II.

È evidente, che un tale sistema doveva mantenere inalterata la burocrazia napoleonica. Di tanto in tanto i partiti alzarono la voce, sebbene a vuoto, pel decentramento, e già nel 1835 apparve un'opera che ha fatto epoca nella storia delle teorie politiche del continente: quella di Alessio di Tocqueville, il più grande pensatore politico che abbia avuto la Francia dopo Bodino e Montesquieu. Ma le idee della Démocratie en Amerique camminavano ancora rozze ed estranee tra i costumi dispotici del paese: molto lette e molto ammirate, esse esigevano del tempo per essere comprese, e solo sotto il secondo impero raccolsero una considerevole schiera di seguaci intelligenti. Ciò che il governo intendeva per decentramento, splende non ambiguo in una circolare classica di Guizot ai prefetti dell'alta Saona: «il peggior pericolo per un popolo», egli declama animatamente, «è l'accentramento degli spiriti. È necessario che in ogni luogo del paese si formino piccoli nuclei di opinioni indipendenti; per la qual cosa è indispensabile deporre qualche centinaio di sindaci legittimisti». La organisation paperassière tirava innanzi con la sua piatta attività abituale, e la carestia del 1847 doveva dimostrare, che questo governo di scrivani, nella tranquillità delle sue montagne di pratiche, non vedeva neppure i fenomeni più saltanti della vita commerciale; e non fu fatto nulla per liberare dalle sue terribili catene il commercio delle granaglie, perché i prefetti avevano concordemente informato Parigi, che non era da pensare a una carestia. A ogni modo furono introdotte alcune riforme, intese a tutelare i cittadini dall'arbitrio delle autorità. Le corti prevostali erano state abolite, e fu mutato l'articolo 14 della Carta, che era stato funesto ai Borboni. Il re da ora in poi può emanare solo i decreti necessari all'applicazione delle leggi e non oltrepassanti i limiti della legge. Ma qui purtroppo la camera, con le migliori intenzioni e dominata dalla dottrina dell'assoluta separazione dei poteri, aveva preteso l'impossibile. L'amministrazione non può mai fare a meno della guida del legislatore: l'articolo in tal senso era insostenibile, e non fu osservato. Come per l'innanzi, i decreti reali regolano mille rapporti a cui il legislatore non ha pensato; come per l'innanzi, l'amministrazione costituisce un ordine autonomo accanto alla giustizia e al parlamento.

L'atto addizionale dei cento giorni aveva promesso, che una legge avrebbe corretto l'articolo 75 della costituzione consolare, secondo il quale ogni accusa giudiziaria a un funzionario amministrativo non aveva corso se non dietro decisione del consiglio di stato. La legge non era apparsa, e i dottrinari, fino a quando si tenevano all'opposizione, badavano, secondando l'iniziativa del loro maestro Beniamino Constant, a richiamare continuamente i Borboni alla promessa napoleonica. Il funzionario rimane imperseguibile dai tribunali civili, e l'anno 1832 porta ai governati soltanto una nuova garanzia: le sedute del consiglio di stato, quando funge da tribunale amministrativo, sono pubbliche. Parimente caddero sterili i tentativi di acquistare ai governati il diritto di autarchia in talune branche specifiche dell'amministrazione. Una serie di leggi lodevoli dal 1831 al 1838 stabilisce, che i conseils dei dipartimenti, dei circondari e dei comuni siano eletti in avvenire dai contribuenti più alti, e non più nominati dal re; ma la sfera di attività di queste assemblee rimane l'antica, e, come finora, l'azione dell'amministrazione è esclusivamente nelle mani dei funzionari stipendiati di nomina.

Nessun partito dell'epoca intravvede le cause ultime della illiberalità dello stato: s'incontrano tutti nella convinzione, che l'intera vita pubblica dello stato, l'intera attività politica deve essere esercitata dagl'impiegati stipendiati. Perciò il diritto d'iniziativa strappato dal parlamento nella rivoluzione di luglio, non fu esercitato quasi mai. Quando Lamartine magnifica ai repubblicani il governo come «la nazione operante», egli si accorda perfettamente con Guizot, il quale vede «rappresentata nel governo la compiuta unificazione dell'idea sociale». Era caduto l'ultimo potere autonomo, la camera dei pari, che attraversava la via a cotesta unificazione dell'idea sociale. La corona aveva, con furberia corta, volto a suo profitto il fanatismo di eguaglianza della nazione, e aveva istituito una camera alta nominata dal re, la quale agevolava il presente alla burocrazia, ma certo non garentiva in nessun modo l'avvenire. La camera dei deputati si eleggeva tra le minacce e le promesse della burocrazia, si empiva sempre più di funzionari, finché si arrivò a questo, che tra 459 deputati duecento erano impiegati. La macchina burocratica dell'imperatore soldato lavorava con sicurezza: guai alla mano che si fosse arrischiata a impigliarsi, per fermarlo, in cotesto ingranamento così ben calettato! Una espressione di Leone Faucher al tempo della repubblica rende eccellentemente, all'evidenza, lo spirito di questa amministrazione. Quando Cavour sviluppava al precursore e propugnatore del libero scambio le proprie idee libero-scambiste, Faucher secco secco opinò: «coteste idee si propugnano fintanto che si è fuori del governo; quando si diventa ministri, si buttano dalla finestra». Nessuno accuserà un uomo dell'ingegno di Leone Faucher di quell'angusto amor proprio, che moveva un tempo i politici dei nostri piccoli stati a deridere come non pratica ogni veduta politica profonda; e ciò sol perché egli non proveniva dalla direzione distrettuale del cantone di Zwickau o dall'ispettorato delle strade di Eschenheim. Lo statista francese riconosceva semplicemente il fatto, che nessun ministro può eseguire nulla contro le abitudini dispotiche di tutela, che sono radicate nell'anima e nell'organismo di cotesta amministrazione.

La vita parlamentare, in tali condizioni, doveva dechinare precipitosamente. Laddove gli atti parlamentari della Restaurazione erano colmati dalla lotta straordinariamente significativa di due classi sociali, ora, invece, una sola classe domina le camere. La vita dello stato decade a un jeu des institutions, come dice la caratteristica espressione francese; nella pratica si rivela di gran lunga più formale e vuota di contenuto, che non nella teoria di Montesquieu. La corona e le due camere non valgono nulla per sé: sono semplicemente gli organi di una sola forza sociale, la borghesia, che governa lo stato; perciò i tre poteri si equilibrano tra loro. E se si fa astrazione dai legittimisti e dai deboli rudimenti della tendenza repubblicana, si può dire, che in questa camera non esistono partiti, perché gli uomini della borghesia sono concordi in tutte le questioni sostanziali della politica interna: tutti quanti vogliono che la macchina burocratica tiri innanzi, per sfruttarla a profitto della classe dominante. Quando il pretendente Luigi Bonaparte rimproverò a questo sistema lo sconcio di non vantare la presenza di un partito conservatore, col fatto il rimprovero colpiva direttamente il popolo fuori delle camere; perché il pays légal nella sua maggioranza era composto di conservatori, ma non aveva animo, né era educato all'abnegazione e al sacrifizio. A tutte le elezioni della monarchia di luglio andava a segno la confessione, che Guizot fece una volta a proposito di una lotta elettorale: non si contende pei principii, ma per un caos di candidati che il governo appoggia o combatte. «La nostra intenzione è di rovesciare quanti più governi è possibile», riconobbe uno dei capi dell'opposizione.

Perciò, quando le camere risonavano di lotte furenti, non si trattava di altro che dei grands amours-propres, come soleva dire il re, cioè dell'ambizione personale dei singoli uomini, la quale sollevava i putiferi. La camera si scisse in fine in sette partiti; ma intanto nessuno sapeva dire quale fosse il contrasto di opinioni che divideva cotesti gruppi: ognuno sapeva di certo soltanto questo, che Guizot e Thiers, Odilon Barrot e Molé non perdonavano affatto l'uno all'altro lo stallo di ministro. Per cui Lamartine lanciò sul viso al tiers parti l'accusa: «Voi non rappresentate nessun principio, voi rappresentate solo une tactique». In Francia divenne letteralmente realtà la sciocca favola la quale afferma, che in Inghilterra un voto parlamentare sfavorevole al gabinetto conduca necessariamente al ritiro dei ministri. Un caso, un momento di malumore, una parola imprevidente sfuggita dal banco dei ministri bastano a rovesciare un gabinetto. Durante la caccia sfrontata ai portafogli, i capiparte smarriscono interamente ogni dignità e rispetto, e il re finisce col domandarsi se non gli convenga lasciare intenzionalmente i capi delle camere logorarsi in sempre nuove crisi ministeriali, per dimostrare da sua parte la propria indispensabilità. In effetto, l'astuto sovrano, come un tempo Giorgio III d'Inghilterra, cercò di attraversare con la propria politica personale i disegni dei ministri incomodi. Lo stesso Guizot, con tutta l'imperturbabile alterigia del suo puritanesimo, non riesce a nascondere un certo impaccio, quando nelle sue memorie narra della coalizione che concertò coi suoi nemici per buttare a terra l'incomodo rivale Molé. Questa smania d'intrigo arriva in Thiers alla maggiore indegnità. Egli come deputato di opposizione tuona con indignazione patriottica contro il diritto degl'incrociatori inglesi di visitare le navi sospette negriere; eppure il trattato del 1833, sul quale era fondato il diritto di visita, era stato conchiuso precisamente quando Thiers stesso era ministro del commercio! Per pregiudicare Guizot, egli attacca anche il re, con una astiosità che sulla bocca di un monarchico sembra grottesca perfino al repubblicano Lamartine; gabella cotesta roba per un avertir la royauté; ma avvertimenti di tal sorta possono seppellire affatto il rispetto, per altro assai debole, del popolo pel re borghese. L'antica colpa nazionale, l'invidia, era pericolosamente fomentata in questa lizza corsa per cattivarsi la maggioranza parlamentare. L'invidia, non altro che l'invidia, aveva un tempo, negli anni così detti innocenti della Rivoluzione, respinto Mirabeau dal posto direttivo di uomo di stato, che gli era dovuto; l'invidia, e non altro, si sollevava ora contro ogni governante semplicemente perché governava. A Guizot potevano perdonarsi tutte le colpe, ma non quest'una, che era rimasto per sette anni al governo.

Siccome sulle questioni pratiche dell'amministrazione la borghesia si trovava d'accordo, l'opposizione scelse a preferenza, come campo ai suoi attacchi, le discussioni, la cui indeterminata generalità forniva esercitazione a tutti i vizi della rettorica ampollosa e a tutte le cavillosità dell'arte avvocatesca; e l'indagine sui fondi segreti; ossia quel défilé des fonds secrets, che è temuto da ogni governo, e in cui l'inimicizia personale può avvolgersi nel manto della indignazione morale. Ma il fianco più gradito agli assalti, il contenuto di tutte le grandi battaglie parlamentari, era offerto dalla politica estera, vale a dire da quella parte della vita pubblica, che meno di tutte si confà ai dibattiti parlamentari. Le astrazioni delle dispute parlamentari non diventano popolari facilmente; il pubblico non riesce a rendersi conto, che sovente l'accettazione di un emendamento di due linee o il frego a una particella decide di un grande principio politico. Perciò questa lotta parlamentare senza scopo e senza contenuto sembrò alle popolazioni una noiosa guerra di chiacchiere. Ed è vero anche troppo (e i lamenti sinceri di qualche scrittore del medio ceto non mutano nulla alla cosa), che la maggioranza dei francesi vide con perfetta indifferenza cadere il sistema parlamentare. La stessa borghesia principiò a stancarsi: le lotte elettorali non furono mai più combattute con la partecipazione passionata del tempo della Restaurazione. Il numero dei votanti oscilla tra il settantacinque e l'ottantatré per cento: che è una media modesta rispetto a una legge elettorale, che accorda il voto solamente a una piccola minoranza. Anzi i giornali liberali tedeschi, che non si decidevano a sconfessare la loro fede nello stato-tipo della libertà moderna, convennero alla fine, che la baracca non riusciva a nessun costrutto pratico, se ogni tanto, dopo una grande scena parlamentare, un altro nuovo ministro andava ad alloggiare per alcuni mesi nel magnifico caravanserraglio del Boulevard dei Cappuccini. Il governo di partito, magnificato dalla dottrina costituzionale, rappresentava sotto i Borboni un pericolo per lo stato, perché il passaggio dei portafogli nelle mani degli ultramontani poteva condurre allo strappo della costituzione; e sotto gli Orléans era una rovina del prestigio della corona, una lorda sorgente di miserabili intrighi.

Non è dubbio, che nell'accusa significata allora nella Presse da Emilio Girardin parla anche la sofistica di un partigiano esasperato: «Niente strade, niente canali, le strade vicinali ridotte in uno stato miserando, niente per la proprietà, niente, sempre niente!». E non torna in nessun modo in onore della probità e della rispettabilità degli uomini di stato del secondo impero il fatto, che il ministro di stato Rouher abbia evocato la grossa parola di un'opposizione furente, e abbia qualificato sbrigativamente come rien! il risultato della legislazione parlamentare. Qual giovamento veniva al popolo, che il bilancio si dividesse in 338 capitoli, e che la camera censurasse con una salamistreria da maestruolo ogni alterazione al numero intrasgredibile dei posti al pranzo dello stato? Che utile dava al piccolo borghese, che il ministero, tremando innanzi alla camera, si astenesse dai prestiti anche necessari, e riuscisse a nascondere la situazione sfavorevole delle finanze secondo l'uso dei governi deboli, cioè con l'illecito accrescimento del debito fluttuante? Il governo borghese non aveva cuore pei contadini, pei due terzi della nazione. Certo, anche l'onnipotenza di questo stato era impotente davanti al grave male inveterato dell'agricoltura, davanti all'assenteismo: solo un cambiamento radicale dei costumi avrebbe avuto virtù d'indurre i ricchi proprietari a preferire l'uniformità della vita di campagna al lusso delle grandi città. La penuria del capitale premeva più che mai i contadini con l'aggravamento del credito, che li costringeva a pagare sui prestiti dall'otto all'undici per cento. Effettivamente l'autorità dello stato poteva in questo caso venir loro in aiuto con una riforma della insensata legislazione ipotecaria; ma questa riforma cadde! Anche la Banca di Francia serbava il proprio monopolio: la borghesia di Parigi non volle percepire gli utili delle banche di provincia. Si aggiungano le mostruose tasse di bollo e di registro, che in media stavano come 4 a 5 sull'intero importo delle imposte indirette e gravavano smisuratamente sulla proprietà fondiaria.

Il dazio protettore riusciva veramente rovinoso all'agricoltura. In effetto Guizot, che non si era mai occupato di economia, seppe trovare anche per questi problemi la frase politica sonora: una politica conservatrice ha la missione di proteggere efficacemente tutti gl'interessi sociali esistenti. Per contro, il re era libero-scambista; e anche in questo i francesi palesarono il loro talento impareggiabile nel diffondere nel mondo nuove idee sociali. Il movimento inglese del libero scambio traversò il canale; sorse il Journal des économistes, e la scuola di Bastiat presentò la teoria della libera concorrenza come un bene generale dell'Europa. Tanto più incomprensibile riesce la progressiva degenerazione della politica commerciale, che si accompagna a un tale raffinamento delle teorie. L'egoismo degl'industriali si solleva senza ritegno, e trova eloquenti difensori nella società per la protezione del lavoro nazionale, in Odier e in Lebeuf. Il governo non osa opporsi agl'interessi di classe della borghesia. Tronca le trattative con l'Inghilterra sui reciproci alleggerimenti commerciali, perché teme l'insinuazione di essersi posto al soldo degl'inglesi. Offre agli stati confinanti tedeschi una riduzione sul dazio del bestiame e della lana; ma subito i consigli generali lanciano l'allarme, e il gabinetto si ferma. Accarezza l'idea ardita di una lega doganale col Belgio, ma non trova il coraggio di menare a fine il disegno in onta all'opposizione della Russia e dell'Inghilterra, né alla previdente ombrosità del re Leopoldo. Guizot cede, e nello stesso tempo prega premurosamente il conte Appony di non parlargli più della questione, affinché sia in grado di assicurare la camera che non è trattenuto dalla riluttanza straniera! E tanto per fare qualche cosa, la Francia accorda le tariffe differenziali di favore ad alcuni prodotti belgi, ma anche questa concessione rimane limitata al solo Belgio, affinché i filatori nazionali non si sentano minacciati.

Anche più che sotto la Restaurazione, le camere erano contrarie alla libertà del commercio, all'opposto del governo; e quando questo arrischiò un modesto tentativo inteso a moderare alcune voci della tariffa, finì poi, intimidito, con l'accordarsi, a discapito della sua stessa proposta. Non prima del 1847 fu presentato un disegno di riforma doganale completa, ma i deputati rappresentanti l'industria seppellirono la legge agli atti. Durante questi tentativi di saggio, l'antico sistema proibitivo perdurò inalterato, aggravato anzi in molti casi, e in un caso solo fu positivamente alleviato, cioè con l'abolizione dei diritti di transito. Fu proibita specificamente l'importazione dei tessuti di lana e di cotone; al che l'Inghilterra rispose con l'inasprimento sui vini francesi: talché il contadino patì un danno doppio; vide cioè rincarare le stoffe per coprirsi, e restringere il mercato del suo prodotto preferito. Lo stato-tipo costituzionale guardava con infinito disprezzo la barbarie tedesca: «le agitazioni sul Reno», scriveva al tempo della festa di Hambach il ministro dell'interno ai prefetti dei dipartimenti di frontiera, «derivano solamente da questo, che i tedeschi paragonano le condizioni del loro paese col felice stato della Francia». Non fu poca vergogna, quando in quello stesso torno di tempo la Prussia, alla proposta della Francia per alcune reciproche riduzioni doganali, rispose con un rifiuto motivato dalla notevole osservazione, che, dato lo sviluppo più alto della legislazione dell'Unione doganale tedesca (Zollverein), la Francia non si trovava in condizione di negoziare punto per punto; che prima avrebbe dovuto farla finita col sistema proibitivo, e riconoscere il principio del liberalismo che la Prussia aveva accolto fin dal 1818¹.

¹ Nota del ministero degli esteri del 7 febbraio 1834 all'ambasciatore von Arnim a Darmstadt (di pugno di Eichhorn).

Per la potente unità statale della Francia riuscì anche più vergognoso il paragone con la sbocconcellata Germania in fatto di comunicazioni. È vero che sotto Luigi Filippo il bilancio dei lavori pubblici salì da 33 a 69 milioni: furono costruite alcune grandi strade regie, alcuni porti furono ingranditi, e fu ampliata con nuove vie d'acqua l'invidiabile canalizzazione, che non ha l'eguale nel continente. Ma quando furono introdotte le ferrovie, e nella stessa Germania, più povera della Francia, l'industria privata s'impadronì con successo del nuovo mezzo di comunicazione commerciale, la monarchia di luglio palesò una inettitudine desolante, che Cavour ha flagellato in uno scritto magistrale. La Francia per anni non ebbe che una sola ferrovia, la ferrovia di diletto che conduceva i parigini ai passatempi di Versailles. Ostacoli aveva subito frapposto la furia partigiana delle camere, che non intendevano di dimostrare alcuna fiducia al ministero di allora; ostacoli l'egoismo dei grandi banchieri, che miravano a riservare a sé la grossa speculazione. Quando finalmente fu approvato il grandioso disegno di una rete ferroviaria ben distribuita, si fece avanti il gretto interesse di campanile, che il sistema in massima aveva stimolato: nessuna delle città grandi volle cedere l'una all'altra la priorità, e perciò nessun tronco tra i più importanti fu menato rapidamente a termine, ma furono tutti principiati contemporaneamente, fino a che, per concludere, il presidente della repubblica non ebbe solennemente inaugurate con vanagloria napoleonica tutte le strade ferrate già in progetto sotto la monarchia di luglio. Il quale scioperato regime non seppe condurre all'approvazione neppure alcune modeste riforme amministrative, come, per esempio, la trasformazione delle Poste, della quale Rolando Hill aveva da lungo tempo indicato il modo. Non era affatto da pensare, dunque, a un'iniziativa ardita, per estirpare i mali economici profondamente radicati, il contadino del mezzogiorno occidentale implorava invano il dissodamento dei latifondi deserti, delle landes, che soltanto lo stato avrebbe potuto intraprendere.

Precisamente a questo sistema è pochissimo perdonabile una siffatta improduttività nella politica economica. Non era certo un regime mondo di ciarlataneria e di fantasticheria, come raccontano gli apologisti; ma era pure un governo di freddo intelletto, prosaico, come la classe a cui serviva. La monarchia di luglio ha compiaciuto un po' meno dei predecessori al solito vizio nazionale della vanagloria: non poteva far pompa della santità divina dei gigli, né della gloria imperiale; doveva contentarsi di cercare i suoi puntelli nel savio promovimento degl'interessi materiali. La prodigiosa rivoluzione del commercio e dell'industria aveva spinto sul proscenio della vita europea tutte le più primitive e gravi questioni sociali; e come mai la corsa sarebbe stata più fermata dalla fame e dall'amore? Ma la monarchia borghese barcolla come colpita da cecità davanti ai segni dei tempi. Quando lo stomaco digiuno e l'invidia furibonda sollevarono alla Croix rousse la spaventosa sommossa operaia, alle Tuileries, dopo il primo spavento, si tornò a respirare con sollievo: si era temuta una cospirazione repubblicana, e, il Cielo sia lodato! si trattava semplicemente di una guerra sociale! Si vedeva con terrore l'accorrere in folla delle popolazioni campagnuole nelle officine industriali, e si proibivano per principio o si aggravavano i prestiti alle grandi città, affinché con l'erezione dei quartieri operai non venisse rinforzato l'esercito volontario dei demagoghi. A Rouen e a Lilla nella Rue de la bassesse e nella Impasse des cloaques la miseria ringhia atroce come il nome delle strade; il vizio, l'indigenza e l'infermità si stringono ammucchiati nelle viuzze tetre dietro il Pantheon. Ma la città crede di avere adempiuto ai propri doveri, quando ha vigilato sui reietti e addestrato i suoi soldati alla battaglia per le vie. Ogni associazione operaia è legata al placito della polizia, che di regola è rifiutato dalla borghesia sospettosa; la lega aperta dei deboli contro i forti, lo sciopero, è rigorosamente proibito. Data una tale pienezza di compressione, ben poco importa che le casse di risparmio da tredici siano salite a cinquecentodiciannove.

I bisogni del contadino privo del credito non sono punto alleviati, l'antica tradizionale propensione romana alla vita in città è tanto più rinforzata dall'attrattiva del gioco d'azzardo dell'industria moderna. La capitale è ampliata con un enorme sobborgo industriale, e anche in altre grandi città la popolazione cresce rapidamente; ma l'accrescimento degli abitanti si ferma subito in campagna, anzi alcuni dipartimenti delle Alpi e del Giura scemano di continuo. Gli statistici previdenti avrebbero potuto fin da allora calcolare il momento, in cui la piccola Prussia sarebbe cresciuta appetto al potente vicino anche nel numero degli abitanti. Il sistema dei due figli diventa una regola ampiamente diffusa nelle sfere della società; e non già che si appoggi su un prudente dominio dei sensi; si accompagna invece passo per passo con un aumento orribile della prostituzione, con le più selvagge aberrazioni dell'istinto animale. La semplicità sennata dell'antichità si atteneva al principio aristotelico, che la metà dello stato si sarebbe rimbarbarita, se la condizione delle donne fosse mal regolata. Ma in Francia l'emancipazione delle donne e la glorificazione della carne erano predicate ed esercitate ad ogni canto di strada; e il re invecchiando era fermo più che mai e impassibile nella sua pensée immuable, come era Guizot nel suo toryisme bourgeois. I tre poteri del pays légal discutevano sui dazi protettori e si disputavano i portafogli di ministri, come se tutto fosse in regola. E a quel mondo di miseria, che dovunque faceva ressa pregando, minacciando, delinquendo, si pensavano essi di aver pensato abbastanza, quando avevano mitigato qualche rigido articolo del codice penale.

In alcuni casi particolari la monarchia di luglio mostrò cure premurose e zelanti per la povera gente; e fu al tempo del miglior Guizot, quando egli dirigeva il ministero più popolare e più rispondente al suo ingegno, quello dell'istruzione. Anche allora non si smentì menomamente l'uomo, che aveva ricevuto le impressioni decisive della vita dalle scene del terrore sotto il dominio della Convenzione: per lui il più gran problema della società moderna era la dominazione delle anime, che bisogna raggiungere per opera dell'autorità dello stato. Grande e duraturo merito fu quello del ministro, il quale di proprio moto spontaneo, e non già sospinto dalla stampa, che era quasi indifferente a questioni di tanta importanza, trasformò le scuole popolari fino allora vergognosamente neglette, e conquistò al paese quasi un altro milione di scolari. Fu ripristinata la sezione accademica delle scienze politiche e morali soppressa dall'imperatore soldato, l'indagine storica fu largamente sovvenuta, e in generale fu dimostrato, che a capo del governo borghese erano intenditori della scienza. Certo, non fu raggiunto il successo completo; perché all'introduzione della scuola obbligatoria resistevano l'odio del clero, l'egoismo della borghesia, che avrebbe volentieri interdetto agli operai il lusso della cultura, e infine quella disposizione di ostilità allo stato e necessariamente rigogliosa, che si nasconde sotto il manto della tutela burocratica; disposizione, che solo di malavoglia si sobbarca a nuovi doveri verso il pubblico; umori tutti di tal natura, che si suol rendere con la bella locuzione: lo spirito d'indipendenza della nazione.

Maggiore interesse suscitò la lotta per la libertà d'insegnamento; il cui corso mostrò apertamente come era penetrata a fondo nei costumi della nazione l'idea dell'onnipotenza dello stato. L'università napoleonica aveva eccellentemente risposto allo scopo del fondatore. Tutto il corpo insegnante dei licei era un docile strumento nelle mani del ministro. Gli era espressamente proibito «il vano piacere di una seducente improvvisazione»; l'insegnamento era disceso a un precettismo affatto meccanico. Anche adesso la più parte dei francesi colti ripensano con odio al tempo della scuola, e non già, come i tedeschi e gl'inglesi, con affettuosa gaiezza. Persino Ernesto Renan confessa che l'insegnamento nei seminari teologici sia meno comprimente dell'istruzione dei licei, e Bastiat prova tanta nausea del metodismo del falso classicismo, che ne è trasportato a lottare contro tutta la cultura classica. Ma non appena la Chiesa dichiara la guerra all'università, e, sia in nome della fede, sia in nome della libertà, domanda la fine del monopolio di stato, subito tutti gli organi della pubblica opinione prendono le parti dell'università: alla mentalità comune burocratica la libertà della Chiesa appare come dominio della Chiesa; pel liberalismo volgare s'intende per libertà solo la violenza ai propri nemici. In realtà Guizot finì col comprovare, che egli stesso per libertà d'insegnamento non intendeva punto la libera gara di tutti, ma la prerogativa della Chiesa. I gesuiti riaprirono i loro istituti d'insegnamento in onta alla costituzione; ma il governo assisté al disprezzo della legge con debolezza insieme e doppiezza, perché stimò l'avviamento ultramontano come un sostegno della politica conservatrice, e salutò con gioia, lo confessa Guizot in persona, ogni rinvigorimento dello spirito cattolico.

Alla Chiesa toccò di sopportare un'altra esplosione di odio religioso, accumulato sotto i Borboni, nelle giornate selvagge in cui fu rovinato il palazzo dell'arcivescovo di Parigi e l'iconoclastia guastò gli atri di San Germano d'Auxerre. In seguito essa parve ritirarsi dalla vita pubblica, rinunziare alle pretese di Chiesa di stato, e conservare di fronte alla legge soltanto l'autorità di religione della maggioranza dei francesi. I preti, sospettati fin da principio come nemici della dinastia di luglio, non arrivarono mai, neppure nel tempo appresso, al dominio delle Tuileries. Proprio ora apparve palese, che le moltitudini erano rimaste così fedelmente legate alla loro fede cattolica, come al tempo in cui i contadini avevano impugnate le armi contro le leggi anticlericali della Costituente. Sotto la Restaurazione l'ostilità dei liberali non aveva avuto di mira la Chiesa, ma propriamente la Chiesa dominatrice dello stato. Sotto il re borghese l'antico odio alla fede non si risveglia, se non quando lo stato fa mostra di favorire la Chiesa. La stampa schiamazza contro i preti non appena un colonnello manda il suo reggimento alla messa, e l'ira delle giornate borboniche riavvampa in grandi fiamme, ma per breve tempo, quando Guizot appoggia il Sonderbund e assicura ai gesuiti un'indulgenza contraria alla legge. Ma come lo stato ritorna al suo contegno indifferente, anche la stampa non porge più alcuna attenzione alla vita ecclesiastica.

In questo modo, in un raccoglimento che ebbe maggiori conseguenze che non sotto la Restaurazione, furono buttate le basi di quel rinnovamento della potenza ultramontana, la cui estensione sotto la repubblica doveva poi sorprendere il mondo. Roma si chiuse più inflessibilmente che mai contro ogni idea moderna, respinse il tentativo dell'Avenir, di riconciliare la Chiesa con la democrazia, e condannò la libertà di coscienza come un deliramentum. I giornali ultramontani crescono a tutto spiano, e annunziano con fiducia sempre maggiore le teorie di un illimitato dominio, dopo che lo spirito neoromano ha riportato il suo primo grande trionfo nella controversia col vescovo di Colonia. Lo zelo bigotto risorse vivamente non solo in quelle contrade legittimiste della Bretagna, dove il contadino considera un re non incoronato e benedetto dal papa quasi tanto empio quanto un prete non consacrato, ma anche nelle regioni più colte del paese. Migliaia di fedeli si affollavano sotto il pulpito del padre Lacordaire, e il mite abbate Coeur seppe conquistare completamente il gran mondo, stanco d'ironie e canzonature, assicurandolo che la Chiesa non combatteva affatto ciò che era di sano nelle idee della Rivoluzione. Stato, comuni e privati edificavano a gara nuove chiese; ogni giorno apportava donazioni e legati alle pie fondazioni, e d'ogn'intorno nel paese sorgevano grandi confraternite laiche. Tutto quanto il sesso debole, che non trovava alcuna soddisfazione nella piatta insensibilità dell'illuminismo volteriano, era a poco a poco sempre più riconquistato alla dottrina rigorosamente cattolica. E siccome nei matrimoni francesi chi regna è la donna, sorse a poco a poco nelle case per bene quella falsa situazione, che non è l'ultimo tra i sintomi morbosi della moderna civiltà francese: donne, ligie al confessore, uomini, liberi pensatori al circolo, e in casa bigotti e ipocriti. Che cosa significava per lo stato francese cotesto eccessivo innalzamento della potenza della Chiesa? È chiaro, che la Chiesa romana poteva diventare l'alleata di un Bonaparte, di un Borbone, di una repubblica; che poteva aiutare ogni governo che soddisfacesse le classi credenti, nobiltà o popolo; ma che rimaneva la nemica naturale della monarchia di luglio, la quale, malgrado delle debolezze ultramontane del suo ministro protestante, aveva trovato i suoi puntelli solo tra i volteriani della borghesia.