III.
Una volta quando si entrava in porto era sana norma di etichetta navale ordinare subito agli equipaggi lo sgombro, il rassetto, la pulizia della nave. Le tracce del sale dovevano sparire subito; e dalle ruggini, dalle patine, dagli offuscamenti che l'alito caustico del mare produce, dovevano nascere splendori e lucentezze metalliche, superbia e lusso delle navi d'allora. Oggi si lasciano le coperte ingombre di centinaia di salvagenti, di file di zattere: le imbarcazioni rimangono intatte nel loro aspetto di imbarcazioni da naufraghi, coi loro sacchi di viveri, con le loro vele, le cassette dei segnali di soccorso, le altre minute cose atte a sostentare la vita di gente rimasta sola, lontana da ogni terra, tra mare, cielo e infamia tedesca, pronte.
Così anche nell'interno della nave non si pensa gran che all'antico, impeccabile ordine. I nostri alloggi poi, ridotti alla più semplice espressione, vuotati di ogni cosa inutile, non son più che scatole da uomini, pronte alla grande immersione e alla curiosità della fauna degli abissi.
È uno schema di vita la nostra, e così conviene sia... Senza pesi è più facile il salto...
Ma il viverci dentro, dà oggi sensazioni nuove.
Io penso che due giorni or sono, un altro essere vivente simile a me, si muoveva in un ambiente identico a questo e forse nello stesso punto dello spazio che occupo io, perchè la sua nave doveva essere lunga press'a poco come la mia e il suo alloggio doveva essere verso il centro, come il mio.
Di questo mio predecessore nella morte io ignoro tutto: nome, volto, statura, tendenze, carattere...: so soltanto che gli uomini di mare hanno l'erosione comune della salsedine, nella pelle e nell'anima. Questo è tutto: eppure mai sentii più fratello un essere sconosciuto: e un'acuta potenza visiva che trae misteriosa origine da chiaroveggenze d'antivita o d'agonia, distese di là della nascita e della morte, me lo fa ora raffigurare con una strana sicurezza quand'era vivo come me, e com'è oggi, inerte al fondo del mare.
Bah! Aria! Facciamo aprire gli hublôts di questo alloggio, tenuti ermeticamente chiusi in navigazione onde impedire all'acqua di penetrare dentro più presto, in caso di sventramento per siluro o torpedini. Ecco: il marinaio ha compiuto la semplice bisogna e una folata di vento entra a disperdere aria viziata e visioni.
Ma che cosa dice? Che laggiù a terra suonano? Che sulle banchine è una folla multicolore che ballonzola e s'agita in gioia?
Non bisogna dar troppo ascolto a ciò che dicono questi uomini dopo una lunga navigazione. La presenza continua della morte tende troppo i loro nervi e bisogna scusarli se nelle prime ore di porto non ritrovano subito la logica.
Ma la mia incredulità silenziosa lo sconcerta: insiste: dice che gli sembra di vedere come dei carri stranamente dipinti ed addobbati; vuole che io guardi alla mia volta...
Ha ragione. Il binocolo precisa. Sono maschere, laggiù: e un'idea da lungo tempo morta, improvvisamente risorge da un involucro di antichi pensieri, come un fantasma sghignazzante da una tomba scoperta. È carnevale: il breve periodo di sincerità in cui l'uomo si proclama ad alta voce buffone...
Già: le sillabe cadono nei meati della memoria e ne fanno sprizzar su faville roventi. Carnevale! E viene voglia di sparir dalla terra.