CAPITOLO QUINTO. IL RAMO DI LECCO.
La Maddalena — Le Caviate. — Gessima. — L'Abbadia. — Mandello. — Parè. — Onno. — Vassena. — Limonta. — Civenna. — Bellagio. — Olcio. — Fiume Latte. — L'Uga. — La Capriana. — Varenna. — Perledo. — Bologna. — Bellano.
Appiani chiamava il ramo di Lecco più pittoresco di quello di Como e quell'esimio pittore non usciva in sentenza nè falsa, nè esagerata. Una successione di tanti paeselli; il lago principalmente nella primavera e nell'autunno e anche nel verno quando
Limpido, azzurro in sull'aurora è il cielo
Da un vapor roseo, ove il sol nasce, tinto;
Bianchi di neve e di notturno gelo
Son valli e monti e il lido che n'è cinto:
Il lago sol che non ne soffre il velo
Bruno fra quel candor spicca distinto
E capovolti sotto l'onde quete
Rupi e capanne ed alberi ripete.
Sotto al candido incarco oppresse e dome
Vedi incurvarsi pei vicini clivi
E nondimanco verdeggiar le chiome
Degli allòr, de' cipressi e degli ulivi;
Grami augelletti che calâr, siccome
Fallì il cibo dai lor gioghi nativi,
Volan fra i rami e cader fanno al lieve
Tocco in minuta polvere la neve.
Quanti effetti di luce svariati, quanti greppi nudi, alternati con pascoli verdeggianti, e fornaci ardenti che rompono l'oscurità della notte, e l'andar e il redire d'innumere navicelle, e canti di pescatori, e zampogne di pastori, che valgono a lusingare talvolta anche le orecchie sazie de' frastuoni delle musiche cittadinesche!
E le due belle ottave qui riferite, che dipingono più che descrivano, le avrete già lette nell'Ulrico e Lida, il più recente lavoro di Tommaso Grossi, nome caro a tutti quelli che leggono i suoi soavissimi versi e ammirano le tante doti che abbelliscono il suo cuore.
Ma volendo, se ci basta il tempo, godere tanto pittoresco abbisognerà che ci rechiamo alla Maddalena, alle Caviate, rialzate sopra un ricco vigneto, alla Gessima, luogo ghiajoso che ebbe forse il nome dalle molte cave di gesso. Chi ha letto Paolo Giovio passando di qui si ricorderà di Lodovico Savelli, che sdrucciolato da questo scoglio, dopo essere stato cinque ore pendente e colle mani avinghiate ad un ramo, sotto il tormento del sole, a malgrado dei letti che si distesero nel sottoposto terreno, cadendo s'estinse prima d'arrivar al suolo.
Di là procedi alla Abbadia, così chiamata da un'antica badia di Benedettini, che fu poi cenobio dei Serviti, poi vieni a Mandello grossa abitazione collocata sur un istmo del lago adorno di piante e dominato ad oriente da moltissime montagne abbondanti di pascoli e di legna, spiccante contrapposto colla nuda spianata di San Giorgio. Di qui era originario il poeta Aurelio Bertola. Il palazzo Airoldi, oggi Pini, era il secondo per magnificenza sul Lario (primo era il Gallio di Gravedona) avanti che sorgessero le principesche ville Sommariva, Melzi, Serbelloni ed Odescalchi. Dalla rupe che sorge a mezzodì di Mandello si cavano ferri e marmi, dei quali sono le otto colonne che ornano il tempio del Crocifisso di Como. Una miniera di piombo che dava il settanta per cento di metallo fu lasciata in abbandono per non essersi trovato il filone continuato, sorte comune colla pirite aurea che si estraeva sopra il casale di Masso, e che avea fatta sospettare l'esistenza d'un metallo più prezioso.
Sull'opposta riva del lago alle falde orientali dei Corni di Canzo vedi succedersi Parè in un seno del lago di faccia alla Maddalena, Onno di fronte a Mandello, ravvivato dalle sue fornaci di calce, belle a vedersi da chi voga pel lago nell'oscurità della notte. Fu patria del fuochista Gio. Battista Torre che rimase vittima della sua arditezza, e dell'idraulico Binda che nel 1727 eseguì le fontane nel giardino Litta di Lainate. Da qui una strada faticosa conduce nel centro della Vallassina.
Proseguendo viensi a Vassena povero casale che mira in faccia Olcio; poi succede Limonta «terricciuola presso che ascosa fra i castani, al guardo di chi spiccatosi dalla punta di Bellagio per navigare verso Lecco, la cerca a mezza costa in faccia a Lierna. Cominciando dall'ottavo secolo, fino agli ultimi tempi, che fur tolti i feudi in Lombardia, essa fu soggetta al monastero di Sant'Ambrogio di Milano; e l'abate fra gli altri titoli avea quello di conte di Limonta e di Civenna, terra più in alto al lembo della Vallassina». Le cave del gesso al pelo dell'acqua e quelle di marmo nero sulla costa del monte alimentano l'attività dei Limontesi.
Più in su, tirando verso tramontana, dove la lingua di terra che separa i due rami del lago si termina a capo di montone, siede Bellagio, terra comasca di prodigioso prospetto, e prima di giungere a questa terra t'abbatti alla Villa Giulia dispendiosamente abbellita di fresco dal signor Venini con comoda ascesa che conduce alle due parrocchie di Bellagio, cavata nello scoglio a forza di scalpello e mine.
Sulla sponda orientale, superato Mandello, ti trovi ad Olcio, ricco di miniere di marmo nero di cui è una parte del duomo di Como; la strada qui si seppellisce per centoventi metri sotto tre lunghe gallerie; poi a Lierna, a' piedi d'una scogliera quasi innaccessibile, ma di tratto in tratto verdeggiante e cortese di vini vantati come utili a chi soffre di calcoli e di podagra, e che si prolunga sino a Fiume Latte, ove trabalzano per mille metri, quasi a perpendicolo, le acque raccolte dagli scoli del Moncódeno.
Succede quindi la grossa abitazione di Varenna, risorta a nuova vita per la strada militare. L'aria assai dolce vi lascia crescere spontanee anche esotiche piante. L'Uga poco discosta è una fonte sgorgante da un antro e protetta da un pergolato d'allori, a cui si affratellano le cascate artificiali della sottoposta deliziosa Capuana.
L'occhiadino, il bindellino, il marmo nero e la lumachella sono i minerali che più comunemente si cavano nelle sue vicinanze; Perledo posto in alto con antichissima torre una delle tante riferite dalla tradizione alla regina Teodolinda, e Bologna rialzata sulle falde del Grignone sono le terre principali che la circondano. Dell'una e dell'altra nulla a dire, quando eccettui i due più grandi quadri del pittore Bellati, deposti nella parrocchiale di Perledo.
Procedendo sulla via militare talvolta sepolta sotto pittoresche gallerie vieni a Bellano, antica corte degli Arcivescovi di Milano, le cui mura furono diroccate da quel Gian Giacomo De-Medici che padroneggiava sul lago; ha una chiesa antica, opera d'Azzone e dell'arcivescovo Giovanni Visconti zio e nipote sui cui muri vedonsi ancora gli stemmi di questi e de' Torriani. È patria di Sigismondo Boldoni, poeta, medico e letterato de' pochi buoni del secolo XVII.; ma ben vanto maggiore ha d'aver dato i natali ad uno de' più splendidi ingegni, che onorino l'Italia, Tommaso Grossi. Non vuol tacersi la bella filanda dei Gavazzi, nè passarsi innosservato l'Orrido precipizio d'acqua maestoso.
Odi tu quel rimbombo? Inoltra e agli antri
D'onde rugge il fragor della novella
Meraviglia ti accosta. Oh! mira come
Dall'alpestre ciglion cerca il torrente
L'onda del lago, e giù per la scoscesa
China a gran salti furiando, l'aere
Fiocca di spruzzi e di muggiti assorda,
Pari all'ira de' tuoni. Orrendo è il loco
E dritto è ben se il vulgo Orrido il noma.
La strada prosegue per Dervio, Corenno e Colico d'onde corre pel lungo della Valtellina, soverchia lo Stelvio, taglia il Tirolo e perviene alla capitale dell'impero.
Sei stanco del cammino? siedi a respirare la mite aura del lago, corri collo sguardo su tanti prospetti svariati, vedi le onde incresparsi al
Montanino orezzo della sera
mira le navicelle pescatrici, odi gli armonici canti delle donzelle, che dimentiche per un istante dei guai della vita, intuonano soavi melodie. Oh quanto mi giunse dilettevole all'orecchio una tenera barcarola dell'autore delle Melodie italiche fatta canora sopra l'aria marinaresca degli Inglesi che un coro di fanciulle, agitando il lieve battello, commetteva alla vagante aria del lago.
IL VIAGGIO DELLA VITA.
1.
È la vita navicella
Che va su, va giù pel mar:
Ecco sorger la sua stella,
Sfavillare, tramontar.
Se quetata la tempesta
Una brezza soffierà
Ogni vela, presta, presta
Il buon tempo seguirà.
2.
Ma dei venti nella guerra
Non sia fiacco il nostro cor:
Salpa il Senno della terra
E ritorna vincitor.
Qual zavorra stiam pur tutti
Fermi al posto del destin:
E tra l'impeto dei flutti
Sarem salvi nel cammin.
3.
Però troppo non ti affida
Al sereno lusinghier,
Se al Presagio non ti guida
Della bussola, o nocchier.
Quando il nugolo rintrona
E prorompe l'aquilon
Teco è Dio, non abbandona
Chi sta vigile al timon.
4.
E se placida nel porto
La Speranza si posò,
E sull'áncora conforto
Dagli stenti ritrovò,
Ricolmati gli otricelli
Del liquor che fa gioir,
Beviam tutti, quai fratelli
Salutando l'avvenir.