V.
Il principe Luigi attraverso gli ultimi anni dell'impero aveva acquistato una coscienza alquanto più chiara che non il suo disgraziato cugino: egli sedeva con sua madre dietro l'imperatore quando nei cento giorni fu pomposamente celebrata sul campo di maggio l'ultima grande solennità dell'impero. In seguito, la vita provvisoria del profugo lo indurò alle difficoltà finanziarie, alla strategia dei debiti. Il giovine che da fanciullo aveva visto i genitori divisi dall'infedeltà e dall'incompatibilità, era necessariamente portato a farsi un'opinione cinica degli uomini. Non per questo, però, la vita di questo giovine era del tutto nuda di sentimento; giacché sul fanciullo vegliava la tenerezza di una madre piena d'ingegno, dotata di animo gagliardo sebbene priva di senso morale, agitata da un ardente entusiasmo per l'impero. Come la più parte degli uomini notevoli, egli doveva a sua madre la sostanza migliore della vita. Questo principe, in contrasto reciso con l'impetuosità del duca di Reichstadt, palesò di buon'ora un temperamento flemmatico, quasi che nelle vene gli fluisse sangue olandese; e appunto cotesta indole non francese, la quale non esclude menomamente passioni vigorose e tenaci, lo fece atto a osservare spregiudicatamente la nazione francese, come se gli fosse straniera. Conobbe nella dotta scuola di Augusta l'idealismo della nostra educazione classica, a Roma la maestà del mondo antico; ma alla sua natura fredda era affatto ignota la fantasia rovente, che un tempo incatenò irresistibilmente lo zio agli eroi di Plutarco. Egli apprese a conoscere l'antichità nel modo come apprendeva ogni altra cosa, vale a dire con intelligenza lenta, ma forte e sicura; e negli anni maturi compose da dilettante alcuni scritti di storia antica, in cui il culto dei Cesari costituisce il domma del suo sistema politico. Solo che non gli è mai riuscito di penetrare veracemente nello spirito dell'antichità, e di comprendere a fondo le forze divine operanti nella storia. Fin dal principio egli è stato un uomo unilateralmente moderno, una testa savia ma senza impeti geniali, avendo dedicato la facoltà migliore del suo ingegno alle scienze esatte, all'osservazione del presente.
Ogni rapporto con un giovine così chiuso tornava un po' imbarazzante alle nature semplici, graduali, come per esempio il bravo vescovo Wessenberg. Chi guardava più sotto, come il generale Dufour, ravvisava, dietro il riserbo tranquillo e dolce, una perseveranza ferrea; e non tardava a sperimentare, che il principe era effettivamente quello che lo zio chiamava un homme carré, e che l'arditezza dei suoi disegni faceva equilibrio con la tenacia della sua volontà. Aveva imparato per tempo ad ascoltare tranquillamente consigli da ogni parte e in fine a seguire il proprio. Quando la madre perplessa tentò di stornarlo dai suoi disegni, il figlio amorosissimo si rivelò come il doux entêté. La madre lo richiamava invano a non principiare come un avventuriero, ma ad attendere l'appello della volontà popolare, come lo zio, e a ristabilire l'ordine con la forza del suo nome magico. Una credenza fatalistica nella sua stella, potente come un'idea fissa, si era impadronita di quella testa fredda. L'impazienza dell'ambizione lo buttò capofitto nella rivoluzione di Romagna: il giovine soldato vi apparve in atteggiamento abbastanza guascone, su un destriero in gualdrappa bianca, rossa e verde; mentre suo fratello parlava minaccioso della forza invincibile che li seguiva. La conseguenza naturale di questa levata di scudi fu l'espulsione di tutti i Bonaparte da Roma. Seguì il misterioso soggiorno a Parigi, durante il quale il principe iniziò la trama di una congiura, almeno a quanto afferma solennemente il duca d'Aumale; e ne prese conoscenza e animo per avere a vile la debolezza del nuovo regime. La madre si rifiutò di comprare con la rinunzia al suo gran nome la libera dimora del figlio in Francia. Talché, dopo una breve fermata a Boulogne e una visita al monumento di Napoleone sui campi dove un giorno si era adunato l'esercito di Austerlitz, si ritornò allo spatriamento. Ma le fila della propaganda democratica arrivavano anche alla quieta Arenenberg. Il principe si teneva in relazione coi profughi polacchi, tra le cui fila aveva testé combattuto il suo parente Walewski. Egli era «superbo di essere annoverato tra gli sbanditi, perché oggi l'esilio è la sorte di tutte le anime nobili». S'illuse ai sogni filellenici, e plaudì a ogni moto che minacciò di lacerare il trattato del 1815. Di tanto in tanto arrivava da Parigi qualche malcontento, e recava al napoleonide il promettente saluto gridatogli dal vecchio Chateaubriand: «il passato ritorna, per salutare il futuro».
Il principe aveva sempre curato di procurarsi amici fedeli e di legare a sé l'entourage in cieca sommissione: la fortuna ora gli conduceva l'amico più fido e più devoto, Fialin Persigny. Per dare ai lettori un'idea dello stile seguito dal bonapartismo nella fabbricazione delle sue favole, nella sua mitificazione, menzioniamo l'edificante istoria, la quale racconta il come cotesto Saulo si convertì in napoleonico Paulo. Il signor Giuseppe de la Roa nella sua officiosa biografia del duca di Persigny ci ha dato pel primo il racconto meraviglioso, e poi il signor Véron ce lo ha particolareggiato con doverosa commozione. Il giovine scapigliato, che nell'armata di pace del re borghese non poteva stare alle mosse, conobbe in un suo viaggio nella Svevia una dama, e fissò con lei un appuntamento a Ludwigsburg. Il giorno stabilito, mentre ebbro di amore faceva sferzare i cavalli che lo portavano al convegno, tutt'a un tratto il suo cocchiere svevo con gioia improvvisa agitò in aria il cappello e gridò, in francese, s'intende: Vive Napoléon! Rasente, in vettura, era passato un giovine cadetto wurtemberghese, dalla fisonomia napoleonica: uno dei figli di Gerolamo. Il grido colpì come un fulmine il giovine immerso nei suoi sogni. «Come?» si domandò: «questi barbari svevi vanno in visibilio al nome dell'imperatore, e noi francesi…?!». Il convegno e l'ora felice sono dimenticati: egli passa tutta la notte all'aria aperta, tra meditando e sognando. Come spuntò il giorno, la sua decisione era presa: egli doveva essere il Loyola della religione napoleonica. Di follia ne aveva abbastanza. È fuori dubbio però, che d'allora in poi il giovine lavorò al ristabilimento dell'impero con la passione e la pertinacia di un fanatico. Fondò una rassegna bonapartista, di cui potè portare a termine un solo numero, presentò al re Giuseppe una memoria sul rinnovamento del partito bonapartista, che presso di lui trovò tepido consenso; per contro ebbe ardita diffusione da Luigi d'Olanda. Alla fine si affrettò a recarsi ad Arenenberg, dove capitò proprio quando la casa principesca era piena di preparativi nuziali. Il pretendente voleva sposare sua cugina, la vezzosa e poco morale principessa Matilde, e intanto si affaticava nel cómpito ingrato di educare il suo futuro cognato, il principe Napoleone. Ma dopo l'arrivo di Persigny abbandonò il suo disegno di matrimonio: i due compagni di fede s'intesero immediatamente, e si misero insieme a covare la pazza idea del colpo di mano di Strasburgo.
Il nipote aveva volentieri alle labbra l'insegnamento dello zio: «in ogni intrapresa bisogna assegnare un terzo al caso e due terzi al calcolo»; ma non seppe applicarlo. Presentiva forse il principe, che a Parigi meno che altrove avrebbe potuto sperare partigiani e contarvi? O lo accecava l'evento abbagliante, ma purtroppo eccezionale, dei cento giorni? Comunque sia, egli in un paese del tutto accentrato si arrisicò a principiare proprio dalla provincia il cambiamento rivoluzionario del regime. Un tempo, a Tolone, il quarto reggimento di artiglieria aveva cooperato alla gloria incipiente del suo capitano Bonaparte, e durante i cento giorni fu dato a Grenoble il segnale della diffalta dell'esercito dai Borboni. Il principe non dubitava che questi vecchi ricordi vivessero cocenti nell'anima dell'esercito come nella sua; credeva che il suo solo apparire in divisa imperiale avrebbe trascinato i cannonieri a venir meno al giuramento. Il colpo pazzamente temerario finì in modo ridicolo, ma le corti di Parigi e di Vienna ebbero un tremito di angoscioso terrore. Giacché nello stesso tempo fu scoperta tra gli ussari a Vendôme una congiura repubblicana, di cui probabilmente il principe aveva avuto prenozione; e poi, per giunta, i giurati alsaziani pronunziarono tra gli applausi scroscianti del pubblico l'assoluzione dei complici del pretendente. Il fanatismo di eguaglianza di questo popolo stimò lodevole lo spergiuro della giuria, perché il reo principale era stato graziato. Del rimanente, la popolazione guardò l'attentato con una indifferenza, che, se il principe vi avesse riflettuto più scaltramente, avrebbe dovuto incorarlo piuttosto che scoraggiarlo: giacché una congiura siffattamente frivola e scapigliata, sotto un altro governo, sotto un governo radicato nel popolo, avrebbe sollevato un uragano d'indignazione.
In un momento di debolezza il prigioniero mandò a Luigi Filippo una lettera dimessa; e nella solitudine del carcere gli risorse una reminiscenza sentimentale degli anni di scuola in terra tedesca. Egli tradusse l'Ideale di Schiller: «io vidi le sacre ghirlande della gloria profanate da una fronte volgare», vale a dire, quella di Luigi Filippo. E non si convertì affatto: «resto fermo nella mia fede», scrisse alla madre, «e non mi curo dei clamori plebei». Persigny, poi, proclamò baldanzosamente, che la Francia un giorno si sarebbe pentita di essere rimasta sorda al grido di un Napoleone. Il principe fu rilasciato, a condizione che emigrasse in America. Ciò non ostante, dopo un breve intervallo ritornò in Isvizzera. E siccome il governo di luglio esigeva il suo allontanamento e minacciava, egli s'intertenne a tutt'agio fino a quando la sconsigliata paura dei borghesi non ebbe restituito un po' di lustro al suo nome; e infine dichiarò pateticamente ai confederati, che non intendeva con un più largo indugio mettere a repentaglio la sicurezza della sua seconda patria. Si volse quindi all'Inghilterra, dove divise il suo tempo tra il lavoro serio e i facili godimenti, e corse rischio di sommergersi nella inanità, della comune vita di avventura. A teatro i suoi fidi parlavano in palco con impertinenti vanterie del grande avvenire del principe. Il piacevole conversatore era bene accolto dalla nobiltà inglese, che però alzava le spalle sul dreamer of dreams. Ma destava maggiore interesse nella cerchia di quei cavalieri d'industria ed esimi cavalieri di ventura, i quali, gittati sulle spiagge ospitali dalle lotte di partito del continente, trovavano uno zelante protettore nel bizzarro e aristocratico radicale Tommaso Duncombe, lo sportmann felicitatore di popoli. Una disgraziata intesa venne avviata anche col pazzo Carlo di Braunschweig; e nel torneo della nobiltà tory ad Eglinton il pretendente fece la sua comparsa nel costume molto significativo di Guglielmo III di Orange.
Quando gli Orléans fecero la traslazione delle ceneri dell'imperatore, il principe e lo zio Giuseppe elevarono pubblica protesta: a chi doveva a Waterloo la sua fortuna, non si addiceva di prendere in mano la spada del vinto. L'entusiasmo napoleonico che percorse il paese, incoraggiò il principe a un nuovo tentativo. Arrischiò lo sbarco di Boulogne; e questa volta parve davvero che dovesse sparire sotto le risa del mondo. Ma che farsa! l'aquila viva, ingegnosamente ammaestrata in altri tempi a librarsi nelle ore solenni sul capo dell'imperatore, adesso era legata sulla prora del vascello imperiale! E quale contrasto superlativamente comico! l'erede di Napoleone ripescato in molle dall'acqua, e dichiarato in arresto dalla guardia nazionale nello stesso momento in cui la Belle Poule portava attraverso l'Oceano il duca di Joinville con le ceneri dell'imperatore! Ma anche questa maledizione del ridicolo, che in Francia più che in qualsiasi altro luogo riesce disastrosa, non poté in alcun modo scorare il pretendente, che davanti ai pari dichiarò: «Io rappresento innanzi a voi un principio, una istituzione e una disfatta. Il principio è la sovranità popolare, l'istituzione è l'impero, la disfatta è Waterloo. Il principio voi lo avete riconosciuto, l'impero voi lo avete servito, la disfatta noi vogliamo vendicarla. Non esiste alcun contrasto tra voi e me».
Il re fece tradurre ad Ham l'incorreggibile cospiratore; e fu questo un espediente per la propria sicurezza, ma non era né un atto di magnanimità né un segno di forza, come osservò scaltramente Berryer nella sua difesa. Il benefizio della legge francese non era punto goduto da chi senza sua colpa era fin dalla fanciullezza tra gli esiliati; ne portava, all'opposto, soltanto il rigore. Gli Orléans avevano condotto nuovamente gli sguardi del mondo sul pretendente. Durante il tempo di tranquillo raccoglimento nella prigione, che egli stesso celebrò come il suo corso di noviziato nella università di Ham, il principe non aveva punto abbandonato la lotta; scrisse anzi articoli violenti nel nuovo Journal de l'empire, il Progrès du Pas de Calais. Mantenne le relazioni con gli amici inglesi, e conchiuse infine con Carlo di Braunschweig un patto solenne, in forza del quale i due principi legittimi si garantivano a vicenda il trono dei rispettivi padri e si promettevano mutua assistenza¹. Solo che, siccome il patrimonio del prigioniero consisteva puramente in una massa cospicua di debiti, laddove invece il guelfo possedeva la più ricca collezione di diamanti del mondo, evidentemente il patto leonino non significava altro, se non che il danaro guelfo doveva essere a disposizione degl'intrighi bonapartisti. Certo, l'avaro Braunschweig si mostrò cattivo pagatore; ma anche il suo debitore, fedele alla rispettabilità ereditaria dei Bonaparte, non seppe risovvenirsi dell'antico patto nei giorni della fortuna. Frattanto la stampa di opposizione utilizzò il pretendente pei suoi attacchi faziosi: incisioni sentimentali rappresentavano la pallida figura del sofferente dietro le inferriate. La liberazione del cospiratore fu chiesta ripetutamente, e da Emilio Girardin nel modo più strepitoso; finché Duncombe e il fido medico Conneau menarono a termine il colpo lungamente meditato, e una fuga avventurosa rimise su tutte le bocche il nome del principe.
¹ Stampato in The life and correspondence of Thomas Slingsby Duncombe, London, 1868, II, 10.
Solo che far parlare di sé in un modo siffatto, è certamente un ambiguo guadagno. In sostanza, nell'opinione pubblica il principe acquistò la riputazione di matto. Chi tentava e ritentava con una così imperturbabile pertinacia un disegno pazzesco, non poteva essere che uno sciocco, oppure un carattere fuori del comune: comunque, l'indolenza del mondo in ogni caso trova più comodo sbrigarsi delle cose enigmatiche col motteggio. Il nome così pretensioso del napoleonide era in troppo comica sproporzione con le sue intraprese; e le lettere querule che il vecchio re Luigi mandava a Luigi Filippo per iscusare il jeune étourdi, certamente non rialzavano la riputazione del principe. Gli scritti del quale erano ignoti ai più; e chi li aveva alle mani, se ne distoglieva immediatamente, perché, laddove tutta la pubblicistica agitava unicamente i problemi dello stato parlamentare, quelli invece consideravano e sostenevano un modo di vedere che era fuori di tutti i partiti. E una siffatta insubordinazione alla cultura media del momento, viene punita regolarmente nel mondo moderno col disprezzo tacito.
A noi, che oggi scorriamo più spassionatamente gli scritti del principe, riesce incomprensibile come mai un tale autore non abbia incontrato nessuna considerazione. Giacché questi scritti non solo non rispondono punto a ciò che comunemente si aspetta dai peccati letterari di un principe, ma meritano semplicemente un posto onorevole nella storia della pubblicistica. Essi non sono il prodotto di una mente geniale, ma di un'intelligenza eminentemente pratica, sensata e sicura nell'osservazione, ferma e indipendente nel giudizio. Anche l'esposizione è chiara e serrata, con netteté schiettamente francese: il principe sa istradare prontamente i suoi lettori e dare un rilievo pratico a tutte le sue tesi. La ricchezza delle idee, il pathos della veridicità, la potenza della fantasia, che fanno lo storico, a lui sono negati; ma nella sua esposizione discussiva egli con destrezza e senza esitazioni di coscienza sa servirsi, in modo eccellente ai propri fini, delle presunzioni storiche del presente. In una parola, egli ci si rivela per un giornalista provetto; e chi ammette che questi scritti non avevano importanza scientifica e letteraria, ma costituivano esclusivamente il programma di una politica pratica, deve anche usare un po' d'imparzialità e riconoscere, che siasi in essi rivelato un singolare talento di uomo di stato.
Quando Luigi Bonaparte salì allo stallo presidenziale, il signor Thiers e compagni si fecero un dovere d'inondarlo di pressanti consigli, come quello che non conoscesse punto la Francia. Mirabile fatuità! Il profugo nel suo soggiorno all'estero aveva studiato il proprio paese di gran lunga più acutamente e giustamente, che non in patria gl'intellettuali della borghesia. Laddove la stampa, forte delle opinioni del momento, consentiva solo per pietà cristiana a tollerare provvisoriamente la monarchia come un'ultima concessione a pregiudizi inveterati, all'opposto il principe affermò sicuro e reciso: «una monarchia di otto secoli non viene commutata in repubblica per la burrasca di pochi anni». Come un tempo Mirabeau, ficcando nelle cose il suo sguardo penetrante, aveva pensato che la gioia di un Richelieu sarebbe stata la soppressione del feudalismo, parimente anche il napoleonide comprese, che il livellamento della società favoriva ed esigeva un solido potere monarchico. La repubblica richiede un'aristocrazia, la nostra società democratica vuole una corona. Col tracollo degli antichi stati, egli vede la nazione sfarinarsi in granelli di sabbia; granelli di sabbia che, cementati insieme da un gagliardo potere statale, costituiscono una roccia irremovibile, ma disuniti fanno solo polvere. Così dice la tesi preferita del napoleonide, vale a dire una metafora, che, parafrasata le mille volte, ritorna in tutti gli scritti del bonapartismo con la stessa frequenza e la stessa significazione, con cui nelle lettere di Metternich ritorna l'immagine della casa del vicino in fiamme, che io devo spegnere se non voglio andare in fuoco anche io. Mentre la dottrina del parlamentarismo unica beatificatrice occupava tutte le teste, il principe riconobbe subito, che i progressi compiuti dalla Francia negli ultimi cinquant'anni si erano ottenuti in virtù delle istituzioni che l'imperatore le aveva date. Il sistema parlamentare non trovò in Francia il sostegno di un forte senso della legalità, di un irremovibile amore della libertà personale: si getti pure arbitrariamente in carcere un cittadino francese: la voce pubblica se ne starà tranquilla, fino a quando le passioni faziose del giorno non se ne saranno prese. Pel francese il supremo bene politico è l'eguaglianza: e in tempi tumultuosi la nazione è presto racquietata dallo strepito delle armi e della gloria guerresca. Come si vede, questo uomo di stato pensa della sua nazione meschinamente, in modo quasi cinicamente basso; ma egli ha scorto chiaramente i punti neri della mentalità nazionale.
Il principe si fece avanti in questa società scomposta, bramosa di ordine, con l'irremovibile fede, che soltanto la tirannide popolare poteva giovarle, e questa soltanto fosse legittima. Come un tempo l'imperatore appena eletto s'impose ai suoi deputati dicendo: «io ho un titolo di diritto, voi non ne avete alcuno!» così ora il nipote parafrasò: «l'erede di un governo eletto da quattro milioni di cittadini non può inchinarsi a un re eletto da duecento deputati». In mezzo a un mondo afflitto da mille dubbi scettici il napoleonide camminava con la sicurezza di un sonnambulo. Aveva fede in sé stesso e nell'assolutismo militare al quale attribuiva la rinomanza dell'idea napoleonica. Questa idea risorgerebbe dalle ceneri in conformità di un divino esempio: la fede politica, come la religiosa, ha avuto i suoi martiri; egli, come in quella, sarebbe l'apostolo e avrebbe il suo regno. Egli direbbe ai francesi come san Remigio disse al re dei Franchi: «giù il capo, o Sicambro! Brucia ciò che adori, e adora ciò che hai bruciato!». Il principe viveva e respirava in questo cerchio d'idee; quando riportava il discorso sull'imperatore, pareva sovente che un'allucinazione s'impadronisse di quel cervello freddo. Nei giorni del trasporto funebre da Neuilly a Parigi, il nipote indirizzò una lettera allo zio. Gli parla come a un vivo, gli dà del Sire e del Voi; e dipinge i potenti del giorno atteggiati in palese ad onorare l'eroe e in segreto a pregare: «O Dio, non lo svegliare!», a raccogliere la giovine armata, ma a dirle: «Incrociate le braccia!», a rinnovare il tricolore ma non le aquile, a rispettare il morto ma a gittarne in carcere l'erede; e vede infine l'imperatore chinarsi sul nipote a confortarlo: «Tu soffri per me, io son contento di te!».
La sua speciale situazione indusse il pretendente ad assumere l'attitudine di consumarsi in cieca e incondizionata ammirazione davanti all'imperatore. Le più stupide fole della leggenda napoleonica furono fedelmente rimesse in voga, giacché questo cinico sapeva, che qualunque bugia ostinatamente ripetuta finisce con l'essere creduta dalle moltitudini irriflessive. Si rivolge primieramente ai popoli del Danubio e della Sprea e dice loro, che avrebbero adorato il benefattore già ripagato d'ingratitudine, e che tutte le nazioni libere avrebbero ripristinata l'opera dell'imperatore. Tutto ciò non è menomamente più disonesto della grande maggioranza degli scritti di partito francesi; il principe, anzi, parla più lealmente di Guizot, perché a suo vantaggio torna la stessa duplicità di aspetto del bonapartismo: egli può o vuole vedere soltanto un lato dell'azione napoleonica. La Francia ringiovanita dalla Rivoluzione e organizzata dall'imperatore; Napoleone, vero rappresentante, esecutore testamentario della Rivoluzione, mediatore tra due secoli, tra la monarchia e la democrazia; l'eroe che ha disciplinato e perciò compiuta l'eguaglianza, che ha preparata la libertà; il soldato plebeo che ha fondato un regime difenditivo e democratico: son questi i principii fondamentali universalmente noti della dottrina neonapoleonica, e ognuno contiene una mezza verità. Chi legge tra le righe si avvede subito, che il principe conosce gli errori che portarono lo zio a rovina, ma che non li riconosce. Di un rinnovamento della monarchia universale non si parla affatto. Anche nella vita interna dello stato il pretendente ripudia la cruda forma di dispotismo che si manifestò nell'impero, e vuol tornare al suo ideale, che è la costituzione consolare. Egli concede, che Napoleone ha portato a termine soltanto la rivoluzione sociale, non la politica, ed evita puramente la questione, se sul terreno della dittatura consolare sia possibile in generale la formazione progressiva della libertà politica.
Il principe Luigi non ha menomamente disdegnato le male arti usate da tutti i pretendenti, e il rumore, che va connesso con quel mestiere; nulladimeno non si può affermare, che egli in sostanza abbia illuso il suo popolo con fragorose promesse. La costituzione che diede ai francesi il 14 gennaio 1852 è effettivamente un calco della costituzione consolare; nella prefazione, che vi è preposta, le tesi principali sostenute negli scritti del pretendente ritornano quasi a parola. Una siffatta coerenza è rara nella vita di uno statista duramente incalzato dalla spinta delle cose. Anche noi avversari dobbiamo stimare la sicurezza di coscienza, che mosse l'imperatore a ripubblicare inalterati i suoi scritti giovanili. S'intende, che qualche punto nero è tralasciato; per esempio, l'umile lettera a Luigi Filippo. Ma in complesso l'imperatore può vantarsi, che l'uomo mantiene ciò che il giovine promise. Il principe non dispensa mai, nemmeno negli articoli di gazzetta fatti per accarezzare il favore delle moltitudini, mai una parola di lode alle idee parlamentaristiche del suo tempo. Come lo zio lascia al mondo la scelta tra i cosacchi e la repubblica, così il nipote fra i governi di oggigiorno esalta, come coerenti e coscienti, solo la Russia e l'America del Nord. Egli vuole alla cima dello stato un capo personalmente responsabile, che diriga l'amministrazione per mezzo di tecnici, di specialisti, e non già di capiparte. Il parlamentarismo è deriso come il dominio dei retori; le sue lotte di partito sono altrettanto vuote di contenuto, quanto furono un tempo le dispute dommatiche del medioevo; e non porta la libertà, ma il governo di una oligarchia privilegiata, alla maniera inglese. Quest'abile argomentazione sofistica non poteva fallire il colpo sul lettore francese; e trovava un sostegno solido nelle condizioni del paese sotto il dominio della borghesia. Non meno recisamente il principe si volse, con odio napoleonico, contro le vedute aristocratiche del mondo feudale: ché, anzi, nella sua storia dell'artiglieria non si tiene dal flagellare l'antica nobiltà francese, che un tempo aveva messo in burla la nuova arma borghese e l'aveva buttata via dal campo.
Non rimane dubbio, dunque, che il suo scopo sia la monarchia rivoluzionaria, eletta dal popolo sovrano, sollecita della sorte degli umili, sempre pronta a gittare nella bilancia la spada di Brenno in ogni causa della civiltà. Quanto ai mezzi per stabilire cotesta corona democratica, egli si esprime con perspicua chiarezza: un colpo di stato come quello del 18 brumaio non può essere elevato a principio (ma chi mai in tutto il mondo aveva riguardato come principio le brutalità del brumaio?); ma in determinati casi può essere necessario. Quando il principe tratteggia all'occasione l'immagine seducente della libertà, noi siamo indotti a confessare francamente, che egli sospinge cotesto coronamento dell'edifizio a una lontananza indefinita e vaporosa. Nei suoi primi scritti già aveva detto: è dolce sognare un dominio della virtù; se il Reno fosse semplicemente un mare; e così via. E più tardi egli afferma, che la libertà allora sarebbe possibile, quando i partiti fossero finiti, consolidati l'ordine e l'eguaglianza, rieducato a nuovo lo spirito pubblico, rinvigorito il sentimento religioso e nati nuovi costumi!
E così anche questo cervello freddo cade nell'eterna velleità di tutti gli assolutisti, quasi che l'educazione alla libertà fosse possibile altrimenti che mercé la stessa libertà. Per contro, rispetto ai problemi dell'amministrazione mostra una rara imparzialità. Nello stesso modo come, giovane appena di venticinque anni, in un acuto saggio sulla Svizzera fece, contro il fanatismo allora in voga per la repubblica, l'ardita osservazione: «la repubblica non è un principio, è una forma di stato come le altre, e non offre per sé stessa nessuna garanzia per la libertà»; così pure sa apprezzare spassionatamente i vantaggi degli altri stati, quando non si movono in senso direttamente opposto al proprio sistema. Egli loda in Inghilterra la libertà personale, il movimento in nulla intralciato delle associazioni, la sicurezza della legge. Ammira in Prussia l'autonomia dei comuni, la schietta istruzione popolare e sopra tutto, esaltato a parole anche dallo zio, quel servizio militare obbligatorio e generale, che un giorno avrebbe scacciato via da dovunque nel mondo il commercio di schiavi bianchi chiamato cambio. Riprova la molteplice attività dello stato, come nella sua patria; è una stoltezza, che lo stato faccia ciò a cui può o deve attendere il privato. Arrivato al trono, il pretendente rimandò tutte queste riforme a miglior tempo, oppure le fece cadere dopo alcune prove di assaggio: e ciò che attraversò la via alle migliori intenzioni fu un po' il destino di tutti i dominii violenti, un po' la natura stessa dello stato francese. Solamente gl'irriflessivi e i leggieri accusano anche d'ipocrisia uno statista, che offre tanti lati deboli ai rimproveri giusti, sol perché non ha reso possibile l'impossibile. Nelle sue contraddizioni si tradisce l'incapacità intellettuale, non già il calcolo furbo. Acuto osservatore e non povero di buone idee, il principe si era inviluppato troppo a fondo nelle marce abitudini mentali del cospiratore, nelle sottilizzazioni premeditate, nel fucinare disegni. Egli non possedeva più la forza mentale di elaborare un'idea importante fino a cavarne le estreme conclusioni, e non si pose il quesito, come mai i vantaggi dello stato inglese e del prussiano potessero conciliarsi con la tirannide popolare.
Il pretendente esercita con piacere la comoda professione della critica politica alla monarchia di luglio, principalmente a riguardo della sua politica europea. Per lui nessuna esagerazione e nessun travisamento è troppo volgare al suo scopo; indaga anzi con ingegnosa malizia tutte le debolezze del sistema, e ci offre così un modello del genere, che oggigiorno è stato ricalcato, ma con meno talento, dal duca d'Aumale. Egli tratteggia vivacemente il modo come il governo butta nel fuoco la gloria e i tesori del paese per venderne le ceneri! Se quello richiama in auge i beniamini dell'imperatore, si adorna con le penne altrui; se decora il generale Dupont, che un tempo capitolò a Baylen, esso premia il tradimento; e così via. Cotesta polemica demagogica appare soprattutto odiosissima, quando vien meno al rispetto dovuto alla gravità della storia, come, per esempio, nel famoso parallelo «1688 e 1830». Il principe illustra eccellentemente la nullità di ogni dotta comparazione; ma quando vi scambia le carte, e v'istituisce il paragone tra il re borghese e Giacomo II, allora scoprite l'agitatore coscientemente menzognero.
Attraverso tutte queste deformazioni rimane però indiscutibile, che il critico affronta con una mentalità superiore gli uomini di stato della borghesia. In uno dei suoi più celebri aforismi domanda all'uomo politico di camminare a capo delle idee del suo tempo se non vuol rimanerne sommerso; ma a questo proposito è innegabile, che l'imperatore ha soddisfatto a cotesta esigenza solo per metà. Le forze dell'idealismo, che non mancano neppure alla nostra arida età, rimasero estranee ai napoleonidi: questo insegna oggi lo stato del secondo impero, in cui la senescenza già invade un corpo finora gagliardo. Ma è certo, del resto, che il pretendente ha apprezzato in modo incomparabilmente più giusto che non il re borghese alcuni sintomi nuovi e significantissimi nel presente moto degli spiriti. Principalmente la importanza del quarto stato e della questione sociale. Il principe se ne fa zelatore con la frase ampollosa: l'idea napoleonica penetra nei tuguri non già a portarvi la dichiarazione dei diritti dell'uomo, ma a calmare la fame e a sollevare i dolori. Cerca, mercé un lavoro intenso, di capire la vita economica. Nei suoi saggi, però, si riscontra ben poca scienza economica: egli è tuttora compreso delle idee protettrici dello zio. Esalta con parole quasi ditirambiche la barbabietola e non degna di un motto i sacrifici, che il perfezionamento tecnico dell'industria dello zucchero di barbabietola ha imposto ai consumatori. Anche il suo disegno di curare dall'alto, per mezzo di un'organizzazione di lavoro, la miseria popolare, e di elevare la società dei poveri alla più ricca associazione della Francia, attesta la sua scarsa esperienza. Ciò non ostante, era non poco notevole, che il pretendente prendesse parte così viva alle sofferenze delle popolazioni; e ciò tanto più in un tempo, in cui fra tutta l'alta nobiltà europea solamente il principe Oscar di Svezia e il principe Alberto d'Inghilterra intendevano la profonda gravità di siffatte questioni. L'amico del quarto stato poteva con pieno diritto gridare alla corona del re borghese: «Voi siete condannati alla sterilità, perché avete intelligenza, ma non avete cuore!».
Frattanto la leggenda napoleonica aveva raggiunto il fastigio. Gli stessi uomini dell'estrema sinistra deliravano per Napoleone, e Luigi Blanc esclamava: «l'imperatore sarebbe stato un semidio senza la sua famiglia!». Le donne irrequiete dei napoleonidi ordivano incessantemente nuove congiure: i principi di Canino, i discendenti ferocemente radicali di Luciano, entrarono nelle società segrete italiane. La legge di espulsione dei Bonaparte offrì all'opposizione alla camera gradita materia a pompose esercitazioni oratorie. Il repubblicano Cremieux comparve come patrono degli esiliati, e Victor Hugo vantò: «Io ho difeso la causa dell'esilio, la causa della gloria!». Thiers e gli altri orleanisti scontenti mantenevano con la maggior franchezza i loro rapporti in Italia coi Bonaparte. I quali rappresentavano infaticabilmente la vecchia parte, mandavano in una lettera d'effetto gli ordini e le disposizioni dell'imperatore per la tomba nella chiesa degl'Invalidi, alimentavano con piccoli doni il buon animo delle città devote della Corsica. Quando nel 1840 si minacciò la guerra, Gerolamo si offrì di snudare per la Francia la sua nota spada valorosa, con la gradita espettativa, che nessuno avrebbe messo alla prova il suo eroismo. Finalmente il re concesse al vecchio Gerolamo il permesso di un soggiorno passeggiero. Vennero col vecchio l'infaticabile agente Pietri e il giovine principe Napoleone, il quale dall'esercito wurtemberghese portò in patria un fiero odio radicale contro la Germania mezzo gotica e reazionaria. Gl'invalidi andarono in visibilio, e il vecchio generale Petit si disfece in lagrime un giorno che il giovine, il quale rassomigliava allo zio in modo sorprendente, s'inginocchiò a pregare presso il sarcofago di marmo scuro. Subito Persigny nel segreto del carcere si diede da fare, perché il giovine Las Casas come deputato facesse già qualche cosa in pubblico pel ristabilimento dell'impero. I maneggi segreti di Walewski e del signor di Morny passarono affatto inosservati. Questo fratellastro di Luigi Bonaparte era riguardato alla corte semplicemente come un fanatico allevatore di cavalli; col fatto teneva in mano tutte le fila della cospirazione. Tutto ciò importava poco. Ma un pretendente accorto, che fondava sull'incosciente forza di volontà di Morny, aspettava la propria ora e volgeva a un fine costante l'ambizione della casa. E quest'uomo conosceva la Francia, conosceva i sentimenti cattolici e l'attaccamento ai ricordi militari della popolazione delle campagne, ed era risoluto a conquistarsi l'ubbidienza tacita della borghesia, e a prendere la difesa delle moltitudini e legarle alla propria casa coi benefizi del lavoro.