CAPITOLO QUARTO. DA MERATE A BRIVIO PER LA VIA MILITARE.
Cicognola. — Calco. — Bevolco. — Il San Genesio. — Aizuro. — Biglio. — Galbusera. — Bagagera. — Mondònico. — Tegnone. — Porchera. — Il campo di Francesco Sforza. — Olgiate. — Brivio. — Inno alla Malinconia. — Arlate. — La Madonna del Bosco. — Imbersago. — San Marcellino. — Paderno. — La Val San Martino.
Una volta sempre nuovi disagj di via; istradicciuole selvaggie, affondate, sassose, perdute fra macchie, fra boscaglie e fra lande, dove dirupate, dove fangose per acquitrini o scabre, o rialzate, od avvallate, o a schiena di cammello isvogliavano dal viaggiare in questi luoghi. Oggi le cose camminano diverse. Uscito da Merate, e ripresa la via principale, giungi a Cicognola, recentemente avvivata dalla filanda Gallavresi, e di là per una strada sempre comoda e lisciata pervieni a Calco dopo un cammino di venti minuti a passo ordinario, che ti sono di subito ingannati dai tanti svariati oggetti che ti stanno dintorno.
Non ti accaderà di rado d'incontrare in questo tratto di strada qualche abbronzata contadina, che povera di modi, ma ingenua, schietta e riguardosa ti saluti con quella cortesia naturale che non ha ancora risentito l'artificio dell'educazione. State un'ora in Brianza e conoscerete le sue abitatrici; di leggieri aprano l'anima ai teneri sensi d'un affetto innocente, ma in generale parlando sono dure, indomabili alla voce d'una meno che onesta lusinga. In una domenica d'estate quando terminarono gli uffici della chiesa le vedresti a vivacissimi crocchi, dove uscir dal villaggio e prendere il largo de' campi, o l'ascesa delle colline, dove entrare in un leggiero battello e fendere placidamente lo specchio dei loro laghetti; ad alcune scorgeresti sul volto la compiacenza dei vicini sponsali; negli atti, nei modi di altre ravviseresti l'ardore della tenerezza materna; scerneresti negli sguardi di molte quella muta corrispondenza d'affetti che non è ancor palesata dalle labbra, ma che è già indovinata dal cuore. Oh siedi qualche volta ad ascoltare le loro armoniose canzoni, senti le devote cantilene onde fanno risuonare il sacro ricinto che custodisce le ceneri dei loro avi! Attendi che il curato del villaggio si frammetta ai loro innocenti trastulli, e tu vedrai come il sacerdote, qui assai più che altrove, governi il cuore de' suoi parrocchiani; egli giudice, egli maestro, egli consigliere; e o s'interponga a comporre i domestici dissidj, o ravvii sul diritto sentiero qualche sviato, è ben raro che la sua eloquenza cada infeconda «quei pantaloni lunghi, dice talvolta, ti dan aria di bulo, dimettili — quei ricci, o ragazza, sono a pericolo della tua onestà, domani ch'io più non li veda» e il garzone e la ragazza per quanto affezionati a queste galanterie il più delle volte compaiono domani senza i ricci, senza i lunghi pantaloni. Tali osservazioni vi somiglieranno cose da poco, eppure, chi ben le esamini, ritraggono una parte dei nostri costumi.
Ora, tornando al viaggio, siamo arrivati a Pomè, terra che dalla nuova strada militare ebbe vita, mentre il vicinissimo Calco, donde un tempo non era lecito ad un galantuomo passare senza essere squadrato dai capelli ai piedi, fu abbandonato e perdette, starei per dire, ogni esistenza.
Dalla chiesa di questo paesello dipende quella di Bevolco, degnissima d'essere visitata come una di quelle che rimontano ai primi secoli del cristianesimo. Sussiste ancora d'antico tutto l'esterno del coro, il rimanente fu rimpicciolito e rimodernato. Una lapide collocata di fronte all'altare ricorda due nobili fratelli Oaldo e Soaldo trafitti, non si dice quando, da una medesima spada; un'altra lapide fu dalla ignoranza de' muratori spezzata e usata a far muro; nel giardino Cavallieri, ed in altri siti del paesello rimangono tuttora grosse muraglie; nel vicino piano della Molgora furono dissotterrate ossa umane. Tutto attesta qualche catastrofe dei secoli passati.
Abbiamo accennato nelle brevi notizie storiche premesse in questo volume come Francesco Sforza sul cadere del 1449, posti in Brianza i suoi accampamenti, osasse sfidare contemporaneamente le forze riunite e superiori de' Veneziani e de' Milanesi. Essendo qui appunto il luogo del combattimento gioverà farne conoscere, il più possibilmente in compendio, la posizione quale ci viene ricordata da Giovanni Simonetta nella Sforziade. Il monte che sorge maestosamente a manca e va a terminare in una punta acuminata è detto San Genesio da una chiesetta che sorge presso il suo vertice, dedicata a questo santo. Qua e là sul pendìo del monte i piccoli casali d'Aizuro, Biglio, Vallicelli, Galbusera, Bagagera, poi Montespiazzo, Malnino, Ospedaletto e Casternago e più in giù Mondònico, patria d'un Martino da Mondònico, che pur fu esecutore d'infami imposizioni di Gian Giacomo De-Medici e finì poi coll'essere appiccato in colpa di traditore; donde poco è discosto Tegnone ove nacque Giuseppe Ripamonti. Più abbasso ancora Porchera, gruppo di case quanto commiserato per la sua infelice posizione, altrettanto celebrato per la bontà de' suoi vini. Su quel monte si erano riparati i Veneziani, ubbidienti al capitano Santangelo, e di là avevano cacciato Giovanni Sforza, quando col cognome, ma non col valore del fratello Francesco, avea tentato di rimoverli da quella formidabile posizione. Appena Francesco ebbe intesa di questa mal riuscita spedizione, diede incarico a Roberto Sanseverino ed Onofrio Rufaldo che si provassero a tentare l'ascesa del monte. Questa volta l'esito fu più felice; i due generali, lasciati a Calco il grosso de' soldati, con alcuni dei più spediti ed arrischiati, colto il silenzio della notte, guadagnarono l'erta e giunsero d'improvviso addosso ai Veneziani. Fu sanguinosa la mischia; i soldati di San Marco piantarono il gonfalone sul campanile della chiesa di San Genesio, e serratisi tutti in quella posizione imponente, poterono resistere ancora per qualche tempo, finchè, sprovvisti di cibo e di bevanda, furono cacciati alla necessità di calare a condizioni, bastevolmente decorose però d'aver non solamente salva la vita, ma anche la licenza di potersi ritirare pel ponte d'Olginate sul territorio della loro repubblica. Sanguinose vicende che speriamo non saranno mai più rinnovate! Preghiamo che il cannone abbia per l'ultima volta a Verderio contristata la pace delle nostre colline.
Inni dal petto supplice
Alzerò spesso a i cieli,
Sì che lontan si volgano
I turbini crudeli;
E da noi lunge avvampi
L'aspro sdegno guerrier
Nè ci calpesti i campi
L'inimico destrier.
La ricordanza di questi sanguinosi avvenimenti non tolga che si contemplino a parte a parte le bellezze del sito, ed Olgiate che ti compare di fronte distinto alla lunga striscia del palazzo Sala, all'acclive erbito che gli sta dinanzi è il vicino Bùllero, e la fuga di monti che si succedono a monti, e la magnifica strada su cui percorri la quale tramutò le ripidissime rive di Calco in un quasi insensibile pendìo.
Giunti a Beverate ove la strada è tagliata da una secondaria che comincia all'Adda e va a confluire presso Erba, nella strada provinciale che mette da Lecco a Como prendiamo per ora quella a destra, che piega ad oriente, e per essa attraverso a vigneti e colti, degradando insensibilmente giungeremo a Vaccarezza casale soverchiato dalla montuosa Foppolovera (la vogliono detta così da un basso fondo già messo ad ulivi), indi colla strada ci rialzeremo alquanto per ricadere di nuovo in fino a Brivio.
Oh ch'io ti vegga mia patria diletta! a cui da undici anni diedi un addio che mi tenne quasi sempre da te disgiunto! Allora non aveva che compiuto appena il secondo lustro, quella cara età in cui la vita è un sogno di letizie, di gioje, ignara di guai, di sospiri; che ravvisa dappertutto contentezza senza sapere che non v'ha fiore, il quale non cresca inaffiato di pianto, che non sorge mai sole il quale non rischiari una scena di lutto! Oggi ritorno a te, col corpo come sovente ritorno col desiderio; a te che incidesti nel mio cuore a note incancellabili la soave memoria dell'età prima, quando fanciullo coi fanciulli del mio villaggio, o scorrazzava su per la collina in traccia di fiori, o scendeva nel letto d'un torrente a far tesoro di pietruzze colorate, o fingeva battaglie intorno al mio castello usurpando i nomi dei guerrieri e dei campi di cui era ancor recente la ricordanza, o col leggiero battello spiccava arditamente dalla riva vogando sulle placide onde, o talora mi librava ad incauto nuoto. Quante volle palpitò per me il seno della madre! Ella tutta tenerezza a rivelar pericoli anche dove non erano; io tutta imprevidenza a non ravvisarli dove erano difatti.
Altrove ho già parlato di questa terra, largo quanto basti per poter ripetere il già detto senza provarmi a trovar nuove idee, nuove parole, nuove espressioni per esporre le medesime cose.
«In una bassa posizione, sulla destra dell'Adda, giace Brivio, che si presenta assai bene a chi lo contempla dagli opposti monti bergamaschi. Quivi l'Adda, dopo aver istagnato in un bacino, direi quasi circolare, ripiglia il suo corso rapidissimo e maestoso fra due rive, quando più, quando meno ristrette, sopra un letto molto declive e sassoso. Il castello che sorge in riva del fiume presenta la forma d'un quadrilatero, rinfiancato agli angoli da torrioni un tempo maestosi, ora rovinati dal privato interesse.
«Antichità rispettata dal tempo è uno di quei monumenti, che, ricordando le vicende de' nostri maggiori, riempiono l'animo di spirito guerresco! L'interno della fortezza fu a' miei giorni rinnovato, nè più vi trovi che poche vestigia delle antiche scale segrete e de' sotterranei onde vuolsi già ripiena. Rammento ancora il ribrezzo, che io provava negli anni infantili, quando innoltratomi in quei fondi di torre, sentiva dirmi come vittime umane avessero gemuto laggiù, dove non penetrava che un raggio di luce per la doppia ferriata e spessa ramignata d'angusto pertugio. La mia immaginazione presentavami d'innanzi quegli infelici, stesi al suolo a guardare con avidità quel raggio di luce furtiva, senza il conforto della speranza, senza la voce d'un amico. Nel 1829 convertendosi una di quelle basse prigioni ad altro uso, fu trovata una lapide sepolcrale e savvi una croce, un'arma gentilizia ed in giro una leggenda, corrosa dal tempo, deposta sullo scheletro d'un soldato di gigantesca persona. Vicende umane! Sulle grigie mura di questo venerabile monumento oggi serpeggia l'edera, crescono i pomi e le viti, e pendono le reti del pescatore. Chi vi passa, sul far della sera, ne vede sicuro l'ombra che signoreggia il lago e dove un tempo si udivano gli aspri gridi di guerra, oggi la casalinga vergine desta i canti dell'amore e della religione. Se non che da un pajo d'anni ai placidi canti si frammischiano le flebili cantilene de' prigionieri che aggrappati alle ferriate delle loro camerette guardano con invidia l'uomo libero, che passeggia sotto di essi e ricordano con melanconia tempi più felici[14]».
La chiesa coll'elegante suo campanile, le case parrocchiale e Piccinini, la vasta delizia, coll'ampio giardino alla genovese del signor Enrico Carozzi, la Scalvata vistosa collinetta meritano essere visitati dopo il castello.
Errando su questa collina e mirando alla sottoposta patria Cesare Cantù cantava quest'inno
ALLA MELANCONIA.
Melanconia, dell'anima
Nube soave e cara.
Onde a soffrir s'impara
Dei casi all'alternar,
Me del tuo latte al pascolo
Traendo ancor fanciullo,
Dall'ilare trastullo
Volgevi al meditar.
Di tortorella il gemito,
L'aura che bacia il rio,
Il suon d'un mesto addio
Pareami il tuo sospir.
Fiori spargeva e lagrime
Degli avi miei sull'urna:
Col vol d'aura notturna
Io ti sentia venir.
Dove quell'ermo vertice
Lungi dal mondo tace,
Io chiesi, a te seguace,
Pensieri e libertà:
O dove il muschio e l'edera
Sul mio castello erranti,
L'ire, le laudi, i pianti
Copron d'un'altra età.
Spinto a lottar nel pelago,
Soffrii, compiansi, amai;
Ma de' tuoi miti rai
Sempre ebbi vago il cor:
Te dall'urbano turbine
Cercai, te in cupa stanza,
Fra sogni di speranza,
Nell'ansia del terror.
Con te fremei se l'empio
Franger il dritto io scôrsi:
Al pio calcato io porsi
Per te l'amica man.
Teco evocai d'Italia
Le ceneri eloquenti,
Cercando ai corsi eventi
Gli eventi che saran.
Giovin, ma stanco e naufrago
Riedo al paterno lido:
Teco all'ombria m'assido
Che me fanciul coprì:
Riedo col cuor dall'odio
Straziato e dal dispetto,
Ove a benigno affetto
Tu m'educavi un dì.
Melanconia, col placido
Spettacol di natura,
Le piaghe mie deh cura,
Rendi me stesso a me;
Tornami in pace agli uomini,
M'insegna obblio, perdono;
Di' che follia non sono
Onor, giustizia e fe.
Da Brivio è poco discosto Arlate, ove è ad osservare la cava della moléra, arenaria disposta a strati pressochè verticali colla direzione da sud-est a nord ovest, mista con arenaria schistosa e turchiniccia, carica di mica, con roccia grigiastra venata di spato calcareo. Questo sasso posto in un acido produce sulle prime un vivo ribollimento, indi, quando la parte calcaria è distrutta, si riduce il resto facilmente in piccoli grani silicei. A ridosso della Moléra sorge il visitato santuario della Madonna del Bosco; una chiesa di forma ottangolare, del 1644 a mezza costa del monte velata dai castani, sotto a cui è una confessione (scurolo) del 1632, dove un'acqua di virtù prodigiose, e entrovi una ferriata, un bosco, una compagnia di pastori, di mandre ed agnelle intagliate in legno, un castano coi frutti fuor di stagione maturi, e suvvi la Vergine comparsa ad una povera madre che si tapina alla vista del suo amato bambino fatto preda del lupo! La fiera al cenno della gran Donna del cielo depone ubbidiente la preda e scompare. La riconoscenza di questa grazia diede poi motivo all'erezione dello scurolo e più tardi della chiesa, e perchè fosse pubblicamente attestato il prodigio venne scritta sulla grigia parete la povera iscrizione:
1617
DI MAGGIO IL NONO
L'ANNO DIECI SETTE
VIDDERO QUI MARIA
ANIME ELETTE
Gruccie, bende, voti e tavolette appese alle muraglie interne della chiesa e della confessione, cento nomi scritti sulle pareti fanno fede della divozione e dei continui pellegrinaggi a questo santuario a cui mette oggi una comoda salita fatta a spese del conte Cesare di Castelbarco, che succeduto per eredità nei possedimenti di casa Landriani, abbellì di recente anche il vicino paesello d'Imbersago a sud-est di Arlate con un vasto parco, il quale appena cede a quell'altro suo di Vaprio. Qui più favorito della natura seppe racchiudervi una falda di monte ben diversa dei tanti mucchietti di talpa a cui si dà il pomposo titolo di montagnette in tanti altri giardini; fiumicelli di assai maggiore bellezza che certi neghittosi rigagnoli; la veduta d'un vasto fiume, d'una valle sottoposta, d'un'aspra montagna di fronte, d'un'altra più amena e più verdeggiante alle spalle. È piccolo, ma elegante anche l'oratorio a piedi del parco. Del castello d'Imbersago rimangono alcune vestigia a sinistra dell'oratorio di San Paolo, da cui un'ampia via declinante mette al porto dell'Adda, fatto costruire dai Landriani. Presso gli avanzi d'un antico forno di calce vedi ancora una roccia calcare compatta, di grana fina terrosa, grigio-turchina, venata di bianco spato calcareo, e attraversata da sottili strati di antracite. Varia dal calcario di Arlate in ciò che posta in un acido si scioglie senza lasciar veruna reliquia. È frammista di due carbonati calcario uno di colore oscuro, l'altro grigio, che sciolto nell'acido nitrico depone molta terra silicea. La parrocchiale di Imbersago è al montuoso San Marcellino che ha il titolo d'arcipretura, per una concessione del secolo scorso. La strada maggiore che procede sempre a sud-est ti guiderà a Paderno per facili declivi, ameni torniquets, e fra una sempre piacevole corona di collinette, mentre noi ripetendo la già fatta via ritorneremo alla nostra seconda stazione di Brivio.
Ora se non ti aggrava potresti passare il fiume, e far una scorserella a veder sulla via di Bergamo la chiesetta di Cisano, la più antica della valle; e il convento di Pontida alle falde del monte Sambernardo, ed a bacio del monte Canto. Qui inutilmente ricercheresti un sasso, una parola che ricordino i clamorosi avvenimenti della Lega ivi tenuta dalle città lombarde nel 7 aprile 1166. Nella chiesa di San Giacomo di granitosa gotica a tre navate non passino innosservate le vecchie sculture ricordanti la memoria del beato Alberto di Pontida, il quale nel secolo X. fondò più monasteri di Cluniacesi, l'ultimo de' quali in patria dove, sordo alle lusinghe dell'ambizione, chiuse in pace gli ultimi suoi giorni. Caprino in posizione elevata e capo-luogo della Val di San Martino, sede del pretore, ha molti palazzi fra cui quello de' Sozzi, al quale va unito un vasto giardino. La sua bella chiesa è disegno di Pellegrino Tibaldi, ed al giovedì fa un discreto mercato di commestibili, mercerie ed anche granaglie. Questo paese possiede una ricca biblioteca. Il collegio di Celana posto a cavaliero di Caprino, fondato da San Carlo, è un vasto edificio che si va sempre aggrandendo e migliorando; da Sant'Antonio, si sale ad Opreno in Valmazza; San Paolo, San Gregorio sono montuosi casali amenissimi nell'autunno; al Pertugio visiterai le più vaste uccellande di questi contorni, proprietà del signor Pietro Sozzi di Caprino. A Villadadda, terra seminata a varj gruppi sulle falde del monte d'Odiago sorse di recente accanto alla vasta chiesa un elevato campanile secondo il disegno dell'illustre architetto ingegnere Giuseppe Bovara di Lecco. A Callusco terra famosa nelle discordie ghibelline, dove si vedono tuttora la casa e l'armatura del capitano Bartolommeo Colleoni. Medolago a due miglia da questo paesello si pretende così chiamato perchè sorgesse nel mezzo d'un lago ora scomparso. Dietro esso succedono altri colli, altre terre.