SCENA I. Gina ed Edvige.
Gina. (sulla soglia dell’uscio di entrata, tenendo in mano una lastra fotografica, parlando verso l’interno) Stieno sicuri. Lunedì la prima dozzina sarà pronta — la seconda va bene per mercoledì? Arrivederci.... (saluta, chiude la porta, si ferma a guardare contro luce la lastra, poi la ripone in una cassetta)
Edvige. (venendo dalla cucina) Sono partiti?
Gina. (rassettando la stanza) Sì, finalmente, non c’era verso di accontentarli.
Edvige. (inquieta) Mamma, ma, e perchè papà non è ancora tornato?
Gina. Hai visto se è da Relling?
Edvige. No, non c’è, fu da lui un minuto fa.
Gina. Mi rincresce perchè gli si raffredda il pranzo.
Edvige. È strano; lui che non tarda mai cinque minuti.
Gina. Non metterti idee per il capo, presto sarà qui, non dubitare.... Taci. (tendendo l’orecchio) Eccolo.
SCENA II. Detti e Erminio.
(Erminio entra stralunato e commosso)
Edvige. (correndogli incontro) Papà.... Come ti abbiamo aspettato.... Perchè hai tardato tanto?
Gina. (parlando a stento e senza guardare Erminio) Dove sei stato finora?
Erm. (senza guardare Gina) Ah? Perchè stetti fuori tanto?... (getta il cappello su una sedia, si leva il soprabito, respingendo Edvige e Gina che lo vogliono aiutare)
Gina. Hai desinato con Gregorio Werle?
Erm. (appendendo l’abito all’attaccapanni) No.
Gina. (accostandosi verso la cucina) Allora ti porto subito il pranzo, bisogna che lo riscaldi.
Erm. No, lascia stare, per ora di mangiare non ho voglia.
Edvige. (accostandosi a Erminio con voce carezzevole) Non ti senti bene papà?
Erm. Bene, bene.... (fissando Gina) Gregorio ed io abbiamo fatto una lunghissima passeggiata.
Gina. (non guardandolo) Hai fatto male, tu che cammini così poco abitualmente.
Erm. A questo mondo bisogna avvezzarsi a tutto ed a qualunque età. (passeggiando) Non vi fu nessuno oggi?
Gina. Nessuno.... Tranne i due sposi.
Erm. E nessun’altra commissione?
Gina. No, per oggi.
Edvige. Ma vedrai papà, che domani ne verranno delle altre.
Erm. Dio lo voglia; tu domani conti incominciare a lavorare sul serio?
Edvige. Domani?... Domani che è il giorno della mia festa?
Erm. È vero.... A dopo domani allora — e ricordiamoci bene, d’ora innanzi faccio tutto da me, da me solo.
Gina. Che idee sbagliate. Ti tireresti sul capo pasticci e null’altro. — Lascia a me la direzione dello studio, tu pensa alla tua invenzione.
Edvige. Ma e all’anitra selvatica, e ai conigli... Chi ci penserà poi?
Erm. Non parlarmi di simili sciocchezze, non ho più tempo di occuparmi di loro. In quanto a quell’anitra selvatica, poi, vorrei torcerle il collo.
Edvige. All’anitra? Alla mia anitra?
Gina. Ma Erminio che dici?
Edvige. (abbracciando Erminio) No, papà, dimmi che non farai quello che hai detto, l’anitra selvatica è mia.
Erm. (accarezzandola) Sì, per te non lo farò. Ma dovrei farlo; sotto al mio tetto non ha da restare chi.... chi è passato per le mani di quell’altro.
Gina. Allora fu Pietro a consegnarla al nonno.
Erm. (passeggiando) Nella vita bisogna che un uomo abbia a rispettare certi doveri se vuole essere un uomo perfetto.
Edvige. (seguendolo) Ma e che colpa ne ha la povera anitra?
Erm. (fermandosi a guardarla) Ebbene sì, per te io non la toccherò, sta tranquilla, (la bacia in fronte) Ah! è l’ora della tua passeggiata, va, Edvige, va. Se aspetti ancora, si farà notte.
Edvige. Oggi non ho voglia di uscire.
Erm. Dà retta a me! Ti fa bene; hai gli occhi rossi e io non voglio, è inutile; in questo laboratorio l’aria è viziata.
Edvige. Farò quello che vuoi. Vado a vestirmi. Dimmi papà, non farai nulla all’anitra, me lo prometti?
Erm. (abbracciandola) Te lo prometto. Non la toccherò. Povera Edvige oramai io e te soli.... (come parlando tra sè)
(Edvige va da Gina la bacia e esce dalla porta della cucina).