CAPITOLO SETTIMO. DA LECCO AD ERBA.
Malgrate. — Valmadrera. — Sala. — Civate. — Suello. — Squadra dei Mauri. — Cesana. — Pusiano. — La sera sul lago. — Bosisio. — Garbagnate Rota. — Rogeno. — Calvenzana. — Maggiolino. — Brenno. — Camisasca. — Mojana. — Pontenuovo. — Nobile. — Monguzzo. — Villincino. — Incino. — Erba. — Mevate. — Crevenna. — San Salvatore. — Il Buco del Piombo. — Buccinigo. — Pomerio. — Paravicino. — Tassera. — Parzano. — Casiglio. — Carcano. — Alserio. — Anzano. — Fabbrica. — Villa Albese. — Albese. — Montorfano.
Vogliono che Grato avesse nome la terra che di fronte risponde a chi guarda dal ponte di Lecco verso nord-ovest, e che per una carnificina fattavisi di Comaschi nel 1126 ricevesse il nome attuale di Malgrate, paesello di vago aspetto dove Francesco Reina, illustre biografo, trasse i natali e dove Parini e Balestrieri nella casa ospitale di Candido Agudio composero il primo gran parte del Giorno, l'altro quasi tutta la traduzione del Tasso.
Per una salita ripida e disagiata finchè taglia il paese di Malgrate, poi più comoda, spaziosa e meno acclive, riesci a Valmadrera, grossa unione di case al piede di biancheggiante scogliera di granito, in un'angusta valletta che disgiunge il Montebaro dai monti della Vallassina. I molti setificj, e specialmente quei de' Gavazzi, danno una singolare attività a questo paese; la chiesa maggiore d'ordine corinzio, ridotta ora al suo termine, fu disegnata dall'ingegnere Bovara nel 1814 sopra alcuni vecchi fondamenti approfittando di essi in quel tanto, che bastasse a non dare in qualche sconcio. L'interno presenta una croce greca, contenuta in un quadro di quaranta braccia di larghezza, e racchiudente un quadrato secondario di braccia ventisei, segnato da quattro colonne isolate di granito, ciascuna col diametro di 5 piedi parigini (trenta once) e colla altezza di 45 (braccia 22½). Alla croce principale fanno di lato il vestibolo ed il presbitero più sfondati che le due cappelle laterali. Le quattro colonne isolate sostengono sopra al cornicione la volta, che apparirà in tutta la sua magnificenza, quando saranno sgombrati i ponti, su cui sta ora lavorando a fresco l'immaginoso pennello del cavalier professore Giuseppe Sabatelli. Tutta la chiesa è lavoro universalmente lodato e questo è il secondo monumento che l'egregio architetto pose in vicinanza della sua patria, per non lasciar morire il suo nome[22]. E poichè abbiamo già nominate le quattro colonne che reggono la vôlta a callotta, aggiungeremo che sono d'un granito trovato sul monte di Valmadrera; e che erano già un masso, giacente sur uno strato di terra calcarea all'elevatezza di 1200 piedi al di sopra del pelo del lago di Como, che corrisponde a 1854 sul pelo del mare. Avea la forma parallelipede, della lunghezza di 21 braccia milanesi, della larghezza di 12, della grossezza di 20, e bastò per le quattro colonne interne, per altrettante esterne e per varj altri lavori dell'edificio. Di qui poco discoste sono le due cappelle, ove il valentissimo Vitale Sala di Cernusco Lombardone istoriò due fatti della passione di Cristo. Poco dopo il giovane pittore colto da vajuolo moriva, varcato appena il sesto lustro!
La gola della Valmadrera pare fosse anticamente un canale fra il lago di Lecco e l'Eupili o lago di Pusiano. Altri vogliono che fosse l'emissario del lago di Lecco, prima che l'Adda si aprisse una via più comoda e diretta.
Lasciando a sinistra Sala ed il laghetto d'Oggiono arrivi a Civate, posto al piede del Monte di San Pietro, felice d'un largo prospetto. È una delle terre, ove la storia ha più vicende da raccontare, e più segreti da investigare. V'ha di quelli che pretendono fosse una piccola città e ne traggono argomento da alcune sue vicinanze come sarebbero, a dirne qualcuna, Borneu (borgonovo), Borgnos (borgonoce), l'attigua Selva di Diana e le due case Castello o Castelnovo. Le reliquie più rispettabili che ora vi rimangono sono il tempio di San Pietro e il convento unitovi, oggi ridotto a deliziosa villa. Si vogliono eretti da Desiderio, ultimo de' re Longobardi, per depositarvi, come vuole l'opinione più accreditata, le due figlie Ansberga ed Ermengarda, moglie ripudiata da Carlo Magno, che poi invece presero il velo nel monastero di Brescia (757). La chiesa resta tuttora e gli amatori dell'antichità non devono trascurare di ascendere i ventisette gradini che dal piano salgono al tempietto. Chi non la vede si figuri una chiesetta con pronao sulla fronte, coperto d'una tettoja che protegge la sola porta d'ingresso; entro questa un corridojo, lungo intorno a 6 braccia e 1/2, col cielo a vôlta, e i muri laterali adorni di ippogriffi a coda tripartita, in bassorilievo, con in fondo due colonne a spira alte, tutto compreso, quanto è lungo il corridojo. Nell'interno un edificio quadrilungo; nella parete che risponde alla porta d'ingresso un altare senza gradini col palio verso il coro e coperto da un ombrello che mostra sulla parte esterna bassorilievi rappresentanti il Redentore fra i due apostoli Pietro e Paolo; Gesù crocifisso, Gesù fra due angioli e la Risurrezione. Esso palio è sostenuto da quattro colonne di pietra nei cui capitelli scorgi gli animali simbolici degli Evangelisti. La confessione o scurolo, parte indispensabile delle antiche chiese, non potendosi scavare, per la natura del monte, sotto la tribuna, fu collocata sotto la porta anteriore della chiesa, alla quale mettono 25 gradini chiusi nella parete a destra di chi entra. «La cripta ha una forma quasi ottangolare, è lunga braccia 13, once 9, larga braccia 13-1-2 milanesi; ne sostengono le vôlte sei colonne senza base, alte braccia 3½, con un capitello di arenaria o stucco a stile degenerato dal corinzio; vi danno luce alcune finestre strette e lunghe, le quali hanno a fregio un cordone di stucco. La mensa dell'altare va fregiata di alcuni bassorilievi assai rozzi, e vedonsi verso la vôlta dello scurolo, e altrove effigiature che sentono del simbolico col monogramma di Cristo ed altri simili, tutti però di cemento.
«L'interno della chiesa non tiene altri ornamenti, non è coperta di fornici o vôlte, ma termina col tetto. Nuda del pari è la parte esterna, a meno di alcuni archetti semplicissimi che assecondano gli ultimi lembi della ortografia esterna, di alcuni simili che ornano la parte più eminente dell'abside, e di qualche finestra stretta e lunga ed arcuata aperta in questa ultima.
«Pel fin qui detto questa chiesa presenta, quantunque nella sua nudità, i caratteri della architettura simbolica, e accenna come questa sapesse ad un tempo associarsi e al grandioso delle basiliche delle popolose città, e a quelle che sorgevano fra le alpestre solitudini dei monti». Sacchi.
A lato di questo antico tempio si sprofonda la Valle di San Benedetto, irrigata da viva sorgente, attigua alla quale è la Valle dell'Oro (probabilmente dell'alloro, pianta colà comune). L'acqua ivi raccolta fa uno sbalzo chiamato l'Orrido della valle dell'Oro.
Limpida trascorrendo romoreggia
L'acqua pei greppi in rapido viaggio,
E sbalza in mille spruzzi ove lampeggia
A più color del sol rifranto il raggio.
E dopo aver fatto aggirare mulini, frantoi e setificj va a metter foce nel laghetto d'Annone. Pittori paesisti, cacciatori e botanici non trascurate questa valletta.
Tra Suello e Civate, al sito chiamato Cariolo, si trova un deposito di tufo calcario, generato forse da qualche antica distillazione d'acqua, pieno di cavità irregolari, che contengono piccole masse di carbonato calcario, che raffigura sottili strati paralleli, ed ondulanti. Questo tratto di paese è anche oggi, ma fu più assai nei tempi addietro, chiamato Squadra dei Mauri, forse, come sostengono taluni, dall'esservisi stabilita una colonia di Mori in tempo delle invasioni. Uno de' paesi di questa squadra è Cesana, più comunemente denominata San Fermo, lunga striscia di case stesa sul pendìo meridionale dei monti della Vallassina. Presenta questa terra d'ogni parte vestigia d'antica militare posizione, di una più vasta abitazione e d'una popolazione maggiore della presente. Al Castello, luogo laterale al paese, trovansi ancora avanzi di vecchie mura, d'acquidotti comunicanti col monte che s'eleva a tergo. La Torre, altro luogo eminente, presenta esso pure reliquie di vetusta abitazione. La parte inferiore e sottoposta al paese, oggi tutta ridente di vigneti e di bella coltura, in occasione d'alcuni scavi pose in luce ruderi di case diroccate e condotti di acque costrutti con molta maestria. Tutto pare che si combini ad attestare la conghiettura che Cesana fosse già terra importante.
Ed ecco il lago ovale che tanto dava nel genio al mio Parini; ed ecco farcisi da vicino Pusiano, piccolo, ma elegante paesello, steso sulla riva settentrionale del laghetto che riceve il suo nome, ed è de' più vivaci che si incontrino in questa via. Il principe Beauharnais avea destinato per suo luogo di delizie il grandioso palazzo ivi costruito sulla metà dello scorso secolo, ove ora con attività lavora la filanda dei Conti di Cesana. Si veda la chiesa, si navighi all'isoletta dei Cipressi (è di 24 pertiche) abbellita di alberi piantati verso il 1770 dai proprietarj marchesi Molo; si sieda sul mezzodì a bordo del lago, quando le leggiadre filatrici, sospeso il lavoro, sotto le piante che danno tanta poetica bellezza a quelle acque, siedono a ristorarsi dalle fatiche del mattino, intuonando talvolta festose canzoni.
Perdoni il lettore se alla veduta di questo lago mi ritornano alla mente le idee incancellabili d'un'ora d'esultanza; mi perdoni, come condonerebbe ad una sposa, che si soffermi con compiacenza a mirare la casa de' suoi genitori a cui ha unite tante care memorie.
Fu pur bella e di eterna ricordanza quella sera di maggio, che al chiaror della luna salimmo una leggera navicella soli io, e tu, cara sposa, due esseri che la natura creò per amarsi, e la costanza ed il cielo congiunsero felicemente! Respirava l'alito vespertino, che discende ad increspare l'argentea superficie del lago, e i raggi della luna rifrangendosi nelle onde raffiguravano le immagini più vaghe e più graziose. Amabile sposa! erano pochi mesi che io ti chiamava con questo nome, ricco di tanti affetti, ma già erano assai per farmi conoscere il tuo bel cuore, indovinare i tuoi sensi e partecipare alle impressioni, che ricevevi da quella universale quiete. L'iride della speranza coloriva la tua fronte, non corrugata da alcun turbamento, e su cui era trasfusa la tranquillità della coscienza.
Io spingeva remigando la navicella, sulla cui prora tu sedevi, mirando fissamente il sereno orizzonte, ingemmato di innumerevoli stelle, quali vaganti, quali ferme, quali brillantissime, quali sanguigne. Morivano intanto all'intorno i suoni dell'avemaria, che ricordano i cari estinti, e richiamano al pensiero del pellegrino il focolare, a cui sedea fanciulletto, e il mesto addio proferito agli amici ed ai congiunti. Si era tutto riposto nella più dolce tranquillità non rotta che da qualche monotono suono di zampogna, o dalla tenera cantilena con che le madri chiamano il sonno sulle pupille dei loro lattanti.
Spenti tutti i fuochi, in quell'universale oscurità non lucicava che un lontano chiarore, somigliante al faro che l'antica Ero allumava di notte all'aspettato Leandro. Tu fissavi lo sguardo avidamente a quel lume, come assorta in un pensiero profondo, nè parlavi, nè ti commovevi. Io intanto, ritirati i remi dalle onde e lasciato il battello in balia del leggero venticello, m'assisi in silenzio non osando turbare il tuo incanto, e dissi fra me — Quante volte io la vidi assopita in tale estasi nei giorni della fidanza dopo che strette le mie nelle sue mani avevamo parlato con timore e con isperanza di quell'ora, che avremmo deposto il solenne giuramento davanti al sacerdote. Fu lungo il novero dei giorni che passarono di mezzo, ma volarono rapidissimi; e il solenne giuramento fu proferito, e fummo sposi che solo la morte potrà separare! Oh coloro che trascorrono sugli svariati campi dell'amore, in traccia di fiori che appena colti appassiscono, non lasciando che durissime spine, quante delizie ritroverebbero nel seno d'una tenera consorte, nella sicurezza della coscienza, nella tranquillità della vita! Potessero conoscere la pace, che rallegra il tetto d'un concorde consorzio e si abbellirebbero per essi le cure che fanno grave e terribile il governo d'una famiglia. Chi non ha bisogno d'un cuore che risponda ai moti del suo cuore? d'una mano che pietosa gli terga i sudori della fronte? d'un bacio che tranquilli la tempesta de' suoi pensieri? d'un orecchio, ove senza sospetto deponga il segreto dell'anima? d'un amico, che gli sia compagno nel cammino della vita? Ecco gli augusti uffici a cui sei riserbata o tenera sposa! Quest'ultime parole proferite col tuono vivace della gioja valsero a risvegliarti del tuo leggero sopore e amorosamente volgendoti a me, dicevi: «Oh quel chiarore solitario quanti affetti m'infonde! Oh mi favella con un linguaggio pieno di poesia e di idee! Il mio cuore abbonda di sentimenti di cui la canzone sola può qualche parte palesare»!
Mi sembra ancora vedere comporti allora a quel più di tenerezza che io non vidi giammai, e farti a me più vicino.... La navicella agitata lieve lieve dondulò e fece increspare l'onde ingemmate dalla luna. Mi movesti un sorriso innocente come per cercare sul mio volto il consenso, indi con armoniosa voce intuonasti quella canzone:
IL LUME DI NOTTE.
Quand'io nei dì più teneri
Vagava all'aer nero,
Scorgea fantasmi e lemuri
Coll'infantil pensiero,
Se i rai vedea di fiaccola
Entro il notturno orror.
Credea che fosse l'anima
D'un genitor tornata
A consolar le lagrime
Della famiglia amata,
Od un vampiro, o tacito
Fantasma di terror.
Oggi, allorchè di fiaccola
Scorgo il lontan chiarore,
Dell'ore quete rompere
Il taciturno orrore;
Pasco ben d'altre immagini
Il giovanil pensier.
Dico — risplendi o pallida
Face sul capo algente,
Sulla pupilla tremula
D'un genitor morente,
O sulla faccia livida
D'un egro prigionier?
O tu rischiari l'umile
Chiesa d'angusta villa,
Ove il devoto popolo
Nell'ora più tranquilla
S'aduna ed erge il cantico
Notturno al suo Fattor?
Sei forse o lume il tremulo
Fulgor che di Maria
Alla devota immagine
Pose una vergin pia,
Fra l'ineffabil estasi
D'un verecondo amor?
O lietamente illumini
La parca cena allegra
D'una famiglia rustica
Che l'animo rintegra,
E de' sudori novera
Il lucro giornalier?
Oh le mesti urne imporpori
Di quei che morte aduna,
Sien prepotenti o miseri
Ad un'egual fortuna,
O sotto croce povera
O sotto cippo altier?
O al tuo chiaror si mutano
orme dell'uom pietoso,
Che nel silenzio visita
L'ostel, di chi l'esoso
Squallor non osa porgere
Al mondo insultator? —
Tale il pensier travalica
Dall'una all'altra idea;
Or lieta or malanconica
Come il desìo la crea,
E come le moltiplici
Vicende del mio cuor.
Quando della canizia
Vedrò le gelid'ore,
Se scorgerò la fiaccola
Nel taciturno orrore
Di questo cuor le immagini
Quali saranno allor?
Questo canto fu semplice al pari de' nostri desiderj, ma abbastanza sublime per chi, com'io, potea leggere il resto che non volesti esprimere. La soavità e l'armonia della voce suonava nell'universale silenzio, come la malinconica modulazione d'un'arpa notturna, ed era ripetuta dall'eco lontana.
Il leggiero alito ingrossato alquanto aveva spinta la navicella fra le canne palustri ove s'aggirava un nembo di lucciole irrequiete. Quella pace universale favoriva le dolcezze dei nostri discorsi e con quanta gioja entrammo a ragionare dell'avvenire di quel giorno poco lontano in cui tu diverresti madre e abbracceresti quel figlio, a cui ordivi nel tuo seno la vita, e in cui riponevi la tua futura compiacenza. Come godevamo raffigurarcelo bello siccome un angelo, vivace come l'innocenza, con rosee labbra sempre preparate ai baci sinceri, con biondi capelli su cui non isdegna posarsi lo sguardo dell'uomo sapiente, con quella tenera voce che sa attirare ad ascoltarla un numeroso crocchio di persone d'età matura che se lo rubano fuor delle braccia per fargli vezzi, per palleggiarlo, divorarlo e dicevi sommessamente: «Deh, o signore sii cortese di biade al campo, di lana all'agnellino, di piume all'augello, e di figli alla madre che ti teme». Pochi mesi trascorsero da quell'ora a quell'altra in cui fummo salutati genitori, e quell'innocente primogenito che esulta di tanta vivacità, e dorme placidamente ignaro ancora dei guai della vita, come il nocchiero che riposa tranquillamente nel suo battello, non sentendo la tempesta che gli rugge d'intorno, quell'innocente sappia un giorno quali erano i tuoi affetti allorchè la sua vita era nascosta nella tua, affetti che tante volte mi ridicesti, e che io pure quella sera commisi al canto che ora ti ripeto:
Nell'ore più fantastiche,
Quando il desìo figura
Come presente all'avido
Pensier l'età futura,
E pregustar fa il giubilo
D'ore non nate ancor;
Fra lusinghiere immagini
Pasce Adelina il cuor.
Mentre balzar dell'utero
Sente l'ascoso pondo,
Vola alla cara indagine
D'un avvenir giocondo,
Quando sul crin del pargolo
La faccia poserà,
E nel baciarlo i gemiti
Del parto scorderà.
Quando con orma tacita
Dell'addormito figlio
Esplorerà la requie,
E nel sopito ciglio
Contemplerà le tenere
Forme del genitor;
Cauta perchè coll'alito
Non turbi quel sopor.
Quando ai trastulli, a movere
L'infermo piè da solo
L'addestrerà, reggendolo,
Perchè non cada al suolo,
E le pie man congiungere
Gl'insegnerà sul cor,
Ed invocare il mistico
Nome del suo Signor.
O scorrazzar sul florido
Pendìo di facil clivo,
O lo vedrà sul margine
Posar d'innocuo rivo;
E teso il capo chiedere
Nel rio la sua beltà,
Ed ispiccar le mammole
Che ai genitor darà.
Con orma aerea correre
Dietro gli assidui strilli;
Cercar dove s'annidino
I solitari grilli,
O la vagante lucciola
Seguir da fiore a fior,
E la ghermita a splendere
Sopra la fronte appor.
Oh quante volte al gemito
Dei bronzi della sera,
Che sulle labbra chiamano
La memore preghiera,
Lo condurrà del tempio
Al santo limitar,
O tra le croci funebri
Per gli avi a supplicar.
Così di liete immagini
Nella dolcezza assorta,
Del grave seno il tedio
Con care idee conforta;
Mentre i suoi diti tessono
La veste al bambinel,
Che balza ancor nell'utero
Vago d'aperto ciel.
Che riconoscenza fu per me quella lagrima che ti tremò allora negli occhi! premio ben a me più chiaro che un trono, poichè i doni del cuore stanno sempre innanzi a quei largiti dalla fortuna! Intanto la navicella era giunta al lido, e pieni entrambi di commozione e d'amore ci avviammo al nostro focolare. Oh quella sera fu pur bella e di perpetua ricordanza!
Chi ama costeggiare il lago, si rechi a Bosisio terra di poca considerazione, collocata sulla sponda orientale, e levata in parte sul pendìo d'una collina. Qui nacque Giuseppe Parini, donato alla mordacità della satira ed alla sublimità della lirica, e qui pure doveva nascere Andrea Appiani pittore delle Grazie, quando per caso sua madre non si fosse trovata a Milano. Indarno però cercheresti una parola che ricordi l'umile casetta dei natali del sommo poeta, invano una pubblica lapide che ricordi il suo nome. Anima che sente non potrà comprimere un'affezione di dolore.
Qui l'architetto Moraglia diede il disegno del bell'oratorio di casa Appiani, ov'è un lodatissimo quadro dell'Educazione di Maria Vergine, fatto da Vitale Sala.
Di qui per una via a bacio della collina, melanconica, fatta per la meditazione, riuscirai a Garbagnate Rota, d'onde la viuzza si perde fra i canneti del lago, finchè riesce a Casletto, già Castelletto, casale di poco riguardo, a cavallo della strada che da Pontenuovo guida a Molteno, e che diviene in Casletto, ronchiosa, angusta e montuosa. Una strada comunale piegando verso mezzodì fra campagne ben coltivate conduce a Rogeno, alla cui comunità appartengono Calvenzana, Maggiolino, Molino del Lione e Molino del Maglio; e di qui prosegue per Brenno e Camisasca, ambedue terre sulla sponda sinistra del Lambro.
Ma noi continuando la strada che costeggia il lago arriveremo sotto Mojana, d'onde proseguendo tra fertili campagne da una parte, cannuccie, macchie e boschetti dall'altra giungeremo a riposare a Ponte nuovo, osteria isolata che ebbe nome da un recente ponte sul Lambro, ed è posta al confluente di questa strada, nella più grossa che da Erba conduce a Milano. Da qui puoi recarti a vedere il Cavolto, che somministra l'acqua pel reale parco di Monza, Nobile casale di poca importanza, l'elevato Monguzzo già castello di Gian Giacomo De-Medici, poi villa de' Rosales, che la cedettero, sono pochi anni.
Ora converrà che ci fermiamo alquanto ad esaminare la natura geologica di questi luoghi.
Questa parte della Brianza, che si confonde col Piano d'Erba in guisa sì indeterminata da non potersene indicare i limiti di divisione, era un tempo occupata da un vasto lago, chiamato da Plinio l'Eupili, il quale mantenuto dagli scoli delle circostanti montagne, per mezzo della Valmadrera, come dicemmo, comunicava col lago di Lecco. Quelli che ora sono ridentissimi poggi non erano allora che sporgenti isolette, dapprima inabitate e rivestite sole di piante e sparse di paludi: quindi ricovero di qualche famiglia peschereccia, che vivea in poveri casolari.
Questo lago in appresso, per qualche fenomeno della natura, scomparve e lasciò un terreno infecondo, che ben presto fu in gran parte ridotto a coltura, in gran parte rimase sterile per molti anni, poi migliorò, parte non fu ancora guadagnato all'agricoltura. Avanzo di questo vasto lago sono i tre bacini d'Annone, di Pusiano, d'Alserio, forse anche quello più discosto di Montorfano, e le lande infeconde che sono frapposte a questi laghi coperte solo d'erica, di cannuccie e di larice. Queste da alcuni anni furono assai diminuite; e principalmente la brughiera paludosa di Sirone, che venne posta a coltura dal curato Berretta di Sirone. Tra i laghi d'Annone e Pusiano trovi una delle più estese torbiere del Milanese, che secondo le misure d'Ermenegildo Pino (1785) occupa una vastità di 950 pertiche superficiali (621794 metri quadrati). Altre torbiere furono scoperte presso Monguzzo ed Alserio, e pare probabile che in altri siti di questi paludosi terreni esista tal combustibile, che potrebbe tornar vantaggiosissimo a risparmio della legna. Questi tre laghetti sono ricchi di pesci fra cui abbondano specialmente le anguille (murena anguilla), i lucci (esox lucius), le tenche (ciprinus tinca), i barbi (ciprinus barbus), le arborelle (ciprinus albor), le scardorelle (ciprinus brama), i carpani (ciprinus carpio). Il monte di San Fermo contiene molti corpi organici marini od ammoniti misti a qualche rara venere.
Presso Nobile, al luogo detto le fornaci, sul pendìo orientale d'un poggio che tira dal nord al sud si stende un letto d'argilla alto 12 a 13 piedi, sotto 3 o 4 di terra vegetale. Ha quest'argilla la facoltà d'impastarsi coll'acqua, masticata sotto i denti fa sentire qualche parte silicea; appena estratta dalla terra ha un color piombino, asciugandosi diventa grigio-chiara, cotta nel forno è bianco-incarnata. Con questa argilla mischiata colla argilla gialla si formano i mattoni marmorati. Ma avendo tale specie d'argilla la facoltà d'assorbire facilmente l'umidità atmosferica e di fiorire, ne viene che le tegole fatte di essa sono di breve durata.
L'illustre ingegnere signor Giuseppe Bruschetti vedrebbe utile alla navigazione interna del Milanese l'aprire «anche un canale da Malgrate al lago di Civate o d'Oggiono abbassando questo lago e facendo cambiar corso allo scaricatore del medesimo. Da questo lago poi attraversando un'altura, e dirigendosi verso Molteno, si troverebbe un colatore detto la Bevera, che scarica le acque nel fiume Lambro, il quale attraversa tutta la Brianza e si dirige a Monza. Continuando la navigazione di questo canale si avrebbe la comunicazione col naviglio Martesana poco prima di Crescenzago, ove il detto fiume Lambro entra e sorte dal naviglio medesimo[23]».
Proseguendo intorno al lago prendiamo a Pontenuovo la diritta in un ampio stradone ascendente, e costeggiando la destra del Lambro contenuto fra due vigorosi comprensorii, giungiamo al Ponte della Malpensata, ove entriamo ancora nella strada provinciale da Lecco a Como. Per essa piegando verso occidente dopo poco cammino eccoci a Villincino a cui si penetra per una porta di non antica costruzione.
Quali siano le più comuni opinioni sul poco discosto Incino (antico Liciniforo), ci venne detto nei cenni storici preposti a questo lavoro. Attestano la sua passata grandezza molte lapidi e monete, avanzi d'un'età trascorsa, che furono dissotterrate, fra cui basti riferire le due seguenti:
1.
HERCULI
C. METILIUS
SECUNDUS
V. S. L. M.
2.
I O M
COESIA. P. F
MAXIMA
SACERDOS
DIVÆ MATIDIÆ
La chiesa d'Incino vuol essere veduta per la importanza delle sue antiche grandezze; fu capo d'una vasta pieve, ed ebbe una collegiata di ventiquattro canonici fino a' tempi di San Carlo Borromeo, che nel 1565 trasportò e la plebania e la collegiata, per indisciplina, alla chiesa di Villincino.
Sulla piazza di questa chiesa, sotto un portico di recente innalzato ogni giovedì è convegno di contadini, a farvi un operoso mercato di commestibili e mercerie. Una strada piana, attraverso ora a campagne fertili, ora a sterili lande, ora alla carice del lago d'Alserio va a sboccare nella strada principale che conduce da Pontenuovo ad Erba.
Oh clivi d'Erba! oh piani! — Oh lusinghiero
Di natura l'aspetto ed il sorriso!
Oh de' colli lombardi aere sincero!
Chi dettava questi versi è un giovane caldo d'amor del bello e questi ripetiamo noi pure alla vista della prospettica Erba. Questa terra s'altra mai considerevole, si presenta a guisa d'anfiteatro rivolta a mezzodì piegando in una curva dalla parte di ponente ove termina in un ferace vigneto con un delizioso casino di campagna, sul ridente poggio ricco di gelsi ove un tempo s'ergeva tremendo castello.
Il signor Valaperta proprietario di questa delizia raccolse le acque del torrente Bocogna, che si perdevano inutilmente pel sottoposto erbito Pravalle e le ridusse a servire ad una grandiosa filanda ed all'unito filatojo. Il torrente di là precipita a Mevate, terra di poco felice prospetto, ma abbellita di fresco dalla casa campestre, dalla filanda e dal vasto giardino Biraghi. Qui esistono un antico fresco rappresentante i santi Rocco e Sebastiano colla Vergine in gloria; più che mediocre lavoro del 1490, fatto da Andrea Gentilino, come vi sta scritto, 1490 die 14 septembris magister petrus de petris de Sirtur f. f. hoc opus; Andreas filius magistri Zentilini pinxit.
Sulle ruine del soppresso convento dei Riformati di Santa Maria degli Angioli l'avvocato Rocco Marliani, consigliere d'Appello, innalzò la sontuosa Villa, che dal nome della sposa chiamò Amalia, di cui diede il disegno l'architetto Leopoldo Polak. Nel cortile una lapide dice:
ROCHUS PETRI FIL. MARLIANUS
DOMO MEDIOLANO
COENOBI VETERIS OPERIBUS A SOLO AMPLIATIS
VILLAM EXTRUXIT ORNAVIT
AMALIAM
EX CONJUGIS KARISSIMÆ NOMINE APPELLANDAM
ANNO 1801[24].
Rispondono dirimpetto a questa iscrizione i quattro versi d'Orazio
Hoc erat in votis: modus agri non ita magnus
Horkus ubi, et tecto vicinus jugis aquæ fons
Et paulum sylvæ super his foret; anctius atque
Di melius fecere; bene est nihil amplius oro.
Il palazzo è grandioso, e decorato nell'interno della decantata Aurora, lavoro giovanile del cavaliere Giuseppe Bossi, il quale con Monti e Foscolo solea goder qui la cortesia del Marliani. L'ampio giardino, lontano da ogni uniformità disgustosa, è variato da un bosco interciso da garrulo torrente, che cadendo dall'alto si sparpaglia in molte artificiali cascatelle, da un roseto, il più ricco sicuramente di queste vicinanze, da ajuole erbose e fiorite, da bel tempietto nel bosco dedicato alla Prudenza, che siede in mezzo di esso, poco discosto dal quale due statue s'ergono ad Atteone e Diana; in ogni luogo vedi quel tutto, che rende più delizioso il campestre soggiorno. Ma ciò che onora meglio la ricordanza del benemerito consigliere è il monumento che egli pose alla memoria di Giuseppe Parini: un busto di marmo fatto dal celebre scultore Franchi, collocato dove il bosco è più folto e protetto da una macchia di lauro. Tempo fa vicino a questo sepolcrale monumento usciva da un organo sotterraneo una flebile armonia, che arrestava d'improvviso il visitatore, ignaro d'onde e come venisse quel suono, a cui alludevano i quattro versi incisi nella base del busto e tolti dall'ode di Parini l'Inclita Nice:
Qui ferma il passo, e attonito
Udrai del suo cantore
Le commosse reliquie
Sotto la terra argute sibilar.
Di qui Vincenzo Monti al prospetto di tante bellezze nel 1801 esclamava nella sua Mascheroniana:
I placidi cercai poggi felici,
Che con dolce pendìo cingon le liete,
Dell'Eupili lagune irrigatrici;
E nel vederli mi sclamai; salvete,
Piagge dilette al ciel, che al mio Parini
Foste cortesi di vostr'ombre quete!
Quando ei fabbro di numeri divini
L'acre bile fe' dolce, e la vestia
Di tebani concenti e venosini.
Parea de' carmi suoi la melodia
Per quell'aure ancor viva; e l'aure e l'onde
E le selve eran tutte un'armonia.
Parean d'intorno i fior, l'erbe, le fronde
Animarsi, e iterarmi in suon pietoso:
Il cantor nostro ov'è? chi lo nasconde?
Ed ecco in mezzo di recinto ombroso
Sculto un sasso funèbre che dicea:
Ai sacri mani di Parin riposo.....
Uom d'alta cortesia, che il ciel sortille
Più che consorte, amico: ed ei che vuole
Il voler delle care alme pupille,
Ergea d'attico gusto eccelsa mole
Sovra cui d'ogni nube immaculato
Raggiava immemor del suo corso il sole.
E Amalia la dicea dal nome amato
Di costei, che del loco era la diva,
E più del cor che al suo congiunse il fato.
Al pio rito funèbre, a quella viva
Gara d'amor mirando, già di mente
Del mio gir oltre la cagion m'usciva.
Mossi alfine, e quei colli, ove si sente
Tutto il bel di natura, abbandonai,
L'orme segnando al cor contrarie e lente.
In alto sorge il convento di San Salvatore un tempo luogo di pacifica dimora, a cui Achille Mauri in una meditazione intitolata l'Autunno allude colle seguenti strofe che mi permise di pubblicare:
Fra due ciglion vicini
Una maggion si svela,
Che in mezzo ai neri pini
Solinga, umil si cela;
Sacrato asilo un giorno
Di poveri romiti,
O placido soggiorno
Tu dolcemente inviti
Al gaudio i nostri cor!
Sì, miei fratelli, al monte!
Ivi per noi fia schiuso
Di nuove gioje il fonte;
Ivi non fia racchiuso
Fra confin brevi il guardo
Che scorrerà lontano,
E la fiumana e il tardo
Rivo e le vette e il piano
Libero affiserà.
Ed errerà dal colle
Alle pianure erbose,
Dalle fiorite zolle
Alle campagne algose;
E i limpidi cristalli
Vagheggierà de' laghi,
E i prati delle valli,
E i molti color vaghi
De' fior contemplerà.
La via meno disagiata per ascendere da Erba a godere l'interminabile orizzonte di questo convento, è di recarsi a Crevenna, terricciuola leggiadra, e di là ascendere per una strada erta che guida all'Alpi (così chiamansi ivi per analogia i pascoli montuosi), e che può fino al convento guadagnarsi dai cavalli e dei buoi aggiogati.
Sei tu saldo sulle gambe, hai tu coraggio nei cuore? ascendi al decantato Buco del Piombo, spelonca ricavata dalla natura nel monte, e murata in sull'ingresso, per cui v'ha chi crede, indotto anche dal nome, che fosse questa una miniera di piombo, ma per ricerche che siano state fatte non vi si trovò mai reliquia di questo metallo.
L'accesso nella caverna è pericoloso, dovendosi ascendere per un'angusta scala ricavata dalla natura nel greppo, di qualità saponacea, senza sbarra che difenda il salto e a cui si possa agrappare. La bocca dell'antro presenta una stanza spaziosa, larga 38 e alta 42 e lunga 55 metri, e contiene quattro muraglie formate con ceppo rosso e marmo di granito indigeno, e legate da un cemento di calcinaccio, e poste alla distanza fra loro di circa quattro metri. Il primo muro è alto otto metri, grosso un mezzo, con porticina d'onde sgorga l'acqua naturale della spelonca, coll'avanzo d'un portone più grande; il secondo alto metri dodici, grosso 1½, rotto da tre porte, con varj pertugi; del terzo e quarto non restano che pochi ruderi alti circa quattro metri e grossi come i due antecedenti.
La caverna procede quindi, dove più, dove meno angusta, ma quasi sempre colla larghezza approssimativa di metri 9 e coll'altezza di 8 e fino alla distanza di 188 metri dalla bocca, non manca di luce. Tanto la caverna continua diritta. Da quel punto è indispensabile un lume artificiale, e dopo altri 18 metri vedi a destra dello speco principale un'altra caverna lunga non più di metri 1, 30, e dopo 30 altri metri si arriva dove fu già posta una lapide ad attestare la venuta fin là di
S. A. I, IL PRINC. RAINERI VICERÈ
CONSIGLIERE DE CAPITANI
CIAMBELLANO CONTE PAAR
GLI 8 MAGGIO 1819.
Credo pochi vorranno innoltrarsi di più, correndo la caverna bassa bassa e rialzandosi sempre più le acque, che ne sgorgano fino, probabilmente, a riempirne tutta la bocca. Quest'acqua, carica di materia calcare, forma sulle pareti delle graziose incrostazioni.
L'uscita è più disagevole che l'ingresso! guai se ti sdrucciola un piede, se ti assale un capo giro! Il burrone del sottoposto Boa non accoglierebbe di te che miserabili frantumi! Tanto pericolo della vita non mi pare compensato da un corrispondente vantaggio! Eppure quanti si vergognerebbero d'aver temuto d'avventurare i loro giorni per appagarsi di questa curiosità e non si farebbero carico d'essersi rifuggiti di arrischiarli per salvare un loro fratello, per temprare le angoscie d'un contagioso! A che servisse questo antro è ancora un mistero nella storia. È certo però che per qualche tempo valse di abitazione, e forse i Longobardi cacciati dai Franchi vi trovarono un asilo; forse supplì di ricetto durante le contese fraterne; forse una masnada di predoni esercitava di lassù le sanguinose escursioni. Queste domande faceva Lorenzo Santambrogio in una sua romanza inedita:
Oh quale da destra nel masso s'interna
Orribile al guardo, profonda caverna
Che d'archi munita — la fronte turrita
De' secoli edaci l'insulto sfidò!
All'armi, al valore d'Italia fu segno?
Di prodi Lombardi fu nobil convegno?
O forse delitti — d'erranti proscritti
Quel masso nascose, quel covo celò?
Da San Salvatore ascende la strada fino alla Colma (cima del monte) e di là cade dalla parte opposta fino a Torno sul lago di Como.
Poco meno d'un miglio da Erba è discosto Buccinigo, che una popolare opinione vorrebbe così chiamato da un buco iniquo, esistente ancora in un giardino, e che, secondo crede il volgo, fu luogo di martorio ai tempi feudali. Però i dotti sostengono essere chiamato dai Celti di cui è propria la cadenza in igo ed in iga di moltissime nostre terre. La sua torre, che rimane in parte tuttora, fu teatro di fraterne rappresaglie, fra le famiglie Sacco e Parravicino, ambidue comprese nel catalogo dei nobili steso da Ottone Visconti 1278. Poco appresso la strada si apre in due diramazioni, che vanno dopo qualche miglio a riunirsi ancora, ed egualmente buone per giungere a Como. La più meridionale guida a Pomerio, dove sono antica chiesa e avanzi di fortificazioni, a cui sta poco discosto Paravicino distinto alla sua torre inclinata nella direzione sud-ovest nel mezzo d'un ameno giardino; vicinissimo è Casiglio ov'è chiesa antica, eretta da Beltramino Parravicino vescovo di Como e poi di Bologna, la cui tomba è un monumento nella chiesa stessa; Tassera villa Imbonati in elevata posizione e lieta di giardini e getti, d'acque perenni che bagnano il giardino e i prati, e cadono fino al lago d'Alserio. Poco discosta è la sorgente Retusa, limpida e salubre; a Castellazzo i Milanesi costrussero un forte nel luglio 1162 contro il robusto castello di Carcano, ove si erano accolti i fautori del Barbarossa, e qui presso il bellicoso arcivescovo Uberto da Pirovano di Barzanò, nel giorno del famoso combattimento di Carcano o d'Orsenigo, cantò la messa dal carroccio, e tenne un vigoroso discorso ai soldati frementi battaglia. Nel primo scontro Federigo vincitore conquistò il carroccio de' Milanesi e lo distrusse nel luogo detto il Carudo. Si pretende che nel pantano delle lische amare s'impigliasse il destriero dell'imperatore, per cui dovette perdere un po' di tempo che gli riuscì fatale. Il lago vicino di forma quadrilunga e che manda l'emissario nel Lambro riceve nome da Alserio, paesello collocato sulla sua riva occidentale appiedi d'un colle beato d'una salubre fontana sì abbondante che fa aggirare varie macchine idrauliche. Tutto questo bacino si vede in un colpo d'occhio dall'elevato Parzano.
Da Alserio si propagano varie strade, una molto diritta guida ad Anzano. Qui un antico monastero diede luogo al sontuosissimo palazzo Carcano abbellito da un vastissimo parco, ove laghi, ove selve, ove svariatissime ajuole, ove tempietto, grotte, fiere, e nostre e peregrine, e donde si gode un esteso prospetto delle terre d'intorno. A cavaliere di Fabbrica sorge il palazzo Durini sur un'insensibile altura, a cui deve salire chi è vago di scene varie ed incantatrici; di lassù lo sguardo scorre di poggio in poggio, di lago in lago, fra vigneti e campagne, sul dorso d'austere montagne che ravvivano col loro contrasto la bellezza delle nostre colline.
L'altra strada accennata che da Buccinigo procede verso Como guida al montuoso e deliziosissimo Villa Albese, ove sorge vasta e bella chiesa; molti bei casini, una fontana di buon gusto; ha di dietro un monte ricco di castaneti, fecondi di saporiti frutti; all'intorno vigneti di squisita qualità; poco dopo Albese che ricevette di recente vaghezza dalla strada che lo taglia di mezzo; poi Cassano ove è il vasto giardino Raimondi, poco discosto in alto Tavernerio, quindi Camnago dove potrai inchinarti sulla tomba di Volta, e di là ti vedrai vicino il Baradello, antica difesa della sottoposta Como. Al sud di Cassano è un placido laghetto.
Il villaggio sulla sponda orientale di questa laguna riceve il nome di Montorfano dalla solitaria altura che si erge al suo lato settentrionale, ricco di trovante sarizzo, onde si formano mole da macina di squisita durezza. Questo casale ha più antiche memorie, che recenti bellezze.