VIII.
Giornata di visite ufficiali, di poliglottismo, di leggieri urti di razze mascherate da sorriso e sommersi da cocktails e da coppe di extra-dry levate a brindisi. Ho salito i monumentali scaloni del palazzo dei Cavalieri sorvegliati da vuoti guerrieri di ferro e dalla silenziosa potenza del tempo, e ho dovuto subito dopo raccogliere il passo su scalette di bordo sospese a mezz'aria: da saloni immensi popolati di ombre fantastiche e di grandi ritratti che parevano aguzzare con ironica curiosità i loro sguardi di vernice sulla mia anacronistica uniforme e domandarsi tra loro, col lieve bisbiglio dei morti: — chi è? chi è? — son passato alle gelide, bianche scatole da uomini delle navi d'oggi, che una vita fittizia non riesce a riempire: dagli ori spenti dai secoli, all'acciaio vivido del cannone: dalle sconnesse vetture maltesi che si direbbero appartenere a uno strano deposito generale di vecchiume stabilito qui per capriccio dell'Europa, all'autoscafo, al cacciatorpediniere, al sommergibile. In poche ore, il mondo e le sue fasi: i colori d'un tempo e il grigio d'oggi.
Invariabilmente accolto da «Bonjour Monsieur» e da «Good morning Sir» son stato dovunque chiamato a bassa voce «Mon cher ami» e «My dear Captain» da uomini mai prima visti, quando i nostri brevi dialoghi s'impigliavano nei rami della guerra e ne sfioravano le spine.
Ma la curva dell'espansione declinava di nuovo all'«Au revoir Monsieur» e al «Good bye» tra i composti inchini del congedo.
La mia ultima visita è per il Chief of the Staff (Capo di Stato Maggiore) che deve darmi gli ordini per la partenza dell'indomani e per una difficile missione che richiederà lunghe spiegazioni forse...
Ma dove s'è annidata l'autorità di questo alto ufficiale Brittannico? Androni medioevali dalla volta a sesto acuto dove il vento sibila liberamente, scalette tagliate nello spessore di mura enormi, giravolte, stanzoni dove certamente s'accatastavano un giorno le piramidi di proiettili sferici del Sovrano Ordine di Malta e che ora risuonano dell'affrettato martellamento delle macchine dattilografiche; su... su... ancora androni, ancora scale...
— The Chief of the Staff, please?
— Yes Sir, upstairs... — Salire ancora — è la risposta delle rosse sentinelle, pendoli umani oscillanti in pochi metri, tra due brusche giravolte, come avanti a due mura immaginarie.
Che sia andato a stabilirsi sulle tegole?
Domandiamone notizie a qualcuno che non oscilli e che seduto a un tavolo abbia il cervello non scosso. Ecco una stanza dalla porta spalancata, piena di ufficiali di Marina, di tutti i gradi, curvi su carte.
Entro: nessuno leva il capo: nessuna domanda mi viene rivolta: sembra che io abbia un mio tavolo abituale lì. — Uno ve n'è, biondo, rasato, come tutti del resto, che nel raccogliere per un istante le idee, si passa la sinistra sulla fronte e mi guarda senza vedermi affatto, servendosi di me come punto di concentrazione del pensiero, capitatogli avanti per caso. Se non v'era la mia persona, v'era sempre una lavagna appesa nella stessa direzione al muro, pronta a servire lo stesso alla sua momentanea fissità.
È bene che la situazione non si prolunghi troppo.
— Può dirmi, signore, dove sia andato a finire il Capo di Stato Maggiore?
Lo sguardo che mi fissa si ravviva e mi «vede». Cade la penna e la fisonomia assorta si stempera in un sorriso.
— Qui: son io. How do you do?
Ecco un altro dei tanti sconosciuti che oggi si sono interessati alla mia salute.
Per dimostrare riconoscenza il cane dimena la coda, l'uomo si piega sulle vertebre: questioni organiche: un giuoco muscolare: fatto.
— Una sigaretta?
Sicuro. È una obbrobriosa «Three Castles», di quelle che noi italiani particolarmente detestiamo per il loro sapore tra caustico e dolciastro. Lagrimiamoci sopra.
— Dunque?
Declino le mie qualità ed espongo i motivi della mia visita.
Devo partire l'indomani, raggiungere (censura)...
················
... ed assisterli fino ad una base marittima italiana. Do mando ordini...
Le virgole al mio breve discorso sono stati tanti «Yes» aspirati e sincopati da uno scatto delle mascelle, che il mio interlocutore, come per asfissia, ha interposti tra i periodi.
— Yes.
— Dunque?
— Yes.
Una pausa.
— La sua nave — dice — è quell'incrociatore a due alberi, con i fumaiuoli alti, con ecc...?
— Sissignore.
— ... che occupa il posto tale, vicino alla nave tale?
— Giusto.
— Aha, aha! — E il suo sguardo s'intensifica mentre con la contrazione delle labbra rasate sottolinea un pensiero critico, che io so perfettamente quale sia. Ma una delicatezza professionale di colleghi di vita marittima, lascia le sue labbra chiuse.
Un «All right!» conclude le interne considerazioni sulla cattiva fama che il posto della mia nave si è acquistata di recente. E io penso che forse un altro «All right» di questo stesso uomo congedò quattro giorni fa il mio collega francese che il siluro attendeva non troppo lontano da qui...
— Ecco gli ordini — prosegue porgendomi una busta gialla già pronta in un cassetto ed indirizzata col nome della mia nave. — Ed ecco qua «a very useful list»: la quale utilissima lista è un foglietto dattilografato nel quale sono elencati i punti del Mediterraneo ove sono stati avvistati sommergibili nemici nelle ultime ventiquattro ore.
La scorriamo insieme, questa «very useful list».
— Uno... Il che significa che ve n'è uno nei pressi della rotta che la mia nave dovrà percorrere e che perciò va distinto.
— Due...
— Tre...
E meno male che ci fermiamo. Tre.
— E se ne verranno annunziati altri, prima della sua partenza, glielo farò sapere...
Grazie. Vi sono dei riguardi che commuovono, dei piccoli favori che rinsaldano le amicizie.
— Attento ai siluri! — sussurra con un sorriso il mio garbato interlocutore.
Oh! quanti strani avvisi ha ricevuti la mia vita! M'era rimasto come culmine d'originalità il ricordo del saluto venezuelano a «Culebras, señor!» — attento ai serpenti! — che l'uomo scambia col proprio simile nei pressi delle foreste vergini, come abituale augurio. Allora, nel silenzio solenne delle volte verdi, dove da ogni ramo può piombare una morte viscida, fredda, soffocante, orribile, lo spirito trema ad ogni fruscìo del mare di foglie; e la vista, confusa dal sinistro scenario che una penombra verde condensata subito dalla distanza in violetto, racchiude, non serve più, non difende più.
E dalle sommesse grida della piccola fauna tropicale acquattata nel verde sorge l'espressione d'un universale spavento: s'intuisce che per miglia, per centinaia di miglia, in largo ed in lungo, tutto, tutto nella foresta vive nella trepidazione cupa di venire o no a contatto con una gelida spira che sarà la fine. E si comprende l'augurio, sottolineandolo con l'affanno del respiro.
— Attento ai siluri! — C'è qualche cosa di diverso e di più. Invece del verde assassino, è l'azzurro che avviluppa e confonde. Scintillante nel giorno, opaco, scurito, inscrutabile nella notte, esso è tutto un campo uniforme di morte, e mendace sempre. Nella bianca cresta dei marosi, nelle minime screziature d'acqua che il vento incide, nei riflessi delle nuvole, negli stormi di gabbiani cullati dalle onde, dappertutto è l'inganno mortale; centinaia di lutti dipendono da un niente. E bisogna morire passivamente senza lotta, pur sapendo che il nemico è lì, invisibile, placido, quasi invulnerabile, freddamente scrutando dal suo occhio di cristallo impercettibile sul mare, ogni fase della catastrofe; uno spettacolo per lui.
Intorno, il chiuso anello dell'orizzonte vuoto. In alto, là dove fissano disperatamente lo sguardo le creature umane nelle loro angoscie supreme, il vuoto, il niente, la spietata indifferenza del Cielo.
— ... And good luck! — E buona fortuna! — mi dice l'ufficiale Inglese con un inchino di congedo.
Come al giuoco. E la posta è una nave e varie centinaia di vite, all'immenso tavolo azzurro di domani.