III.
Invece ragionano, questi strani esseri dei sommergibili, e con una pacatezza di mente che sembra affilata e portata a lucido come nei sogni prodotti da alcuni narcotici.
— Sa che cosa faremo? — mi dice il comandante, mentre si china sulla carta dell'Adriatico, fissata su una tavola a destra della camera di manovra. — Passeremo la notte sul fondo. Vede? Qui.
«Qui» è un quadratino tracciato con la matita a circa cinque miglia dalla costa austriaca. — Altri ve ne sono un po' più su e un po' più giù, disseminati regolarmente lungo il litorale nemico.
— E questi? — gli domando.
— Colleghi: il dormitorio dei colleghi... Ciascuno ha il suo posto fisso, abbastanza lontano dall'altro perchè non avvengano gomitate...
— Il mio posto — prosegue, dopo un accenno di sorriso — è decisamente buono: trentacinque metri di fondo e sabbia mista a fango: ci si sta benissimo. Ecco qui, guardi...
Sicuro: trentacinque metri d'acqua sul capo, dice la carta, e sabbia e fango: ci si deve star benissimo.
— Noi siamo press'a poco sul quadratino K... Del resto, se avessi sbagliata la mia posizione di uno o due miglia... poco male. Il fondo è quasi uniforme e potrei cadere tutto al più in 40 metri. E adesso, andiamo!...
Certo, 5 metri più, 5 metri meno... Strano! Al verbo «andare» siamo abituati a dare, sulla terra, un significato orizzontale o tutt'al più non molto inclinato. Ora questo «andiamo» che significa precipitare verticalmente in giù, verso gli abissi, capovolge un po' la mia mentalità non ancora troppo subacquea, e...
Ma non è questa la sola cosa strana qui... Ecco l'ufficiale in 2ª: un giovanissimo sottotenente di vascello, che conserva ancora nello sguardo un po' di terra, parlare anche lui un suo linguaggio difficile, dopo l'«andiamo» del suo superiore.
— Duecentoquaranta in meno per l'equipaggio, comandante — dice.
— Già: i quattro malati. Dia pure duecentoquaranta.
E prima che io possa chiedere di che si tratti, attraverso una valvola che m'è vicina, fruscia improvvisamente qualche cosa che sviluppa a poco a poco come una nota musicale. È una delle tante bocche del sommergibile che s'è messa a bere: e in un solo sorso che dura pochissimo, ingurgita 240 litri d'acqua, per compensare — mi spiega il sottotenente di vascello — il peso di quattro uomini calcolati a 60 Kg. l'uno e sbarcati all'ospedale di... prima della partenza.
— Se no il «battello» è leggiero, tende a salire. Ecco: ora va bene...
Un colpo secco taglia la nota musicale. La bocca ha finito di bere: e nessuno parla più. Qualche viso laggiù nella prospettiva di cappelle ardenti si volge verso la camera di manovra con la tranquilla curiosità degli oziosi. — Poi nulla si muove più. — Tutta la massa del sommergibile, uomini e cose, sembra gravata da un peso maggiore e terribile, ora che l'ultima piccola tendenza al galleggiamento, l'ultima piccola spinta verso l'alto è annullata tutta. Ci sentiamo un «grave» e la parola richiama insopportabilmente le leggi della caduta irrefrenabile dei gravi che i maestri c'insegnavano nei corsi di fisica.
Siamo dunque un grave in equilibrio indifferente, pronti cioè ad ascendere o a discendere se un minimo peso d'acqua venga tolto o aggiunto: natante o macigno: pronti a ritornare alla luce e alla vita, o a calare indifferentemente alla morte. Ecco un'indifferenza che risponde poco alla parola.
Ma che dura poco: la decisione è di andare in giù.
— Apri al centro! — ordina infatti il comandante. E un'altra bocca ubbidiente si mette subito a bere per riempire un piccolo stomaco di ferro che dev'essere vicino a noi, tanto se ne odono chiari gl'ingurgiti avidi.
Tutti gli occhi si fissano sul quadrante di un grande manometro, la cui importanza è resa dalle dimensioni manifesta su tutti gli altri piccoli manometri disseminati qua e là tra i rami di metallo, come fiori bianchi, stranamente piatti, rotondi e senza petali. È lui che dice in metri a che punto dell'abisso siamo, partendo dallo zero della superficie.
La lancetta è ancora fissa su cinque metri: ecco che sussulta e si muove... che sale...
— Chiudi! — dice il comandante, il cui occhio è divenuto attentissimo. — Bisogna dar poco peso per non arrivare a toccare il fondo con troppa velocità — mormora a me che gli son vicino.
— Sei... sette... otto... nove... dieci...
Sento la voce di un graduato precisare in metri i gradini della nostra discesa. Le sillabe si distaccano nette in un silenzio che par quasi condensarsi in materia, tant'è opprimente e assoluto. Si ha solo il sentimento che qualche cosa dell'immenso mare stringa, stringa, stringa come in una mano enorme, il corpo del sommergibile e che qualche cosa che prema di più s'addensi nella chiusa aria intorno a noi.
— ... Quindici... sedici... dieciassette... dieciotto...
Come si sente lontana la terra, e tutte le sue cose!
················
C'era una volta una raccolta d'uomini che viveva lassù e che s'occupava d'odio, d'amore e di morte, e alla quale forse appartenemmo anche noi. Ma per sconosciuta ragione essa sparì e restammo noi soli...
— Venti... ventuno... ventidue...
... che fuggimmo racchiusi in questa scatola di ferro nella quale, ultimi della razza feroce, forse morremo. Sparì lasciando fiamme e rovine sul povero pianeta dove essa aveva per millenni vissuto: sicchè nulla portammo con noi quaggiù che ad essa appartenne:...
— Venticinque... ventisei... ventisette... ventotto ventinove...
... ed anche il ricordo di tutto che fu vita ora si dilegua. Finite le passioni! Noi siamo in un punto del creato dove nessuno passò mai e scendiamo sempre più giù verso l'epidermide della terra, vergine dalla creazione dei mondi, mentre infinite porte d'acqua si chiudono su di noi.
— ... Trenta... trentuno... trentadue...
Trentadue metri: è già l'altezza di una collina: avremo «dentro» di noi la forza di risalirla? Chi sa? Chi sa quali viventi organismi del mare fuggono terrificati al nostro calare tra loro; chi sa su quali rami di mostruosa flora noi ora strisciamo! Quali braccia verdi e quali tentacoli bianchi ci palpano?
— Trentatrè... trentaquattro...
Che siamo più noi? Uomini o cose? Cose: avviluppate tutte da una grande pace e distaccate per sempre da ogni cura d'esistere.
Uomini no; chè siamo ritornati materia prima, con l'anima ridivenuta embrione: per una progressione a rovescio, crisalidi d'uomo... Scendiamo più giù e ritroveremo in noi i nostri rispettivi germi: più giù ancora, e certo svaniremo nella matrice del mondo...
— Trentacinque... trentasei... trentasei...
— Trentasei — ripete il graduato con un punto fermo nella voce.
Non la minima scossa, non il minimo rumore, eppure io posso leggere in tutti gli occhi che non scendiamo più, che il grosso bozzolo nel quale siam vivi s'è coricato sul fondo. La lancetta del manometro s'è fissata e ci dice che l'acqua intorno a noi ci rinserra nella sua stretta con una pressione più forte che tre atmosfere e mezza.
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— Bene: — dice il comandante, — e ora diamo un buon pugno alla bestia perchè non si muova più... Se no, si divertirebbe ad andarsene a zonzo con la corrente, strofinando il ventre sul fondo. Dare 200...
Di nuovo il fruscìo e l'ingurgito dentro gole di metallo... Silenzio. Duecento litri d'acqua son dati per forza al mostro perchè il suo ventre s'aggravi e stia quieto.
Ed eccoci calcati nella sabbia... o nel limo, o nel fango o tra ciuffi d'alghe... forse vicini ad avanzi di naufragi...
Chi sa?