CAPITOLO SESTO. DA MONTICELLO AD OGGIONO.

Barzanò. — Cremella. — Cassago. — Il Baciolago. — Veduggio. — Bulciago. — Nibionno. — Sibrone. — Masnaga. — Barzago. — Crippa. — Madonna d'Imbevera. — Perego. — Rovagnate. — Cereda. — Monticello. — Santa Maria Hoè. — Campanone di Brianza. — Castelli di Brianza e di Nava. — Teodolinda. — Melodie briantee. — Caraverio. — Dolzago. — Sirone. — Molteno. — Ello. — Oggiono. — Imberido. — Sala. — Annone. — Lago.

Siamo nel centro della Brianza, nei luoghi de' più variati ed ameni prospetti. La terra che ci sorge dinnanzi e ci ravviva il desiderio di giungervi quanto più le siamo d'appresso è Barzanò, villaggio che vanta una storia abbastanza antica, per non far credere come veri certi antichissimi avvenimenti che una popolare credenza vorrebbe ammettere, ma da rifiutarsi in un tempo in cui la filosofia della storia fece sì luminosi progressi, e richiama tutto all'esame della critica. Talvolta uno storico dei giorni nostri può parere ignaro d'alcune notizie; ma il fatto è che anche sapendole, ha creduto bene di ometterle, come quelle che non reggendo alla prova, avrebbero infarcito il suo libro di opinioni grossolane e lo avrebbero messo in derisione presso coloro che nella storia non vedono solamente un ammasso di avvenimenti, ma un'opera di filosofia[20].

Viene a trovarsi Barzanò alle falde e in parte sul pendìo d'un insensibile poggio, che vede assai davvicino verso oriente l'altra vitifera collina di Sirtori, la quale a schiena di cammello si allunga e procede fino al maestoso Sangenesio. Un piano circolare tutto popolato di casali, variato di laghi e di ben coltivate campagne, di casolari, di palazzetti, di chiese, vedi aprirsi a settentrione. La vista poi rialzandosi dal fondo della valle corre a ponente per vette sublimi di monti fino alle ghiacciaje della Savoja. Nell'interno del paese i ruderi d'un antico castello, ruinato nel 1222 dal demagogo Ardigotto Marcellino a capo d'una banda di militi milanesi, potranno rammentare i tempi del feudalismo, ma giaciono muti come il cadavere d'un eroe. Non sarebbe improbabile che avesse servito di sede ai conti Sigifredo, Ugo e prete Berengario padre e figli, signori di questa terra, che poi ribellatisi contro l'imperatore Enrico di Germania furono posti al bando dell'impero, e il loro feudo per concessione reale dato al vescovo di Como (1015).

Meglio conservato dei castello è l'attiguo battistero, oggi chiesa di San Salvatore, che alcuni vorrebbero avanzo del paganesimo ma che dalla configurazione appare opera de' primi tempi cristiani, sebbene non abbia che una sola nave con vôlta pesante, variata da una tazza e sostenuta da piloni variati. È evidente però che la parte anteriore è più recente della restante. Nel mezzo è la solita vasca battesimale, ottangolare, di marmi, colla circonferenza di sette braccia ed oncie tre, ed alta un braccio ed un terzo, girata di fuori da un gradino di sarizzo e nell'interno da due gradini di marmo a pezzetti bianco e rossi alternati. Sull'unica porta d'ingresso, molti rabeschi, che erano parte integrale delle prime chiese cattoliche, fregiano una rozza immagine della Vergine che appare di mezzo all'arco. La capra che spicca da questi ornamenti è uno dei fregi della simbolica architettura della prima cristianità e raffigura i peccatori, i quali nella chiesa trovavano un rifugio, un perdono. Il culto del paganesimo in questa terra è attestato da tre cippi ora collocati in questa medesima chiesa. Una, scoperta nel 1821 dall'egregio signor consigliere Celestino Mantovani uomo versatissimo negli studj della storia, e votiva a Giove e Summano dio de' fulmini, dice, secondo i supplementi del chiarissimo archeologico dottor Giovanni Labus, Votum Solvit Libens Merito JOVI AL-TO (vel ALTITOnanti) et SUMM-ANO FELICI-ANUS PRI-MIUS CU-M-SUIS Locus. Datus. Decreto. Decurionum. Altre due ricordano un Novelliano Pandaro, quasi inintelligibili ma anch'esse secondo lo stesso antiquario dovrebbero dire:

I.ª

Jovi Optimo Maximo Novellianus Pandarus ex voto pro se et suis omnibus aram deo donum posuit.

II.ª

Novellanus Pandarus Jovi optimo maximo votum soluto libenter merito pro se rem domum fecit quum diis deabus omnibus dono dedit.

Ma usciamo dall'antico, e vediamo attiguo al battistero la casa S. Pellegrini, altra delle villeggiature di Balestrieri, ed ora proprietà del già nominato signor consigliere Mantovani, che intende ridurla fra poco a forma migliore. Saliamo quindi alla chiesa parrocchiale di recente costruzione che non manca di merito; ha tre navate corinzie; è disegno del professore Magistrelli; con chiaroscuri de' fratelli Palazzi di Milano.

Magnificenza ed eleganza abbellirono la villa Pirovano, una delle migliori della Brianza, che occupa un ricinto di più che cento pertiche di terra, con casino a sala svizzera, sala da bigliardo benissimo addobbata e superiormente sala chinese che ritrae vivamente le foggie di quella nazione. Risponde a questo un appartamento rusticale a modo di castello elvetico a cui danno maggior verità i merli dei ricinto. Qui fiori e frutti destinati dalla natura ad altri climi, sotto altri cieli; qui lago, qui isoletta, e monumenti d'affezione, qui boschi di platani e di pini, e fonti di limpid'acque, e tortuosi viali, e tempietto, e grotte, e capanne rustiche al di fuora, al di dentro abbellite da gabinetti, e torre rotonda con ricca armeria, e cippi sepolcrali, e di là poco discosta feconda ragnaja (roccol). Spiace però il vedere apposte a tanti bellissimi luoghi un ribocco d'iscrizioni poco lodevoli per senso e per lingua. Siane di prova questa sì male espressa

Mal sì non s'alloggia

Che non sia peggio star fuori alla pioggia

collocata sull'ingresso d'una capanna. E quell'altra apposta al monumento che ricorda un'amante perduta con parole fredde, inarmoniche:

Egual candor giammai di qua non fucci

Lo stesso si dica di quelle all'ingresso della torre, che sfigurano assai più trovandosi in compagnia d'alcune piene di verità e di sentimento, come sarebbe la seguente:

Qu'heureux est le mortel qui du mond ignoré

Vit content de soi meme en un coin retiré.

E ripetiamo pure questa sentenza e riteniamola per moralissima, fino a quando il nostro ritiro dal mondo non sia prodotto da misantropia, da alterigia, da infingardaggine.

I Barnabiti possiedono qui una delizia autunnale e nella loro chiesa recente sono da vedersi i due angioli dello scultore Monti.

Uscendo da Barzanò, dalla parte d'occidente, si arriva ad un trivio d'onde, prendendo la strada più ascendente, costrutta nel 1826, si sale a Cremella, ove i Kramer possiedono un giardino all'inglese, e nel già convento delle monache, fondato dalla regina Teodolinda, hanno una fabbrica di cotone.

Di là si progredisce a Cassago, che molti pretendono sia il Cassiciaco, dove si ritirò Sant'Agostino presso Verecondo gramatico, mentre si preparava al battesimo. Qui merita essere veduto il vasto palazzo Pirovano-Visconti, e la chiesa decorata dei recenti freschi di Carlo Ronchi. Oh se io fossi, senza danno d'alcuno, possessore del Baciolago! sclamai la prima volta che mi venne veduta questa deliziosissima collina poco discosta da Cassago, coi suoi viali a chiocciuola, colla sua vista portentosa, con quel tutto insieme che la rende sì ricercata e vagheggiata. Oh fosse perenne la vita! dove goderla più felice? Se non che il poco discosto monumento sepolcrale Visconti che si sta erigendo dall'architetto Clerichetti, ricorda che passano come un lampo i giorni dell'uomo tra i cenci e la porpora, tra le delizie e le miserie.

Come il Baciolago arresta lo sguardo colle bellezze della sua posizione, così la chiesa del vicino Veduggio colla sua grandiosità chiama a sè gli sguardi di chi mira dalle circostanti collinette e pianure. Sorse nel secolo decimosettimo per le pietose largizioni d'un frate Domenico Cruceolano, del quale conservasi nella segrestia il ritratto sotto cui si legge la seguente iscrizione:

R. D. JO. DOMENICUS CRUCEOLANUS VULGO DE CUZZOLANT, FILIUS DOMINI JOANNIS BAPTISTÆ ECCLESIASTICÆ DISCIPLINÆ GENERALIS PREFECTUS AC MONIALIUM, SANCTÆ REDEGUNDÆ, SANCTI AUGUSTINI, P. LUDUVICÆ, PHILIPPI NERII, AC ALIORUM PROTECTOR, TEMPLI HUJUS, POPULIQUE EXIMIUS PERPETUUSQUE BENEFACTOR ÆTATIS ANNORUM 78 OBIIT 29 MAII 1684[21].

Questo edificio ha quattro tribune nel piano superiore, che comunicano colla chiesa, mediante scala di vivo comodissima, e visibile stando in chiesa; quattro stanze al piano inferiore che mettono tutte nella chiesa per mezzo delle cappelle, così che i sacerdoti senza essere veduti ponno passare dalla sagrestia ad ognuna di esse. Il buon organo di Luigi Marone di Varese nella cantoria disegnata dal Moraglia accresce il suo decoro. Un difetto ravvisato a prima vista in questa chiesa è l'angustia del coro, a cui fanno ala due spaziose sagrestie adorne di pregiati quadri. Alla maestosa facciata di pietre lavorate corrisponde assai bene il sacrario, fatto con buon ordine, e due gradinate assai alte di sarizzo, ciascuna delle quali fiancheggiata di piedistalli che sarebbero stati abbelliti di statue, quando la morte del Cruceolano non avesse lasciata l'opera incompiuta. A questo motivo dobbiamo pure attribuire l'essere rimaste vuote le quattro nicchie sulla facciata. La torre di vivo, d'ordine corinzio, colla cupola di rame ed alta più di settanta braccia, a cui si ascende per centoventi comodi gradini, è uno de' punti preferibili per godere la veduta della Brianza. Peccato che le sue campane non corrispondano a tutto il rimanente! Il cadavere dell'ottimo frate, a cui è dovuto anche questo campanile, fu sepolto in questa medesima chiesa, sotto l'altare della Madonna, come era sua intenzione. La vicina e vasta casa parrocchiale con bel giardino adorno di cipressi, fu da meschinissima che era, ingrandita e resa più comoda dall'attuale parroco D. Nazzaro Perego.

Queste case de' curati sono pure i tranquilli soggiorni! lussi moderati, discreta pulitezza, pace ignota a chi si avvezza tra i frastuoni del gran mondo. Sotto questi tetti la rondine fa sicura il suo nido; i piccioni calano dalla colombaja a bezzicare i grani nella corte; il poverello viene colla certezza di non partire a mani vuote; la povera vedovella vi trova consigli e conforti più che di parole; gli sposi vi entrano con lieta baldanza, e proferiscono in privato quella promessa che sarà poi santificata all'altare. Da queste placide case esce sulla sera un uomo di soave aspetto con una campestre e decente libertà, col breviario sotto le ascelle, attraversa il villaggio, riverito da tutti, ora s'arresta ad accarezzare uno stuolo di ragazzetti che al suo venire sospendono i giuochi e corrono a deporgli un bacio sulla mano, ora si sofferma per un applauso, ora per un rimprovero, finchè entrato nella via dei campi, guarda il colore rubicondo del sole che tramonta, apre il suo libro, e recita i salmi. Scena affettuosa che mi si offerse in più luoghi della mia Brianza!

Oh bel teatro verdeggiante e vago

Di ville e piante e d'aurea luce ed ombra

Sparso così che sembra opra di mago!

Questi versi di Pindemonte si acconciano assai bene al delizioso Bulciago, coi suoi bei giardinetti, col suo ampio palazzo Taverna, coi suoi vitiferi ronchi, coi piccoli ma bei casinetti Sangalli e Rusca, coll'attiguo Samarino, ove è operosa fornace di argilla.

Di qui proseguendo per vie tortuose giungerai a Nibionno, poi a Sibrone a quindi a Masnaga, infine alla Costa ove ti arresterà la vasta piazza declinante, fregiata di cappelle, colla chiesa dell'Assunta, amplificata e ridotta, secondo il disegno del più volte citato Moraglia, a vaga forma, a tre navate, laddove prima non ne aveva che una.

Per una strada solitaria e sepolta fra i boschi, tornando verso oriente giungesi a Barzago, paesello distinto per la sua alta torre, poco discosto della via grossa che da Monza guida a Lecco, dalla quale noi siamo usciti a Barzanò. In questa terra si distinsero nel secolo XV. gli Isacchi favoreggiando Francesco Sforza; due secoli dopo (1647) essa divenne feudo della famiglia Brebbia, che possedeva pure il vicino Crippa, ove è a vedersi tuttora quasi intatto un robusto castelletto feudale. Riprendiamo ancora, dopo il giro che abbiamo fatto, la strada maggiore al luogo di Bevera, presso cui è il santuario della Madonna, meraviglioso convegno, agli 8 di settembre, di contadini, di negozianti, di possidenti, di ricchi, di plebei, di nobili; la più celebre delle nostre sagre, e sicuramente del Comasco e del Milanese, a descrivere la quale basta appena il buon numero di pagine, animate ed eloquenti, onde si chiude il divulgato racconto che porta appunto il titolo di Madonna d'Imbevera.

Qui la Brianza presenta un bacino, che dal paesello principale porta il titolo di Valle di Rovagnate. È chiuso a mezzodì dall'altura, su cui stanno Barzago, Brongio e Perego, luogo d'antica fortificazione presso il quale è posto Rovagnate paese mercantile colla chiesa rialzata sopra una collina, e cinto dalle terricciuole di Cereda e Monticello. Da oriente la valle prosiegue fino alle falde del Sangenesio e termina a Beverate; a settentrione è chiusa dai monti di Galliano su cui stendesi la striscia di case chiamate Santa Maria Hoè, dove si tiene settimanale mercato sulla piazza d'un convento di Serviti soppresso, attiguo al quale sorge una bella chiesa d'ordine corinzio. Quel mercato umile in tutto il resto dell'anno assume l'aspetto della più alta importanza nel mercoledì della settimana, in cui presso a poco comincia il riccolto dei bozzoli, convenendovi i proprietarj nostri e forestieri, i filatori, i curiosi per istabilirvi il prezzo di sì vistosa produzione dei nostri paesi.

A questo monte succede il così detto Monte di Brianza, che piegando poi alquanto ad occidente chiude da questa parte la valle di Rovagnate. È volgare opinione che questo bacino fosse un lago e che venisse poi rasciugato da quella regina Teodolinda, mito storico, alla quale si riferisce tutto ciò di cui non si sa rendere altrimenti una ragione. La qual regina, sempre secondo la popolare credenza, aveva sul monte di Brianza un suo palazzo, posto dove sorge il famoso campanone destinato a chiamare i popoli briantei nei loro comizii. Ivi difatti rimangono ancora ruderi di castello ed un cascinotto chiamato Porta Vedra, forse porta vetus. Chi va più innanzi colle opinioni crede che vi sorgesse una città distrutta da Barbarossa, ma non v'è storico nè contemporaneo nè posteriore che comprovi questa vulgare credenza. Nel castello di Nava posto su questo medesimo colle si vedono ancora alcuni freschi raffiguranti una caccia di caprioli e cinghiali, molto somiglianti a quelli di San Giovanni di Monza, onde si vuole che ricordino la memoria della celebre regina. Ricchezza di questa valle è una quantità di pudinga, diversa dalla comune per cui è dagli abitanti chiamata moléra e se ne fanno mole di macina, principalmente alle Cassinette bianche; a Nava, a Giovenzana, a Calliano. Ma per essere in luogo molto disagiato le mole ben di rado giungono intatte al piede del monte, per quanto siano, a riguardo della loro durezza, preferibili a quelle di tutta la Brianza. I valligiani di Rovagnate hanno bellissime canzoni popolari, nascoste sotto la corteccia di ruvide espressioni. Il signor professore Samuele Biava ricercando i vestigi delle più poetiche tradizioni popolari pei monti di Lombardia, vi ritrovò come R. Burns per quei di Scozia, e V. Bellini per quei di Sicilia, alcune arie canore, che fanno testimonianza dell'indole morale dei volghi, come i frutti dell'indole fisica dei paesi da essi abitati; e di quelle voci che sono i suoi ritmi come echi, che più lontane, più intelligibili a tutti espanderanno le parole. Noi però staremo paghi a quelle della sua valle materna, di cui ne intese alcune e le ridusse in forme poetiche. E giacchè me ne volle far dono io le do a' miei lettori per compensarli della noja che vien loro da interminabili descrizioni.

EPISTOLETTE RUSTICALI

o

MELODIE ITALICHE
DELLA VALLE DI ROVAGNATE

MESSE IN LUCE
DA
SAMUELE BIAVA.

I.ª

IL PENSIERO MISTERIOSO.

Se così su su fra i nugoli

Ti sollevi, o pensier mio,

E frenar non sai quell'impeto,

Che trascorre col desio,

Tu sarai di te la vittima,

E per prova il so ben io!

O pensier, affè, dirò,

Se tu vivi, io morirò!

Deh, non va così fantastico

Oltre i termini segnati,

Dietro beni dai frenetici

Sempre indarno ricercati!

Deh, non va seguendo i reprobi,

Dove avrai molesti fati!

O pensier, affè, dirò,

Se tu vivi, io morirò!

Sta nell'ansia de' tuoi palpiti

Una trista ricordanza,

Come ai sibili del turbine

Sta fra l'onde la speranza!

Contro i guai, che ti minacciano

Col pentirti avrai possanza!

O pensier, affè, dirò,

Se tu vivi, io morirò!

Non ti affanna di raggiungere

Sulla strada più romita

Un intento inaccessibile

Al destino della vita!

Qual selvaggio, qual ignobile

Ogni meta avrai smarrita!

O pensier, affè, dirò,

Se tu vivi, io morirò!

II.ª

L'IMMAGINE DEL PRIMO AMORE.

Su pel monte snella snella

Nell'ascender pastorella

Mi lasciò:

Dove mai senz'essa andrò?

Io m'inerpico affannoso

Per sentiero mal sicuro,

Mentre il passo frettoloso

Ella volge all'abituro.

E la incognita bellezza

Nel fuggir da quell'ertezza

Mi turbò:

Dove mai senz'essa andrò?

Colla voce schernitrice

Il suo cor, che non è pio,

Odo lunge, che mi dice,

O pastor, ten sta con Dio!

E quest'anima negletta,

Prigioniera sulla vetta

Si fermò:

Dove mai senz'essa andrò?

III.ª

LA MATTINATA.

Or che l'alba rinnovella

Della vita l'esultanza,

La tua gaia fenestrella

Apri all'aura di fragranza,

Nunziatrice, o verginella,

Della vigile speranza,

Che ti manda in un saluto

Di quest'anima il tributo!

Di rugiade inebbriati

Son gli aromati del fior,

E di lagrime innaffiati

I sorrisi dell'amor!

Viene il limpido momento

Al tuo placido soggiorno,

E con l'ilare concento

Dell'augel ti reca il giorno,

Quel sospiro del contento

Suscitando intorno intorno,

Che ti manda in un saluto

Di quest'anima il tributo!

Di rugiade inebbriati

Son gli aromati del fior,

E di lagrime innaffiati,

I sorrisi dell'amor!

IV.ª

UNA ROSA.

Vedi rosa, che si rende

In un giorno inaridita,

Da quell'alba, in cui la vita

Tra gli aromi, tra la porpora

Esultando dispiegò!

E pur gajo si distende

Sulla sera l'orizzonte

Oltre il vertice del monte,

Su cui candida con Espero

Già la luna s'affacciò!

Ecco un nugolo, si accende,

Guizza il fulmine, rintrona,

Sparpagliata la corona,

È dal nembo, che già rorida,

Sotto il sole sfavillò!

Tal con lugubri vicende

È dell'anima il destino:

Ebbe il limpido mattino

Del sorriso, e nelle tenebre

Col sospiro trapassò.

V.ª

UNA FOGLIA DI ROSA.

Vedi foglia, che del vento

Via con l'impeto cammina,

Col torrente pellegrina

Corre, sperdesi su margine

Di un inospite squallor.

Così mesto un sentimento

Va con essa fra le prove,

Della vita, non sa dove...

Ma là dove sarà polvere

Anche il serto dell'allor.

Proseguendo per una ripida discesa cali alla Mojacchina ove la gora di Bevera s'allarga a guisa di laghetto, anima filatoj e mulini, e prosegue il suo corso per gettarsi poi nel Lambro. Ed eccoci a Caraverio, abbellito dalla villa Aureggi, presentemente Nava, amena di vitiferi ronchi. In essa Vincenzo Monti soleva godere l'ospitalità del cortese Luigi Aureggi pel quale nel suo giorno natalizio detava un voto poetico in questa medesima villa. Due altri augurj d'eguale natura facea per Teresa moglie di esso poeta, uno dei quali comincia:

Non avea le porte ancora

Ben dischiuso al dì l'Aurora,

E nel cielo ancor splendea

L'alma stella Dïonea,

Quando io sazio di riposo

Di mia cuccia uscia, bramoso

Di mirar sull'ardue cime

Di Brianza il sol sublime

Sollevarsi e de' colori,

Che la notte avea rapiti

Rivestendo l'erbe e i fiori,

Ridestar co' dardi igniti

Nelle cose la sopita

Allegrezza della vita.

E termina

E già chiaro il sol vincea

Di Brianza l'emisferio,

E di schietti raggi empiea

Il vallon di Caraverio.

Lieto alzando a lui la fronte:

Salve, dissi, eterno fonte

Della luce come pura

Tu la vibri alla Natura! ec.

Vidi più d'una volta il venerabile vecchio seduto fuori di questa villa intendere il mancante acume degli occhi ad osservare le bellezze della natura e il tumulto di chi andava, l'otto di settembre, alla Madonna d'Imbevera. Io, a quei tempi, fanciullo non scorgeva in lui che un povero sgraziato; ignorava quale favilla d'ingegno animasse quelle membra logorate.

Le molte pudrighe di Caraverio sono miste a piriti assai brillanti.

Dolzago che gli sta appresso è tagliato dal torrentaccio che cala dai monti di Nava e che dà moto ad alcuni filatoj d'Ello, Cogoredo e Dolzago. Lasci a manca Sirone posto in un fondo uliginoso, ricco di torba, della quale si potrebbe trar un utile e alla combustione ed al concime, poichè ognun sa quanto la cenere di essa giovi ad impinguare i terreni. Qui sono le più ricche cave di pudinga di compattissima grana, onde si fanno moltissime mole da mulino; a ponente di Sirone è Molteno colla chiesa posta sur una vetta piramidale. A Dolzago è benemerito il nome del conte Annoni che mise a coltura molti boschi e che possiede un casamento colonico dipinto a guisa di palazzo, e un vasto filatojo al casale di Zero. Ad Ello poi, terra di molti setificj, ha la sua delizia campestre con bel giardino; a cui farà bella compagnia fra poco la casa Prinetti che si sta rinovando.

Uscendo da Ello, superata la chiesetta di San Giacomo ove sono mummie intere, vedi alzarsi a destra la villa Paolina, fabbricata dal generale Pino ed ora di proprietà del conte Giuseppe Greppi. Sorge essa sul vertice del colle a cui si ascende per un comodo viale, e racchiude nel suo ricinto fecondissimi ronchi e giardini; ha davanti un terrazzo, all'ingresso cancelli di ferro, a fianco alcune case rustiche di aggradevole effetto; nell'interno un regolare scompartimento di sale, di stanze e di tutti i comodi che rallegrano la vita campestre; un viale di piante verdeggianti guida al monumento eretto al general Pino, donde prosegue fino sulla strada di Bartesago, che da Ello conduce a Galbiate.

Da Dolzago, divergendo a sinistra, passata la Bergamina e il Ceppo del Corno riesci ad Oggiono posto a mezzodì d'un laghetto. Ha questo borgo grossa popolazione, è ricco di setificj dei quali molti si rialzano sulla collina a levante del lago. La chiesa presenta nell'interno una croce latina di buon disegno, ha belle cappelle, un pregiato San Giuseppe di Appiani, lavoro giovanile, dove il Padre putativo appare, credo per la prima volta, in sembianze più auguste che non usassero gli antichi, i quali dipingevano in lui un vecchio logoro, estenuato e macilento. Un nuovo altare, disegnato elegantemente dall'ingegnere Bovara, è ornato di due angioli in marmo dell'illustre scultore Marchesi, pieni di grazia e di greca perfezione. La sagrestia ottangolare era uno degli antichi nostri battisteri, in appresso senza autorizzazione superiore convertita all'uso presente; vi ravvisi tuttora le solite scale che guidavano al verrone destinato ad accogliere i concorrenti. Finestre lunghe e strettissime furono rinchiuse, ed aperto in loro vece un barocco finestrone.

Vuoi godere anche qui un buon punto di vista? ascendi al Belvedere, piazzuolo posto di sopravvia alla chiesa donde vedrai il variatissimo prospetto della Valmadrera, della costa di Civate, del territorio di Lecco, della collina di Galbiate.

La strada qui si partisce in due rami separati dall'interposto laghetto; il ramo orientale lasciando a manca Imberido va fino a Sala, gruppo di case al piede occidentale del Montebaro, da cui poco dista la chiesa di San Simone, luogo d'annua fiera ai 28 d'ottobre; il ramo occidentale conduce ad Annone collocato ad oriente d'una catena di collinette, e sur una lingua di terra, che si avanza molto nel lago. Questa divide il bacino in due parti la più grande delle quali, di figura quasi ovale, riceve il nome di lago d'Oggiono, l'altra, più picciola e di configurazione piuttosto triangolare, reca il nome di lago d'Annone. Un'altra penisola si protrae nella riva settentrionale del bacino ed è volgarmente chiamata d'Isella, ridente di vigneti, di biade, di gelsi, popolata di contadini e pescatori. Nella casa Carpani esistono alcuni pregiatissimi quadri di Cesare da Sesto a figure isolale, fra cui primeggiano il Padre Eterno ed una Madonna. Benissimo si raffrontano con questi due teste bellissime, una della Vergine di grandezza naturale, l'altra di Cristo ed ambedue lavori del Sasso Ferrato.

Di qui assecondando il lago si riesce a Suello, dal quale piegando ad oriente viensi a Civate, che riesce sulla strada provinciale che da Lecco mena a Como.