IV.

Se ora ci domandiamo quali sono i frutti sopravvissuti all'azione di cotesto potente, riconosciamo che gli rimane la gloria di avere non già, come dicono i suoi adulatori, iniziata e compiuta dovunque in Europa la lotta contro gli avanzi del feudalismo, ma di averla incommensurabilmente accelerata e facilitata. «Solo l'atmosfera moderna può soffocare il feudalismo», soleva egli dire con conoscenza sicura dei segni dei tempi. Salvo cotesto benefizio, la sua opera rispetto all'Europa sembra vana, assurda. Della sua grande politica il tempo ha ammesso solamente quei risultati che egli non si era proposti. Subito dopo la sua caduta, i popoli restituiti a sé stessi si misero di conserva per una via, che correva direttamente opposta alla via della politica napoleonica. L'impero era stato l'impero della guerra. La classe media pacifica si fa avanti immediatamente dopo Waterloo, e la spada cede all'aratro. Una tacita congiura di tutti i popoli intreccia mille legami di relazioni amichevoli intorno al mondo; le nazioni stabiliscono quel «regno della ragione», che Napoleone esaltava a parole e attraversava coi fatti. La grandezza insanguinata dell'impero, ai figli di un tempo più umano voltisi indietro a guardarla, apparve come l'ultimo spaventevole divampamento delle passioni ferine, che nei tempi andati avevano sconvolto l'Europa; come un avvertimento, che il bruto sonnecchia anche nell'anima dei popoli provetti nella civiltà. Napoleone volle condurre in lizza la terraferma contro l'Inghilterra. Non appena fu caduto, una benefica necessità, ad onta dei reciproci pregiudizi nazionali, provocò quella intesa delle potenze occidentali, che fino a oggi non è stata più rotta in modo duraturo. Egli aspirava a un impero e a una civiltà mondiale. La sua fine dimostrò, che in questa libera fratellanza delle nazioni indipendenti non c'è posto per un cesare, e che da allora tutti i popoli hanno con più profonda coscienza custodito e perfezionato il proprio carattere nazionale.

Il nipote dà all'imperatore il vanto di aver gettato in Italia e in Germania il germe del movimento nazionale. Oh, senza dubbio, il cavallo brutalmente frustato, che s'impenna e si slancia al largo, deve la libertà all'imprudenza del cavaliere! Per la stessa ragione Napoleone merita la gratitudine dei nostri patrioti. Egli adempì quella necessità, che noi allora con le nostre proprie forze non eravamo in grado di compiere; egli mise in frantumi qualche centinaio di staterelli imputriditi e le forme esanimi del santo impero o, come dice ammirativamente il nipote, liberò la Germania meridionale dal giogo del sacro romano impero, e degli stati sovrani centrali si fece un baluardo. La Prussia ringiovanita crebbe nella lotta contro di lui, e crebbe quella passione nazionale, che prima di tutto distrusse l'immediata dominazione straniera, e non avrà posa, finché non avrà annientato anche la sovranità di tutte le corone della Confederazione renana. Così Napoleone ha svegliato l'orgoglio nazionale dormente dei tedeschi, che doveva abbatterlo; così ha collaborato all'unità Germanica, che egli abborriva, ma riteneva verosimile. Parimente fu per l'Italia l'uomo del destino, quantunque disprezzasse i propri connazionali e fin dal principio della sua carriera immettesse nella città delle lagune l'Austria vinta. Spazzò via gli stati decrepiti, raccolse a Lione i migliori uomini del paese in un consiglio di comune politica; distrusse le antichissime antipatie particolaristiche col fatto, che i vicini sempre in ruggine tra loro dovevano pure adattarsi nelle moderne satrapie francesi, e ai popoli effemminati diede la gloria guerriera e l'orgoglio, che un italiano dominava l'Europa. E così operò per l'unità italiana, che odiava e che considerava come un'utopia. In Ispagna la lotta contro Napoleone ridestò un'altra nazionalità in letargo. L'imperatore donò ai polacchi un mezzo stato, e occasionalmente nella guerra con l'Austria chiamò i magiari sotto le armi; ma in nessun modo è dimostrato, che in questo o in quel paese desiderasse un così gagliardo sviluppo delle energie nazionali, quale poi seguì più tardi. Nei Paesi Bassi consolidò l'opera benefica della rivoluzione, l'unità statale, mercé le istituzioni monarchiche non meno necessarie; solo che subito abbatté egli stesso il proprio edifizio; e, dopo la sua caduta, salì al trono la monarchia nazionale degli Orange, da lui odiata. La Svizzera ricevé dalla sua mano l'atto di mediazione. Se non che anche questo, che senza dubbio rappresentava la migliore costituzione che egli avesse dato ai paesi stranieri, era però un peccato contro la natura delle cose, perché rimoveva la neutralità del paese profondamente connaturata col carattere di equilibrio degli stati europei. Infatti, subito dopo la pace la neutralità della confederazione elvetica fu più solidamente ripristinata.

Per tal modo in quasi tutti i paesi di Europa la storia ha effettuato l'opposto dei disegni napoleonici. Dopo la battaglia di Aspern, mentre l'imperatore nel castello di Ebersdorf giaceva in un cupo sopore, i marescialli a bassa voce si consultavano come mai l'esercito sarebbe arrivato al Reno, se egli non si fosse svegliato. Essi presentivano la verità: la politica europea di Napoleone era il ghiribizzo tracotante di un cervello geniale; e di necessità sarebbe andata a rotoli, non appena due occhi si sarebbero chiusi.

L'impero, che nella storia del continente è stato un breve e terribile episodio, ha avuto rispetto alla Francia una conseguenza duratura. Certo, l'èra della Rivoluzione non era chiusa, come potevano vantare anche i panegiristi del dominatore. Venne l'ora, che nessun bottino attirava più la cupidigia del servo della gleba, il timore davanti all'onnipotente era dileguato, l'entusiasmo comune per lo stato militare era sbollito nelle battaglie infelici, il legame innaturale tra l'antica nobiltà e la napoleonica si scioglieva. Allora il liberalismo rialzò il capo; Lainé domandò il ripristinamento dei diritti tolti al popolo. Napoleone ritornando aveva rotto egli stesso il bastone nel proprio governo interno: «il genio ha lottato contro al secolo, il secolo ha vinto». Nelle ore di meditazione riconobbe la giustezza dell'opinione, che avea sempre nutrita suo fratello Giuseppe: «io sono semplicemente un segnalibri nel libro della Rivoluzione. Essa riprincipierà alla linea dove io l'ho lasciata». Non ostante siffatta confessione, il principe di Metternich errò quando disse: «il bonapartismo senza Bonaparte è impossibile». La parola calza rispetto all'Europa, non rispetto alla Francia. Anche la storia deprezzò le opere dell'imperatore, quando seppellì il suo sistema con tutti gli onori scientifici e paragonò lui con Cromwell. Al Protettore, la cui elevatezza morale ecclissa con la sua luce l'egoismo di Napoleone, pure non fu permesso di dare al suo paese leggi durature. Dopo la caduta dell'imperatore, una buona metà delle istituzioni fondate da lui rimasero in vigore: l'ordinamento dispotico dell'amministrazione e dell'esercito si tenne in attitudine ostile davanti al nuovo sistema parlamentare.

Per disgrazia sua e dell'Europa il popolo francese, come già al tempo della Riforma, non aveva preso una posizione chiara e sicura nella lotta di principii dei tempi moderni: nella sua anima contendevano le idee liberali e le cupidigie dispotiche. Se il bonapartismo fosse stato destinato a sparire per sempre, la nazione alla dura scuola del conoscere sé stessa avrebbe dovuto liberarsi delle pericolose passioni, a cui l'impero aveva attinto le sue forze: vanità e gusto violento della guerra, cupidità e smisurato fanatismo di eguaglianza: e preparare al parlamentarismo il solo terreno, sul quale avrebbe potuto gettare radici gagliarde: l'autonomia amministrativa dei distretti e dei comuni. Se di tutto questo non si faceva nulla, era facile ad accadere, che al momento propizio un erede di Napoleone avrebbe afferrato le redini di una società, che era tuttora pregna dello spirito del bonapartismo.