IV.

Come doveva riuscire incomoda l'ombra dell'imperatore a questo governo non legittimo, né glorioso, né libero! Il re d'altronde, almeno lui, non partecipava menomamente la prosuntuosa confidenza di Guizot, il quale nel bonapartismo vedeva soltanto una grande memoria, «che non aveva più nulla da offrire alla Francia soddisfatta». Sopra abbiamo descritto in che modo la istituzione di questo regime di ripiego fosse stata accelerata dalla paura delle mene imperiali e repubblicane. Col fatto, durante la settimana di luglio un pugno di partigiani e di veterani aveva arrisicato per due volte il tentativo di proclamare l'impero. Subito dopo, nel settembre, Giuseppe Bonaparte elevò pubblica protesta contro la nuova dinastia: ricordò alla camera di luglio che Napoleone II era stato formalmente elevato al trono, e fece appello contro la decisione del parlamento al suffragio universale come al giudice supremo delle rivoluzioni. Da allora le dimostrazioni bonapartiste, invece della rivoluzione, si susseguirono da per tutto; e la stampa di opposizione si abbandonò al gusto fazioso di dipingere il sovrano pacifico come un vincitore di battaglie. Le uniformi imperiali fecero la loro apparizione in via Varsavia e il genetliaco di Napoleone fu celebrato solennemente. Una petizione domandò al parlamento che l'imperatore fosse ricollocato sopra la colonna Vendôme; e subito Giuseppe Bonaparte prese da ciò animo ad annunziare sui giornali inglesi, che l'imperatore aveva sempre voluto la libertà, salvo che ne aveva differito il completo adempimento al tempo della pace.

Per quanto siffatte manifestazioni rimanessero deboli ed isolate, pure il re borghese non si liberò mai della paura del grande morto. Egli stava di fronte ai napoleonidi come prima l'imperatore di fronte ai Borboni. La sua condotta sospettosa nella rivoluzione di Romagna non gli era stata imposta puramente dal suo amore dell'inerte quieto vivere, ma anche dalla paura dei giovani principi Bonaparte, che associavano alla sedizione «il loro nome conquistatore». Quando Ortensia col figlio salvo passò per Parigi, il re permise non altro che una visita alla principessa, la quale in altri tempi sotto l'impero aveva benevolmente interceduto per lui; ma il colloquio fu tenuto segreto alla stessa diplomazia francese; e non appena si udirono presso la colonna Vendôme alcune grida sospette, subito i pericolosi ospiti doverono abbandonare il paese. Una nuova legge di espulsione inibì ai Bonaparte insieme e ai Borboni il suolo della Francia, non però sotto pena capitale. Il re volle sottoporre a una medesima legge le due dinastie detronizzate con l'intenzione, che il popolo considerasse l'una e l'altra come forze della reazione dirette contro la libera corona borghese. Non appena sorse nel Belgio il disegno di chiamare al nuovo trono un Leuchtenberg, il re fu spinto dal timore a un passo ardito: fece propalare a Brusselle la voce, che egli avrebbe visto volentieri l'esaltazione del figlio, il duca di Nemours. Scansata con questa mossa la candidatura del napoleonide, la politica borghese ricadde nella sua consueta sterilità, e rinunziò magnanimamente all'elevazione del proprio principe. Abbiamo già ricordato, che l'apprensione ispirata dall'esule Luigi Bonaparte, protettore dei profughi polacchi, aveva provocato una minaccia di guerra alla Svizzera. È meno noto, che anche la politica interna del re moveva da timori somiglianti. Il conte Molé con sorprendente diligenza aveva fatto fin dal settembre 1830 dichiarare a Vienna, che il suo re avrebbe mantenuto l'espulsione dei napoleonidi; e il nuovo ambasciatore conte Belliard, appena arrivato sul Danubio, manifestò l'intenzione di un abboccamento con Maria Luisa e il duca di Reichstadt: «desiderio abbastanza indiscreto, che naturalmente gli fu rifiutato». Da allora il principe di Metternich capì i punti deboli del governo di luglio. Troppo aveva egli tremato davanti al giovine Napoleone; e adesso volle «farsene un'arma per ridurre in Francia taluni partiti alla ragione¹». S'intende da sé, che il tremebondo statista non si propose mai, sul serio, di condurre a Parigi con le baionette austriache il giovine despota. Ma la minaccia ebbe effetto; e il ministero Périer curò con santo zelo il ristabilimento dell'«ordine».

¹ Metternich manifestò tale intenzione all'ambasciatore prussiano barone von Maltzahn (la cui relazione è datata del 5 settembre 1830). Che la minaccia fosse effettivamente espressa, è rapportato dall'ambasciatore piemontese conte Pralormo (di cui vedi la relazione del 13 marzo 1831 presso BIANCHI, Storia documentata della diplomazia europea in Italia, III, 345).

Il re sentiva quanto poco il suo posato regime fosse atto a offrire al popolo quell'entusiasmo, di cui abbisogna qualunque governo. In tale imbarazzo, andò a dar di capo in un rimedio singolare che, triviale come è, non si descrive se non con frasi ironiche: egli spiegò una premura particolare pei ricordi napoleonici, e tentò di guarire con la cura omeopatica l'ambizione guerresca della nazione. Ma come prima i Borboni con la loro febbre di persecuzione erano riusciti soltanto a rinfocolare la leggenda napoleonica, così ora la conclusione fu, che era impossibile cacciare il diavolo con Belzebù. La colonna Vendôme fu di nuovo adorna della statua dell'imperatore, e a Boulogne fu terminato il monumento alla grande armata. L'arco di trionfo sulla piazza del Carosello ebbe i bassorilievi commemoranti la campagna più gloriosa dell'imperatore. Fu compiuto ai Campi Elisi l'arco dell'Étoile, e coperto con quelle sculture che presentano al riguardante un mondo guerriero. Più tardi il bonapartismo chiamò les actes réparateurs cotesto giocare col fuoco. Anche quando il re cercava di mostrarsi equanime con tutti i partiti, il suo mecenatismo però stimolava unicamente l'orgoglio guerresco del popolo. À toutes les gloires de la France! dice l'iscrizione su quella pinacoteca storica a Versailles, che il regale storiofilo raccolse con bello zelo. Ma chi percorre queste sale interminabili, e col capo in tumulto ripensa ai turbini di polvere e di fumo, al lampeggiare delle spade, ai battaglioni lanciati alla carica, alle mischie, ai corpi laceri, alle unghie scalpitanti dei cavalli, che da mille cornici ci abbarbagliano gli occhi, finisce col domandare a sé stesso, se in Francia non esista che solo un'unica gloria: la gloria del guerriero. La beniamina dell'arte è la guerra. Le noiose solennità ufficiali delle incoronazioni e delle proclamazioni di statuti scompaiono quasi, appetto all'ardore di vita e di verità di quelle immagini di battaglie di Orazio Vernet, che trascinano lo spettatore come una marsigliese dipinta. Guardate un po' i soldati francesi, quando la domenica discutono e si esaltano davanti ai quadri algerini! Certo, l'istinto borghese del quieto vivere, di cui aveva bisogno la monarchia di luglio, fu tutt'altro che fomentato da codesto museo di battaglie.

Il re, messosi a fare l'ammiratore dell'impero, si vide costretto, in onta all'odio che a quello portavano i Borboni, a favorire gli uomini del tempo imperiale. Chiamò nel suo consiglio Montalivet, il figlio del ministro napoleonico, Molé, il grande dignitario napoleonico che non aveva mai cessato di ammirare l'impero come il trionfo delle idee dell'89, e anche Soult, per la ragione che il me faut une grande épée! Perfino il cattivo vecchio Savary, il gran birro aulico di Napoleone, fu gratificato di un'alta carica dal re della libertà. E allo stesso maresciallo Clauzel, nel quale si era personificato a pennello lo spirito lanzichenecco senza legge dei tempi napoleonici, toccò di rappresentare la sua parte nei panni di un ministro parlamentare. Gérard e Lobau ebbero il bastone di maresciallo, perché il prigioniero di Sant'Elena aveva pensato a loro; Gourgaud ed Heymes divennero aiutanti del re. Pareva come se l'intero esercito della Belle-Alliance fosse per rivivere. In principio, prima che la debolezza della monarchia di luglio fosse intravveduta, cotesta risurrezione vittoriosa del nome napoleonico accrebbe l'apprensione delle corti orientali. Per chi conosce da vicino la vita familiare degli uomini di Sant'Elena, e sa che le loro mogli pregavano addirittura davanti all'effigie dell'imperatore, e che le loro figlie si vantavano senza ritegno alcuno di essere sue figlie, ebbene, riesce incomprensibile, come mai un Orléans abbia potuto sperare di cattivarsi proprio in quella cerchia seguaci fedeli.

Allibì Guizot stesso, e l'astuto Palmerston non seppe reprimere un sorriso, quando il re fece officiare il gabinetto inglese per la consegna del cadavere dell'imperatore. Il nipote di Filippo Égalité riconduceva le ceneri dell'imperatore alle rive della Senna, dove l'esule aveva bramato di riposare. Centomila persone coprivano in silenzio, serrate le une alle altre dal rigore invernale, l'ampia strada da Neuilly a Parigi, e ancora una volta risorse dalla tomba lo splendore di un giorno unico. Allato alla bara dell'imperatore procedevano gli uomini di Sant'Elena, i Gourgaud, Bertrand, Las Casas; i cappotti chiusi dei veterani ecclissavano gli abiti dorati dei potenti del piccolo oggi, e i cannoni delle batterie napoleoniche, trofei del nemico, salutavano col loro rimbombo l'imperatore che entrava tra i suoi invalidi. La stessa sera Guizot soddisfatto scrisse al conte Mounier: «è stata una pura teatralità!». E già prima il ministro Du Chatel aveva compendiato il terribile accecamento del governo nelle parole: «A questa nuova monarchia, che per la prima ha assembrato e soddisfatto tutta la potenza e tutti i desiderii della Rivoluzione, incombe in verità l'obbligo di erigere il monumento e il sepolcro di un eroe nazionale, e di onorarlo senza tema alcuna. Perché solo una cosa esiste, una unica cosa, la quale non ha nulla a temere dal paragone con la gloria; ed è la libertà». Oh, senza dubbio: solo la libertà non aveva nulla a temere da quell'ombra!

Frattanto il duca di Reichstadt era morto. Dopo le giornate di luglio Giuseppe Bonaparte aveva invano tempestato di lettere l'imperatore Francesco, Maria Luisa, Metternich e in fine anche il giovine Napoleone, per domandar loro il ristabilimento dell'impero. E invano la marchesa Napoleona Camerata fece nello stesso torno di tempo un viaggio a Vienna, a scongiurare il figlio dell'imperatore di erigersi a condottiero della Francia rivoluzionaria «con la mente volta a quella lotta mortale, con cui i sovrani dell'Europa avevano fatto espiare al padre il delitto di essere stato con loro troppo magnanimo». Il gabinetto di Vienna congedò l'esaltata, la quale non ricevé più udienza dal giovine legittimista della casa Bonaparte. Perché fra le tante notizie terrifiche di quei giorni agitati, nessuna lo aveva così profondamente scosso come l'annunzio, che sua madre era dovuta fuggire da Parma, cacciata dalla rivoluzione. Egli apparve in lacrime davanti al nonno; voleva marciare, correre a riconquistare con le truppe austriache l'ultima zolla di terra, che era rimasta di Napoleone al nome napoleonico. L'imperatore lo respinse, il principe finì in affanno e dolore; e il libro del legittimista Montbel descrisse ai francesi la straziante infelicità di quella giovine esistenza. Ma nello stesso tempo in cui Napoleone II voleva combattere per sua madre, i figli di Ortensia alzarono la bandiera del tricolore italiano. Per loro Maria Luisa era puramente la perfida austriaca. Il principe Napoleone invitò il papa a rinunziare al potere temporale; e fu questa l'occasione in cui il destino del suo minor fratello Luigi s'incontrò per la prima volta con quello di Pio IX: il giovine vescovo Mastai Ferretti tenne arditamente testa ai volontari. Il movimento fu domato, il principe Napoleone fu portato via da una improvvisa malattia. L'altro fratello era fuggito; e si affrettava a correre in aiuto della rivoluzione polacca, quando sulla via lo raggiunse la nuova della caduta di Varsavia. In seguito, morti il fratello e il cugino, rimase pei bonapartisti il legittimo erede del trono imperiale. Assunse il nome di Napoleone: «un grave peso», confessa egli medesimo; «ma io saprò portarlo!». La sua ambizione è ricondotta sulla Francia per le vie del radicalismo cosmopolita; perciò egli si guarda bene di assumere il contegno dispotico del cugino. Ormai per lo spazio di sedici anni il bonapartismo agita l'arma demagogica, ed esercita la sua influenza come alleato della rivoluzione.