V.
Non si manifesta punto il senso profondo della scienza storica, quando gli stessi fatti, che pel severo pensatore racchiudono le leggi morali della vita dei popoli, vengono giorno per giorno usati e abusati dalla gente frivola allo scopo di esercitare l'arguzia o di palliare le magagne moderne con l'esempio delle malefatte antiche. Molto tempo prima che apparisse il libro di Napoleone III, era già cosa stabilita pei ciechi ammiratori del primo Napoleone, che l'eroe côrso fosse il Cesare moderno; quasi che Bonaparte in persona non avesse pronunziata il 18 brumaio la felice espressione: «Niente nella storia somiglia alla fine del secolo decimottavo». Un serio senso storico lascia da parte i trastulli comparativi di tal natura, con la semplice osservazione, che Cesare trionfò e Napoleone tramontò, Cesare volle il necessario, Napoleone l'impossibile. Il regno di Westfalia andò in frantumi a un attacco cosacco, e anche gli altri stati vassalli si sciolsero come la neve dell'anno trascorso: l'opera di Cesare ha sfidato i secoli, in forme mutate dura tuttora. E basta il ricordo di alcuni fatti a tutti noti, a dimostrare la diversità sia dell'opera che del carattere dell'uno e dell'altro dominatore del mondo.
Il distintivo essenziale dell'incivilimento antico nei suoi tempi gloriosi è l'unilateralità. Anche gli stati dell'evo moderno, che all'osservatore frettoloso appaiono come riproduzioni delle repubbliche antiche, superano infinitamente i loro vecchi modelli per la varietà della propria civilizzazione. La Cartagine della storia moderna era insiememente la culla di Grozio e di Spinoza, e gli stessi mercanti di Amsterdam, che hanno sovente considerato, alla stessa guisa dei punici, il loro stato come una società commerciale, hanno fondato la propria repubblica sulla lotta pei supremi principii spirituali: nei loro fondachi il pensatore perseguitato trovava protezione e ricovero. Per quanto spesso la confederazione degli Etoli sia stata comparata con la Svizzera, altrettanto povero, rozzo, manuale appare a fronte alla patria del calvinismo il paese dei mercenari dell'antichità. Il logoro luogo comune, che denomina gl'inglesi i romani moderni, accusa lì per lì la propria futilità, quando raffrontiamo la magnificenza della poesia inglese con la povertà dell'arte nazionale romana, o la potente attività civile del Parlamento con quel ruvido senato romano, il quale una sola volta favorì un'intrapresa letteraria, e fu quando fece divulgare la traduzione del trattato di Mago sulla coltivazione! Ai popoli ingegnosissimi e mobilissimi dell'antichità mancò d'altra parte la forza di rendere duraturo uno stato in grande stile. Gli antichi non conoscono la società pacifica delle libere nazioni, non conoscono il bello scambio di beni materiali e spirituali tra popoli civili indipendenti. Fino a quando la forza nazionale gli giovaneggia fluida nelle vene, un popolo dell'antichità vuole sottomettere i vicini o annientarli. La vitalità di queste nazioni è potente: durante l'agonia della rivoluzione Roma resistè all'urto dell'oriente sotto Mitridate, e perfino sotto Marco Aurelio Atene vide una rifioritura dell'antico splendore. Ma il ringiovanimento dei popoli malandati dell'antichità non accade punto, come spesso è avvenuto modernamente in Germania e in Ispagna e in Italia, per una libera ricezione ed una elaborazione affatto autonoma degli elementi di civiltà straniera. Le nazioni antiche non mostrano cotesta inclinazione così forte ad assimilarsi la cultura forestiera, se non quando il loro spirito di gioventù è spento e la loro nazionalità si è involata.
Questa rigidità arcigna del costume nazionale, questa incapacità del mondo antico ad ammettere un pacifico equilibrio degli stati, spinse avanti il senato romano sulla via della politica di conquista. L'unilateralità della civiltà antica sparve, senza dubbio, quando finalmente i popoli del Mediterraneo ubbidirono alla città italica; ma era morta anche l'energia nazionale dei popoli insieme fusi, e con questa la radice di ogni grandezza ed originalità del mondo antico. In tale mondo non rimaneva posto alcuno per uno stato che fosse nello stesso tempo nazionale e incivilito. La pressione dei governatori fenici ed egiziani, asiatici e greci e, per la misura non certo la meno notevole, quella dei romani, avevano soffocato nel complesso delle provincie ogni sentimento ideale. La civiltà cartaginese era schiacciata. Dei barbari assoggettati, poi, alcuni erano già penetrati dell'umanità nell'impero, altri le stavano davanti così rudi e forastici, che uno stato nazionale costituito da loro avrebbe significato la morte di ogni civiltà. Gli Elleni fin dal tempo di Alessandro avevano cessato di essere una nazione separata. L'ellenismo, incivilitore del mondo, invase e fecondò tutti i popoli, e divenne, come col suo presentimento ben comprese il vincitore di Pidna, la civiltà dell'evo antico morente. La forza della vita nazionale era talmente venuta meno al popolo greco, che un intelligente testimone oculare delle sue ultime lotte, Polibio, arrivò alla terribile confessione: «se non fossimo andati rapidamente in rovina, noi non saremmo stati salvati».
Fra tanto tumulto di popoli cadenti, solo Roma eccelleva col suo stato perfetto: la missione del Romano era veramente populos imperio regere. Anche l'antica forma nazionale della civiltà romana era inaridita da tempo, tanto che sotto Cesare un ramo straniero latinizzato, quello dei Galli cisalpini, conservava la romanità più fedelmente della stessa metropoli. Principiò anzi ad appassire il vigore fisico dei romani. La capitale, secondo che più tardi la descrisse Dionigi di Alicarnasso, era già da gran tempo la più sociale di tutte le città, la più internazionale. Vi affluivano uomini di tutte le lingue, e accanto ai simulacri degli dèi latini era venerato il dio egizio dalla testa di cane. La cultura greca, i costumi e i malcostumi dell'oriente ellenizzato dominavano la città dominatrice del mondo. Se la massa caotica dei paesi depredati dai romani avesse voluto organarsi in un impero, tutti i popoli avrebbero dovuto intendersela tra loro nelle «nostre due lingue», avrebbero dovuto saziarsi di cultura grecoromana e connettersi insieme nell'identico ordinamento dello stato romano. Ma si era ancora ben lungi dalla meta, e tutta l'opulenza della terra serviva ancora a locupletare una città dominatrice, una città travagliata dalla feccia plebea, senza industrie, senza una borghesia operosa. Le provincie erano ancora soggette a diritti ineguali, abbandonate indifese all'avidità dei vicari di un'aristocrazia senza coscienza. Lo sviluppo dell'impero universale era minacciato da due pericoli: il primo, l'illuvione dei barbari, la quale, se la rilassatezza dell'aristocrazia in Roma fosse durata, avrebbe spazzata ogni traccia della civiltà tradizionale; il secondo, i Greci, che, essendo la nazione più numerosa, più attiva e più colta dell'orbita mediterranea, avrebbero senza fallo, se l'energia di uno stato potente non vi avesse opposto il riparo, impresso all'impero dei Romani un carattere bizantino, invece che romano-greco.
Cesare, vero erede delle menti lucide della democrazia, di Sertorio e Gracco, diede con chiara coscienza una completa concretezza al moto di sviluppo inconsciamente iniziato dall'antichità già sul declivio. Egli trasformò un guazzabuglio di provincie, soggette a una città per bisogne servili, in un imperio mondiale di regioni pareggiate giuridicamente; latinizzò le provincie, e col benefizio di un governo monarchico assicurò loro un'esistenza umana. Tutelò l'impero col sistema non mai abbastanza ammirato della difesa offensiva. Quando Cartagine e Corinto risorsero dalle rovine e il senato si aprì agli uomini delle provincie, Cicerone poté invocare a sua posta la rovina alla barbarie invadente: l'impero era fondato, non esisteva più una città tiranna. Proprio secondo lo spirito di Cesare fu pensata la costituzione antonina, che accordò la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell'impero mediterraneo; e gloria di Cesare fu quella celebrata dal verso superbo del poeta: Romanae spatium est urbis et orbis idem. Egli divenne il fondatore di un impero universale perché fu un romano; perché in lui il genio del suo popolo s'incarnò così puramente, che noi potremmo renderci conto del carattere della nazione romana, anche se di tutta la storia dell'antichità non ci fosse stato tramandato altro che la biografia di quest'uomo. Come già il popolo greco, l'antico ceppo romano gittò le fioriture più gagliarde poco prima d'inaridire, e la sua potenza sopravvive ancora solamente in innumerevoli gemme e polloni. Cesare e Alessandro sono eroi nazionali per questo, che essi compresero il momento che si offriva al loro popolo di mutare la missione nazionale in cosmopolitica.
Si raffronti ora l'eroe romano, che con sicurezza geniale, come uno strumento dell'eterna Provvidenza, menò a compimento la missione del suo popolo, con l'eroe senza patria dei nostri tempi, il quale vuol costringere nella forma inventata dal suo cervello un mondo di organismi nazionali in fresco sboccio di gioventù; e si riconoscerà che non si può immaginare un contrasto più stridente. Il côrso distrugge oggi quello che ha creato ieri; il romano procede ponderatamente secondo un gran disegno: estende l'impero non più di quanto richiede la sicurezza delle frontiere, ritorna volontariamente sui suoi passi nel bel mezzo della sua carriera vittoriosa: e, quali si fossero i più ampi propositi che ha portato seco nella tomba, questo almeno ci è lecito affermare con sicurezza: che la follia cesariana di Napoleone non ha mai turbato la sublime calma di quella testa. L'onda della vita orientale frattanto batta pure gagliardamente sull'edificio di Cesare; il mezzogiorno e il levante mediterraneo declinino pure di nuovo verso la civiltà di oriente: il seme dell'opera di Cesare dura. Più fortunato di Alessandro, Cesare ha percorso ad occidente il cammino della storia. Senza di lui e senza l'impero dei Romani, non sarebbe esistita la benefica fratellanza dei popoli occidentali, che oggi si ricompone lontana da ogni convulsione guerresca. Egli assicurò ai popoli stanchi dell'antichità un ultimo respiro di vita piena, prima di estinguersi; e quando in fine i nostri padri fracassarono lo scheletro putrido dell'impero universale, ebbene, essi più non erano stranieri, e tramandarono fedelmente ai nipoti quanto era immortale in quel vecchio mondo. Quando oggi i democratici francesi, amareggiati dal tendenzioso cesarismo dei bonapartisti, maledicono i romani come distruttori della libertà celta, noi rispondiamo: «Voi non sapete quel che vi dite: dovete a Cesare, se voi siete francesi e non già Iri!» E chi può dire, se l'idea dell'impero che, nata nella mente di Cesare, ha sollevato l'anima di tanti nobili popoli, oggi sia morta per sempre? se l'impero non sia per risorgere un giorno in forma più umana, come una libera corte arbitrale sulle nazioni tutte amiche?
A noi figli dei popoli giovani gela il cuore, quando ci voltiamo indietro a guardare la Roma imperiale. Un'essenza di vecchiaia è appiccicata all'impero universale. La consolazione delle menti profonde, a cui quel mondo decrepito non può offrire più nulla di grande, è: Patet exitus. Guardiamo con fredda calma gli dèi di Tacito caduti a terra, tra le angosce dei mortali. La cultura dell'epoca ricorda le fabbriche di Costantino: anche queste sono suntuose, non senza qualche tratto di grandezza, ma sono costruite di frammenti, di colonne e archi che un tempo servivano a edifizi più belli. Virgilio e Orazio scrivono versi greci con parole latine, e non di rado sentiamo, che cotesti sono frutti di stufa. Nulladimeno, quelle opere costituiscono la più ricca e potente letteratura mondiale che sia mai esistita, e sono tanto originali, quanto può esserlo una letteratura priva di carattere nazionale. Pure non è piccola gloria, se sotto la protezione dell'impero potevano sorgere nell'anima di popoli affaticati creazioni tanto notevoli; se Roma, già sazia da gran tempo delle voluttà e dei vizi di tutti i paesi, si adornava ancora con le grazie artistiche dell'ampio mondo e si copriva di una veste magnifica di marmi e di ori. L'arte mondiale dell'epoca dei Cesari era il frutto naturale maturato dalla dissoluzione di tutte le civiltà nazionali dell'antichità. Napoleone sognava una letteratura mondiale in un popolo, che aveva vantato recentemente, in Voltaire e gli enciclopedisti, scrittori puramente nazionali, e poco dopo salutava poeti anche più espressamente e recisamente nazionali in Béranger e George Sand.
Lo stato normale del mondo moderno è la pace. Proprio nel secolo decimottavo, sotto il terrore delle guerre di gabinetto, la dottrina della pace perpetua ha trovato eloquenti propugnatori tra i più nobili intelletti. In questi tempi ansiosi di pace il principe della guerra, Bonaparte, si fece avanti come un disturbatore del corso naturale delle cose; la sua caduta finalmente assicura al mondo ciò a cui anela da tanto tempo. La regola dell'antichità è la guerra. Fintanto che il mondo fu ancora in gioventù, il vivere per lo stato con tutta la forza virile, guardarne e accrescerne la potenza nella lotta contro lo straniero, significò per gli uomini dell'antichità lo scopo supremo dell'esistenza. Lo stato antico dei tempi gloriosi è il popolo sovrano in armi. L'impero porta la pace nell'antichità, disarma i cittadini, avvia l'enorme maggioranza degli uomini a un'esistenza puramente sociale: ai modesti doveri della vita comune, all'attività economica ed intellettuale. La furia della guerra, cantata nella Georgica di Virgilio in modo così terribilmente bello, imperversò ancora sulla terra dopo la morte di Cesare; poi il tempio di Giano chiuse le porte per molto tempo. Senza dubbio, la potenza e la grandezza più peculiari dei popoli antichi doverono rimanere devastate dal fondo, quando sparì la guerra, e sparì con essa l'alta passione politica e, insieme, tutto ciò che fino allora aveva occupato l'esistenza del cittadino. Come stavano le cose, la pace dopo il tramonto della libertà costituiva effettivamente il sommo bene della vita. La giustificazione storica dell'impero è: Pacis imponere mores. Certamente anche la pace del mondo antico ci appare feroce ed empia rispetto ai costumi raddolciti dei tempi cristiani, e leggiamo con ribrezzo in quale pieno gaudio di dominio deificato lussuriassero i Cesari e con quali rudi colpi alla nuca costringessero a piegarsi a loro le teste orgogliose dei Corneli e dei Claudi. Eppure, erano venuti tempi tollerabili pei milioni di gente minuta, che ora potevano tirare avanti la loro via con sicurezza. Con le sue parole di contraggenio lo stesso Tacito riconosce in fondo, che le provincie erano contente del nuovo stato (nec abnuebant). La vita umana è riconosciuta e risparmiata; una cultura più raffinata penetra fino nei più bassi strati sociali: i borghesi della piccola città campagnuola di Pompei si ricreano all'armonia dei versi di Ovidio. La missione più nobile della monarchia, il principato protettore dei poveri e dei deboli, fu adempiuta dagl'imperatori almeno per quanto la intendeva la durezza di cuore dell'antichità. Quest'era tranquilla della pace portò miglioramenti e invenzioni in tutti i campi del commercio e dell'industria. I barbari, tenuti al largo di là dalle frontiere dell'impero, si conciliarono con gli elementi della civiltà. La strada romana si stende fino alla Britannia settentrionale, sull'Atlante giganteggia massiccio il magnifico tempio della Vittoria di Lambessa, e nelle convalli ombrose della Selva Nera l'altare di Diana Abnoba guarda il lussurioso bagno romano.
L'orizzonte degli uomini in questo incivilimento eguale dell'occidente si allarga all'infinito. Seneca sogna già lontani giorni avvenire, «in cui sull'Oceano le chiuse del mondo si levano, le terre si aprono incommensurabili e Tule non sarà più l'ultima». Nello stesso modo come l'impero si allunga fino quasi ai confini del mondo conosciuto, così l'antichità, la quale finora ha considerato l'uomo solo in quanto cittadino, si viene lentamente avvicinando alla grande nozione dei diritti dell'uomo. Nel tranquillo raccoglimento della vita puramente sociale, l'uomo, non pago delle opere di una cultura eclettica che non produce più nulla di nuovo, comincia a rientrare nell'intimo del suo cuore: e finalmente risuona nel mondo affaticato il grido di riconciliazione della creatura col Creatore. Ricordando il clamore di battaglia dei cesariani, l'acclamazione a Venus victrix delle dieci legioni gloriose, ci dà il freddo della nostalgia il pensare quanta magnificenza veniva distrutta dal trionfo dell'imperatore. Ma in fine ci riconcilia la riflessione, che allora si compì un destino irrevocabile, e che tra i mali delle guerre civili era sorto un nuovo ordine di cose, era sorto un mondo al quale noi stessi dobbiamo una buona parte della nostra fortuna umana. Il vive l'empereur! dell'armata napoleonica ci ricorda solo un barbaro accidente, solo l'infinita miseria, che il capriccio di un uomo inflisse al mondo. Presso al cadavere di Cesare vegliarono per tre notti i Giudei di Roma piangendo il protettore degli oppressi. Napoleone stramazzò fra gli urli di vendetta delle nazioni straniere, mentre il suo popolo, che egli stesso aveva disavvezzato dalla libertà operosa, si tenne indifferente in disparte. Come allora giudicarono i poveri di spirito, la storia giudica oggi.
È certo che i più prudenti bonapartisti già da un pezzo considerarono in segreto la politica europea di Napoleone I come una partita perduta, sebbene il sistema esiga il culto incondizionato di Napoleone, e proibisca l'espressione palese di opinioni tanto eterodosse. Ma con tanta più ostinazione tengono invece alla tesi, che l'imperatore ha fatto per la costituzione della Francia lo stesso che fece Cesare per lo stato romano. Solo che anche questa comparazione non regge a un giudizio più penetrante. Cesare fu il creatore di una nuova forma di stato, Napoleone ristabilì in Francia l'antica costituzione storica, quantunque non abbia affatto rinnovato tutte le istituzioni dell'antico regime. La forma normale dello stato moderno è la monarchia, quella dello stato antico nel suo fiore fu la repubblica. Gli antichi durante i loro più bei tempi chiamano con perfetta ingenuità la monarchia servitium e la repubblica libertas, e un Tacito presenta la più orribile follia della storia antica, l'assassinio di Cesare, come libertas improspere repetita. L'infelice parola di libero stato per repubblica, noi la dobbiamo alle antiche tradizioni, alla sapienza politica dei correttori tirati alla classica. Il sentimento degli antichi ricalcitrava alla monarchia con tale caparbietà, che Augusto, più previdente dello stesso Cesare, salvò le apparenze repubblicane, e solo sotto Tiberio il nuovo regime assunse interamente le forme esteriori della monarchia. L'impero di Cesare non fu una restaurazione, come si potrebbe arguire da qualche particolare richiamo alla costituzione di Servio Tullio; fu una creazione nuova e ardita.
Quest'opera creatrice chiuse effettivamente l'èra della rivoluzione, come Napoleone non ha potuto fare, e ricondusse l'impero senescente alla forma naturale e duratura. Davanti all'orribile spettacolo della repubblica romana in isfacelo ogni uomo di senso politico diventa, come il vecchio Drumann, «panegirista della monarchia suo malgrado». Chi presume di trovare ancora la libertà repubblicana nei giorni di Pompeo e l'immacolata nobiltà della sedia curule, rappresenta rispetto alla cruda realtà la stessa parte assurda che fu possibile solo a Catone, quando propose di consegnare Cesare ai Germani. Una rivoluzione quasi secolare, la più lunga e la più brutale della storia, aveva minato nelle fondamenta l'antico costume romano. Il sentimento civile era talmente svanito, che nel bel mezzo della guerra contro gli asiatici gli eserciti di Flacco e di Silla erano schierati l'uno di fronte all'altro minacciosi, e la tremenda vittoria dei Parti a Carrhe destò appena la curiosità a Roma. L'aristocrazia, snervata e depravata, si ruppe in esecrabili frazioni, considerando la patria con egoismo vile, come quel Cicerone, che stimava come il fine dello stato la conservazione delle grandi famiglie. Non erano più cittadini, quelli che in veste di proconsoli abitavano nei castelli tirannici delle provincie e decidevano del bene e del male di milioni di soggetti, col dispotismo di altrettanti sultani. Pompeo senz'ordine del senato poté assoggettare il vasto Oriente e suddividerlo a suo piacere in provincie e monarchie. Dal viluppo d'intrighi e di pettegolezzi di cotesta nobiltà chiusa, scoppiava di botto la ferocia ferina, come in quei giorni di orrore, che Tiberio Gracco soccombé ai randelli e ai piedi di seggiola dei nobili Scipioni e Emili, e trecento cadaveri, abbattuti da siffatte armi, coprirono il foro. Un nucleo sano della cittadinanza si serbava ancora fedele alla legge, ma in fine anch'essa fu disfatta dalla coscienza, che il bel tempo antico era spacciato per sempre. Niente è più terribile nelle ultime guerre civili, quanto la mancanza d'ideale sia dall'una che dall'altra parte. L'enorme turba del partito democratico impazzava pel foglio libero, pel comunismo, intendeva la libertà come un tempo era stata intesa a Corcira. I democratici intelligenti erano convertiti all'idea della monarchia. Di nuovo e sempre, sotto i Gracchi, sotto Cinna e Mario, la società cadente rientrava con l'istinto sicuro della disperazione nel cammino della monarchia. Silla stesso poté ristabilire il governo aristocratico con una signoria monarchica transitoria. Pura aristocrazia significava allora la schiavitù del mondo a profitto delle famiglie nobili; pura democrazia significava la signoria del pugno.
Roma era salita in virtù della disciplina e della maschiezza del suo popolo; andò a fascio quando l'antico spirito romano sparì. Si pensi alla malattia inveterata della società romana, a quella lotta del capitale col lavoro libero la quale aveva quasi distrutto il ceto medio, ai latifondi e ai branchi di schiavi maltrattati, alla crudeltà di questo popolo, che si ricreava ai rantoli dei gladiatori agonizzanti, alla boria denarosa goffamente primitiva della nobiltà, che nelle opere dei suoi filosofi di moda leggeva soddisfatta che solo la ricchezza è morale e onesta; in fine alla nausea profonda di sazietà con cui quel mondo riguardava ormai la stessa opera propria; e si converrà che cotesta Roma, non ostante alcune somiglianze esteriori, non può affatto venir confrontata con la Parigi del secolo decimottavo; e che i francesi conservavano una riserva di forza nazionale e di orgoglio nazionale, che doveva poi svilupparsi gagliardamente durante la Rivoluzione. A Roma si aggiunga inoltre un esercito, che fin dai tempi di Mario sdrucciolava verso la forma di un corpo di mercenari, ammaestrati alla maniera dei gladiatori, strumento docile del comandante supremo, bramoso di un ordinamento monarchico, condotto da una sanguinosa esperienza all'assoluta persuasione, che nelle contese dei partiti decide la spada.
La repubblica era moralmente ed economicamente un'impossibilità. Solo un potere monarchico era in grado di farla finita con la guerra sociale tra povero e ricco, tra servo e padrone, e stabilire una pace tollerabile; e la monarchia doveva essere assoluta. Si sa, che l'antichità non era al caso di liberarsi interamente dal concetto gretto dello stato-città e intendere il senso profondo delle forme rappresentative. Anche i soci, il cui particolare interesse avrebbe dovuto stimolarli al desiderio della costituzione rappresentativa, anche gl'italici, al tempo che il toro sabellico insorse contro la lupa romana nella più spaventevole di tutte le guerre civili, rimasero abbarbicati allo stato-città: l'Italia, lega di città italiche, avrebbe dovuto dominare in luogo di Roma nel modo stesso come Roma dominava. Purtroppo una democrazia degna era inconcepibile negli stati-città fin da quando gl'italici conseguirono la cittadinanza, e la gentaglia delle città campagnuole affluiva alle assemblee sovrane della città dominante. Tale essendo la situazione, non rimaneva che l'assolutismo: il popolo sovrano, come suona la teoria dei giuristi cesarei, ha trasmesso per mezzo della lex regia il suo potere all'imperatore. Noi moderni rimaniamo atterriti davanti a cotesta strapotenza senza limiti, tanto più che non ereditaria, nelle mani di un sol uomo, e siamo in dubbio se onorarla col nome di regalità. Il regime imperiale è la costituzione di una società profondamente corrotta, morente: per giunta l'opera di Cesare fu sconciata dai successori, deformata, contro l'intenzione del fondatore, in uno stato militare. Ciò non ostante, la dominazione degl'imperatori costituisce la sola conclusione concepibile, necessaria, dello sviluppo politico del mondo antico. Non appena l'empire svelò la sua vera essenza, la parte viva della nazione, la classe media, gli si levò contro: Cesare invece aveva combattuto un'aristocrazia decrepita, che portava nel cuore la morte. Nell'impero di Napoleone fermentavano e operavano in segreto le idee costituzionali; la gente illuminata guardava con rossore e con ammirazione la libertà dei popoli anglosassoni. Nella Roma imperiale il fuoco delle idee repubblicane volse lentamente in cenere; nessuno sguardo invido ai popoli forestieri turbò la pace dello stato asservito: Roma era la terra, i barbari non contavano.
Napoleone si servì dei partiti repubblicani come aiuto a salire; e odiava i legittimisti come i peggiori nemici della propria dominazione. Cesare era un vero democratico, amava il popolo e avrebbe sdegnato il dileggio napoleonico contro la «canaglia». Sotto la tirannide di Silla ebbe a soffrire per le sue convinzioni democratiche, e il suo odio contro gli aristocratici comprendeva non solo i propri nemici, ma anche i nemici del popolo. Egli legò il proprio potere alla più popolare delle magistrature, al tribunato, e quando da monarca si sollevò, come si addice al genio, sull'unilateralità dei partiti, pure attuò tutti i principii sani del programma democratico. Rispettò la libertà per quanto era possibile; ed è notevole la sua condotta verso i municipi, ai quali serbò la libera elezione delle proprie magistrature. La rivoluzione sociale fu compiuta da lui con prudenza: la distribuzione delle terre, l'abolizione dei requisiti del censo, la colonizzazione oltremarina, la nuova legge sui debiti assicurante la libertà del debitore, tutti questi sono prodotti di una legislazione squisitamente democratica. Napoleone appare inferiore anche sotto questo riguardo. Accettò e ordinò i risultati della rivoluzione sociale già compiuta fino a quello che è il più importante: rifiutò alle classi medie pacifiche la posizione politica, che in una società ispirata ai principii della libera concorrenza le spettava assolutamente.
Il mondo sa le macchie attaccate al nome di Cesare. Egli camminò nel fango di una macchinazione iniqua di partito e per molto tempo esercitò il brutto mestiere del cospiratore. Dei lamenti e degli oltraggi che tengono dietro a ogni strappo alla legge, nessuno gliene fu risparmiato. Egli fu costretto ad avere familiarità con avventurieri abbietti, a tollerare a Tapso e a Munda la ferocia sanguinaria dei suoi mercenari. Dové mandare impuniti i misfatti dei compagni e non sdegnare le goffe menzogne dell'usurpatore, affinché il colpo di stato fosse legittimato e i partiti si riconciliassero. Attirò sul suo capo la maledizione del poeta e di tutti gl'idealisti, come l'imprecazione di Catullo: timete Galliae, hunc time, Britannia: l'impero che il duce della democrazia fondò, fu semplicemente un dispotismo, fu semplicemente il giaciglio di un popolo infermo. Un terribile guiderdone attendeva la vita dell'uomo che, deificato dal popolo fintanto che fu cospiratore, trovò poi poco amore quando coprì di benefizi il mondo in sua balìa. Ma come Shakespeare picchiettò il suo Cesare con uno spruzzo di piccole debolezze, affinché la grandezza dell'eroe spiccasse più luminosa, così lo storico, quanto più scrupolosamente aduna i punti oscuri della vita di Cesare, tanto più soverchiante vede complessionarsi la figura del primo uomo di stato dell'antichità. Mai più tante cose grandi sono state create pel bene di uno stato nel breve giro di cinque anni; e quali disegni, come l'idea della codificazione del diritto, lasciò Cesare incompiuti!
Cesare supera non solo per la fecondità ma anche per la moralità della sua politica l'eroe moderno. Questo conserva e accresce come un capitale a frutto l'ansietà generale dei piccoli borghesi, e getta Parigi nella vertigine dei piaceri per farle scordare la libertà. Quello sdegna di mettere a profitto le più indegne passioni, schiaccia e riduce al silenzio gli anarchici, e per mezzo delle rigide leggi matrimoniali si oppone con tutte le forze all'invadente depravazione morale, per quel tanto che le leggi possono impedire la corruttela dei costumi. Nullis polluitur casta domus stupris! canta Orazio con gratitudine ad Augusto; e in codesta grossa iperbole è però involta la verità, che la morale sotto i primi imperatori era in condizioni meno orrende che al tempo di Catilina. Alleghiamo in fine quello che è il contrapposto più sorprendente nella politica dei due dominatori: Cesare era un uomo di stato, Napoleone un soldato. Sopra abbiamo illustrato il carattere prevalentemente militare della politica napoleonica; aggiungiamo ora un altro tratto singolarmente istruttivo: il giudizio sprezzante di Napoleone sulla guerra dell'indipendenza americana. Proprio in questo si tradisce l'unilateralità del tecnico militare. L'imperatore non comprende, che per l'appunto nell'elasticità della difensiva di Washington, in quella catena di meschini scontri di avamposti e di laboriose discussioni nel Congresso, la sostanza specifica della guerra si rivela come la forma violenta della politica, e che Washington va annoverato tra i grandi condottieri per l'appunto per cotesto, che non era puramente un generale. Cesare conduceva la guerra nello stesso senso dell'americano, salvo che con un genio più fertile. Quando a quarant'anni mutò la toga col manto di porpora, pel primo capitano del tempo la guerra non era stata mai altro che un mezzo: non appena raggiunto lo scopo politico, le armi posarono.
Se è pericoloso commisurare tra loro le gesta di Cesare e di Napoleone, ogni confronto dei due uomini nel loro essere umano cade diritto nel ridicolo. Di Cesare è stato riferito, che ripeteva volentieri i versi di Euripide:
εἴπερ γάρ αδικεῖν χρὴ, τυραννίδος πέρι χάλλιστον ἀδικεῖν· τἄλλα δ'εὐσεβεῖν χρεών
(Se è necessario operare contro giustizia, è bello operare contro giustizia per ragion di regno; in tutto il resto è necessaria la giustizia e la pietà). E visse fedele alla massima. Si assunse la colpa enorme; ma non l'avrebbe evitata nessuno, che si fosse proposto di fondare il trono, e di restaurare il mondo nelle sue ragioni. Però davanti alla figura di Cesare uomo ci sorprende sempre come un'emozione nuova lo stupore, che solo in un'epoca simile fu possibile una così pura grandezza. Quel sovrano nato, per quanto erri e pecchi fintanto che vive tra i piccoli uomini come un loro pari, giunto poi sul trono, dispiega tutta quanta la nobiltà della sua natura regale; proprio l'opposto di Napoleone, a cui il godimento del potere infatua il cervello e spinge fuori alla luce quanto aveva di brutto nell'anima. Sopra tutto ci entusiasma il vedere con quanta pienezza e sicurezza Cesare è radicato al suo popolo. Egli spiega la resistenza dei Germani al suo esercito osservando francamente, che «tutti gli uomini per natura aspirano alla libertà e odiano la servitù». L'imparzialità pagana di tali parole dimostra quanto era romano chi le scrisse. Il figlio di un tal popolo sovente a noi moderni si rivela inumano. Solo che a noi non piace udire proprio dalla bocca di Napoleone I il biasimo alla condanna di Uxellodunum e allo scempio degli Usipeti; perché, duro coi barbari alla maniera romana, Cesare ha usato coi compatrioti la bontà di un animo elevato, quale Napoleone non l'ha mostrata pei francesi.
Volle essere chiamato il clemente, non già il fortunato, come Silla, o il grande, come Pompeo; e solamente all'interezza armonica della sua personalità, che non permette un risalto prevalente a nessun tratto particolare, bisogna ascrivere il fatto, che la storia gli ha ricusato quel nome. A lui toccò di conquistare mercé l'opera di lunghe guerre il potere, che all'imperatore dei francesi cadde in grembo con un brusco atto di violenza; ma, più umano di questo, ai nemici e agli amici infedeli usò grazia fino all'imprudenza, e fece la fortuna dei compagni, generoso fino alla prodigalità. Affabile, giusto, magnanimo, la sua eccellente natura non mostra nulla dell'astio vendicativo napoleonico, nulla della volgare prosunzione e dell'iracondia rumorosa del côrso. Cesare era nobile quanto si addice a un sovrano. La fine di Pompeo gli strappò le lacrime; tenne altamente in onore la memoria del suo terribile nemico Silla. E se pure gli avvenne di cadere nell'esecrazione dell'usurpazione e della menzogna, nondimeno il Bellum gallicum ci ammaestra quanto fosse estraneo il mentire al carattere dell'uomo. Questo libro, che è uno scritto illustrativo ordinato ad una espressa azione politica, è nella sostanza una limpida fonte storica incomparabilmente più veritiera dei bollettini, e perfino di quelle annotazioni, che Napoleone non destinava a uno scopo politico immediato. La forza di Cesare stravizzò in tutti i piaceri di un tempo che non conosceva limite al godimento; ma il suo cuore rimase abbastanza ricco per consacrare alla madre, alla figlia, alla moglie la tenerezza semplice di un sentimento, che cerchiamo invano nell'anima di Napoleone. Era fatalista come tutti gli eroi; ma la sua irremovibile fiducia in una scorta divina ha assai poco di comune con l'insolente burbanza di Napoleone, che ripicchia con tracotanza sulla «sua stella». E come sono ricche e multiformi le sollecitudini ideali di Cesare! Da pretto romano, non era molto sensibile al mondo estetico e prediligeva la grammatica e le scienze esatte; ciò non ostante, egli promosse alacremente tutte le branche della cultura. Apprezzò la libertà delle lettere, fu il primo a disporre la pubblicazione degli atti del senato, scrisse egli stesso di tanto in tanto sulle questioni del giorno; e infine l'autore dei Commentari poté adornarsi il capo di quella corona di autore classico, che al prosaico côrso rimase irraggiungibile.
In sostanza, del famoso parallelo di Cesare e Napoleone non resta altro, se non che l'uno e l'altro furono grandi uomini ed eroi, l'uno e l'altro usurpatori e nemici dell'aristocrazia, e così di seguito, secondo le banali proposizioni che noi lasciamo ai ragazzi. In poche parole: di quanto l'Europa moderna supera il mondo cadente dell'antichità in forza di gioventù, in moralità, in ricchezza e cultura, di tanto appetto a Napoleone Cesare è più grande. È un gioco arrischiato evocare l'ombra di Cesare; pericoloso per la gloria del primo Bonaparte, più pericoloso per gli epigoni.