VII.
La nave della sciagura è ferma sulla boa ed è avvolta da una nuvola di gabbiani che han trovato buon pasto intorno a lei.
Siamo a Messina: una città di cui tutti al mondo conoscono la storia di dolore relativamente recente, non è vero? E poi le case sgranate, le macerie deserte, quelle colline rimaste nude come non fossero mai state abitate, le linee delle baracche, dovrebbero parlar chiaro nel loro linguaggio di distruzione. Ebbene: tutti questi europei che salgono in coperta ad uno ad uno e che indubbiamente rappresentano varie caste e varie colture, dalle buone alle infime, si stropicciano gli occhi, guardano la terra intorno, e ripetono invariabilmente la stessa parola: Napoli.
Nessuno che si domandi dove sia il Vesuvio, dove sia sfumata Capri, che fine possa aver fatta Ischia: nomi conosciuti dovunque; niente: Napoli. E non è difficile pensino con gioia che è stata bombardata molto bene dalla squadra austriaca, questa Napoli che hanno sott'occhio tutta sventrata...
E quando qualche marinaio napoletano stupefatto, s'irrita e dice loro «Messina!» appoggiando il nome con sonori appellativi dialettali non precisamente forbiti, essi lo guardano con diffidenza. Messina? Mai sentito. No, Napoli; e noi italiani siamo degli incor- reggibili burloni...
L'orda è ritornata in coperta ed ora noi allaghiamo con acido fenico il sepolcreto da cui è uscita. Vampate nauseabonde si sprigionano dai boccaporti aperti, e non c'è più rifugio: bisogna respirarle e ripeterne la mortifera analisi ad ogni colpo di polmone.
Ma oggi riserpeggia un po' di vita in questo immondo stracciume. L'acqua, la sicurezza d'un buon cibo, il riposo, il sapere che ogni lamento verrà raccolto, la sensazione animale di sentir rialzar la curva della propria esistenza, rimasta per mesi abbassata al livello della morte, è risurrezione rapida per questa carne disfatta.
E negli occhi ravvivati si riaccende la fiamma della bestia tranquilla, con qualche sprizzo sinistro d'Austria....