I.

S'erano seduti in terra lungo un muro che proiettava nel cortile del vecchio forte veneziano una larga lama d'ombra violetta. Era quello il posto che nelle ore di riposo essi occupavano d'abitudine da quando s'era iniziata la seconda estate della loro prigionia. Di fronte a loro, nelle massicce mura patinate dal tempo, s'apriva tra due spigoli uno spiraglio bianco di case di Sebenico, addossate in lontananza alla collina di San Giovanni e sormontate dal campanile d'una chiesa di cui ignoravano il nome, ma che essi guardavano spesso.

Stormi di corvi vi volteggiavano al sole esercitando i piccoli al volo tra i due edifici contigui. Le loro grida rauche, piene d'incitamento e di gioia, vi risuonavano forte, con risonanze da caverna, come di notte vi si ripeteva il lamento tragico delle civette. E ciuffi d'erba scura, erba da rovine e da sepolcri, dall'aspetto riarso, ma sempre viva d'una vita acre succhiata alle pietre, vi pendevano inerti.

In quelle ore l'antica fortezza si vuotava tutta delle centinaia di soldati croati e bosniaci che la presidiavano, raccolti in piazza d'armi, di là dagli spalti, da un vecchio maggiore azzoppato sul Carso da granata italiana e che poteva così chiamarli bestie per due ore al giorno.

Nulla s'intravedeva della duplice serie di baionette, nè delle complicate chiusure con cui l'uomo ama circondare l'uomo che gli cade in mano al buon tempo della guerra. E un silenzio pigro di convento gravava tra quelle rudi mura di violenza che sonnecchiavano al sole col sonno bieco delle fiere che è riempito da visioni di ferocia.

S'erano seduti tutti e quattro quasi in posizione identica, eretti sulle reni per un'abitudine di fierezza acquistata in presenza dei loro carcerieri. Il loro occhio, spento da una rassegnazione non più scossa ormai da alcuna rivolta, si fissava a mezz'aria su quei punti immaginari che la tristezza dissemina nello spazio avanti a chi soffre, concentrando come in un fuoco di lente ogni suo pensiero.

Forse da questi punti i raggi visivi della loro memoria si aprivano in là, traversando mura, terre e mare fino a riprodurre, come su uno schermo lontanissimo, la scena tragica che aveva nettamente separato il corso della loro esistenza e che rivedevano sempre. Il «Turbine», il loro cacciatorpediniere, era lì, come in quel giorno, al centro d'un vasto quadro azzurro, fermo, mezzo sventrato, lasciando sfuggire sangue, vapore e nafta dalle sue lamiere aperte, rantolando come bestia esausta e già inclinata per morire, in una di quelle strane posizioni d'agonia delle navi che precedono la loro lenta discesa verso le braccia protese dalle alghe.

Il mare, cosparso di rottami, brulicava di naufraghi lordi di nafta, e presi tutti dalla tosse convulsa che questo liquido micidiale produce, aizza, esaspera cercando i bronchi ed avvelenandoli.

Essi pure erano in mare, come gli altri, tossendo come gli altri. Quattro grandi cacciatorpediniere nemici si aggiravano intorno, fieri della facile vittoria e gridando al povero scafo, già quasi sommerso, d'arrendersi. Ah! arrendersi! Essi rivedevano il gesto disperato che accompagnava le parole frementi del loro comandante: «Non ho più nemmeno un colpo di cannone per rispondervi!...» mentre l'acqua gli saliva attorno e un getto enorme di vapore sibilante lo avvolgeva. Poi seguiva come in un sogno la scomparsa d'ogni cosa, tra muggiti, rantoli e ingurgiti: la sparizione della bandiera come in un cofano infrangibile, suggellato dall'azzurro in eterno... E si ritrovarono acciecati, storditi, ansanti, sul ponte d'una nave nemica, senza sapere come, guardati con occhio di possesso da gruppi di uomini d'un'odiata nazione che li scrutavano come bestie e bestialmente si rallegravano della loro vista.

Prigionieri! La strana parola! Ventiquattro ore prima, quando il loro Paese era ancora in pace, essa sarebbe sembrata loro una di quelle parole disusate e antiche alle quali non corrisponde più nessun significato: ora essi se la ripetevano senza fine, colpiti dal doloroso stupore d'esser proprio loro a darle corpo e realtà in così breve tempo. E per la prima volta nelle loro anime semplici, passò quella sensazione nata dal fermento dei cervelli resi ottusi dalle più acute angoscie: la cosa che non corrisponde più alle sillabe da cui è definita: lo stacco tra la voce, cosa effimera e volontaria, variabile da nazione a nazione, dalla sofferenza, che è retaggio imposto ed eterno, uguale per tutti.

Prigionieri! Chiusa minaccia d'armi intorno a sè, interrogatori da Inquisizione nei quali ogni domanda è tenaglia pronta ad abbrancare la voluta risposta anche dalla viva carne, e un pane straniero gettato col gesto di chi getti alla fogna del cibo guasto: e poi quella strana e persistente sensazione fatta di stupore, rimorso e vergogna da cui nasce come un timido silenzio... come l'attesa continua d'una condanna...

E si raffiguravano il cacciatorpediniere che li aveva raccolti, fuggire verso la sua tana insieme ai suoi compagni, mentre essi, stringendo un pezzo di pane austriaco tra le mani convulse e sudicie di nafta, si domandavano come mai non fossero morti. Poi riavevano la visione della costa nemica, che s'avanzò verso di loro, tetra, alta, montuosa, fatta per prendere e chiudere uomini e maledizioni; e che se li prese e li chiuse, infatti, preda e ludibrio, vivi.

Ed essi certo si rivedevano giungere proprio in quel cortile, quando da ogni porta, da ogni finestra, folle di visi ossuti e biondastri apparivano, fissati da un ghigno di gioia selvaggia risalita al sommo della razza dalle sue antiche origini bestiali, come un subitaneo flusso di schiuma velenosa, sempre pronto a ribollire nel suo sangue.

— Turbine! Turbine!... — e il nome della loro nave morta, letto sui loro berretti, riecheggiava come un grido di antiche orde barbariche, all'inizio d'un lungamente atteso sterminio nella carne latina, finalmente vinta... — Turbine! Turbine!

Da quel momento s'infiltrò nella loro volontà un torpore che non avevano provato mai e che distrusse subito ogni loro energia.

— «Taljani!»... «Katzelmacher!»... «Welsche»... — questi erano i loro nomi: e così venivano interpellati quando si voleva comandare loro qualche cosa. E siccome nessun popolo sa chiudersi più del nostro, quando voglia, in un più cupo silenzio, essi da quel momento non parlarono quasi più, e nemmeno tra loro, perchè pareva loro che, avendo assistito al peggior momento della vita di ciascuno, essi non avessero più nulla da dirsi... Così; un silenzio estatico come quello d'ora.

Ah! come il grido dei corvi esprimeva bene la disperazione che giorno e notte, senza sosta, li mordeva... — il corvo, il lugubre uccello che la guerra imbaldanzisce e satolla: la forma nera librata a mezz'aria sui caduti e che l'immaginazione colloca sul cammino dei fantasmi...

E se ora la lontana campana della chiesa di Sebenico interponeva di tratto in tratto qualche squillo argentino, no, non era per loro il suo linguaggio di pace. Era troppo lontana: troppo soverchiata dalle grida di morte... Ad essi non diceva nulla.

... Ed il loro occhio non si distoglieva da quei punti a mezz'aria, dove tumultuavano le visioni del loro dolore...

Così, come tutti i giorni, alla stessa ora...