III.

Principiamo a dubitare se a cotesto genio, che non conobbe misura in nulla, spetti un posto tra le vere grandezze storiche; e i nostri dubbi crescono, quando il volto dell'eroe lo penetriamo più acutamente negli occhi. La povertà del linguaggio, già da un pezzo avvertita dolorosamente dai più profondi spiriti, soccorre poco o nulla al disegno dei ritratti morali. Nelle nature moderne si mescolano contraddittoriamente mille tratti sottili, e il nostro occhio, che da tempo si è assuefatto a seguire con sensibilità raffinata coteste delicate sfumature del colore delle anime, cerca indarno le parole rispondenti alla profondità nostalgica dell'osservazione psicologica. Non suona risibile il dire, che il più grande uomo del secolo, in fondo, era senz'anima? Eppure cotesto assurdo bisogna esprimerlo. Quell'elevato intelletto, la cui potenza e penetrazione e sicurezza sopravanzavano di tanto la misura dell'umano, non ha mai condotto lo sguardo nell'intimità misteriosa dell'esistenza, non ha mai sospettato, che l'essenza dell'uomo sia ben altro che una macchina ben ordinata, che un popolo anche sotto una rigida amministrazione e con finanze irreprensibili e soldati agguerriti possa sentirsi infelice fino alla disperazione. Tutto ciò che è più nobilmente personale nella vita degli uomini e dei popoli, il mondo dell'ideale, gli rimase incomprensibile. Il vasto mondo discerneva le ragioni della sua caduta, egli solo non le capiva; perché, come mai il senza patria avrebbe capito, che ai popoli anche l'inciviltà patria è più cara della civiltà straniera? Ponderiamo bene questo fatto, e ravviseremo la terribile verità nel folle detto di Blücher: «lasciatelo fare, egli in fondo è un minchione».

La fertilità della fantasia del côrso sopravanza i più temerari sogni poetici. I suoi piani di guerra sono giganteschi. Quale disegno, quello che meditò nel campo di Boulogne! La sua flotta doveva attirare nelle Indie quella inglese, poi ritornare, sterminarla nella Manica e aprire la traversata all'imperatore! e, subito dopo, la corsa gloriosa dalla Manica al Danubio! Eppure quest'uomo, non ostante la sua fantasia inesauribile, non è che una natura prosaica. Dell'orgia di cose belle, in cui ha lussuriato il secolo decimottavo, assai di rado ne è filtrato un raggio in quel cuore: appena per poco lo hanno occupato i dolori di Werther o Ossian. Nella lunga serie delle lettere si cerca invano un luogo, che palesi un diletto disinteressato, umano, dell'arte e della scienza. Affermi pure egli stesso di tanto in tanto, che qualche amico leale della verità c'è, ed è da cercarsi forse proprio tra gl'ipocriti, ai quali si dà il nome di persone colte: nulladimeno, non crede alla nobiltà dell'anima umana. Tutti i pensieri ideali sono per lui «romanzi», abbastanza opportuni pei proclami e i discorsi a stampa. Perciò in lui, come in tutte le nature scettiche, non esiste sviluppo: il suo procedere nella lotta della vita è duro e feroce, e in sostanza non corre differenza alcuna tra l'alunno del collegio militare e l'imperatore. Si ascolti ciò che diceva dei francesi il giovinotto di ventitré anni: «sono un popolo invecchiato, senza connessione intima; ognuno pensa solo a sé; vivere alla propria famiglia con 5000 lire di rendita, ecco la suprema saggezza». Si legga ciò che della condotta sempre più dispotica del giovine eroe racconta Lemercier, commensale quotidiano di Giuseppina alla Malmaison, e si raffronti coi discorsi sprezzanti del dominatore del mondo sulla «canaglia». Quale desolante uniformità in cotesta personalità così grande!

Quale incanto, all'opposto, seguire le aspre lotte spirituali che educarono all'eroismo il pio padre di famiglia Cromwell, la dolce e bella anima di Federico! Il giudizio degli uomini si è formato sull'uno e l'altro incomparabilmente più favorevole, da quanto abbiamo volto l'occhio alla loro vita intima nella raccolta di Carlyle e dell'accademia di Berlino. Dalle lettere noi riceviamo di Napoleone un'impressione ben diversa: è decisamente bassa la natura che ci viene incontro. È impossibile non ammirare quest'uomo immenso, ma è anche più impossibile amarlo. Alcuni momenti poté sembrare irresistibilmente amabile, quando tirava un pocolino il lobo dell'orecchio a un granatiere: le maniere avvincenti dell'uomo demoniaco hanno incantato anche un Goethe. Egli può ciarlare e fantasticare in quelle ore di obblio di sé, che non mancano nella vita di nessun uomo: ciò non ostante, il suo cuore rimane diaccio, chiuso a ogni tenerezza. Nelle lettere brevi e brusche a Giuseppina, che egli amava alla sua maniera, la povertà e l'aridità dell'animo ci ribellano. Quando vuol separarsi dalla moglie, incarica il figlio, il principe Eugenio, di condurre le trattative con la madre e di sostenere la separazione davanti ai poteri costituiti dello stato. Si è mai più empiamente giocato coi sentimenti sacri? Egli non conobbe mai vera amicizia, e tanto meno quella tendenza poetica a crearsi un'immagine ideale del proprio ambiente intimo, la quale riserbava al gran Federico tanto tormento e tanta felicità. Nelle sue parole e nelle sue azioni si riesce difficilmente a scoprire anche un sol tratto, che possa dirsi semplicemente nobile. Quelli che all'occhio superficiale sembrano tali, sono invece patetici colpi di scena, poggiati con astuto calcolo sulla stupida credulità della folla. Fin dal principio germinava in quell'anima un istinto brutale, violento. Amava il terrore, sparso alla maniera giacobina. «Il mondo deve sapere di che cosa siamo capaci», esclamò dopo l'esecuzione del duca d'Enghien. Per lui era un gusto raggiungere i suoi scopi con durezza e crudeltà inutili, a principiare da quel piccolo 18 brumaio, che gli procurò, allora giovine ufficiale, la carica di comandante della guardia nazionale, fino al grande 18 brumaio e a tutte le innumerevoli barbarie durante l'impero. Cotesto modo violento bisogna anzi riconoscerlo in lui anche nella condotta della guerra: egli riordinò, non smise punto il brutale procedimento di guerra dei giacobini. Non era affatto propenso a risparmiare i propri mezzi; riportava le sue vittorie col peso delle masse schiaccianti, con crudele indifferenza pei caduti. Non esiste in lui nemmeno il sentore di quella elevatezza, che rischiara come un'aureola il capo dei veri imperatori; tanto meno quel garbo fine che viene dal cuore. Era una natura volgare, che si abbandonò senza vergogna e senza gusto agl'istinti della libidine e dei perversi capricci. Stando alle descrizioni del sassone Odeleben, quale odioso feroce spettacolo offriva il suo quartier generale nel 1813! L'imperatore che medita cupamente presso il fuoco di guardia, minaccioso e imperioso in ogni tratto; intorno a lui in ampio cerchio, con bisbigli timidi, il seguito; e di botto scoppia un precipitoso à cheval! Movimento nella truppa stupidita: un incrocio di quelle grasse parolacce, di cui l'esempio imperiale aveva fatto il pascolo comune, corre su tutte le bocche, da quella del maresciallo a quella dello stalliere; e il drappello balza via selvaggiamente, a precipizio. Sono inesauribili le sue invettive contro il gaillard e archifou, il re di Svezia, contro la vieille bête, il re di Sassonia, e via dicendo. Lanciava oscenità plebee perfino sul viso delle dame che non poteva soffrire. Anche Federico II ha perseguitato i suoi avversari con crudeli epigrammi; ma, come accade alle nature spiritose, nei suoi motti arguti e spietati provava una soddisfazione estetica ignota a Napoleone. L'odio inestinguibile che schierò contro Napoleone uomo le più nobili donne tedesche, Luisa di Prussia, Amalia di Weimar, Carolina di Baviera, dispensa dall'insistere oltre.

Chi vuole scusare le grossolane contumelie dell'imperatore con la sua veemenza passionale, consideri con quanto poca dignità sopportò il cambiamento del destino. Egli conosceva l'arte rara di vuotare il calice della fortuna fino alla feccia, di seguire ogni vittoria fino all'ultima presa del successo. Solo una volta, nell'ora del trionfo, l'umana debolezza sfiorò anche cotesti nervi di acciaio: alla Moscowa gli venne meno la risoluzione d'inseguire il nemico battuto. Ma se sapeva profittare del favore della fortuna, non la concepiva pesante a portare. Quando il mondo era ai suoi piedi, non sdegnò la goffa millanteria né il gusto del male altrui, che son propri dell'avventuriere comune. Egli era in carattere, quando raccontava ridendo ai capi scoronati dell'antico regime: «al tempo che ero un semplice luogotenente di artiglieria…», oppure quando invitava il principe Guglielmo di Prussia alla caccia alla lepre il giorno dell'anniversario di Jena. Se nelle udienze dava le spalle ai principotti della confederazione renana con un assai spicciativo ancienne connaissance, o se lanciava al re di Baviera il suo tonante il faut, il faut! certamente egli dava ai servi solo ciò che loro spettava: ma un siffatto contegno non annunzia alti sensi. Alle formalità dell'etichetta l'uomo geniale badava grettamente, come un lacché insignorito: non seppe perdonare mai al re di Prussia di essersi presentato a Tilsit in tschacko e con un paio di baffetti sul labbro. E bisogna convenire che anche meschina e volgare fu la sua politica di famiglia, la sollecitudine pei più indegni dei suoi parenti, che non proveniva da amor fraterno né giovava ai suoi disegni di signoria mondiale. Anche più significativo è il suo comportamento nella sfortuna. È nota la scena di Dresda, quando Federico Augusto di Sassonia aspettava in anticamera l'imperatore ritornato improvvisamente dalla Russia. Per causa di quell'uomo, centomila uomini giacevano sepolti sotto la neve, e mai il destino aveva parlato così spaventosamente. Ma egli entrò nella stanza canterellando una canzonetta parigina: il satrapo doveva intendere, che l'animo del re dei re non era intaccato. A Smorgoni, a Lipsia, alla Belle-Alliance, tre volte era fuggito abbandonando, tutt'altro che cavallerescamente, l'esercito. Federico II era deciso a non sopravvivere alla rovina dello stato; eppure chi avrebbe giudicato vergognoso, che un paese di cinque milioni di anime soccombesse all'intera Europa collegata? Napoleone dettò la legge al mondo, e quando l'impero gli andò in pezzi, non ebbe l'animo di espiare con una nobile morte la sua colpa enorme. È ridicolo scusare una tale pusillanimità coi luoghi comuni della religione cristiana. In verità, non furono punto i pensieri religiosi quelli che trattennero l'imperatore dall'estrema risoluzione eroica. Chi ha tenuto fermo il piede sulla nuca a mezzo mondo, non dev'essere misurato col regolo dei teologi. E poi, quale indegno spettacolo, cotesta vita del prigioniero di Sant'Elena! Piglia coi custodi atteggiamenti pietosi per farsi credere un martire in Europa, e davanti ai compagni mentisce come mai nessun uomo ha mentito.

Cotesta menzogna incarnata è un altro fatto che slontana l'imperatore dalle figure dei veri imperatori. Lo stesso Cromwell appetto a lui è un uomo semplicemente veritiero; eppure il Protettore, come tutti gli eroi del fanatismo religioso, non era affatto immune da quei misteriosi moti dell'inganno di sé, che collimano con l'ipocrisia. Nessun uomo di stato nella storia ha proclamato con tanta impudenza, come Napoleone, le teorie dell'immoralità politica: «in guerra tutto è morale; la politica giustifica tutto». È inutile notare ancora una volta, che la menzogna è stata una delle più forti leve della politica napoleonica, a principiare dalla prima campagna d'Italia, in cui il generale Bonaparte illudeva in mala fede il re di Sardegna con la suggestione del possesso di Milano, fino ai cento giorni, quando Napoleone si profondeva in proteste di pace, e già aveva firmato il proclama con cui chiamava il Belgio e i paesi renani a mostrarsi degni di essere francesi. Noi arriviamo più in là, e affermiamo, che l'imperatore nell'ebbrezza dell'autodeificazione si lasciò andare anche a bugie senza scopo. Quale scopo politico poteva egli avere, quando assicurò dopo la battaglia di Lipsia al re di Sassonia, che avrebbe condotto solamente una marcia di fianco e sarebbe tornato in tre giorni? Al suo orgoglio era impossibile confessare la disfatta. Anche le sue osservazioni storiche sulle gesta degli altri dimostrano che il senso della veracità era interamente negato a quell'anima: con pronta comprensione egli si forma sui fenomeni storici un giudizio tutto suo, e i fatti più notori sono tirati sbrigativamente sul filo di questa opinione preconcetta. Lo sbandito si voltava a guardare gli avvenimenti, che nella descrizione più semplice avrebbero destato la meraviglia di tutti i tempi, e la portentosa caduta, che annunziava con mille lingue il governo dell'eterna giustizia. In una situazione siffatta avrebbe imparato la veracità chiunque non avesse avuto ogni vena avvelenata dalla falsità. Eppure egli ha mentito, sempre mentito; ha cercato, come un miles gloriosus di Guascogna, di esagerare ancora perfino l'insuperabile; non ha saputo trovare una sola parola di giustizia pei suoi nemici, e ha pronunziato in fine quella falsità colossale, che suona inconcepibile perfino sulla bocca stessa del maestro delle menzogne; l'affermazione: «io ho sempre disprezzato tutte le ciarlatanerie!». Quale distanza dalla Histoire de mon temps del nostro gran Re! Anche quest'opera si propone di cattivare il giudizio dei lettori ai fatti compiuti dell'autore: egli tace qualche cosa, come si addice a un uomo di stato in azione, e aggruppa qua e là gli avvenimenti secondo lo scopo. Eppure non si riscontra in nessun luogo una sola falsità surrettizia. Una elevata sicurezza dell'anima permette al re di riconoscere acutamente e apertamente i propri errori; e tratta i nemici secondo la sua massima indimenticabile: «diminuire i propri avversari è viltà».

Contemplando questi tratti caratteristici, Napoleone ci appare come una grandezza impura, come l'eroe del perfetto egoismo, e la sua opera come la completa conferma del detto orribile: «io sono solo me stesso». Salvo che questo egoismo era geniale, entusiasta e capace di entusiasmare e trasportare milioni d'uomini.