CAPITOLO QUINTO. DA BRIVIO A LECCO.

Beverate. — Airuno. — La Rôcca. — Gherghentino. — Sua valle. — Suo torrente. — Olginate. — Carlate. — Somasca. — Vercurago. — Calolzio. — Maggianico. — Galbiate. — Montebaro. — Lecco. — Territorio.

La più grossa frazione di Brivio è Beverate patria di San Simpliciano, immediato successore di Sant'Ambrogio nell'episcopato milanese, antichissima badia di San Colombano, terricciuola tutta contadinesca, ora ravvivata da una fornace poco discosta che converte in tegole le buone argille ond'è qui molta ricchezza. A questo villaggio devi recarti per proseguire la tua strada verso Lecco, quando non voglia andar direttamente ad Airuno per una strada sulle prime montuosa poi piana, radente i casali di Bolona, Cartiglio e Canosse.

Airuno è una striscia di case tagliate da un torrente e che viene in parte a trovarsi sul monte della Rôcca, collina scoscesa, faticosa, sulla quale al lunedì dell'Angelo trovi un aspetto di festività, un soggiorno di allegrezza campestre, una faccenda tra venditori e compratori, un'armonia d'inni religiosi frammisti a villereccie canzoni. Di lassù ti sarà caro vedere il bacino della Valgherghentino, che è un piano tutto a gelsi, a vigneti, a boschi ed a campagne, cui fanno cornice a tramontana e ad occidente le falde del San Genesio, e tagliato di mezzo da torrenti. Laggiù due poveri casali, Gherghentino che da nome alla valle, e Meglianico che viene a trovarsi proprio al piede del monte anzidetto. Questa vallea già feudo di Marcellino Airoldi, poi de' suoi discendenti, ha due uscite una dalla parte d'Airuno, l'altra più settentrionale, poco discosta da Olginate.

Da Airuno nulla ti arresta fino al ponte del Gherghentino, che si va magnificamente costruendo di pietra con quella sollecitudine onde a nostri giorni si eseguiscono anche le più ardite imprese. Prende nome questo torrente dalla valle d'onde proviene, ed è ricco di arenarie schistose di finissima grana d'un color bigio scuro; con isquamette di mica bianca e sottili strati di marna rossiccia e strati calcari anch'essi d'un colore piegante all'oscuro. Fra Gherghentino e il Mulinello lungo il letto di questo torrentaccio vedresti frequenti massi di serpentino, spaccati con mine, e distinti alla nerezza del loro colore, ma nessuno troverai dotato di polarità.

Alla base del monte che da Airuno procede sino a questo torrente potrà il geologo osservare le molte roccie calcaree, senza arenaria, compatte, di grana terrosa, di color azzurrognolo e d'odore argilloso.

Olginate ebbe vita ed eleganza dalla strada militare, che fece scomparire quelle tristissime vie che lo rendevano fra i più disagevoli passi carrozzabili. La chiesa di Sant'Agata rialzata sul dosso del monte, la casa, la torre ed il giardino Testori non vogliono restare sotto silenzio.

Risponde ad Olginate il visitato santuario di San Girolamo Miani, elevato al di sopra di Somasca; una povera chiesa, a cui serve di parete orientale la brulla pendice sopra della quale appoggia anche l'altare. Un'altra chiesetta rotonda di recente costruzione, abbellita d'un quadro (la risurrezione di Cristo) del professore Mazzola, male si affratella con questa romantica e sterile situazione, colla ruvida scala guadagnata dai devoti a ginocchioni, colle reliquie del castellotto sulla vetta della rupe, colla grigia nudità de' monti cadenti a ridosso della valle.

È poco discosto, rialzato sulla falda del monte, Calolzio ove fu di recente costrutta una bella chiesa dall'ingegnere Giuseppe Bovara di Lecco ad una sola nave di venticinque braccia di larghezza con tre sfondi per ciascun lato che servono di cappelle e d'ingresso, ha la lunghezza di cinquantadue braccia e l'altezza di quaranta, compreso il cornicione sostenuto sopra mezze colonne corinzie, avente la volta con cassettoni ottagoni e rosoni a rilievo. A questa navata è unito il presbitero quadrato formato da sei colonne e due pilastri impostati ai muri, egualmente d'ordine corinzio, d'oncie ventisette di diametro e venti d'altezza, sopra il cui cornicione poggia la cupola a tutto sesto. L'ordine corinzio è quello che domina pure nell'interno.

A Maggianico l'amatore delle belle arti osserverà la palla d'altare divisa in otto scompartimenti, bellissimo lavoro di Bernardino Luini. Rappresenta la Madonna col divin Pargoletto e il Padre Eterno. Quest'opera minata dal tempo venne di recente restaurata e collocata in un nuovo altare di marmo carrarese intagliato. Degno raffronto con essa è l'altra palla che vedesi nella stessa chiesa, squisitamente pennelleggiata da Gaudenzio Ferrario, a cui non sarebbe inutile un ristauramento di qualche abile artista.

Olginate nell'ecclesiastico dipendeva anticamente dal vicino Garlate a cui ti guiderà un'ampia strada diritta presso ad essere terminata. In questa terra oggi di nessuna considerazione fu già una Corte, e Lotario imperatore nel secolo X. dell'era nostra vi fondò un castello.

Da qui si ascende a Galbiate per una strada che corre acclive sulla costa del monte di Galliano notevole pei molti strati calcari della stessa natura di quei nominati dianzi, quasi perpendicolari nella direzione da nord-est a sud-ovest della grossezza da tre sino a cinque piedi.

Galbiate siede al sommo del monte, osserva ad occidente il lungo corso dell'Adda, i piani e i monti bergamaschi, ad oriente vagheggia i ceruli laghetti del Piano d'Erba e le incantevoli colline della Brianza. Ha una bella chiesa con campanile, sopra disegno dell'ingegnere Brioschi, veduto per la sua posizione in molla lontananza. Questa terra dipendente una volta dal feudatario della Pieve d'Oggiono comperò la sua emancipazione nel 17 giugno 1654 ed a memoria di questo riscatto rimane qui una lapide che dice:

LIBERTAS
QUÆ TOTO NON BENE VENDITUR AURO
LABORE LITE PRAETIO PARTA
GALBIATENSI VICINIÆ AC FINITIMIS OPPIDIS
REGIA CONCESSIONE FIRMATA TANDEM ARRISIT
FELIX DIES XVII JUNII ANNI MDCLIV
QUA INFEUDATIONIS AC OMNIS INFERIORIS JUDICII
EXCUSSO ONERE
POPULUS HIC SUB POTENTISS. REGIS. HISPANIARUM
VICARIA POTESTATE NEMPE MEDIOLANENSIS SENATUS
SE IMMEDIATE REDEGIT
TANTÆ EXEMPTIONIS MEMORIÆ
QUAM FRANCISCI GEORGII OTTOLINI
REGIÆ DUCALIS CAMERÆ NOTARII
AUTENTICA SCRIPTA PRIVATIM ASSERVANT
HUJUS LAPIDIS RETENTIVÆ CUSTODIÆ
PUBLICE RESIGNANTUR
DIE XVIII. SEPTEMBRIS ANNO MDLXXI[15].

Il convento dei Francescani posto sul Montebaro a settentrione di Galbiate, fu abolito nella generale soppressione del 1810. A Desiderio ultimo re dei Longobardi si riferisce l'erezione d'una rôcca su questo monte e della chiesa di San Michele. Dai viali del monastero per un viottolo ronchioso a spina-pesce si ascende al monte delle crocette, così chiamato da tre croci piantate sulla sua vetta, d'onde l'orizzonte si allarga e diviene più maestoso. Di là potrai vedere i sottoposti laghetti d'Oggiono, d'Annone, indi il lago di Pusiano, cinti a settentrione dai monti della Vallassina, e più in là il comasco a cui fanno contorno i poggi di Varese, ai piedi delle Alpi. A manca corre il guardo fino alle feraci pianure dell'Olona seminate d'innumeri paeselli e borghi, ed a maggiore distanza il duomo della lombarda Capitale. Da una parte distingui per lungo tratto gli azzurri serpeggiamenti dell'Adda e tante vallette e tanti poggi e tante montagne del Bergamasco. È degnissimo di sentirsi in Galbiate l'eco polisillabo, il quale a chi grida d'in su la via risponde da una casa rimpetto fino a quindici ed anche più sillabe. Io l'intesi ripetere per intero i due versi

Che vuoi dirmi in tua favella

Peregrina rondinella?

Chi brama godere amenità di vista senza molto disagio di strada visiti le delizie Balabio e Sanchioli, come non ometta di vedere il molto ameno ritiro che si fabbricò il chiarissimo economista Barone Custodi, ov'è la ricca biblioteca di cui sarà ereditiera l'Ambrosiana.

Se da Garlate ami portarti direttamente a Lecco segui la via militare, passa per le Torrette ove la moltiplicità delle fornaci sono animate dalla roccia calcarea del Montebaro, terrosa, di grana fina, di frattura concoidea, talvolta scagliosa e di colore cinereccio molto chiaro, frammista di selce piramica (pietra focaja) che ora si presenta sotto forma di vene d'uno a due pollici in grossezza, ora di nuclei, qualità che quel monte ha comune con tutta la catena di Galliano.

Ed eccoti arrivato al maestoso ponte fatto erigere da Azzone Visconti nel 1335 per congiungere meglio tutte le parti del suo dominio. Non avea esso in origine che otto arcate, ma l'arcivescovo Giovanni II. Visconti, per ovviare le soverchie piene del lago, fece dilatare l'alveo dell'Adda che qui ricomincia, e prolungare il ponte di due nuove arcate. Nè bastando ancora questo provvedimento, i Comaschi, come quelli che più risentivano delle innondazioni del lago, a tutte loro spese fecero un maggior allargamento al letto del fiume e per conseguenza aggiunsero un nuovo arco al ponte, per cui venne ad avere undici arcate. Le due più recenti che si attaccano alla riva occidentale del fiume furono rinovate nel 1799 per essere state tagliate dai Francesi che poterono in tal guisa arrestare i passi vittoriosi degli eserciti Austro-Russi. Più d'uno de' miei pochi lettori si ricorderà dell'angusta porta all'ingresso occidentale di questo ponte, che fu da pochi anni demolita come disagevole al passaggio.

Ed ecco far bella mostra Lecco, la più importante e considerevole terra del nostro territorio dopo Monza, posto al 41.° 51′ 7″ di latitudine e 41.° 71′ 50″ di longitudine. «Giace poco discosto dal ponte, alla riva del lago, anzi viene in parte a trovarsi nel lago stesso, quando egli ingrossa: un gran borgo al giorno d'oggi e che s'incammina a diventar città» come dice Manzoni.

Nell'industria ha poche terre rivali; attivissimi edificj di seta; decentissimi alberghi (la Croce di Malta, il Leon d'oro, l'albergo Reale), più facili a trovarsi nelle città che in terre di campagna; depositi di ferramenta lavorate; la grandiosa fabbrica di cotoni dello Schmutz, bastano a mostrare la sua operosità. Lecco in un sabato d'autunno presenta riunito quanto di ricco, di vivace, di risplendente trovasi diffuso per tutte le terre della Brianza e pei luoghi all'intorno; grosse comitive di signori, verroni sorridenti di donzelle, di giovani, leggiere navicelle seminate con vago prospetto sulle azzurrine onde del lago; intanto fra i venditori e compratori un'operosa faccenda; una pressa di sbarcare e di imbarcare, un continuo andar e venire, e saltimbanchi e cerettani e cento altre cose siffatte.

Del resto nulla d'interessante per l'amatore delle belle arti; chiesapiccola, eccentrica e mal rispondente ai bisogni ed all'importanza del paese, non grandiosi palazzi, non gabinetti d'antichità; se non che ora va provvedendo anche a questa mancanza il distinto ingegnere Giuseppe Bovara che nella sua casa riunì molti oggetti di pittura, d'antiquaria e di mineralogia con cui fanno un vaghissimo contrasto i mirabili lavori in sóvero, che l'industrioso falegname Giacomo Anghileri (premiato anche dall'accademia di Brera nel 1824) eseguì sotto la direzione dello stesso ingegnere, e la maggior parte di essi rappresentanti le famose reliquie dell'antichità che rimangono ancora nella capitale del mondo cristiano ad attestare la sua passata grandezza.

Poco è discosto Pescarenico, casale di pescatori, dove esiste tuttora il convento del padre Cristoforo che ricevette tanta celebrità nei Promessi Sposi. Un'isoletta tutta verdeggiante nell'interno e al di fuori tutta cinta di candido muro chiamasi pure Pescarenico.

Gli innumeri casali onde è seminato il territorio di Lecco, all'occhio di chi li guardi da lontano da qualche luogo che vi risponda di fronte, si confondono, formando una lunga striscia biancheggiante che degrada sfumando fin che viene ad unirsi coll'altra striscia segnata dalla configurazione prolungata di Lecco. Alessandro Manzoni, giovinetto venia in questo territorio a respirare quest'aria piena di vita, e quante volte col fervido desiderio della gioventù avrà sospirato al momento di poter trasfondere dal suo cuore le tenere affezioni ond'era tocco all'aspetto di quelle austere bellezze. Il tempo rispose al suo e più all'altrui desiderio, e la prima pagina dei Promessi Sposi fu appunto consacrata alla fedele dipintura di queste pacifiche terre montuose.

«Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, viene quasi a un tratto a ristringersi e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un'ampia riviera di rincontro; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all'occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l'Adda ricomincia, per pigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lasciano l'acqua distendersi e allentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni. La riviera, formata dal deposito di tre grossi torrenti, scende appoggiata a due monti contigui, l'uno detto di San Martino, l'altro con voce lombarda, il Resegone, dai molti suoi cocuzzoli in fila, che in vero lo fanno somigliare una sega: talchè non è chi, al primo vederlo, purchè sia di fronte, come per esempio dai bastioni di Milano che rispondono verso settentrione, non lo discerna tosto, con quel semplice indizio, in quella lunga e vasta giogaja, dagli altri monti di nome più oscuro e di forma più comune. Per un buon tratto la riviera sale con un pendìo lento e continuo; poi si dirompe in poggi e in valloncelli, in erte e in ispianate, secondo l'ossatura dei due monti e il lavoro dell'acque. Il lembo estremo interciso dalle foci de' torrenti è pressochè tutto ghiaia e ciottoloni; il resto, campi e vigneti, sparsi di terre, di ville, di casali; in qualche parte boschi, che si prolungano su per la montagna.... Dall'una all'altra di quelle terre, dalle alture alla riva, da un poggio all'altro, correvano e corrono tuttavia strade e stradette, ripide, acclivi, piane, tratto tratto affondate, sepolte fra due muri, donde, levando il guardo, non iscoprite che un pezzo di cielo e qualche vetta di monte; tratto tratto elevate su aperti terrapieni, e da quivi la vista spazia per prospetti più o meno estesi, ma ricchi sempre e sempre qualcosa nuovi, secondo che i diversi punti piglian più o meno della vasta scena circostante, e secondo che questa o quella parte campeggia o si scorcia, spunta o sparisce a vicenda. Dove un tratto, dove un altro, dove una lunga distesa di quel vasto e svariato specchio dell'acqua; di qua lago, chiuso all'estremità o piuttosto smarrito entro un gruppo, un andirivieni di montagne, e di mano in mano più espanso tra altri monti che si spiegano ad uno ad uno allo sguardo, e che l'acqua riflette capovolti, coi paesotti posti in sulle rive; di là braccio di fiume, poi lago, poi fiume ancora, che va a perdersi in lucido serpeggiamento pur fra i monti, che l'accompagnano, digradando via via, e perdendosi quasi anch'essi nell'orizzonte. Il luogo stesso da cui contemplate que' varj spettacoli, vi fa spettacolo da ogni banda, il monte di cui passeggiate le falde, vi svolge al di sopra, d'intorno, le sue cime e le balze, distinte, rilevate, mutabili a ogni tratto di mano, aprendosi e contornandosi in gioghi ciò che v'era sembrato prima un sol giogo, e comparendo in vetta ciò che poco innanzi vi si rappresentava in sulla costa: e l'ameno, il domestico di quelle falde tempera gradevolmente il selvaggio, e orna vie più il magnifico dell'altre vedute».

E l'amarezza di quell'addio onde Lucia ignara del suo avvenire salutava le patrie alture, forse fu da lui provata quando si separò da esse nei giorni della fanciullezza.

«Addio, montagne sorgenti delle acque, ed erette al cielo; come ineguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più famigliati; torrenti, dei quali egli distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi cresciuto tra voi se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono in quel momento i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che un giorno tornerà dovizioso. Quanto più s'avanza nel piano, il suo occhio si ritrae fastidito e stanco da quella ampiezza uniforme; l'aere gli simiglia gravoso e senza vita; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose, le case aggiunte a case, le vie che sboccano nelle vie pare che gli tolgano il respiro; e dinanzi agli edifizj ammirati dallo straniero, egli pensa con desiderio inquieto al camperello del suo paese, alla casuccia a cui egli ha già posti gli occhi addosso da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a' suoi monti».

Tenera effusione d'affetti, interprete d'un sentimento che io provai vivo nel cuore, ma che non avrei saputo lodevolmente, significare onde mi prevalsi dell'innarrivabili parole di Manzoni colla sconfortante certezza che il confronto di tante dovizie debba mostrar più vivamente la povertà delle mie idee e delle mie espressioni!

Fra tutti questi casali primeggia Castello dove sorge un antico seminario diocesano. Qui l'attività de' magli che domano il ferro nell'intervallo fra Castello e San Giovanni della Castagna fu espresso con molta verità da Ugo Foscolo quando nel suo inno alle Grazie diceva a Canova:

Come quando più gajo Euro provoca

Sull'alba il queto Lario e a quel susurro

Canta il nocchiero, allegransi i propinqui

Liuti e molle il flauto si duole

D'innamorati giovani e di Ninfe

Sulle gondole erranti; e dalle sponde

Risponde il pastorel colla sua piva.

Per entro i colli rintronano i corni

Terror del capriol, mentre in cadenza

Di Lecco il maglio, domator del bronzo,

Tuona dagli antri ardenti; stupefatto

Pende le reti il pescatore, ed ode.

La grotta di Laorca ha bellissime stalattiti e stalagmiti, che si presentano sotto vaghissime forme. Da essa usciva già un'acqua limpidissima che accresceva la strana bellezza del luogo, ma essendo nel 1805 rovinati due casolari che erano elevati sopra la caverna, l'acque rimasero d'allora fangose e nocive alle macchine che fanno aggirare ed alle erbe. Il tempietto vicino e il terrazzo che gli risponde sono dominati dal ciglio prominente d'una rupe, mirabile pei variatissimi scherzi prodotti dal filtramento delle acque pei fessi della montagna. La religione consacrò questa solitaria posizione, dicendola dimora un tempo di penitente romito. Poco discosta è la sorgente del Caldone le cui acque si proclamano per salubri, sebbene nulla contengano di minerale. Germagnedo poco di qui discosto, vogliono fosse la parrocchia del D. Abbondio dei Promessi Sposi, altri la collocano invece ad Acquate, presso cui da poco tempo vennero scoperti filoni di ferro spatico.

(Chi volesse visitare la confinante Valsassina veda il capitolo Una corsa per la Valsassina)