III.
In un tempo di grandi trasformazioni economiche e di un immenso aumento di pretese a carico dello stato, il governo borghese non seppe far nulla di durevole pel benessere del popolo. Non trovò nel mondo un alleato, fuori della classe dominante, di cui la potenza e il prestigio scadevano per altro giorno per giorno, né trovò fiducia nella sua vitalità. La ragione ultima della debolezza di questo stato fu a poco a poco intravvista anche da avversari per partito preso. In un dispaccio diretto allo czar del 21 marzo 1837, il principe di Metternich scriveva: Louis XVIII a inoculé des institutions parlementaires à une administration toute centrale. Una parte della classe dominante si buttò alla fine contro la monarchia di luglio a causa della sua meschina politica estera. Per via della sua stessa origine, questa monarchia fin dal principio aveva solamente l'alternativa tra la propaganda rivoluzionaria e il tentativo indecoroso, e sempre vano, di cattivarsi con la propria debolezza il condono delle corti legittime. Ha amoreggiato occasionalmente con la Rivoluzione, avviandosi poi definitivamente per una china rigida conservatrice, vale a dire per la china di una politica di gelosia, che opponeva grettezza e sospetto a ogni segno di rinvigorimento nazionale dei popoli vicini.
La nuova dinastia rappresentava per sé stessa una viva protesta contro gli aborriti trattati del 1815. Il paese era penetrato da un alto e legittimo senso di orgoglio nazionale; ed era questa la prova espressa, che la Francia si era emancipata dalla tutela straniera. «Se l'Europa tenesse presentemente, come ai cento giorni, settecentomila uomini sotto le armi», confessò il principe di Metternich all'ambasciatore piemontese Pralormo, «io mi deciderei sull'istante a marciare su Parigi». Se ad onta di tali umori le potenze orientali si sentirono costrette a riconoscere il nuovo regime, questo, dunque, era un sintomo della potenza della Francia. Ma questa giusta soddisfazione non appagò il sentimento patriottico eccitato. Poco prima la nazione aveva respinto con lodevole moderazione gli arditi disegni di conquista di Polignac; adesso i vinti di Waterloo avevano riportato la vittoria sulle barricate, e subito mille e mille voci levarono il grido: «vendichiamo Waterloo!» quasi che la battaglia della Belle-Alliance non fosse stata essa stessa la vendetta di un nefando assassinio!
Soltanto l'odio può negare, che l'istinto propagandistico dei francesi non era fatto solamente e sempre di fatua vanagloria, ma che in fondo era mosso da un generoso idealismo: un senso di magnanimità, attraverso a mille intorbidazioni, emanava innegabilmente dalle imprese di conquista della Convenzione, dalla campagna italiana di Napoleone III e, soprattutto, dalla guerra più moralmente pura della Francia moderna: la lotta per l'indipendenza dell'America del Nord. Anche in questo caso venivano a intrecciarsi tra loro le passioni nobili e le riprovevoli, vaghezza di gloria e cupidigia, orgoglio e fantasticherie di felicitamento di popoli, ma soprattutto, nel modo più acuto, la smania incontentabile di novità, che attraeva a una grande guerra per la libertà questa generazione nervosamente sovreccitata. Per diciotto anni il motto di prammatica della stampa guerrafondaia fu: la France s'ennuie! Quanto poi al calcolo del possibile e delle alleanze europee, quelle teste esaltate non se ne erano mai date pensiero. «La Francia isolata», braveggiava un foglio radicale durante le faccende egiziane, «vuol dire la Francia alla testa delle nazioni!». E, mentre la gioventù riscaldata svillaneggiava a gola aperta la tirannide del re borghese, ciò non ostante bramava, che questo popolo gabbato e frodato della libertà propria portasse la libertà agli altri popoli; per la ragione, che di quanto il cielo è alto sulla terra, di tanto il francese sta sul tedesco, il quale, secondo i crudi versi di De Musset, lava nel libero Reno la sua giacchetta di servitore. «Il conquistatore gallico», assicura Luigi Blanc, «lascia dovunque sul suo passaggio i benefizi dell'incivilimento, come il Nilo ricomponendosi nel suo letto lascia il limo fecondo». Cotesta passione propagandistica accendeva la testa alla gioventù; tra i devoti era annoverato anche il giovine duca di Orléans. Ma la maggioranza sensata della nazione propendeva verso le idee liberali dell'economia moderna; solo che si riserbava la prerogativa di biasimare ogni giorno come un'ingiustizia inaudita la divisione dell'Europa fatta dai trattati del 1815. Anche la stampa dei partiti moderati ripeteva con amarezza dolorosa la vecchia favola, che la Francia era troppo gravemente danneggiata, e che la Prussia cresceva minacciosa: la Prussia lacerata dal congresso di Vienna! E in questa conformità attizzava incessantemente l'apprensione dei vicini e la foga bellica della gioventù.
Tra quelli che si presumevano politici consumati dominava l'idea, che l'Europa fosse divisa in due zone nemiche; e che intorno alle due cittadelle della libertà, la Francia e l'Inghilterra, bisognasse stringere una valida cortina di piccoli stati costituzionali, come baluardo contro la servitù dei paesi orientali. Avvaloravano una tale opinione non solo gli umori ostili delle corti di Vienna e di Pietroburgo, ma anche lo spirito niente patriottico dei radicali tedeschi, i quali, in quei primi anni d'inebriamento, erano molto proclivi a salutare il tricolore come il riscattatore che li avrebbe sciolti dalle catene della confederazione. Era questa la vecchia illusione dei dilettanti politici, i quali non hanno mai capito, che la natura complessa dell'associazione dei nostri stati tedeschi consente a mala pena una pura politica di tendenza; che le supreme questioni di dominio internazionale non cadono affatto sotto i modi di vedere delle teorie dei partiti; e che le passioni e gl'interessi del momento hanno in generale nella politica estera maggiore importanza, che non ne abbiano nella politica interna i contrasti durevoli. Come pel passato il vincitore degli ugonotti, Richelieu, aveva appoggiato i protestanti tedeschi e la democrazia degli Orange gli Stuart, così anche adesso sarebbe venuto il tempo, in cui l'Inghilterra parlamentare si sarebbe alleata con le corone assolute dell'oriente contro la Francia costituzionale.
Il re e i suoi dottrinari non erano disposti a secondare la rumorosa corrente bramosa di guerra. Erano troppo chiaroveggenti per non discernere, che un'impresa di conquista sul Reno avrebbe sommerso la stessa corona borghese: «la guerra è la rivoluzione», soleva dire Luigi Filippo: ed erano troppo freddi e pedanti calcolatori, per avvertire e intendere in qualche modo il movente generoso, che si nascondeva indubitabilmente nel delirio della brama di guerra. Si chiarì, purtroppo, anche rispetto alle questioni estere, quanto fossero insostenibili le dotte comparazioni tra il 1688 e il 1830. Laddove la gloriosa rivoluzione inglese era maturata in virtù del favore datole dall'Europa settentrionale tutta protestante, la quale aveva ricondotto quasi spontaneamente lo stato, da una condizione malsana di vassallo, entro la cerchia dei suoi alleati naturali, all'opposto la Francia moderna all'estero era del tutto isolata. Il governo si ostinava sconsigliatamente a tenere una situazione mediana fra i trattati del 1815, che non poteva annullare, e la Rivoluzione, che non poteva interamente rinnegare quale suo terreno originario. In una situazione siffatta, il regno continuò, come sotto i Borboni, a non godere di alcuna autorità: la Francia aveva perduto in Europa il suo antico posto egemonico.
Solo una volta la monarchia di luglio toccò un successo notevole sulle potenze orientali. La rivoluzione belga aveva incontrato rapidamente il favore di tutti i partiti in Francia. Era vantata come liberale insieme e cattolica; e lo scopo che si era prefisso, era di rompere quella compattezza degli stati olandesi, la cui esistenza era un affronto per la Francia. Questa volta il re seppe profittare destramente della lentezza delle potenze orientali, distratte dagli affari della Polonia. Le sue truppe entrarono due volte nel Belgio; e quando alla fine fu strappato alle corti tedesche renitenti il riconoscimento del nuovo stato, e lo czar Nicola non poté altrimenti sfogare il suo impotente malumore per la vittoria della rivoluzione, che rifiutando le relazioni diplomatiche col giovine regno, allora le penne del gabinetto magnificarono la brillante solution française della questione belga. Se non che, un giudizio posato non può consentire a tale millanteria. Senza dubbio, con lo stabilimento dello stato belga il necessario era fatto, il rimedio eroico del momento era riuscito; ma il merito maggiore non era da ascriversi alle armi francesi, bensì all'assistenza perseverante e meno ambigua dell'Inghilterra. Ben a ragione lord Palmerston chiamava il Belgio suo figlio. La sete di gloria della nazione era così poco soddisfatta dei facili trionfi nelle trincee di Anversa, come il piacere della Francia rivoluzionaria della guerra contro Stein ed Erz: i fogli radicali menarono gran lamento, quando il comandante francese sul campo della Belle-Alliance proibì alle sue truppe di condurre a fine la distruzione già iniziata del monumento prussiano di Planchenois e del leone del Mont-Saint-Jean. Il re pacifico non raggiunse una sola delle cupide e dissimulate mire che lo avevano indotto all'intervento. Con quanta dolcezza il vecchio Talleyrand aveva proposto a Londra di elevare Anversa a città libera! Con quanta premura aveva sollecitato da lord Palmerston il Lussemburgo e dall'ambasciatore prussiano una fetta di territorio renano! Si sarebbe ripreso l'affare sassone, sepolto da un bel pezzo: quello di assegnare la Sassonia alla Prussia e il Belgio al re di Sassonia. Ebbe risposte evasive, nient'altro. Anche la speranza di fare del piccolo paese di confine un baluardo per la Francia, si rivelò presto essere un sogno. I forti di frontiera costruiti verso la Francia non furono demoliti; e la totalità dei Paesi Bassi dilaniata dai partiti era stata in sostanza un vicino più debole o, per dirla secondo l'intendimento della piccineria orleanistica, meno pericoloso dei due nuovi stati centrali, abbastanza solidi. Il popolo belga aveva ricevuto con malavoglia non dissimulata i francesi, la seconda volta che erano entrati nel loro territorio. Questa disposizione non migliorò, dopo che quel savio principe si fu insediato sul nuovo trono. E molto, troppo spesso toccò a Luigi Filippo di mandare a Brusselle l'accorta sorella Adelaide, a calmare le apprensioni della corte belga, la quale da un pezzo meditava seriamente di entrare nell'Unione doganale tedesca. La diffidenza delle grandi potenze non ha consentito mai e poi mai alla corte francese, e lo abbiamo visto su a proposito del disegno di unione doganale franco-belga, di esercitare nel Belgio un'influenza predominante.
Ma se qui fu raggiunto un mezzo successo, per contro nelle vicende polacche la nazione fu pienamente offesa in tutti i suoi sentimenti più cari. Beniamina dei francesi, perché del pari cattolica e rivoluzionaria, legata alla Francia dal contegno cavalieresco, dall'antica fratellanza di armi, dai mille legami dell'affinità morale e ideale, la Polonia si sollevò contro quello czar, che l'opinione pubblica con la sicurezza del suo istinto detestava come capo della nuova santa alleanza. Un giubilo immenso accompagnava dalla Senna ogni colpo di fucile nelle pianure polacche. Lafayette con l'intera democrazia propugnava la guerra in pro dei polacchi: era arrivato il tempo di riparare a quell'antico misfatto dei gabinetti, che gli storici francesi amano di presentare come il più orribile di tutti i delitti. Per mascherare, beninteso, le colpe consimili del loro proprio popolo. Torna a onore dell'intelligenza del governo l'avere respinto, sdegnando quelle vuote fantasie, una guerra senza costrutto, da condursi per un interesse straniero. Ma quando Sebastiani esaltò i brutali successi militari della Russia con le parole: «l'ordre règne à Varsovie», allora il governo si fece nemica per sempre l'opinione pubblica, né si cattivò per questo la fiducia delle potenze orientali; perché i fuggiaschi polacchi furono accolti in Francia a braccia aperte, i poveri furono soccorsi dai fondi segreti, e il comitato parigino degli emigrati mandò da allora in poi i suoi affiliati a combattere su tutte le barricate del mondo. Il lamento patetico sulla fine della Polonia diventò l'inevitabile pezzo di forza di ogni carica a fondo: ma il governo persisté nel suo contegno ambiguo. Quando poi si accumularono in Polonia violenze su violenze, e quando il principe di Metternich lacerò di propria mano la sua stessa opera, il trattato di Vienna, e la repubblica di Cracovia fu disfatta in piena pace, il conte Molé diresse a Vienna una nota vibrata, dicendo in sostanza che il cancelliere desse schiarimenti in segreto, dovendo egli risponderne al parlamento.
La monarchia di luglio mostrò, come in questa, in tutte le complicazioni estere lo stesso carattere d'indecisione e di falsità. Nello stesso tempo che i ministri dichiaravano solennemente alla camera: «noi abominiamo l'assolutismo e deploriamo i popoli tanto deboli da tollerarlo», Luigi Filippo con lettere poco conferenti a un re dei francesi aveva subito dopo la settimana di luglio impetrato il riconoscimento, per non dire il perdono, delle potenze orientali. La prima ansia era sparita, l'innocua timidità del nuovo regime non tardò a palesarsi, e i conservatori intelligenti finirono con l'accordarsi sulla verità espressa da Wellington, che il nostro sistema di stati non può fare a meno di nessuno dei grandi stati che lo costituiscono, e che in Europa non può compiersi nulla di duraturo sulla via della pace senza la cooperazione della Francia. L'affiatamento delle grandi potenze tedesche diveniva evidentemente più stretto; e principiò tra Luigi Filippo e il cancelliere quel vivo e accurato carteggio, che la diplomazia conobbe come le commérage politique dei due vecchi. Il re assicurava incessantemente della propria gratitudine indelebile le corti tedesche, protestava il suo odio a quelle idee americane che avvelenavano il continente, lamentava: «le nostre istituzioni dànno buona garanzia contro, non a favore del potere governativo». Pregava che si distinguesse nettamente tra lui e la rivoluzione, e sollecitava premurosamente l'assistenza dei tre gabinetti orientali: «in tal caso potrei fare di più per l'ordine». Per ringraziamento, il principe di Metternich oberava il docile allievo con una lunga sequela di quelle disputazioni politiche infinitamente istruttive che gli erano care, lo esortava a perseverare sulla via della sana politica ad onta della debole maggioranza parlamentare, e via dicendo. Il ministro Ancillon, che ebbe visione di queste lettere per mezzo dell'ambasciata di Vienna, ne andava in gongolo: «il cuore del re non potrà resistere a un predicatore politico di tal forza». E Gentz, la cui pigrizia si adattava volentieri a fare di necessità virtù, adesso ripigliava fiato e opinava, che legittimità e sovranità popolare non sono assoluti opposti, e che anzi possono intendersela tra loro come cattolicismo e protestantismo: «giacché ormai la sovranità popolare è interpretata in modo, che travalica impercettibilmente in una nuova legittimità».
Per contro, lo czar era inesorabile. Fin dall'estate del 1830 aveva proibito ai russi l'aria appestata della Francia, e non passò anno che egli all'odiato re borghese non desse una prova di quella rudezza destituita di qualunque riguardo, che in quei tempi in cui la potenza russa era al colmo, era ammirata dai nostri piccoli re come una geniale forza di carattere. Non ci fu via di dissuaderlo, che quel ladro di corone sarebbe stato a capo della rivoluzione europea: a sentirlo, cotesti borghesi non si sarebbero intrusi mai più nella parentela delle corti legittime. «Lo czar», si lagnò Luigi Filippo con l'ambasciatore d'Austria, «vuol condannare la mia famiglia alla castrazione». In effetto, era uno spettacolo assai umiliante per l'orgogliosa Francia vedere il principe ereditario piatire vanamente la mano di qualche principessa delle maggiori case regnanti. Perfino la corte dello Schwerin non stimò conveniente il parentado con la casa del re borghese, e soltanto la benevolenza personale del re di Prussia procurò alla fine al duca d'Orléans la principessa Elena: une princesse anodine, motteggiò Metternich tra i suoi intimi.
D'altra parte, chi mai avrebbe serbato stima di un gabinetto, di cui ogni giorno che passava adduceva nuove prove di menzogna? Il governo, anche nel novembre del 1833, respinse con altezzose espressioni l'invito delle potenze orientali alla stretta osservanza delle misure sui fuorusciti; mentre, proprio nello stesso tempo, la polizia segreta parigina teneva regolarmente informate le corti legittime sulle mene dei rivoluzionari. Si dava appoggio ai malcontenti tedeschi sparpagliati in Alsazia dalla caccia alla demagogia, e si permetteva segretamente ai pedoni loro emissari di mantenere i rapporti di là delle frontiere; né si vedeva malvolentieri che la democrazia tedesca si affratellasse con la francese e inventasse una carmagnola alemanna sul glorioso modello gallico. In tutte le corti tedesche si aveva cognizione della circolare segreta ministeriale del settembre 1833, nella quale si ordinava agli agenti francesi di produrre una lista dei francofili e dei capi dell'opposizione, particolarmente dei paesi della riva sinistra del Reno. E lo stesso gabinetto, che esercitava in quel modo la propaganda rivoluzionaria, qualche anno dopo minacciò di guerra la Svizzera, perché questa si rifiutava di espellere il cittadino svizzero Luigi Bonaparte. In tutti i piccoli stati costituzionali gli ambasciatori francesi si atteggiavano come se toccasse a loro il carico di governare lo stato, e diventarono dovunque intollerabili con la loro amicizia inframmettente e saccente; beninteso, però, che cotesti magnanimi protettori della libertà tedesca mostravano per ogni parola pungente della nostra stampa una suscettibilità nervosa, quale nemmeno il principe di Metternich in persona. Si trattava la dieta con aperto dileggio. Siccome la Francia teneva a mandare in lungo l'affare del Lussemburgo, fu espressa la speranza, «che la dieta sia per iniziare le misure, che intende di adottare, con la lentezza e la prudente moderazione che distinguono i suoi atti, e usi e anche reiteri i differimenti possibili! Tale longanimità risponde al carattere della dieta»¹. La Francia e l'Inghilterra risposero con una protesta sgarbata alle famose decisioni dietali del 1832, e diedero così alla dieta, che rigettò recisamente l'inframmettenza straniera, la gradita occasione di cattivarsi una volta tanto il plauso dei patrioti. La corte francese, non rinsavita ancora, tentò, dopo il colpo di stato dello Hannover, d'indurre il governo inglese a movere a Francoforte una protesta collettiva; e dopo il rifiuto dell'Inghilterra, negò recisamente agli ambasciatori tedeschi cotesta sua intenzione.
¹ Dispaccio circolare del ministero degli esteri francese agli ambasciatori francesi in Germania del 30 dicembre 1830.
Siamo giusti. Vi sono tempi sterili e senza energia, che non consentono ampiezza alla politica estera. In Italia e in Oriente le cose non erano mature per le grandi risoluzioni e comandavano una politica di attesa e di sospensiva. Ma, mentre altrove si osò anche in questo tempo meschino una creazione sana, piena di avvenire, di politica nazionale, invece la monarchia di luglio non rivelò che paura e miserabile invidia. La nostra giovine unione commerciale non ebbe, fuori dell'Austria, un nemico più velenoso di questi borghesi. Le corti di Parigi e di Vienna discussero nel 1833 il disegno di staccare la Baviera e il Würtemberg dall'Unione doganale prussiana, accordando una riduzione di tariffe alle frontiere tedesche meridionali; ma l'idea abortì per l'incapacità dei due gabinetti in materia economica. Frattanto l'ambasciatore a Berlino Bresson, l'ambasciatore a Francoforte D'Alleye e soprattutto l'abilissimo Engelhardt, console a Mainz, visitavano le piccole corti, scongiuravano il commercio locale di non cedere alle lusinghe dell'ambizione soperchiatrice prussiana; ma il fanatismo settario dei liberali del nostro mezzogiorno non porse altro che troppo benevolo ascolto a siffatte esortazioni. La questione dell'unità nazionale trionfò alla fine di tutte le aberrazioni dello spirito partigiano, e gl'intrighi stranieri ebbero una fine vergognosa.
La monarchia di luglio annunziò il proprio avvento alle grandi potenze con un ribocco di espressioni pateticamente liberali: il diritto di disporre di sé, del quale la Francia si era fatta ragione, appartiene anche a tutte le altre nazioni. Cotesto principio del non intervento, che rispondeva evidentemente a un concetto fondamentale giusto, ma che nella sua sterilità dottrinale calzava tanto poco alla complicatissima rete dei nostri stati confederati quanto le teorie dell'intervento della Santa Alleanza, gittò al suo apparire un terrore enorme nelle corti conservatrici. Il principe di Metternich lamentò «questo nuovo e inaudito diritto dei popoli, questo sovvertimento di tutte le regole che hanno governato finora la politica degli stati europei». La corte di Vienna, però, ebbe presto motivo di tranquillarsi; perché, quando l'Austria soffocò la rivoluzione nell'Italia centrale facendo marciare due volte le proprie truppe negli stati pontifici, e affermò imperturbabilmente la propria sovranità sulla Penisola non ostante il disordine delle sue forze militari palese a tutti gl'intenditori, il re borghese spedì ad Ancona un debole corpo francese e fece dichiarare segretamente all'ambasciatore austriaco, che questa occupazione era seguita per pura ragion di forma, per puro riguardo all'orgoglio nazionale francese! Per altro, un equo giudizio riconosce, che le dichiarazioni sleali del governo alle camere erano spesso imposte dalla necessità: le interpellanze incessanti sugli affari in corso della politica estera, costituivano un abuso innaturale, penoso anche pel più abile ministro. Il corpo di spedizione ad Ancona fu richiamato ingloriosamente come era stato mandato; e di questa mortificazione non riuscì a consolare il paese l'espressione patetica: «il sangue dei francesi appartiene solo alla Francia». La Francia arrischiò soltanto alcune deboli esortazioni per mitigare l'intollerabile sgoverno di Roma, e sopportò longanimemente, che Carlo Alberto di Sardegna, il quale a quei tempi era tuttora un rigido legittimista, proibisse nel suo stato la legion d'onore e dimostrasse il più rude disprezzo alla monarchia borghese. In questo modo, stando all'atto pratico di questo sistema, il non intervento significava per la Francia il diritto d'intervenire consecutivamente, non appena un'altra grande potenza si fosse immischiata negli affari di un terzo stato. Vale a dire, era un legare le mani solo a sé stessi, come ebbe subito a riconoscere con soddisfazione il principe di Metternich; era un rinunciare alla iniziativa propria, senza punto impedire l'ingerenza alle altre nazioni.
In Ispagna la monarchia di luglio riportò successi parimente infelici. All'antica parentela delle corti borboniche si sarebbe potuto sostituire un legame più nobile, l'affinità delle istituzioni nei due stati del pari illegittimi e costituzionali: «per la Francia i migliori alleati sono i popoli liberi», dichiarò il gabinetto di Parigi. E la lega dell'occidente liberale parve davvero un fatto compiuto, quando la Francia e l'Inghilterra ebbero conchiusa la quadruplice alleanza con le due regine degli stati iberici. Laddove però l'Inghilterra consolidò nel Portogallo, suo antico baluardo avanzato, la propria supremazia, il re borghese invece non riuscì ad acquistare un'influenza duratura sul gabinetto di Madrid. Aveva fondate ragioni di temere la suscettibilità dell'orgoglio nazionale degli spagnuoli; onde si restrinse a disarmare sul suolo francese le bande carliste e a rinforzare i cristini con munizioni e con una legione straniera: quanto bastava per cadere in sospetto dell'Austria, e quanto non bastava per farsi indispensabile agli spagnuoli! Gl'intrighi che corsero un intero decennio per le sale dell'Escuriale tra l'ambasciatore francese e l'inglese, provarono a sufficienza su quali deboli basi si reggesse la celebrata entente cordiale delle potenze occidentali. L'odio contro la perfida Albione ricorse nel popolo francese con la stessa passione che al tempo del primo impero, e l'amicizia dei gabinetti ebbe presto a soffrire una grave scossa dall'opposizione dei rispettivi interessi in Oriente.
Luigi XIV, fin da allora, aveva compreso l'importanza dell'Egitto rispetto al dominio del Mediterraneo e al commercio con l'India, e aveva porto ascolto alle geniali fantasie egiziane del nostro Leibnitz. La spedizione compiuta dal genio di Bonaparte aveva, in seguito, fatto più caro il paese a ogni cuore di Francia. Il disegno napoleonico di sottrarre all'Inghilterra, mercé il taglio dell'istmo di Suez, il comando delle comunicazioni con l'India, divenne il tema preferito della stampa francese, specialmente da quando l'Inghilterra, facendosi delle rocce di Aden una Gibilterra orientale, si era apprestata una nuova stazione di tappa sulla propria linea oceanica. Proprio allora, sotto l'energica signoria di Mohammed Alì, si era iniziato quel tale sistema di far felici i popoli dall'alto, di stile napoleonico: tutta la Francia andava in visibilio pel despota illuminato, nel quale la tradizionale predilezione dell'Oriente pei costumi francesi si era incarnata con un vigore più forte del consueto. Il governo di luglio non voleva combattere la Porta, ma nemmeno riuscì a far argine all'aberrazione della fantasia nazionale; né gli bastò l'animo all'idea ardita di condurre Mohammed Alì a Stambul, e di rinvigorire e rinnovare l'impero vacillante degli Osmani con un maestro di palazzo illuminato ed abile. Si smarrì quindi per una via ripida, in cui la Russia in agguato si proponeva di attirarlo da tempo: esso indebolì la Porta e s'inimicò con l'Inghilterra, dal momento che sosteneva i vassalli sediziosi contro il loro sultano, e con mezzi, per giunta, sleali, degni di siffatti uomini di stato; e infine rimase di botto isolato di fronte all'unanime coalizione delle quattro potenze.
Nei momenti critici della monarchia di luglio emerse adunque nel modo più vivo, che il governo parlamentare non aveva potuto, durante il corso di una generazione, coltivare saldamente su questo suolo la sana moderazione dei popoli liberi. Tutto il paese rintronava di nuovo di selvagge grida di guerra, il ministro Thiers lanciava rumorosamente le frasi grosse del club dei giacobini, perfino il re nei momenti d'ira minacciava di mettersi in capo il berretto rosso, e la diplomazia tedesca esclamava corrucciata: «il 1830 è di nuovo al governo!». Questo popolo prese sul serio l'inanità delle sue fantasticherie egiziane, tanto che gli parvero una ragione legittima sufficiente ad autorizzare una scorreria sul Reno. Alla fine l'amore del quieto vivere del regime borghese riebbe il sopravvento: Guizot mostrò il coraggio morale, raro in lui, di fronteggiare la passione traviata della nazione. Ma la remissività verso l'estero, per quanto in sé ragionevole, pure, dopo le burbanzose minacce degli ultimi mesi, prese l'aspetto di una disfatta vergognosa. L'influenza della Francia in Oriente ne fu annullata per tutto un decennio. L'Inghilterra spadronava in Oriente, osteggiata dagl'intrighi russi; e nell'Asia interna erano parimente sole Inghilterra e Russia a condurre la lotta storica del mondo pel dominio del Levante. Le furie del partito bellicoso di Francia ottennero in Germania gli effetti, che non avevano conseguito le ragioni sennate dei nostri più prudenti patrioti: i nostri liberali principiarono a stornarsi dagl'idoli gallici, e lo spirito del 1813 risorse anche fuori del regno di Prussia. La superba Inghilterra seppe così poco dissimulare il disprezzo per la vicina umiliata, che l'anno appresso lord Palmerston marchiò con parole inauditamente prive di ogni riguardo un affare d'interesse strettamente francese, la politica coloniale ad Algeri; d'altronde erano troppe le prove dell'ardente ambizione della Francia, perché il senso della fiducia potesse comunque ritornare nella entente cordiale delle potenze occidentali, rappattumate per forza di necessità.
Il perturbamento della pace interna divenne inevitabile. Si era troppo fondato sulla speranza, che l'Inghilterra non avrebbe mai rotto, non avrebbe mai abbandonato l'alleanza con lo stato costituzionale. Avvenuta la disfatta diplomatica, perciò stesso il nuovo «ministero degli esteri», allora istituito, era privo di ogni autorità morale. «L'Inghilterra ci comanda, la congiura delle potenze ci preclude l'Oriente, la politica del gabinetto ci butta in viso la vergogna», erano le frasi d'effetto che empivano le colonne della stampa, anche di quella moderata. Ogni avvenimento all'estero suscitava nella nazione una irritabilità morbosa. Perfino Pomara, la paradisiaca regina del mare australe, diventò per l'opposizione una sacra reliquia nazionale. La pura pratica amministrativa, a chi spettasse il diritto di visita sui negrieri, sollevò tale tempesta, che nel 1842 gli elettori concorsero alle urne al grido pas de droit de visite! e bisognò ritirare il trattato già conchiuso, che accordava quel diritto agl'incrociatori inglesi.
Effettivamente questa sfiducia non era del tutto infondata. Il gabinetto cadeva sempre più giù nei maneggi reazionari, e sempre più calorosamente Guizot protestava al cancelliere il carattere rigidamente conservatore della sua politica, mentre nello stesso tempo i giornali ministeriali annunziavano ai parigini, che l'avvenire del liberalismo poggiava sull'alleanza delle potenze occidentali. Ogni volta che in questi quarant'anni sorgeva in vista qualche nuova costituzione di stato a libertà, la Francia, piccina e invida, pigliava le parti dell'antico sgoverno. Principiava in Italia quel gran movimento, che doveva condurla infallibilmente alla lotta contro il dominio forestiero. Ma Guizot incoraggia, sì, il papa alle riforme liberali, e manda fucili alla guardia nazionale romana; contemporaneamente, però, raccoglie nel Mezzogiorno della Francia, a tutela del papato temporale quell'esercito, che poi effettivamente sotto la repubblica va a combattere sul Gianicolo. Egli scongiura il partito riformatore di serbare al movimento un carattere romano, toscano, piemontese, perché una quistione italiana sarebbe la rivoluzione! Avesse almeno accettato le idee federalistiche del suo ambasciatore Rossi, l'inconsistenza delle quali a quel tempo non era ancora provata! Mai più: l'austero conservatore consentiva invece nell'opinione di Mazzini, che all'Italia rimanesse soltanto la scelta tra l'Austria e l'anarchia. I suoi fogli ufficiosi usavano il linguaggio più ignobile verso Carlo Alberto di Sardegna, insospettivano le corti sulle ambizioni del Piemonte, esaltavano Ferdinando di Napoli come il re nazionale della Penisola. L'ambasciatore a Torino dichiarò, che lo scritto moderatissimo di Cesare Balbo le Speranze d'Italia, era un'offesa alla Francia; e il ministro in persona fu sferzato dall'annichilante ironia di Cavour, perché la mattina esprimeva al principe Brignole il compiacimento del re borghese per le riforme albertine, e la sera si lagnava col conte Appony della politica di avventure dei piemontesi! Nel 1848 Guizot dichiarò, che a Napoli la costituzione era possibile al più presto fra dieci anni, e proprio allora i Borboni impauriti l'avevano già proclamata. Tale essendo la grettezza mentale delle Tuileries, la corte di Torino fu costretta a imprendere il programma idealistico l'Italia farà da sé, e a dichiarare da sola, con forze impari, la guerra all'Austria. La forza vivificatrice di siffatta politica era anche in questo caso l'invidia, l'antica disgraziata predilezione francese per le piccole nazionalità dei bückeburghesi e dei parmensi, la perfetta incapacità di comprendere i segni di un grande tempo.
Il che si chiarì anche meglio, quando la Svizzera si dispose a porre un termine all'anarchia della confederazione, ai perturbamenti degli ultramontani. Guizot sapeva, che l'Austria cercava di stornare l'attenzione del gabinetto di Parigi dall'Italia sulla Svizzera, e conosceva la parzialità delle relazioni del suo ambasciatore ultramontano. Nulladimeno, vide nei gesuiti di Lucerna i difensori dell'ordine. Aveva orrore della barbarie inevitabilmente congiunta alle spedizioni di volontari dei radicali svizzeri, più orrore della grande république unitaire che sarebbe risultata da questo movimento; quasi che quella grande Francia avesse qualcosa a temere dalla Svizzera! Prese senza riserva il partito del Sonderbund, esigendo dai confederati, che portassero le controversie religiose davanti al papa e le politiche davanti alle grandi potenze. Si mise in condizione di sentirsi dire da lord Palmerston, che cotesto era un voler polonizzare la Svizzera; e alla fine si fece giocare nel modo più ridicolo dal rivale, che differì la propria adesione all'intervento delle grandi potenze, fino a quando il Sonderbund, non si fu disperso ai quattro venti. E il cieco uomo tenne duro in tutte queste vecchie sciocchezze, con vergognosa incapacità d'imparar nulla, fino al 1867, dopo che la rivoluzione svizzera aveva già dato frutti tanto benefici, e dopo che l'esperienza di due decenni aveva dimostrato, che un partito unitario in Isvizzera non esisteva!
La monarchia di luglio aveva fatto cadere pietosamente il principio del non intervento annunziato con tanta pompa, e altrettanto sbagliava Guizot nel pensarsi di rappresentare in Oriente il difensore della politica conservatrice. Quando il conflitto delle Chiese a Colonia svelò il profondo dissidio d'interessi tra l'Austria e la Prussia, la sollecitudine più grave di Metternich era che la Prussia non avesse a collegarsi col liberalismo e con la corte di Parigi; onde egli si affrettò a preoccupare le Tuileries del protestantismo combattente del gabinetto di Berlino. Anche in questi ultimi anni reazionari di Luigi Filippo, il cancelliere tornò all'opinione espressa altra volta all'ambasciatore von Canitz: «quel governo non può essere affatto forte, quando gli tocca di combattere la rivoluzione: esso non può collocarsi sulla stessa linea dove ci troviamo noi; ciò sarebbe contro natura». Che il re borghese, con tutta la sua officiosità, non avesse menomamente rinunziato ai segreti disegni dell'ambizione francese, era trapelato anche durante le turbolenze svizzere da piccole furberie di ogni specie, come, per esempio, dall'ingenua proposta di Guizot di trasferire a Ginevra la sede delle cinque ambasciate, e con queste il centro della politica federale. «La Francia è amata e temuta dovunque», proclamavano vittoriosamente i difensori di Guizot. Questa politique calme et préponderante de la France si rivelò nel desiderio ripetuto continuamente, e invano, di convocare a Parigi un congresso, in cui il re borghese sarebbe dovuto apparire l'arbitro dell'Europa!
La Spagna ridiventò la terra del destino per una dinastia francese. Per via di una parentela priva di qualsiasi valore politico, la buona reputazione del gabinetto fu irreparabilmente danneggiata da brutte menzogne; talché in un momento d'ira lord Palmerston ebbe ad esclamare, che dal tempo dell'impero l'ambizione francese non si era mai mostrata così arrogante. Le vanterie della stampa ministeriale confermavano, purtroppo, la penosa verità di fatto, che questo regime rivoluzionario era ricaduto nelle idee della vecchia politica borbonica di famiglia. Quando il re Federico Guglielmo IV sul principio del 1848 salutò il re borghese come la spada e il braccio della legittimità, e il conte Nesselrode durante la rivoluzione di febbraio scrisse a Parigi che la Francia era divenuta più forte in pace che in guerra, perché riparata da un argine di stati costituzionali viventi del suo spirito, ciò significava che l'acuto contrasto di questi elogi interessati ribadiva ancora una volta la verità, che la politica di un «Napoleone della pace» sarebbe stata altrettanto contraddittoria quanto il suo stesso nome. L'annessione di Cracovia tornò ad offrire nuovamente l'inestimabile opportunità di riannodare l'alleanza infranta delle potenze occidentali; ma questo favore della sorte cadde pure senza profitto.
Anche l'unico acquisto territoriale, che toccò al re pacifico, si palesò per un guadagno ambiguo. La nazione vide con soddisfazione, che per la prima volta da un millennio a questa parte capitava all'occidente di strappare un pezzo di terra africana alla civiltà orientale; anzi le teste infiammabili ravvisarono in questo fatto un passo avanti pel dominio del Mediterraneo. L'esito, in verità, fu meschino. Su quel suolo, dove era solamente possibile promovere il più libero sviluppo delle energie economiche, l'amministrazione militare e di polizia divenne anche più perniciosa che nella madrepatria. La vecchia Francia aveva mostrato attitudini colonizzatrici soltanto sul suolo del Canadà, la moderna non ancora in nessun luogo. Senza dubbio, la dura scuola di queste lotte africane plasmò la più parte dei rinomati generali della repubblica e del secondo impero, ma suscitò anche quello spirito sanguinario di lanzichenecchi, che ebbe in Bugeaud il maestro e in Pelissier il più crudo rappresentante. La strage della via Transnonain provò, che la ferocia dei soldati poteva volgersi anche contro i cittadini; e fin dal tempo dell'attentato di Strasburgo, Tocqueville manifestò l'apprensione, se in un tale esercito non si annidasse il più gran pericolo per la Francia. Il regime di luglio accrebbe l'esercito di altri centomila uomini, istituì le armi speciali dei cacciatori e degli zuavi. Eccellenti ingegneri, come il maresciallo Niel, si dedicarono alle nuove e numerose fortificazioni. Ogni iniziato sapeva, che più di tutto stava a cuore al re il rinvigorimento e perfezionamento dell'esercito, e che solo per questo erano state intraprese le vendite in massa dei boschi. Ciò non ostante, solo nella marina si riuscì ad infondere il sentimento dinastico, e ciò fu dovuto all'influenza personale del cavalieresco duca di Joinville. La maggioranza dell'esercito e del popolo guardava con freddezza o impazienza l'esistenza non militare di questo governo; e come nella crisi del 1840, la brama insaziata di gloria guerresca sempre spuntava di nuovo in mille piccole occasioni. Quando un ufficiale, il cui occhiello vagheggiava il nastrino rosso, ebbe inventata la favola della grande vittoria di Masagran, il colpevole, dopo che l'inganno fu scoperto, certamente fu rimosso in segreto e punito, ma nessun grande giornale ebbe il coraggio di riconoscere l'impostura. La gloire de Masagran rimase acquisita al capitale di gloria della nazione, le vie di Masagran a Parigi e a Nancy esistono tuttora, e pochi anni or sono Napoleone III ricordava ancora all'armata d'Africa gli eroi di Isly e di Masagran!
Le persone dei capi di governo, come il sistema di governo per sé stesso, non poterono entrare nel cuore di questo popolo soldato. Per quanto gli adulatori del re celebrassero l'eroe di Jemappes, questa âme toute française, che non aveva mai portato la spada contro la Francia, stava però il fatto, che il duca di Chartres non aveva trascorso i giorni più gloriosi del suo paese in comunione col suo popolo. Accadeva, come se l'istinto delle moltitudini subodorasse qualcosa della realtà da tempo dimenticata, che cotesto discepolo di Dumouriez più di una volta durante l'impero si era offerto di condurre un'impresa contro la patria. Anche sugli Orléans cadeva un poco dell'esecrazione ai Borboni, e pel popolo Luigi Filippo rimase uno straniero. Esaurite le variazioni del motteggio sull'ombrello reale, la stampa si mise a rosolare la persona del re e la sua testa a pera con una ironia amara, con una impertinenza che nessuno aveva mai arrisicato nemmeno contro Carlo X. La diffidenza dell'opinione pubblica seguiva ogni suo passo, faceva di lui l'uomo meno libero del suo popolo: egli non si risolse mai a sostenere neppure una volta un'impresa teatrale, per tema che la nazione non avesse a fiutarvi la speculazione e la cupidigia. Ma bisogna, del resto, biasimare la ferocia di una febbrile lotta di partito: che non era affatto un vero francese cotesto re, l'astuto mercante, che non era mai stato giovine, che aveva strisciato sulla via del trono attraverso piccoli intrighi codardi, che anche da re esercitava l'antico mestiere di droghiere indecoroso anche per un principe, che non ostante tutta la sua esperienza del mondo non aveva mai conosciuto la potenza vivificatrice delle idee, che con tutta la sua clemenza non aveva mai compreso il più bel dovere della regalità, la protezione degli oppressi, e che non ostante la sua «rispettabilità» borghese era pronto alla birbonata, come quando aveva rotto la fede al prigioniero Abdel Kader. Anche le virtù della sua vita domestica borghesemente semplice rimasero incomprese a questo popolo cavalleresco.
Davanti alla nazione il suo Guizot era quasi più straniero ancora. Ai francesi riusciva simpatica e tollerabile la fatua vanità, ma non mai e in nessun modo l'arida noia di quella sofisticheria implacabilmente pedante. Anche noi lettori tedeschi dimentichiamo la considerazione dovuta al magnifico valore scientifico e a qualche incontestabile merito politico dell'uomo, quando sotto le sonore massime morali delle sue memorie scopriamo la malafede, l'ipocrisia del silenzio; quando in ogni pagina di questi otto volumi leggiamo nelle o tra le righe sempre la stessa ed unica conclusione: «io avevo sempre ragione». Prima aveva visto cadere sotto la ghigliottina il capo del padre, poi lamentato le carneficine dell'impero; e dalle esperienze della giovinezza aveva cavato la persuasione di essere destinato a condurre la lotta della virtù contro tutte le selvagge passioni. Ora gli amici rievocano per lui le parole che un tempo padre Giuseppe rivolse a Richelieu: l'oeuvre de V. Exc. est de rétablir le fort Estat de cette monarchie et de couper court aux mauvaises entreprises qui troublent l'esprit des hommes. Chi può ascoltare con pazienza questo sapientissimo dei sapienti, quando spiega la politica dei dottrinari come «un misto di elevatezza filosofica e di moderazione politica, la considerazione razionale dei diritti e dei vari dati di fatto, una dottrina rinnovatrice insieme e conservatrice, antirivoluzionaria senza essere reazionaria, modesta in fondo, sebbene sovente superba nelle parole»? O quando il ministro vanta alla camera questo modello di politica come une politique un peu grande seulement, e dichiara all'opposizione, che i suoi rimproveri non raggiungerebbero mai l'altezza del suo dispregio, ed esprime al re lo stupore per la somiglianza della politica di Washington con la sua propria? Dopo i giorni di febbraio, quando s'incontrò a Londra con Metternich profugo, e questi secondo il suo solito osservò: «l'errore non ha rasentato mai la mia mente», Guizot rispose: «io sono stato più fortunato, perché ho notato spesso nella mia vita, che mi ero ingannato». Noi però indoviniamo facilmente chi dei due era il più prosuntuoso; e nel corso complessivo della storia francese riscontriamo solo un'altra volta una compiacenza di sé, una sufficienza così smisurata e pedante: in quel Necker, che, come Guizot, fu l'autore principale di una terribile rivoluzione, e, come costui, non si batté mai contrito il petto per domandarsi, se il giudizio divino della storia non pesasse anche le colpe sue. C'è a stupire, se la nazione sempre amabile in tutte le sue stravaganze accolse soltanto di contraggenio le esose teorie della pace e dell'ordine dalla bocca che mai sorrise di questo arido maestro di scuola, di questo ambizioso e imperioso speculatore di virtù?