a' nostri tempi una certa supremazia in tal sorta di lavori, e se negli ultimi tempi il sentimento artistico cedette completamente il posto ai generi d'uso comune, oggi quel sentimento torna ad allietare i prodotti delle sue vecchie fornaci.

Edifizi d'importanza speciale non esistono in questo pittoresco luogo. Il Palazzo Pretorio, oggi del Comune, non serba che gli stemmi di alcuni Podestà che vi risiedettero, il vecchio castello e la chiesa che vi stava dentro non son più che un ammasso di rovine, e nulla d'interessante si riscontra nemmeno nella casa dove la tradizione afferma avesse i natali Baccio da Montelupo, valente scultore della prima metà del XVI secolo.

MONTELUPO. (Fot. Alinari).

La Pieve di S. Giovanni Evangelista, riedificata nel XVIII secolo, non ha altro d'importante che alcune opere d'arte che vi furono trasportate dalla cappella della rocca e dalla vetusta Pieve di S. Ippolito, che sorge a qualche distanza dal castello. Di queste opere le più importanti sono due antiche tavole: una che rappresenta l'incoronazione della Vergine in mezzo ad angeli e a cherubini, opera della prima metà del XV secolo; l'altra nella quale sono raffigurati la Vergine ed il bambino fra i Santi Lorenzo, Giovanni Battista, Agostino e Rocco, dipinto pregevolissimo per composizione, per disegno e per colorito, che può ritenersi uscito dalle mani di Sandro Botticelli.

La vecchia Pieve di S. Ippolito, posta a breve distanza da Montelupo, a destra della Pesa, è un edifizio dell'XI secolo, colle mura a filaretto di pietra e le finestrelle a feritoja. Nell'interno, in gran parte trasformato, non rimane che un grandioso ciborio di marmo colla raffigurazione dell'Annunciazione e una grande dovizia di leggiadri adornamenti che ricordano la maniera di Mino.

PIEVE DI S. IPPOLITO IN VAL DI PESA PRESSO MONTELUPO. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Sant'Ippolito è posta lungo la via che guida in Val di Pesa, una vallata fertile ed ubertosa, sparsa di castelli e di località importantissime per ricordi storici, ricca di palagi campestri e di chiese che accolgono larga dovizia di opere d'arte. Ma Val di Pesa per queste ragioni ha dato argomento ad interessanti studi illustrativi, nè consentirebbe il cenno fugace che potremmo qui dedicarle. Ad ogni modo, trattandosi di località non troppo lontana dalla valle dell'Arno, non sappiamo resistere al desiderio di additare uno dei luoghi, che nei rispetti dell'arte, come in quelli della storia, offre una speciale attrattiva; vogliamo dire il castello di Monte Gufoni, la forte residenza degli Acciajuoli, dimora di Messer Niccolò Gran Siniscalco del Regno di Napoli, quando deliberò la costruzione della celebre Certosa del Galluzzo, la villa mirabilmente splendida e suntuosa di quella potente famiglia, ridotta oggi ad un modesto asilo di numerose famiglie. Lo abbiamo fatto anche per offrire ai nostri lettori la riproduzione di una bella stampa dello Zocchi, dalla quale si può avere un'idea della grandiosità e delle bellezze della villa e del superbo parco che un giorno l'allietava.

MONTELUPO — CHIESA DI S. GIOVANNI EVANGELISTA. BOTTICELLI: MADONNA COL BAMBINO E SANTI. (Fot. Alinari).

Ed ora, chiusa questa breve divagazione, ritorniamo senz'altro sulle rive dell'Arno.

Dice un vecchio dettato fiorentino:

Da Montelupo si vede Capraja,

Dio fa le persone e poi le appaja.

Capraja sorge dirimpetto a Montelupo sopra ad un poggetto scosceso che colle sue balze franose va lentamente precipitando nell'Arno che ne corrode la base. Di origine remota, fu il castello, feudo di un ramo dei Conti Alberti di Mangona che si chiamò dei Conti di Capraja, famiglia che ebbe grande autorità ed importanza, tanto che varî individui da essa derivanti, chiamati in Sardegna, furono Giudici o governatori della Gallura e di Arborea. Ma a parte i diritti dei suoi conti, su Capraja dominarono soprattutto i Pistojesi i quali nelle fiere lotte delle fazioni, tennero costantemente ben munito quel forte castello che poteva considerarsi come una vedetta, come una minaccia permanente a danno dei luoghi dell'opposta riva del fiume facenti parte del contado fiorentino. Ciò che dette ragione ai Fiorentini di edificare proprio di fronte a Capraja, per paralizzarne l'azione, il forte castello di Montelupo.

CIBORIO DEL XV SECOLO. NELLA PIEVE DI S. IPPOLITO PRESSO MONTELUPO.

A Capraja, se ne togli il pittoresco aspetto della sua giacitura, nulla attrae l'attenzione del visitatore. Nella sua pieve nessun oggetto d'importanza, della sua rocca restano appena poche tracce insignificanti; e dei suoi fabbricati parte sulla piaggia del monte, parte arrampicati sulla ripida pendice o sorgenti sul piano, nessuno presenta un interesse architettonico.

Qualche fornace che sorge sulla riva dell'Arno, coi suoi prodotti d'uso comune e con artistiche riproduzioni, fa oggi la concorrenza a Montelupo, quasi ad evocare il ricordo delle vecchie gare che spingevano l'un contro l'altro gli abitanti dei due castelli, mentre ora non si tratta che di pacifiche concorrenze industriali.

Al di là di Montelupo, oltrepassato il fiume Pesa, sorge l'Ambrogiana, grandioso edifizio dominato da torri che sorgono su ciascuno dei suoi quattro angoli. Fu in origine un palazzo di campagna della famiglia Ambrogi, donde le venne il nomignolo di Ambrogiana; poi fu degli Ardinghelli e successivamente passò fra i domini della corte Medicea. Non fu mai un vero e proprio luogo di villeggiatura della suntuosa famiglia toscana, ma una semplice stazione, un luogo dove facevano sosta i Granduchi e i Principi, allorchè nelle loro pesanti e sfarzose carrozze viaggiavano fra Firenze, Pisa e Livorno. Nelle ampie sale terrene sedevano a mensa o riposavano i regali personaggi quando, per romper la monotonia della lunga gita o per sfuggire alle burrasche od alla sferza del sole, trovavano qui un comodo asilo, mentre le vaste scuderie accoglievano le grandiose carrozze e il gallonato personale di servizio.

MONTELUPO — CASTELLO DELL'AMBROGIANA. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Ma l'Ambrogiana non ebbe ne' tempi moderni il vanto di ricordare il fasto dei secoli passati, perchè, abbandonata dagli ospiti illustri, servì prima di carcere femminile, poi fu destinata modernamente ad accogliere, come manicomio penale, una falange di degenerati e di furfanti.

VILLA DELL'AMBROGIANA (DA UNA STAMPA DELLO ZOCCHI). (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

CASTELLO DI MONTE GUFONI IN VAL DI PESA (DA UNA STAMPA DELLO ZOCCHI). (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Oltrepassati i due poggi di Montelupo e di Capraja, la valle dell'Arno si allarga nuovamente per formare la vasta pianura empolese, ai lati della quale fanno ala le dolci e fiorenti colline e le alte poggiate.

Sulla destra, il Montalbano inalza la sua vetta maestosa che domina il Valdarno e la pianura pistojese. Su quella vetta un delizioso casino offre un comodo rifugio e serve di luogo d'osservazione per godere il panorama infinito che da ogni lato attorno ad esso si distende. Di lassù l'occhio si posa su Firenze mollemente assisa fra la deliziosa corona dei suoi colli, si spinge fino alle vette eccelse e nevose dell'Apennino, dopo esser passato sui caseggiati delle città di Prato e di Pistoja; dall'opposto lato la visuale va fino ai monti di Volterra ed al lontano Monte Amiata, per giungere, seguendo il corso dell'Arno, fino al mare, che nei lieti tramonti estivi scintilla come un'aurea lastra, come una linea di fuoco.

CHIESA DI S. GIUSTO SUL MONTE ALBANO.

Sulle cime del Montalbano spiccano colle loro masse brune la torre di Sant'Allucio che la tradizione addita come rifugio solingo di quel romito errabondo, le rovine maestose della chiesa di S. Giusto, un edifizio del X secolo, che fu per pochi secoli asilo di solitari monaci e la vecchia badia benedettina di San Baronto, dove su prati verdeggianti si festeggia annualmente, coi canti, colle danze campestri e coi giocondi ritrovi, la venuta del maggio fiorito e ricreante.

Dalle balze di Montalbano si stacca la lunga linea di basse colline, che popolate di paesi, di villaggi e di case fanno argine dal lato di tramontana alla pianura solcata dall'Arno.

CHIESA DI S. GIUSTO SUL MONTE ALBANO.

Sulla quieta riva del fiume è Limite, un villaggio popoloso che per la sua felice giacitura, per la prosperità del commercio ha modernamente tolto al vecchio castello di Capraja il diritto d'esser sede dell'antico comune. Limite possiede una specialità degna di nota. Posto sulla sponda di un fiume che non è quasi mai navigabile, esso ha un cantiere navale, antico e riputatissimo, che vara annualmente dei piccoli bastimenti costruiti con tutte le regole e con tutte le forme prescritte dalla scienza marinaresca!

Sulla sinistra sponda dell'Arno altre colline, che formano l'estreme pendici di un contrafforte che divide le due valli della Pesa e dell'Elsa, inalzano il loro pittoresco profilo. Più alta di tutte le altre è quella di Monte Castello, dove una villa signorile occupa il luogo di una rocca fortissima che da otto secoli appartiene alla celebre famiglia fiorentina de' Frescobaldi.

Giù nel piano poi, fra Montelupo ed Empoli, si succedono lungo la via Pisana borghi e casali popolosi.

PONTORME PRESSO EMPOLI — VIA JACOPO CARRUCCI. (Fot. I. I. d'Arti Grafiche).

Primo: la Torre che prende nome dalla torre di un vecchio e ben difeso mulino sull'Arno, poi Fibbiana che ha nella sua chiesa una statua di S. Rocco di Giovanni Della Robbia, quindi Cortenova dove la chiesa di S. Maria conserva una Annunciazione dipinta a fresco dai Gaddi e finalmente Pontorme. Il torrente Orme che scende dai poggi di Montespertoli ed il ponte turrito che un giorno lo attraversava, dettero il nome e lo stemma al castello ed al comune, riuniti più tardi a quello di Empoli.

FIRENZE — PALAZZO VECCHIO — ESPUGNAZIONE DEL CASTELLO D'EMPOLI (AFFRESCO DEL VASARI). (Fot. Alinari).

Il castello di Pontorme, ai ricordi della sua storia interessante fin dai tempi della dominazione feudale e soprattutto nelle vicende delle lotte fra le repubbliche toscane, unisce il vanto di essere stato culla di un geniale artista del XVI secolo, Jacopo Carrucci, che dal nome del loco natìo volle chiamarsi il Pontormo. A lui appartengono due tavole rappresentanti S. Giovanni Evangelista e S. Michele Arcangelo che adornano un altare della chiesa principale del vecchio castello, S. Michele Arcangelo, chiesa che conserva pure un dipinto ritenuto del Cardi da Cigoli, un altro del Macchietti e un caratteristico fonte battesimale del XIV secolo collo stemma del Comune.

Pontorme, che non possiede più nè il suo ponte turrito, nè le sue torri, nè le mura, distrutte da una piena dell'Orme, è oggi un popoloso e industrioso sobborgo della vicina terra di Empoli.

EMPOLI — FACCIATA DELLA COLLEGIATA DI S. ANDREA. (Fot. Alinari).