II.
Erano ancora vestiti coi loro abiti di bordo che indossavano in «quel» giorno. I camiciotti dal largo colletto azzurro, benchè logori e ricuciti qua e là con grossi punti inesperti, erano tuttavia puliti per lavature periodiche che tutti e quattro ripetevano come a bordo e durante le quali essi restavano quasi nudi. Ma la tela, nonostante tutte le lavature, conservava ancora le giallastre roseole della nafta, il sangue delle navi, la cui tenacia, simile a quella del sangue degli uomini, non si vince: traccie sicure di catastrofi e di delitti. I loro galloncini di lana rossa, s'erano poco alla volta sbiaditi, come se ormai, avendo perduto significato e prestigio, fosse del tutto inutile mantener più qualsiasi risalto. Così anche i loro «distintivi di categoria» erano quasi spariti dalle maniche; ma resti di cannoni, eliche e torpedini, trapunti e riaccomodati con le estreme risorse dell'ago e del filo, persistevano ancora e valevano a dare un ricordo di ciò che fossero i quattro prigionieri italiani quando i loro galloni erano rossi e vivi.
Due cannonieri scelti: un fuochista: un torpediniere palombaro. Liguri i due primi; siciliano e romano gli altri; e in quattro formavano appena novanta anni.
Tra loro ogni differenza di carattere regionale era da lungo tempo sparita e volta per volta acquistava una maggiore importanza, della durata di qualche ora, chi tra loro avesse ricevuto una lettera dall'Italia. Le poche righe sopravvissute alle lunghe cancellature e ritagli della censura austriaca erano allora rilette a tutti come proprietà comune, così com'erano a poco a poco divenute comuni le parentele e reciprocamente famigliari i nomi di chi loro scriveva. Era l'Italia che inviava la sua parola attraverso l'Adriatico: e siccome la corrispondenza degli umili ha una sua costante uniformità di espressioni e di frasi, questa parola era per tutti identica e bene appropriata alla natura di tutti.
E come per un tacito accordo di cui non potevano precisar l'origine, ma che rispondeva a un'oscura necessità di sentirsi ora meglio uniti e più alti nella scala dell'italianità, essi, che durante la loro vita di oscuri popolani e di marinai appena distinti da numeri, avevano sempre parlato il loro dialetto, lo avevano a poco a poco abolito, correggendosi a vicenda nei passi torbidi e accettando senza sorrisi i più irsuti strafalcioni derivati da sforzi mentali, non sostenuti che da vaghi ricordi delle scuole di bordo.
Così chiamavano «brotaglio» l'ibrida zuppa nerastra che veniva loro data in pasto a mezzogiorno, e «strocoto» — ostrogoto — lo sciancato maggiore comandante della fortezza.
Ed un giorno che uno dei loro carcerieri aveva gettato loro del pane legnoso, sghignazzando: — Brot... ansgezeichnetes brot, meine katzelmacher!, — Pane! di pane, mascalzone — gli aveva risposto uno di loro, il torpediniere palombaro romano, fissandolo in maniera tale che l'altro aveva levato il calcio del fucile a mezz'aria, pronto a colpire. Ma lo sguardo italiano non s'annebbiò, non s'abbassò: e il calcio lentamente ricadde.
— Pane! Buono pane! — disse l'austriaco, pallido nel volto e nell'anima.
* * *
La lama d'ombra s'era ristretta. Nello spiraglio delle mura, aperto sulle lontane case di Sebenico, i corvi erano a poco a poco spariti, rintanati dal sole troppo cocente.
Ed ecco che ad un tratto i quattro prigionieri ebbero come un simultaneo sussulto e distolsero insieme lo sguardo dalla ridda delle loro visioni per guardarsi stupiti l'un l'altro, mentre i corvi risgorgavano fuori dalle vecchie mura per riempire di strida il cielo.
— Avete sentito? — disse uno a bassa voce, e continuando a tendere l'orecchio come facevano gli altri.
— Altro che! Un rombo...
— Cannone?...
Cannone? L'ultima voce della loro vita libera: la voce della speranza. Qualche nave della patria era dunque vicina? Libera dunque di solcare l'Adriatico e sfidare il nemico nei suoi stessi recessi? Nella rapida successione delle idee, l'ansia dei loro volti si tramutava in uno stupore gioioso che inarcava loro le sopracciglia e schiudeva loro le bocche così come i bimbi accolgono una lieta, inaspettata notizia.
— No — disse ad un tratto il torpediniere palombaro rispegnendo la sua espressione nel primitivo concentramento. — Troppo cupo! Troppo lungo... Mina o siluro...
— E come mai, mina o siluro? — gli domandarono i due cannonieri come rinunciassero malvolentieri ad una ipotesi che si riferiva a un loro antico dominio.
— Non so: ma le conosco queste esplosioni, io: mina o siluro, vi dico... del resto...
Ma alle strida dei corvi s'aggiungevano ormai voci umane altrettanto rauche e repentine. Da uno degli androni bastionati che attraverso un'arcata davano accesso alla fortezza, ritornava dalle esercitazioni di piazza d'armi un folto drappello di soldati a righe rotte, gesticolanti e vocianti. Certo qualche cosa era avvenuto laggiù, verso il mare: qualche cosa a cui essi avevano potuto da lontano assistere e che ora cercavano descrivere l'uno all'altro.
Selvaggi di razza, essi ripetevano i gesti ingenui dei primitivi della terra e cercavano, come loro, tradurre con grida monosillabiche i punti culminanti delle loro impressioni. E si vedevano braccia sollevarsi in alto a figurare altezze, o rigirarsi a descrivere ricadute d'acqua e vortici: gomiti spinti con uno scatto all'infuori, forse dinotavano squarci; e nel vocìo confuso della loro massa in fermento s'interponevano le imitazioni della detonazione, protratte in muggito o sincopate da quella mossa sporgente della bocca che serve all'uomo come complemento di descrizione terrifica.
Sorti in piedi, i quattro prigionieri videro questa folla agitata dilagare nel cortile e suddividersi in rivoli grigi verso le varie scale che conducevano alle camerate superiori, mentre tra le chiuse mura si diffondeva l'acre odore della perspirazione umana misto a quello più lieve dei prati riarsi dal sole.
E un gruppo passò vicino a loro, alla cui testa era un sergente, uno di quei tipi che alla nostra natura latina più specialmente ripugnano, perchè nelle mascelle squadrate, nel piccolo occhio grigio, nel pelame biondastro, nel cranio appiattito e nella rozza ossatura sembrano portar scolpita l'idiota ruvidezza e la tracotanza bestiale di una razza a noi eternamente ostile.
Sghignazzava l'uomo, rivolgendosi ai suoi che lo seguivano e che assentivano col sorriso untuoso del subordinato, uguale in tutte le gerarchie.
— Ach! Ach! — esclamò costui, soffermandosi avanti a loro — Ein Italianisches Unterseeboot... Buuum! Buuum!...
La frase non venne compresa interamente. Ma la parola che conteneva le sillabe care del nome della loro patria si fece largo nel loro stupore, divenuto immediatamente angoscia per le risa della soldatesca accalcatasi intorno.
— Ein Italianisches Unterseeboot!... — ripetè il sergente scandendo le sillabe della seconda parola nella ottusa idea che ciò la rendesse comprensibile. E per aiutarsi meglio accennò con le dita ad una lunga forma affusolata che portava nel centro come un'asta, rappresentata da un indice volto in alto: il periscopio.
Il pallore è una cosa che si sente. Lo spasimo del cervello per un'idea troppo dolorosa ed improvvisa sembra fugare il sangue dal capo e costringerlo a correre in giù per comprimere il cuore. Allora si sente che il volto non è più che una maschera inerte, prima rappresentazione della morte: e quando le labbra sbianchite tentano ritrovar la parola, tremano, si contorcono e non vi riescono più.
Così i quattro prigionieri impalliditi, rimasero muti, ansando forte e contraendo le dita.
— Buum! Buum!... — Attorno a loro le braccia dei bruti, accennavano gioiosamente a squarci, a mostruose rotture, ad inabissamenti...
Così i quattro prigionieri, continuarono a rimanere muti, mordendosi le labbra, come per provare se ne potesse ancora uscire sangue, in una prova lunga, ostinata...
— Ach!... Ach!... Ach!...
Così, visto che il loro dolore appariva come un troppo crudele martirio, le risa attorno si elevarono di tono, divennero spasmodiche. Gli «Ach! Ach!» di gioia tedesca s'incrociarono con quei suoni gutturali che esprimono il tripudio croato. Le braccia levate in alto a rappresentare colonne d'acqua si stesero orizzontalmente per appuntire indici schernitori su di loro, come grinfie di demoni in una scena diabolica.
E così i corvi, aizzati dalle urla delle bestie-uomini, crocidarono più forte dall'alto, per giusta supremazia di bestie.