II.

Su questa città di guerra marittima, lo scialbo sole di marzo, dardeggia tra le nuvole, dilaniate da un maestrale altissimo, qualche raggio già caldo d'un precoce calore. La ressa delle case addensate sulle colline biancheggia qua e là di quel biancore troppo vivido, primo annunzio dell'Africa vicina e l'ombra delle nuvole vi distende a capriccio larghe chiazze di violetto. Scure e fastose, le chiese settecentesche italiane dominano dall'alto d'ogni collina, ciascuna un proprio greggie di case: e gli alberi e i fumaioli delle navi ormeggiate ai moli, stendono avanti al panorama come un recinto di pali sottili che dopo un incendio, continui a bruciare qua e là.

È Malta, questa: arida isola su cui s'aggrava una troppo popolosa città abitata dai detriti delle razze mediterranee. Fortezza di rocce, caverne, spalti, epigrafi e croci, di antenne e di acuti spigoli di acciaio, prende vita e forza dal mare per un parassitismo che dura da secoli e che oggi è gigante. Attraverso tutte le epoche, le rozze cose fenicie che allungavano il muso sull'acqua, i centopiedi di remi, elleni, cartaginesi, romani, i rigonfi castelli di tela bianca artisti del vento, gli enormi piroscafi d'acciaio dalle vene bollenti... — sotto tutti gli stendardi, gagliardetti, orifiamme d'ogni colore e d'ogni foggia, con emblemi pagani, croci, mezzelune... — navi d'ogni forma e d'ogni dimensione accolte da strani sacerdoti o da guerrieri crociati o da folle di facchini urlanti, sempre vi giunsero piene, con le murate basse sull'acqua e ne ripartirono vuote.

Se nulla v'approdasse più, Malta morrebbe come pianta la cui linfa sparisca e le sue rupi senz'erba si coprirebbero d'ossa. È per questo che oggi tutto il mondo inglese è chiamato a raccolta per riempire di viveri, magazzini innumerevoli: di munizioni, labirinti di roccia. Perchè oggi Malta deve non solo nutrire sè stessa, ma nutrire la guerra — questa gigantesca, guerra — di cui essa è una base.

* * *

E base essa è infatti. Qui dentro, in immense camere chiuse da reti d'acciaio, s'allineano in multiple file navi e navi e navi, l'una addossata all'altra come pecore in ristretto sentiero. In quest'acqua morta si condensa una forza come il mondo mai non vide e più in basso della serenità delle nuvole del cielo, v'è qui un altro strato di nuvole nere partorito da innumerevoli fumaiuoli, che è respiro di strage.

Dov'è il posto della nostra nave? Chi sa? In questa città galleggiante che ha le strade fiancheggiate da palazzi grigi d'acciaio, non vedo per ora nessuna piazzetta vuota. E avanziamo, rasentando cannoni, insinuando con la prora, tra successive visioni di vita straniera, la nostra semplice serenità d'Italia.

Due tugs, grossi rimorchiatori a ruota, ci precedono e ci guidano nel nostro lento cammino, starnazzando per noi come anatre in gioia. Ecco: dobbiamo esser giunti. Tra uno sperone di fortezza che si prolunga in mare alla nostra sinistra e una fila di colossi francesi distesi alla nostra destra, due boe libere disegnano infatti un posto vuoto.

E come se queste boe fossero buone prede scoperte per caso, ciascun rimorchiatore ne addenta una, battendo freneticamente le pale delle ruote all'indietro con un impeto che pare di lotta.

— Qui? — si domanda con un grido.

— Yes, Sir... Yes, Sir... — ci si risponde dai tugs.

A bordo, sulla plancia, abbiamo un pilota inglese che la nostra nave imbarcò all'imboccatura del porto. Sorride col tenue sorriso della sua razza che par sorriso di vecchio, e,

— Proprio il posto del «M...»: un incrociatore francese... — dice sottovoce. — Era qui due giorni or sono.

— E deve ritornare qui?

Il suo sorriso s'accentua, divien quasi italiano.

— No — dice brevemente. — Partì e fu silurato ieri... laggiù — e il suo braccio si tende verso il largo, accennando a ponente, di là dall'isola. Meccanicamente seguiamo con l'occhio il suo gesto. A ponente laggiù, lungo i moli, la nostra vista cade su di un piroscafo isolato che par fervere ancora della vita di pace. Sciami d'imbarcazioni lo attorniano, che si riempiono d'una folla silenziosa ed inerte. Strano! Nel colore incerto delle masse umane compariscono qua e là le macchiette chiare di torsi nudi. — Che è?

— Un piroscafo giunto un'ora fa — spiega il pilota con calma che par fatta d'abitudine. — Ha raccolto in mare i naufraghi di due altri piroscafi silurati in questi paraggi...

Prende un binocolo dalla cartiera: guarda...

— Già — osserva. — Curioso! c'è un po' di disordine...