IV.

Le otto pomeridiane: le otto degli uomini che uno dei loro orologi segna quaggiù. Per noi ogni ora è luce elettrica: e la corsa del sole, le differenze di temperatura sono abolite. Il tempo non produce altre manifestazioni sensibili che l'addensarsi e l'inspessirsi dell'aria che noi respiriamo. Quando intorno alle tempie una benda invisibile si stringe, e raddoppia, triplica i suoi giri, quando il respiro si cambia a poco a poco in ànsito, quando sui volti si distende come una patina livida, allora molto tempo è passato perchè molta anidride carbonica s'è prodotta. Allora, sotto l'influenza del veleno, gli uomini cadono a poco a poco in una cupa malinconia che non ha niente a che fare col loro carattere. Bisogna far circolare questa poltiglia gazosa — che pure entra ancora nei polmoni — attraverso masse di ossido di calce che assorbe il veleno e lo fissa: e poi bisogna far sgorgare ossigeno da appositi serbatoi. Ed ecco prodursi un prodigio: i volti ridiventano ilari e i movimenti, vivaci: erompe dagli occhi una gioia sovrannaturale di vivere... Ma è chimica, pura chimica. Gioia e tristezza in formule... E il tempo è calcolato così...

* * *

Stasera abbiamo ancora da respirare l'aria di sette o ott'ore fa che prendemmo in pieno Adriatico, quando giunti al nostro posto di agguato cessammo di navigare emersi come un'ordinaria torpediniera. Essa è pura tuttavia, salvo il fondo persistente e grave della nafta. — Ma da prora, da una delle cappelle ardenti comincia a giungere a zaffate l'acre odore di grassi da cucina. Ahimè!: bisogna ben nutrirsi anche quaggiù e subirne tutte le conseguenze. Ed è una gamma di emanazioni, ora confusa, ora distinta nei suoi componenti e che ha rigurgiti, soste e riprese: sinistra sinfonia dell'olfatto nella quale la persistente nota della nafta impera tra i «crescendo», nei duetti, nei terzetti, nei cori, sempre.

Sulla sinistra della camera di manovra, riparati da una cortina rossa, son due tavoli sulla stessa linea ed uguali. Un lungo divano, che può essere cambiato in due cuccette, si addossa alla murata del sommergibile e serve di sedile. Di qua e di là, verso prua e verso poppa, due piccoli armadi danno forma rettangolare al ristretto ambiente, formandone le pareti corte.

E qui un marinaio, dal volto di asceta novizio, prepara il nostro pranzo. Attraverso la stretta porta, tra aggrovigliamenti di metalli che sembrano viscere dilaniate e pendenti, egli passa e ripassa svelto, agile e silenzioso. Si chiama Vismara e sulla terra nacque a Milano. Il suo nome risuona spesso tra le cappelle di prora, di una delle quali dev'essere l'anima: infatti è lui che presiede ai servizi di mensa.

I trentasei metri d'acqua che sovrastano a questo Vismara non premono affatto sul suo cervello di sano animale giovane e non ottenebrano la sua chiara visione di posate e stoviglie che egli maneggia con elegante disinvoltura. E siccome tutto richiama Verne quaggiù, non so perchè mi sembra d'averlo già visto nelle vignette che raffigurano i pranzi del Capitano Nemo, ma con l'aggiunta di due fedine e di un paio di grossi stivali, che egli non ha.

— È fidanzato — mi dice il comandante, che si avvede che io esamino il suo uomo.

Fidanzato! Ecco una parola che m'apparisce spropositata davvero sul fondo dell'alto Adriatico.

— Lei si sorprende? Lo sono anch'io, e lo è pure il mio Secondo... È una malattia di questo sommergibile — prosegue ridendo: ma è un attimo di sorriso, repentinamente troncato da una contrazione cupa del volto. Il suo Secondo, il giovanissimo sottotenente di vascello, non ha sorriso affatto, e s'è passata una mano sulla fronte.

Dovrei rallegrarmi con loro? Eh, non mi pare. I legami spirituali di questi fidanzamenti mi sembra percorrano una ben incerto cammino, da qui alle varie città d'Italia... Meglio tacere...

— Del resto — prosegue il comandante a bassa voce per non essere troppo udito — qui a bordo in questioni matrimoniali abbiamo alcuni casi interessanti, se non molto allegri. C'è un certo Ricci, capo-silurista, che ha sposato una settimana fa in tre giorni di licenza, compreso il viaggio, tra una crociera e l'altra... e cioè tra un'immersione e l'altra... Da fidanzato, pochi giorni or sono, poco mancò non colasse a picco quando quel tale cacciatorpediniere austriaco di cui le ho parlato ci corse addosso per investirci. Questa che facciamo ora, è la sua prima crociera da marito... e speriamo bene.

Ce n'è un altro, poi, Pagano, un silurista, richiamato in servizio per la guerra, che è vedovo da pochi giorni ed ha tre bimbi rimasti quasi soli a Sorrento. Avrei potuto sbarcarlo, ma egli mi pregò di non farlo, perchè qui sul sommergibile ha una più alta paga... e può mandar qualche cosa di più ai suoi piccini.

Un altro corto silenzio.

— Bah! Noi giuochiamo a carte — dice il comandante come chiusa di un suo ragionamento interno e con la sua voce pacata e velata da uomo sommergibile. — E se oggi venisse a qualcuno la bizzarra idea di modernizzare il conosciuto simbolo della fortuna, dovrebbe prendere quella tale donnina bendata e farla arrampicare sull'estremità di un periscopio, glielo assicuro io!

Ah! Ecco Vismara che ci porta con sussiego qualche cosa che fuma — dopo aver appeso un tovagliolo al volantino d'una valvola che si protende vicino alla cortina rossa.

È del riso elettrico e della carne in scatola, riscaldata elettricamente: cinque o sei ampères di cucina.

Niente vino: nessuno ne beve nei sommergibili; e so già che non avremo sigarette, perchè è proibito fumare.

— Il pranzo è servito — ci dice Vismara senz'alcuna ironia.

La quale sarebbe inutile. Con trentasei metri d'acqua sul capo ogni lista è buona; siamo, d'altronde, ancora ben lontani dai manicaretti d'alghe e dalle altre leccornie marine di cui era ricca nei libri di Verne la mensa del Capitano Nemo... E poi, qua nessuno ne desidera...

* * *

— Permesso?

— Avanti. Che c'è?

Scorre la cortina rossa sulla sua guida metallica e una grossa testa scura, un po' calva, apparisce.

— Oh! Capo! — esclama il comandante con una certa apprensione nella voce, sapendo bene che ogni annuncio può essere grave sui sommergibili. — Tutto bene?

— Tutto bene, comandante...

È il Capo Torpediniere Elettricista, una delle personalità più importanti di bordo e che ha mansioni assai gravi.

La vita subacquea ha già devastato il suo viso, delineandogli il teschio sotto la pelle afflosciata. I suoi occhi nerissimi, rintanati nell'orbita, hanno il floscio scintillìo degli occhi di alcuni vecchi felini resi mansueti dalla grande età. Ma il suo profilo è purissimo e in certe posizioni, nel bagliore della luce elettrica, acquista spesso ombre e rilievi da medaglia.

— Tutto bene... — ripete, soffermandosi con un sorriso d'imbarazzo.

— Allora?

— C'è che l'equipaggio m'incarica di augurare a Lei, al Secondo, e al signor comandante ospite nostro, il «Buon Natale».

Diamo un balzo tutti e tre, come fossimo stati richiamati ad un tratto da una voce soprannaturale, fuori dall'abisso in cui siamo sepolti.

Poi ci guardiamo l'un coll'altro stupiti, mentre la buona testa di medaglia ride.

Già: proprio vero. Domani è il Natale degli uomini. E chi ha più nozione di giorni e di feste quaggiù? Se si provi a domandare a un uomo dei sommergibili in crociera, che giorno è della settimana, lo si vedrà smarrirsi e mettersi a contare sulle dita; poi dirà: Ecco, quando lasciammo la base era, poniamo, martedì; dunque oggi dev'essere... il suo ricordo è netto soltanto sul giorno della partenza, sul distacco dalla vita di lassù: dopo viene una serie tumultuaria di poco sole e molta luce elettrica che non ha più alcun legame col giorno e con la notte e che sconvolge il pensiero del loro succedersi.

E dunque, domani è Natale, o pare sia Natale: per eccezione, qualcuno delle cappelle ardenti deve averlo ricordato.

Ma il messo dell'equipaggio non ha finito.

— «Ci» auguriamo — prosegue — di poter dare il «Buon Natale» a qualche nave austriaca col siluro...

— Eh! — risponde il comandante inchinandosi a metà come per l'offerta d'un prezioso dono.

Non ha finito ancora...

— E preghiamo lei, comandante — dice rivolgendosi a me — di prendere delle note su questa notte e di farle pubblicare, dandone una copia a tutti noi per ricordo della sua visita, e del primo Natale passato sott'acqua...

Diamine, buona testa da medaglia, perchè no? Se ne avrò tempo... Perchè io pure lavoro come te, ma lassù, su navi, sulle vecchie navi che galleggiano, sacerdotesse dell'antica lealtà del cannone e della luce del sole, e che devono tremar di te, sommergibile, odioso ragazzo, moderno pescecane di guerra. — Ma io temo, o cari sepolti vivi, che la mia semplicissima arte, da più che due anni dormente, sia ben al disotto di quanto meriti la vostra carne — che il mostro sommergibile giornalmente affloscia e divora nel santo nome d'Italia — e la saldezza del vostro cuore, che sfida l'uomo e i più profondi misteri del creato senza mai vacillare... Posso darvi parole, nient'altro che parole. E se per esse s'irradî lo sguardo d'Italia dalle rosse trincee del Trentino e del Carso ai verdi abissi dell'Adriatico, e si prolunghi al suo occhio divino l'immensa fila di cadaveri di coloro che morsero la roccia e la neve, con quelli di coloro la cui bocca rimase per sempre spalancata dall'asfissiante morso dell'acqua e vagarono fino alla dissoluzione ultima secondo il capriccio dell'onda... ebbene, amen! scriverò.

— Dunque? — interroga il Capo Torpediniere. — Dunque? — domandano i due ufficiali, unendosi a lui...

— Sì.

È detto. E mentre il Comandante ringrazia il messo e lo incarica di contracambiare gli auguri all'equipaggio, io e il Secondo pensiamo che tornando in porto sarà anche miglior ringraziamento qualche bottiglia, progetto a cui si unisce con gioia il comandante, non appena la buona testa di medaglia sparisce e la cortina rossa ricade.