II.
Al giudizio storico sereno la politica estera di Napoleone compare di gran lunga più infelice, quantunque proprio quella costituisse per lui stesso il contenuto più importante della sua vita. Tutti i suoi ritrovati civili non gli servirono che di sgabello alla gloria militare. Il nipote non ci convince, quando contesta tale verità e, per combatterla, si richiama al noto fatto, che Napoleone non portava sciabola, e che in ogni occasione dava sempre la precedenza ai magistrati civili sui generali dell'esercito. Ebbene, Cromwell portava la sciabola del comando, e, fino alla morte, tenne le contee nemiche sotto il comando del suo generale maggiore. Ciò non ostante, il dittatore inglese è uno statista, un supremo magistrato civile appetto al soldato Bonaparte. Egli era un pacifico borghese salito ai fastigi del potere come capo di un partito, e portava la spada solamente per condurre il partito alla vittoria definitiva, per comporre le contese intestine, per fondere i tre regni in un unico potentato e affidare l'elevazione della propria patria alla forza direttiva del protestantismo. Nemmeno per un momento perde di vista la meta, che era quella di stabilire un governo pacifico e libero; salvo che, tra le turbolenze della sua breve signoria, non gli fu dato di raggiungerla. Non così Bonaparte. Soldato nelle midolle, tradisce lo spirito del reggimento anche durante il colpo di stato. «Ricordatevi», esclama minaccioso, «che io marcio accompagnato dal dio della vittoria e dal dio della fortuna». Nei suoi sogni passavano immagini abbaglianti di lotta e di vittoria; egli medesimo confessa, che lo schieramento dei reparti e dei reggimenti della sua armata gli procuravano un più profondo godimento, che non forse l'opera del poeta o del filosofo. Quando a Sant'Elena pendeva tra la vita e la morte, descriveva con eloquenza come nel mondo di là avrebbe ritrovato Annibale e Federico, Kléber e Desaix, coi quali avrebbe parlato del mestiere, notre métier: ed è morto con la parola armée sulle labbra. Egli non ha avuto il compito, finché visse, di domare provincie sediziose, come l'ebbe Cromwell, né, come questo, ha trovato un paese dal credito scosso, che bisognava ricondurre al posto dovutogli nel mondo. Fin dal 1801 avrebbe potuto mantenersi negli onori della pace, e mantenere lo stato ad un'altezza, non mai prima raggiunta, di potenza e di gloria. Solamente la sua volontà, il suo spirito di conquistatore lo trascinò di nuovo di vittoria in vittoria, il suo istinto soldatesco gl'ingiunse d'interrompere il corso dell'ordine civile coi tribunali militari, e di soffocare con guerre senza fine la libera vita economica appena sul germoglio. Perciò tenne fino all'ultimo l'esercito sotto il proprio entusiasmo, quando già da tempo la nazione si era straniata da lui. Perciò, quando tornò nei cento giorni, fitte schiere di sottufficiali congedati lo accolsero con acclamazioni frenetiche per le scale e le anticamere delle Tuileries: quell'esercito di lanzichenecchi era il popolo di Napoleone. Perciò nella poesia di tutti i popoli è celebrato in figura di un gran principe guerriero, come Attila e Gengischan, laddove il filosofo, l'uomo, il re Federico viene sovente glorificato dall'arte come l'eroe delle genti. I puri monarchi vivono nella memoria degli uomini come legislatori e fondatori di stati, perché ancora più grandi in pace che in guerra. Il poeta svevo glorifica l'aquila di Federico, che copre con le sue ali d'oro gli abbandonati, i senza patria. Il nome di Napoleone sonerà all'orecchio delle generazioni venture come il fischio echeggiante delle palle e il rimbombo del cannone.
La guerra fu economicamente e moralmente la forza animatrice del suo governo: economicamente, perché col modesto sviluppo del benessere interno il bottino dei paesi stranieri offriva l'aiuto indispensabile a sostenere la dispendiosa amministrazione burocratica; moralmente, perché egli sapeva, e il pretendente Luigi Bonaparte lo ha sovente confessato, che le aspirazioni di libertà si potevano stordire solamente con la pompa guerriera e la gloria. Era un dominatore troppo grande per concepire che un regno potesse sostenersi senza entusiasmo e passione. Ma il solo entusiasmo, che egli stesso sentiva e che solo tollerava nell'anima dei suoi schiavi, era il fanatismo per la sua propria grandezza e per la gloria delle armi francesi. Era cotesto il pathos del suo trono. Il mondo ora sa, e qui di nuovo la parola torna a proposito, che Napoleone si reggeva sulle passioni pericolose dei francesi. Non è a dire la corruttela che fomentava nella nazione il fragore di guerra dell'impero, e come penetrassero profondamente nella quiete dei focolari francesi la sopraffazione, lo spirito di avventura, la smania di avere e di dominare. Ogni moderazione, ogni pietà verso le istituzioni tradizionali doveva necessariamente inaridire dalle radici in una generazione, che aveva abbattuti tanti troni, disfatta la fortuna di tanti popoli, e aveva celebrate coteste vittorie con gioia frenetica, mentre fra i vincitori uno solo sapeva i guai che costavano.
Abbiamo riconosciuto come una delle cause essenziali dei mali interni dello stato lo scarso senso del diritto dei francesi. Altrettanto minor comprensione la nazione finora ha mostrato del diritto dei popoli stranieri. Quel po' di senso che ancora ne sopravviveva alle guerre di rapina di Luigi XIV e della Convenzione, andò sommerso nell'ebbrezza delle vittorie dell'impero. Sembra sovente, come se i nostri vicini sentissero in segreto la verità, che cotesto popolo privilegiato ha operato davvero genialmente, da creatore, quasi soltanto in guerra. In tale cieca voluttà della guerra tutti i partiti s'incontrano. Pei radicali è cosa stabilita, che la democrazia armata della Francia sia la sua costituzione naturale; pei legittimisti Chateaubriand assicura: la France est un soldat: in questo paese la libertà deve nascondere sotto l'elmo il suo berretto rosso. Lo stesso Lamartine, che è uno dei più inflessibili nemici del bonapartismo, pure racconta pateticamente, che alla rivoluzione della libertà è succeduta la controrivoluzione della gloria; e con compiacimento vediamo, che nell'opera sulla guerra, scritta dall'apostolo della pace Proudhon, spunta cento volte, attraverso i moniti pacifisti, l'entusiasmo per la phénoménalité de la guerre. La ragione e l'equità ammutiscono, perfino il contegno vien meno al popolo del bon ton, non appena gli guizza davanti agli occhi il fantasma della gloire. Tutta la Francia giubilò, quando Napoleone ammassò nelle sale del Louvre i tesori di arte delle nazioni, e nessuno mosse biasimo che egli, come un tempo il romano gli dèi dei vinti, avesse rapito per la Francia l'immagine della madonna di Loreto. Ma un grido d'indignazione corse il paese, quando gli alleati ridomandarono i tesori predati; e ancora oggi il catalogo ufficiale del Louvre racconta con morale disdegno, come vergognosamente i Prussiani nel 1815 saccheggiassero le collezioni imperiali. L'intenzione, che dopo la battaglia della Belle-Alliance ebbe il nostro Blücher, di far saltare il ponte di Jena, è biasimata senza eccezione da tutti gli storici tedeschi. Noi ringraziamo il cielo, che il tratto brutale non ebbe compimento, e che la gloria dell'eroe ci è rimasta pura di quella macchia. Ma il francese pensa della gloria ben altrimenti. Nel museo di Versailles è esposto il quadro di Vafflard sulla gloire de Rossbach. Quest'opera eterna il fatto, che sul campo di battaglia di Rossbach i soldati francesi ridussero in frantumi il monumento della vittoria; e il pubblico contempla soddisfatto l'eroica gesta della grande armata.
L'ardente ambizione guerresca di questo popolo era ringagliardita fin dal tempo antico da una particolare aberrazione della fantasia nazionale, che possiamo chiamare il romanismo dei francesi. Da lungo tempo il genio della nazione si è con decisa gelosia alienato dagli elementi germanici, ai quali pure la Francia va debitrice di una gran parte della sua grandezza. Sieyès espresse semplicemente un comune pregiudizio nazionale, quando dichiarò la guerra ai nobili alemanni, tiranni dei civili galli e romani: anche il freddo Guizot sa raccontare meraviglie dello esprit gaulois. Nella nazione regna tuttora fissa la credenza, che la Francia sia l'erede delle antiche tradizioni romane. Qui tocchiamo uno dei più delicati segreti della nazionalità. Noi germani non comprendiamo facilmente per quale magia demoniaca la grandezza dell'antica Roma agiti ancora oggidì il cuore dei popoli latini. Le gloriose memorie della storia romana, che per noi sono un oggetto di fredda indagine erudita, per quelli serbano tuttora la potenza di una viva realtà: circa un millennio e mezzo dopo la caduta dei Gracchi, il gran nome tribunus plebis ha potuto gittare in passionate agitazioni il popolo neolatino. La romanità presta anche ai francesi alcuni tratti caratteristici, che rispondono alla loro propria natura: la boria nazionale, l'ambizione militare, la rigida unità statale. La storia di Roma, sfigurata come è dalle scuole dei retori dell'antichità, esercita col suo pathos eroico un'azione di rapimento sopra un popolo, la cui fantasia è sempre stata più retorica che poetica. Gli astratti modelli di virtù degli annali romani si conformano compiacentemente allo stilizzato e coturnato incesso della scena francese. L'esempio luminoso della dominazione universale di Roma ha singolarmente sedotto la vanità dei francesi. Questo popolo non sa dimenticare, che un tempo, presso la Senna, Giuliano fu levato sugli scudi dalle sue legioni, e che da Parigi iniziò la conquista del mondo. L'univers sous ton règne! acclamavano al Re Sole i raffinati poeti cortigiani. La coscienza della corte e del popolo si è sempre scaldata allo splendore dei Cesari. La nazione non è stata mai così soddisfatta, come quando ha ritrovato il proprio orgoglio signoreggevole incarnato nella figura di un grande sovrano. Anche del primo re borbonico l'iscrizione del monumento al Ponte Nuovo dice: Henricus magnus, imperator Galliae. Un Voltaire, abbagliato dalla gloria cesarea di Luigi, striscia tutto in ammirazione nella polvere davanti al nemico mortale della libertà di fede degli ugonotti. Luigi Napoleone espresse l'anima della maggioranza della nazione quando una volta gridò a Lamartine: «Noi dobbiamo tutto a Roma, tutto, fino al nome».
Cotesto vano baloccarsi con le antiche reminiscenze ebbe un nuovo rigoglio durante la Rivoluzione, per ciò appunto, che gli eroi repubblicani dell'antichità furono prediletti e celebrati e scimmiottati: pudibondi eroi di virtù, incedenti sui trampoli, senza carne e senza sangue, quali Plutarco li ha descritti e Rousseau levati al cielo. In ogni club si ergeva un Catone, un Bruto, un Aristogitone in berretto rosso, e domandava che fosse pronunziato il videant consules, se mai la repubblica non fosse per incorrere nelle forche caudine. L'Anacreonte della ghigliottina spediva con sconci lazzi le sue vittime alla morte. Pindaro Lebrun cantava in ampollosi peani la gloria della repubblica. I bravi allobrogi danzavano in Savoia la carmagnola intorno all'albero della libertà, e la dominante repubblica prendeva sotto la sua protezione le repubbliche figlie di Batavia, di Partenope, della Cisalpina. Se il culto cesareo dell'antichità menò alla morte della libertà, noi nello sfatto catonismo dei giorni repubblicani possiamo riconoscere il sintomo della stessa vanità, dello stesso morbo politico. Allora come ora la nazione trattava con la fantasia le rigide bisogne della politica, crapulava in vuoti fantasmi di sogno, delirava per particolari personaggi, invece d'intendere a mente pacata le istituzioni date, e di perfezionarle. Proprio così: il catonismo della rivoluzione non può non apparire a un occhio sincero altrettanto falso e caricato, quanto il culto cesareo del tempo dei Borboni. Perché, se era inevitabile che andasse in iscena, poteva almeno scegliere una parte, che rispondesse al talento del mimo. Per contro, nel leggero sangue gallico non scorre una sola goccia di modestia e pietà romana, di stoicismo catonico. Soltanto nelle nature solitarie e affatto originali l'avversione alla facile maniera di amare e di vivere propria della nazione provoca uno stoicismo rude e tutto personale. Da tali Catoni, da un Carnot, da un Cavaignac, sono derivati quei giudizi, troppo spesso ripetuti, sull'incurabile corruttela dei francesi: giudizi, che per ciò son privi di ogni valore, perché nessuno è autorizzato a pretendere da un gran popolo, che muti di carattere come di un vestito; nessuno è in diritto di domandare a un uomo ardente e geniale, che conduca la vita di un santo stilita.
L'enfasi teatrale dei retori repubblicani era del tutto ipocrita e innaturale. A confronto con quella, il rinnovamento dell'antico culto cesareo, che riprese i suoi diritti sotto Napoleone, sembra un ritorno alla natura. Anche in questo caso verifichiamo con orrore, quale fosse la sicurezza diabolica con cui l'imperatore conosceva le debolezze del suo popolo. Espresse egli il principio, che nell'azione e nella parola bisogna sempre operare sulla fantasia degli uomini; e il discepolo di Talma seppe stupendamente occupare con pomposi spettacoli la fantasia della nazione. Né si vergognò di rappresentare anche esso la sua parte nella mascherata politica: già imperatore, rivestì il tarlato uniforme di console per passare la rivista sul campo di Marengo; al campo di maggio andò in tricot e mantello antico. Perfino quando cadde dal trono, egli da attore consumato si aggiustò ancora una volta la toga in pieghe pittoresche: «come Temistocle», scrisse al principe reggente, «cerco asilo al focolare del popolo inglese». Commediante, commediante! borbottò papa Pio, quando l'imperatore lo lasciò, dopo una scena retorica di forza. I caricaturisti inglesi del tempo, con occhio sicuro, penetrante nel punto debole dell'avversario, rappresentano il piccolo Bony come uno smargiasso da teatro. Il linguaggio fanfarone dei suoi bollettini e dei suoi proclami, modellato per metà sul largo pathos degli eroi ossianici, e per l'altra metà sulle reminiscenze dell'enfiatura dei discorsi della Convenzione, sembrava creato apposta pel più vano dei popoli. Sapeva con tocco e tatto da maestro cavar fuori dalla storia romana e ridare la vita precisamente alle immagini, che parlavano al cuore della «democrazia armata» della nuova Francia. Distribuì ai suoi reggimenti quelle aquile, che il condottiero democratico Mario aveva date alle legioni romane, e che il monarca democratico Cesare aveva portate attraverso l'orbe. La nazione si conformava con sciagurato ardore all'immoralità della Roma imperiale. Il senato di Tiberio non disse nulla più servile della parola di quel Daru, che gridò ai tedeschi: «la volontà dell'imperatore è irrevocabile come il fato», o di quei consiglieri di stato, che dichiararono al dominatore: «Voi sarete apprezzato degnamente dagli avvenire; state troppo in alto, per essere compreso dai contemporanei». La nazione in principio era realmente entusiasmata: i suoi più cari sogni, essa li vedeva effettuati; ché, dopo le splendide campagne dell'imperatore, specialmente dopo la battaglia di Austerlitz, i Galli sembravano davvero gli eredi dei Cesari romani.
Le guerre di Napoleone, del pari che le spedizioni dei Cesari, non erano guerre puramente di conquista. Difficilmente capita ai tedeschi di parlare con imparzialità di questa parte della storia francese; giacché non sanno dimenticare, che la Francia arrivò all'altezza dell'egemonia del continente appunto camminando sul dorso della nostra patria. Ma un giudizio sereno converrà, che in fondo i nostri vicini non erano mossi esclusivamente dagl'ignobili motivi della pretensiosa cupidigia d'impero. Per questa nazione il far propaganda è un bisogno. Essa vuole avocare a sé e accentrare tutte le idee dell'Europa, e pensa che il mondo si creda in debito di accettare da lei con gratitudine tutti i pensieri, tutti i capricci che le balenano nella mente, «Se la Francia è contenta, tutto il mondo è tranquillo»: con queste parole Napoleone III nel suo famoso discorso della pace a Bordeaux toccò un tasto, il cui suono non ripugna a nessun orecchio francese. E mai quest'orgoglio, questo istinto di propaganda ingrossò così potentemente come allora, quando la Francia la fece finita col feudalismo più che qualsiasi altro popolo, e, conformemente al carattere schematico, antistorico della sua cultura moderna, si sentì chiamata a spandere sul mondo i benefizi della civiltà. La vanità dei francesi attribuì la caduta violenta del vecchio mondo non già alla circostanza, che presso di loro l'antico sistema era più fracido che non fosse mai stato altrove, ma alla forza geniale e all'ardimento dello esprit gaulois. È noto, quale strumento incomparabile la propaganda rivoluzionaria abbia trovato in Napoleone, e con quale abilità magistrale egli abbia stimolato all'estero l'opera della Rivoluzione, spinta con lo stesso vigore con cui l'aveva riconosciuta in patria. Nella politica estera come nell'interna deve una parte della propria grandezza alla nullità e cecità dei suoi avversari. Egli, capo di un assolutismo moderno riorganato, combatteva, infervorato della sua propria grandezza e con la forza del genio, contro nemici, che seguivano una politica di gabinetto non meno egoistica della sua, ma codarda e discorde, senza l'entusiasmo dell'eroe, senza genio, e aggravata da tutte le iatture dell'antica ingiustizia feudale.
Così egli è stato effettivamente, come lo dichiarano tutti i francesi e lo stesso Proudhon, la spada della moderna idea, meno per quello che ha creato, che per quello che ha distrutto. Un mondo di simulacri di stati, sparpagliati, abbandonati dalla fede, dall'amore dei popoli, circondava le frontiere della Francia e rovinò sotto il rigido artiglio del conquistatore: l'Europa per guarire aveva bisogno del despota. Forse questa missione di Napoleone come precursore dei nuovi tempi si manifesta nel modo più magnifico nel paese, dove tutta immutabile la tradizione gli si rovesciò contro immediatamente: nella Spagna. Qui il domatore della rivoluzione dové dire in verità: «io sono la Rivoluzione, io!». Dove il suo braccio arriva, nascono le nuove constitutions régulières, come egli con espressione caratteristica scrive una volta a suo fratello Gerolamo. Egli riconosce gli organismi statali solamente dove gli ultimi rottami del feudalismo sono caduti. È stata un'età portentosa quella che sulle sue spalle alzò l'eroe; e se l'immagine dell'imperatore nella sua situazione storica si mostra pure così demoniaca, anche in questo è però la ragione, per cui l'istinto infallibile della posterità, che i panegirici non ingannano, gli ha rifiutato il nome di Grande. La giustizia della storia garantisce cotesto onore solo a quegli eroi, che con la loro grandezza personale sollevano in alto un'epoca meschina, un popolo rozzo; non lo accorda ai fortunati, che furono portati essi medesimi da un'epoca opulenta.
Gli alleati del conquistatore livellatore sono gl'impulsi ideali del secolo ampiamente diffusi. Nelle grandi classi popolari, come, per esempio, nella folla della media cultura e nella burocrazia, la quale coscientemente o incoscientemente accede dovunque allo spirito del bonapartismo, il desiderio dell'eguaglianza costituisce la più potente di tutte le tendenze politiche. Il dominio napoleonico, avendo reso instabili le frontiere di tutte le nazioni e dati all'onda tutti i rapporti politici, ha esteso assai lontano di là dalla Francia la credenza fatale, predominante ormai nella cultura media degli uomini di oggi, che noi viviamo in una età affatto nuova, in completa rottura con la storia. Nei discorsi dell'imperatore risuona assai spesso l'eco di una superba gioia pel tramonto dei poteri legittimi. Egli raccoglie con cura le lettere sottomesse, che gl'inviano gli ansiosi principi di Europa, e si pasce dello spettacolo delle maestà striscianti nella polvere. Quando, contro l'antichissima norma prudenziale dei conquistatori, copre d'ingiurie i principi e i ministri delle corti straniere, allora non parla in lui solamente l'uomo passionato, il soldato rude, ma anche il plebeo. Dalla più parte dei gabinetti non era riguardato altrimenti che come il rivoluzionario sul trono. Persino uno Stadion ha nutrito per lui l'odio del patriota e del gentiluomo. Lo czar Alessandro, al quale proprio Stein aveva inculcato l'alto sentimento della lotta per la libertà, ricadde già durante la guerra nelle antiche idee di corte e salutò Gentz come il cavaliere del legittimismo, che con la più fiera ostinatezza aveva combattuto l'idra della rivoluzione. Le colpe delle potenze legittime dopo la caduta di Napoleone ebbero sul continente lo stesso effetto, che ebbe in Francia la cecità dei Borboni. Ai popoli Napoleone parve di nuovo un eroe della libertà.
Per altro bisogna dire, che la politica estera di Napoleone rispose alle potenti passioni e tradizioni dei francesi e spianò la via ai nuovi tempi. Ma anche qui si scopre la situazione bifronte, non facilmente discernibile, del bonapartismo, il quale di rado dice una bugia che non contenga un granello di verità, e anche più di rado una verità non commista a una forte lega di bugia. Chi guarda più addentro, scopre subito tratti caratteristici non francesi nella politica europea dell'imperatore, e si accorge che questa s'impigliò con folle accecamento tra le razze del carro del secolo trascorrente per la sua via naturale. Per gl'imparziali quest'ultima rimane l'impressione prevalente.
Sul trono di Francia Napoleone era uno straniero. Tutti i palliamenti e i travisamenti degli storici compiacenti non tolgono via il fatto, che la madre di Bonaparte gliene voleva, che a Pontenuovo la libertà della Corsica fosse soccombuta alle armi francesi. Chi vede per la prima volta uno di quei rilievi che rappresentano l'imperatore in costume romano, ha bisogno di alquanto discernimento per accorgersi, che lì effettivamente non sia affatto configurato un romano. Si considerino i lineamenti classici di cotesta testa di Augusto, quanto poco ha di comune coi piccoli crani celti; si consideri soprattutto lo sguardo fermo di cotesto occhio potente, in cui non è proprio nulla di quel lume instabile che tremola negli occhi dei francesi. L'imperatore non ha posseduto né apprezzato lo esprit della bella Francia; la forza e la profondità della sua passione sono schiettamente italiane; tutto quanto il suo essere e il suo sentire sembra ai francesi troppo entier, d'un pezzo. Orgogliosi, molti italiani salutarono il compatriota come un imperatore romano, che le legioni galliche avevano levato sugli scudi. Molti patrioti côrsi dell'antica scuola videro nel domatore della Francia il vendicatore dell'isola natia. Egli stesso in altri tempi e per quel tanto tempo che era capace di serbarsi a un solo amore, aveva scritto lettere ardenti a Pasquale Paoli ed elaborato una costituzione della Corsica con folli disegni per liberare la patria dai francesi, i quali, «sputati» sulle sue sponde, vi avevano distrutto insieme con la libertà la semplicità dei costumi. Ma come si destò in lui la coscienza della sua forza, si rise della patria e delle sue piccole bisogne. Il côrso fu un eroe della Francia solamente perché la Rivoluzione apriva un libero campo di azione alla sua potenza prodigiosa. In altre circostanze egli si sarebbe servito indifferentemente di qualunque altro paese come sgabello della propria grandezza; tanto è vero, che durante gli anni dell'ambizione ancora insoddisfatta vagheggiava l'idea di mettersi al servizio della Russia o della Turchia. Ma la corona della suprema gloria di sovrano è dovuta soltanto agli eroi nazionali, nella cui immagine un intero popolo celebra e ritrova magnificamente la propria esistenza. Tra quelli sarebbe stato da annoverare Napoleone, se avesse dominato il mondo con forze italiane; perché in lui s'incarnò un antico sogno dell'anelante aspirazione dell'Italia: il «Principe» di Machiavelli. Come imperatore dei francesi egli non è altro, che il più grande dei venturieri senza patria della storia. I francesi hanno acclamato le sue vittorie e lo hanno adorato come un dio; eppure egli non incontrò mai quella simpatia profondamente cordiale, che in altri tempi salutava ogni facezia e ogni galanteria, ogni atto di mala creanza e ogni atto magnanimo di Enrico IV. Né sui sentimenti intimi dell'imperatore deve illuderci l'assicurazione patetica, che a Sant'Elena ebbe sulla bocca: «io ho molto amato il popolo francese». S'intende bene, che abbia apprezzato l'ardente ambizione guerresca della nazione come un prezioso strumento dei propri disegni; ma ne giudicò le magagne con la fredda penetrazione di uno straniero, e la sua politica europea venne presto a provare, che un senza patria governava la Francia.
Già da secoli gl'interessi e le tradizioni del paese assegnavano limiti ben determinati alla politica avida, smaniosa di conquiste, della corona. Ma in verità l'ambizione cesarea di Luigi XIV non mirava al completo dominio mondiale. Con la conquista, egli si proponeva di mutare il proprio reame in una fortezza inespugnabile, signoreggiare con una dinastia da lui dipendente la Spagna, in modo che non vi fossero più Pirenei, sostituire in Italia all'influenza dell'Austria e della Spagna la propria, e fare del Mediterraneo un lago francese. Se in tal modo i popoli della razza latina si fossero raccolti sotto l'egemonia francese, noialtri saremmo stati tenuti in iscacco dalla forza riunita delle nazioni latine, i piccoli stati tedeschi subordinati alla benevola protezione della corona francese, spezzato il dominio marittimo dell'Inghilterra. Questi disegni hanno sostanzialmente fissata la politica francese nella storia moderna, e sono in ogni tempo riapparsi, sostenuti dal plauso della nazione. Essi minacciano nel modo più grave la libertà del mondo, perché lo scopo a cui tendono non è irraggiungibile, se i popoli germanici non si tengono di continuo sull'attenti. Con ciò la Francia non sarebbe la dominatrice immediata del continente, ma la «corte esorbitante», la potenza preponderante sulla terraferma. Molti atti della politica napoleonica e, il che è abbastanza significativo, i più popolari in Francia, si sono mostrati fedeli a coteste vecchie tradizioni: tale l'ostinata lotta per la così detta libertà dei mari, tale la vendita della Luigiana al Nord-America, un colpo da maestro dell'imperatore, tale anche la costituzione della confederazione renana. Nella sua celebre lettera al principe primate Dalberg dell'11 settembre 1806, Napoleone definisce l'accettazione della dignità di patronato sulla confederazione del Reno un atto di politica conservatrice, il riconoscimento giuridico di una situazione di fatto esistente da secoli. Noi tedeschi non possiamo leggere senza amarezza questa mezza verità, schiettamente bonapartistica. È impossibile, purtroppo, smentirla come una bugia intera; giacché in realtà la confederazione del Reno non era che il compimento di quella vergognosa dipendenza, che i signori spirituali e temporali dei nostri paesi del Reno, i Wittelsbach, i Fürstenberg, i Galen, avevano stabilita già da gran tempo.
Ma la politica estera di Napoleone non si attenne a cotesti principii tradizionali; in grande e nell'insieme essa è un abbandono arbitrario dell'antica e sperimentata politica nazionale. Quando ogni esercito dell'Europa andò in frantumi ai colpi del conquistatore e il mondo parve stendersi davanti a lui come una sconfinata e nuda pianura in attesa dell'edificatore, la Francia gli era indifferente come forse qualunque altro popolo. L'impero dell'occidente, a cui egli sognava, poteva sostenersi soltanto mercé sacrifizi di ricchezze e di sangue, pei quali la potenzialità della Francia non era abbastanza adulta. Persino le provincie bellicose del nord e dell'ovest finirono col maledire l'avidità di conquista del dominatore. Bisognò trascinare incatenati i coscritti ai reggimenti e, sull'esempio delle dragonate di Luigi XIV, indire gli alloggiamenti nelle case dei genitori degli ascritti alla leva disertori. Il popolo oppresso dal peso dei balzelli salutò gli alleati al grido: à bas les droits réunis! La nazione distrusse con radicale durezza la vita peculiare delle sue provincie; e la comprensione delle nazionalità straniere le è sempre mancata del tutto. Ma quando la voglia di conquista dell'imperatore vagò fino all'Adriatico e al Baltico, anche lì, in mezzo a quel popolo spregiatore della storia, principiò a farsi udire forte il quesito, se il dipartimento delle Foci dell'Elba si sarebbe annesso all'impero con la stessa condiscendenza, con cui la Provenza aveva tollerato di sommergersi, trasformata in dipartimento delle Bocche del Rodano, nella piatta unità del regime francese. Sì; chiunque guardava un po' lontano riconobbe, che alla fine il nuovo impero di Carlomagno avrebbe infallibilmente annientato la nazionalità francese. L'imperatore volentieri si vantava, che la Francia sarebbe una nazione-sole circondata da nazioni-satelliti, e dichiarò ai vassalli, che i loro stati esistevano solo mercé la Francia e per la Francia. Singolare accecamento! La peculiare civiltà della Francia, come quella di ogni altro paese, era destinata a sparire in una nuova civiltà mondiale dell'occidente, non appena il grande sistema federativo sarebbe stato un fatto compiuto, e a Parigi sarebbe sorta l'Accademia europea pour animer, diriger, coordiner les institutions savantes de l'Europe; quando vi sarebbe fiorita quella letteratura mondiale, che Napoleone raccomandava al nostro grande poeta, e sulla Senna una Corte di Cassazione europea avrebbe spianato le contese del continente.
Il disegno dell'impero mondiale napoleonico era tutt'altro che francese, e ciò che Napoleone intendeva per Europa, lo proclamerà fino ai tempi lontani la potente rampogna del poeta tedesco. Enrico von Kleist gridò al difensore di Saragozza, che aveva
fermato la rabbia del torrente che, putrido come la peste, scatenato come l'inferno, ha schiantato l'edifizio di sei millenni augusti.
Il prigioniero di Sant'Elena si compiaceva di affermare, che l'idea della Santa Alleanza era stata rubata a lui; che egli appunto si era proposto di fondare una santa alleanza dei popoli, una pacificazione del continente in tal conformità, che per l'avvenire non fossero possibili in Europa se non guerre civili. Col fatto, l'impero mondiale di Napoleone avrebbe essiccato irreparabilmente i frutti squisiti della storia moderna, quella ricca varietà di forme nazionali, in cui risiede la superiorità della civiltà europea. Era una menzogna ciò che il detronizzato asseriva, che, cioè, egli con un Fox si sarebbe inteso: nessun britanno, che fosse un vero britanno, avrebbe potuto ammettere la durata di cotesto impero mondiale. Se il secolo decimonono si gloria, che mai prima del suo avvento l'infinito diritto della vita nazionale nello stato e nella chiesa è stato compreso con più chiara coscienza, tanto più le guerre napoleoniche ci appaiono non altrimenti, che come l'ultima gigantesca esplosione di quella politica di gabinetto del secolo decimottavo, la quale, sprezzando ogni diritto e ogni nazionalità, trattava i popoli come pedine, secondo l'umore dei regnanti. Ben a ragione i popoli ravvisarono subito nell'imperatore non altro ché il despota, il reazionario, che criminosamente si maneggiava per impastoiare il libero sviluppo di ogni vita nazionale. Egli stesso, l'imperatore, si compiacque di questa parte durante la sua ultima lotta disperata: nel 1813 rivide in sé stesso il domatore della rivoluzione, chiamato a cacciare gl'ideologi della Germania del pari e della Spagna. Perseguitò con odio personale ogni moto popolare. Furono innumerevoli i liberali tedeschi e spagnuoli che incatenò al remo come briganti. Ed è tanto comprensibile, che nelle singole corti gli organi dell'assolutismo aderissero a Napoleone, quanto è naturale, che aderisse a lui la burocrazia degli stati della Confederazione del Reno, e perfino alla corte di Berlino il partito del conte Voss.
Il tramonto dell'imperatore fu la conseguenza della lega tra le potenze legittime, che odiavano il borghese portato su dalla Rivoluzione, e i popoli, che dalla caduta del despota si ripromettevano la libertà. Ma in questa guerra la forza motrice fu l'elemento popolare. Il vanto della vittoria appartiene a quegli uomini, che secondo il consiglio di Stein combatterono la Rivoluzione con le sue stesse armi, cioè scatenarono l'istinto di libertà di tutte le energie economiche e morali dei popoli. Subito dopo la vittoria, riprese il sopravvento quella grettezza di spirito, la quale con Gentz badava sopra tutto a che la guerra di liberazione non diventasse guerra di libertà. Ogni difesa deve tacere davanti all'odio enorme, che spinse milioni di uomini sotto le bandiere contro l'imperatore. L'italiano lo chiama «d'ogni Dio sprezzatore»; e chi annovera le mille e mille maledizioni dei migliori tedeschi contro il dilapidatore della fortuna dei popoli, il castigo di Dio dei tempi moderni? Cotesto stato d'animo dei popoli rimase immutato quando Napoleone tornò dall'Elba ed era già salutato come liberatore da una parte dei francesi. Certo, la proscrizione dell'imperatore, decretata nel congresso di Vienna, cotesta decisione cannibalesca, come la chiamano i napoleonidi, era una stridente offesa al diritto delle genti; ma chi la ideò era tutt'altro che un perverso; fu Stein, né vi fu un solo tra i nostri patrioti, che ne prendesse scandalo. Durante la guerra del 1815 l'astio legittimista contro il giacobinismo militare era generalmente considerato come l'idea direttiva delle corti, anche più che non fosse due anni innanzi; ciò non ostante, anche quella campagna fu combattuta dai soldati prussiani con l'entusiasmo ardente di una guerra di popolo.
Quanto ai benefizi, che Napoleone diceva a Sant'Elena di avere avuto in mente a pro dei popoli ingrati, parole che suo nipote oggi pateticamente ripete, per noi tedeschi ogni discussione seria è chiusa. A Versailles fa bella mostra un quadro: «l'imperatore beneficante la Prussia orientale». V'incontriamo i nostri compatrioti della vecchia Prussia in figure sommamente sospette. Un popolo boreale di barbari in pesanti pellicce, con tanto di barbe, il cui tipo etnologico è dubbio, ma è indubbia la prossimità del polo. Tra la folla di cotesta race inférìeure si avanza con maestoso passo da palcoscenico, e con un cenno altamente tragico del braccio, l'imperatore, e dietro a lui il seguito riccamente e ornamentalmente incivilito. Un gentiluomo della Prussia occidentale, che si era fermato con me davanti al faceto dipinto, disse ridendo: «Bisognerebbe condurre i bonapartisti davanti a questo quadro. Allori forse capirebbero il perché i nostri padri erano abbastanza rozzi per ricambiare i benefizi dei neolatini col calcio dei loro fucili». Vediamo con tristezza, che un uomo della levatura di Napoleone III si compiace di un'estimazione così grossolana ed esteriore della grandezza storica, e colloca giù, molto al disotto dello zio, un Cromwell, un Federico. Certo, il genio di Federico ha conquistato al proprio regno non più che due provincie, e la sua attività pacifica fu circoscritta nel breve àmbito di una grande potenza in formazione. Eppure, sui pilastri piantati da Federico le generazioni successive hanno eretto pietra sopra pietra; e l'edifizio, che egli iniziò, un giorno garantirà con le sue solide torri l'intera Germania. L'opera di Napoleone si sfasciò fragorosamente sotto le mani del costruttore, non certo per tradimento o capriccio della fortuna; andò in malora per la sua stessa irragionevolezza, come un peccato originale contro lo spirito della storia. Il dominatore salì rapido sul firmamento delle costellazioni politiche, come un pianeta che col vivo splendore oscura intorno le stelle; ma solo per poche notti, poi il mite lume degli astri che seguono in pace la propria via riprese il suo diritto.
Napoleone dissipò le sue migliori energie in intraprese impossibili. È così: noi con stupore verifichiamo, che la sua grande politica ubbidiva soltanto all'impressione del momento, alla passione, all'impulso sempre e d'un colpo rinascente del genio. Volentieri si vantava: «il mio padrone non ha cuore: questo padrone è la natura delle cose». No: cotesto padrone era l'arbitrio. Noi cerchiamo invano nella sua azione un disegno determinato, mantenuto rigidamente attraverso tutti i casi e le vicende, come, per esempio, l'idea dell'ellenizzazione dell'oriente, che fin dal principio splendé promettitrice nell'animo di Alessandro, o come il pensiero di uno stato tedesco autonomo del settentrione, al quale Federico consacrò la vita. Egli inizia il proprio dominio col sentimento intimo di una prodigiosa potenzialità, e, come davanti a lui s'inabissano pietosamente i governi marci degli antichi stati, corre avanti senza posa di trionfo in trionfo, meditando disegni sempre nuovi e sempre smisurati. Nella sua anima lavora l'elaterio al meraviglioso, all'inaudito, all'immenso. Presto, più presto che non si dica comunemente, già fin dai giorni del Consolato, nella sua mente è fisso il pensiero di essere chiamato a dominare il mondo. Nessun successo, per quanto splendido, basta alla folle ambizione. «I popoli oggi sono illuminati, non c'è più nulla di grande da fare», disse malinconicamente il giorno dell'incoronazione. «Alessandro poté chiamarsi figlio di Giove Ammone, e tutto l'Oriente gli credé: qualunque pescivendola mi riderebbe sul viso, se volessi spacciarmi per figlio del Padre Eterno!». Un mortale di rado è con tanta energia vissuto dell'idea, che il vivere sulla bocca dei posteri sia la meta più alta dell'azione su questa terra; e appunto questa idea, che fu il supremo principio morale del mondo antico, designa anch'essa l'imperatore come figlio genuino dell'antico popolo italiano. Non mai un uomo fu con tanta sicurezza compenetrato interamente della coscienza della grandezza del proprio tempo. «Io non voglio vedere questa nuvolaglia di nani, perché le parti collaterali agli avvenimenti del presente bisogna cercarle nella storia e non già nelle gazzette dell'ultimo secolo. Ora è venuto il tempo di grandi mutamenti»: così scrisse allo czar nel 1808, dopo l'Egitto e Marengo, dopo Austerlitz e Jena.
Il suo spirito ricorda la natura dei tropici. Come questa con inesausta potenza produttiva matura ogni giorno alla luce nuove e meravigliose forme gigantesche per poi annientarle d'un colpo sotto mostruosi uragani e terremoti, così egli, potente nel creare, era più terribile ancora nella distruzione di quanto aveva allora creato. «Tutti quanti devono stare sull'attenti, al loro posto; solo io so ciò che devo fare», scrisse una volta. E senza dubbio possedé in sommo grado il dono di elaborare indefessamente un'idea fino alla fine, la tenacità e la perseveranza, che inculcava ai suoi ministri continuamente, come le prime virtù dell'uomo di stato. Seppe mirare al suo scopo, secondo i singoli casi, con freddo calcolo, con astuzia impenetrabile o, se era necessario, con la pazienza dell'agguato, senza farsi mai da circostanze accessorie sviare dal nocciolo della questione. Poteva, per quanto la fantasia gli errasse in distanze incommensurabili, vivere pure con la precisione di un povero computista per la pratica del momento, come se non ci fosse mai un domani. Ciò non ostante, nessuno è autorizzato a dire a vanto di Napoleone, che l'opera della sua vita sia stata sistematica. Piuttosto, come il suo sistema era intimamente tanto pesante e oppressivo, perché di continuo le eccezioni turbavano la regola, così la sua politica estera riusciva intollerabile al mondo principalmente per ciò, che ogni sorgere di sole poteva portare il rovesciamento dell'ordine costituito. Cotesto angoscioso sospetto dell'imprevedibile condusse nell'ora più critica la Porta a conchiudere con la Russia la fatale pace di Bucarest; perché chi garantiva, che il sultano della Francia non sarebbe per allungare il suo braccio anche sul Bosforo? Quale lunga filza di stati efimeri, tutti cotesti regni di Berg, di Etruria, di Westfalia, prima messi su, e poi subito soffiati, o rimaneggiati nei confini! Tutta quanta la sua politica non è che una vicissitudine, come la sabbia sulle dune. L'imperatore lusinga contemporaneamente le corone di Prussia e di Svezia con la Pomerania, quelle d'Inghilterra e di Prussia con lo Hannover. Oggi pensa di mediatizzare il Nassau, domani offre a quella Casa la presidenza della dieta dei principi della Confederazione del Reno. Nel 1805 dichiara solennemente, che l'impero non estenderà oltre le sue frontiere; e la parola è appena pronunziata, che Genova viene annessa. Nello stesso anno promette, che per l'avvenire la corona d'Italia rimarrebbe separata da quella di Francia; due anni dopo rimangia la promessa. A Tilsit scrive allo czar, e allora senza dubbio con tutta serietà, che il suo dominio diretto non avrebbe mai oltrepassato l'Elba: tre anni dopo l'annessione di Amburgo «è offerta dalle circostanze». Dopo abbassati i re legittimi, spoglia i propri fratelli. Le discolpe di una tale sregolata cupidigia di regni suonano sempre impudenti, grossolane, frivole: l'Olanda è un'alluvione dei fiumi francesi, l'Italia è il fianco, la Spagna l'appendice della Francia. Ogni vittoria innalza cotesta bollente fantasia a più arditi voli, inebbria l'insaziabile con sogni sempre più bramosi. Durante l'insurrezione di Spagna, se la cavò così: «io posso trovare in Ispagna le colonne d'Ercole, non già i limiti della mia potenza»; e quando l'intera penisola era irta di armi, un divampo terribile dello spirito nazionale minacciava di annientare i francesi, e perciò tutte le ragioni immaginabili della politica e della strategia consigliavano all'imperatore di rovesciare le sue forze riunite sulla Spagna, proprio allora l'irrequieto principiò le beghe con la Russia. E non appena accenna in Russia al primo successo, egli già medita di trasportare sul Volga la propria base di operazione, e d'un balzo prodigioso precipitarsi sull'India inglese. Quando infine, come un povero fuggitivo, prese fondo a Fréjus, egli disse al fido Augereau: «l'Asia ha bisogno di un uomo!».
Anche nelle imprese di grandezza degna di un vero uomo di stato, è sorpreso da disegni fantastici, oppure guasta egli stesso l'idea geniale con la veemenza della sua passione. La spedizione di Egitto fu indiscutibilmente ispirata da un'idea degna del più grande uomo di stato, fu schiettamente francese, conforme allo spirito dei tempi più felici della politica borbonica. Eppure, durante la stessa traversata si arrischia alla presa di Malta, una conquista a vantaggio dell'Inghilterra, e non appena le schiere dei Mammalucchi vanno dispersi davanti ai suoi battaglioni, il vincitore ritorna alle sue mappe con gli occhi ardenti, e già cova il disegno di rinnovare l'impero romano di oriente. Un istinto infallibile lo spinge a fermare la pace con Roma; ma a furia di burbanza e di durezza caccia invece la Curia nelle braccia dei suoi nemici. Il trattato di Tilsit, opera di sottilissima conoscenza degli uomini e di lucido calcolo, genera sull'istante propositi fantastici: l'imperatore pensa di conquistare insieme con lo czar Costantinopoli e spingersi avanti in Asia: sproposito colossale, che non sarebbe dovuto venir mai in mente a un sovrano francese! Parimente, la guerra doganale all'Inghilterra è fondata sopra una potente idea economica, e noi ci spieghiamo il perché i protezionisti convinti esaltano il duca di Gaeta come il List francese. Ma subito, l'odio contro l'Inghilterra spinge oltre ogni misura l'imperatore, fino all'annessione dell'Olanda, fino a uno strozzamento del commercio che significa disprezzo delle leggi economiche del mondo moderno; e il suo arbitrio dispotico manda l'opera a rotoli. Egli chiude le barriere della Francia alle industrie degli stati vassalli, mentre questi avrebbero dovuto accettare l'importazione francese: incongruenza, per cui evidentemente la grande politica commerciale europea è spacciata. La sovrana e fredda chiarezza nell'esecuzione del fatto particolare viene in tal modo soffocata da una passione tanto precipitosa, dall'orgia dei disegni cangianti. La sua audacia e il suo orgoglio o, come egli stesso si esprime, la sua magnanimità, gli comanda di respingere tutte le proposte vantaggiose di pace. Perfino sul campo di Lipsia sbraciava che avrebbe arso Monaco e serbato l'impero, che tra le buone città annoverava Amsterdam, Roma e Amburgo.