SCENA III. Gina e Erminio.

Erm. (pausa, durante la quale Erminio passeggia, poi non guardando Gina in viso) Gina.

Gina. Che vuoi?

Erm. Domani o dopo mi devi consegnare il libro delle spese di casa.

Gina. Vuoi pensare anche a questo?

Erm. Sì.... Ora debbo regolare tutto io. Mi pare che tu spenda troppo. (fermandosi e fissandola in volto)

Gina. Io?... Ma se tra me ed Edvige ci contentiamo di così poco?

Erm. (bruscamente) Gina, è vero che il lavoro di mio padre viene dal vecchio Werle troppo lautamente pagato?

Gina (imbarazzata) Non saprei dirti.... Non so quanto generalmente simili lavori si paghino.

Erm. Ma quanto riceve dunque?

Gina. Quanto costa a noi....

Erm. (stupito) Quanto ne costa? E non mi hai detto nulla di ciò fino ad oggi?

Gina. Non potevo! Ti rendeva felice il pensiero che tu solo bastavi a lui....

Erm. E invece era il vecchio Werle.

Gina. Quello già è tanto ricco. (si sarà fatto buio)

Erm. Accendi la lampada.

(Gina accende la lampada che mette sul tavolo di destra, mentre Erminio continua a passeggiare concitato).

Gina. D’altronde non dobbiamo sapere se è davvero il vecchio. Chi non ti dice che sia Groberg?

Erm. (severo) Che c’entra Groberg.

Gina. (imbarazzata) Dicevo solamente che... Eppoi non fui io che ho cercato lavoro per tuo padre.... Sai fu Berta, la signora Sorbi.... Era un’amica di casa nostra....

Erm. Perchè la tua voce trema?

Gina. (mettendo il paralume alla lampada) La mia voce?

Erm. (le si avvicina e le prende bruscamente una mano) E anche la tua mano.

Gina. (liberandosi dalla stretta di Erminio, fissandolo risolutamente) Sì, mio Erminio, che ti hanno detto di me?

Erm. (parlando lentamente) Mi hanno detto che tra te e il vecchio Werle, vi furono un tempo, troppo intime relazioni, quando eri in casa sua.

Gina. (con un grido) No, non è vero. Chi ti ha detto ciò ha mentito, e.... (dopo breve pausa) Allora seppi resistere; egli, sì, egli mi perseguitava, ma io non volevo saperne, sua moglie poi, s’era accorta della passione che aveva per me suo marito, e mi maltrattava, mi maltrattava tanto. (con dolore) Un giorno mi ha anche battuta.... forse era l’effetto della gelosia. Quel giorno abbandonai la casa Werle.

Erm. E dopo?

Gina. Ritornai da mia nonna.... Erminio è duro quello che sto per dire, e Dio non voglia farmene colpa, ma fu una madre che con le preghiere, con le minaccie mi indusse.... Allora il vecchio Werle era vedovo.

Erm. Dunque?

Gina. Ebbene, sì, sappilo pure, perseguitata dall’uno, tormentata dall’altra sono andata.

Erm. (con un grido) E questa è la madre di mia figlia! Come hai potuto ingannarmi fino ad oggi?

Gina. Ho avuto torto, avrei già dovuto dirtelo.

Erm. Dovevi dirmelo alle prime parole d’amore che ti rivolsi. Dovevi farti conoscere subito.

Gina. E mi avresti sposata allora?

Erm. E lo puoi pensare?

Gina. Ecco perchè non ti dissi nulla. Io ti amavo, ti ho amato tanto.... Non era giusto che avessi ad essere infelice per tutta la vita.

Erm. (passeggiando concitato) E questa è la madre della mia Edvige.... E io non sapevo nulla, non m’ero accorto di nulla, e di tutto ciò che posseggo debbo essere grato a.... al.... al mio precedessore.... al Werle!

Gina. Dimmi, Erminio, non furono forse felici questi sedici anni che insieme abbiamo vissuto?

Erm. (fermandosi innanzi a lei) Ma dimmi, non ti sei mai rimproverata quest’inganno? Non pensasti mai che doveva arrivare il giorno della spiegazione? — Ma rimorsi non ne provi tu?

Gina. Oh, Erminio, ho tanto da lavorare per accudire alle faccende di casa e agli affari!!

Erm. Non hai mai gettato uno sguardo al passato?

Gina. No, io l’avevo del tutto dimenticato, fosti tu a ricordarmelo.

Erm. (con disgusto) Questa tua freddezza mi fa male.... Non un pentimento, nulla....

Gina. Ma dimmi, Erminio, cosa saresti divenuto se tu non avessi incontrato una donna come me?

Erm. Come te?

Gina. Sì, come me che di tutto mi accontentavo, che non ti chiedevo mai nulla?

Erm. (parlando tra sè) Cosa sarebbe avvenuto di me?

Gina. Quando mi hai conosciuta eri sopra una cattiva strada.

Erm. E ora dove sono? Ma pensa a quello che io soffro in questo momento, io che fino a poche ore fa ero così fiero di te.

Gina. Tu ora sei un buon padre di famiglia, un lavoratore; tu finalmente, oggi, puoi senza pena, pensare al domani; i frutti della nostra lotta è ora che li raccogliamo. Ora cominciavamo ad essere felici....

Erm. Ma questa felicità ha le sue origini nell’inganno.

Gina. E quel maledetto Gregorio è venuto a distruggere il nostro lavoro di sedici anni.

Erm. È vero.... Nell’inganno ero felice.... Ma era un inganno.... E come posso ora pensare alla mia invenzione, essa morirà con me, ed è il tuo passato, Gina, che l’ha uccisa.

Gina. (rattenendo a stento le lagrime) Erminio, Erminio non parlarmi così, tu sai quanto ti ho amato, quanto ti amo.

Erm. I miei sogni sono stati distrutti. Quando io, alla notte, studiavo per la mia invenzione, sognavo di potere con un ultimo sforzo, coronare la mia opera, sognavo di ottenere il brevetto e quel giorno che sarebbe stato il più bello, sarebbe stato anche l’ultimo della mia vita — sognavo capisci, che tu potessi divenire la ricca vedova di un celebre inventore.... Oh! Oh! Oh!...

Gina. (asciugandosi gli occhi) No, non parlare così, non voglio restare senza di te.

Erm. (risoluto) Ora bisogna venire a una vera decisione. Tra noi due tutto è finito. Tutto.

SCENA IV. Detti e Gregorio.

Greg. Posso entrare?

Erm. Ah! Sei tu? Vieni pure, vieni.

Greg. (Gregorio entra e va a stringere la mano ad Erminio e Gina) Ebbene amici miei. (li guarda entrambi, poi all’orecchio di Erminio) Non avete concluso nulla?

Erm. (a voce forte) Tutto è fatto, Gregorio, fu il quarto d’ora più terribile della mia vita.

Greg. Terribile, sì ma anche il più nobile. Ora dunque....

Erm. Tutto è accomodato.

Gina. Dio la perdoni, signor Werle, Dio la perdoni!

Greg. (meravigliato) Non capisco. — Una simile spiegazione deve dar luogo a una vita serena, tutta armonia e concordia.

Erm. Lo so, lo so.

Greg. Io credevo che tanto tu, quanto tua moglie mi veniste a ringraziare, ed invece piangete, siete desolati.

Gina. (Sorride tristamente e va a levare il paralume alla lampada).

Greg. Lei, signora Ekdal è giovane, lei non può o non vuole comprendermi. (a Erminio) Ma tu Erminio, tu sai ciò che devi fare dopo una simile spiegazione.

Erm. Sì, sì, parli bene tu.

Greg. Non v’è nulla di più nobile, di più generoso del perdono; noi dobbiamo amare, sollevare il peccatore.

Erm. E tu credi che un uomo possa facilmente ingoiare questo amaro calice che mi hai dato a bere?

Greg. Per un uomo comune, forse, puoi avere ragione, ma per te.... Tu non sei un uomo come gli altri....

Erm. Sarò come vuoi, Gregorio, ma per ora le tue dottrine non posso accettarle.... Chissà col tempo.