NOTE
[300]. Ricordi storici de' Rinuccini; Firenze, 1840; pag. CXXI-XXII. Pei particolari delle feste di San Giovanni al tempo della Repubblica, vedi Cesare Guasti, Le feste di San Giovanni Batista in Firenze; Firenze, Loescher e Bocca, 1884.
[301]. Nella VIIª fra le Elegiae del Poliziano, a pag. 238-248 delle sue Poesie latine e greche pubblicate per mia cura; Firenze, G. Barbèra, 1867.
[302]. Vedi nel cit. volume delle Poesie latine del Poliziano, a pag. 145-147.
[303]. Di Bartolommeo Scala, l'epitaffio in nome del padre di lei; che riferii, con altra epigrafe, nel cit. volume polizianesco a pag. 145. Di Naldo Naldi, Eulogium in Albieram Albitiam morientem, ad Sismundum Stupham eius sponsum, e una sequela di epitaffi. Di Ugolino Verini, in Albieram. Di Alessandro Bracci, Epigrammata in Albieram Masi Albitii filiam, puellam formosissimam, immatura morte peremptam. E adespoti, più altri epitaffi, epigrammi, ec. E poi in prosa, epistole consolatorie allo sposo, di Marsilio Ficino, di Carlo Marsuppini,.... Da farne, insomma, un volume, se meritasse la pena, compulsando i codici Laurenziani (sulla scorta del Catalogus del Bandini), e un Corsiniano 582, e i Carmina illustrium poetarum italorum (Florentiae, 1719-1726).
Nel Catasto fiorentino del 1470 (San Giovanni, Chiave, c. 199) questa è la «portata» di «Maso di Luca di messer Maso, malsano, di anni 42: madonna Caterina sua donna, gravida, d'anni 30; Luca suo figliuolo, d'anni 14; Albera sua figliuola; Maria sua figliuola; Danora sua figliuola; Bartolomea sua figliuola; Lisabetta sua figliuola; Giovanna sua figliuola». E nel Libro dei morti dal 1457 al 1501: «L'Albiera di Tommaso di Luca degli Albizi, riposta in San Piero Maggiore, a dì 15 di luglio 1473». (Archivio fiorentino di Stato).
[304]. Quel giovenile matrimonio è registrato nel Catasto fiorentino del 1469-70 (Santa Maria Novella, Unicorno, II, c. 213): «Marco di Piero di Giuliano Vespucci, d'età d'anni XVI. Simonetta di messer Guasparri Catani sua donna, d'anni XVI». Taluno ha dubitato dell'età di questo marito: ma il confronto con altre portate ai Catasti (del 58, dell'80, del 95) comprova che Marco Vespucci era proprio nato nel 1453. Dalla Simonetta non apparisce aver avuto figliuoli; sì dalla seconda moglie, che fu nel 1478 Costanza Capponi.
Vivebam, fato sum rapta Albiera; coniux
Sismundus vitam reddidit en iterum:
Nam faciem et claram caelato marmore formam,
Ingenium et mores carmine, restituit.
[306]. Sui ritratti della Simonetta, non che sulla interpetrazione della Primavera del Botticelli, vennero riassunte autorevolmente le diverse e disputate opinioni da I. B. Supino, Sandro Botticelli (Firenze, Alinari-Seeber, 1900), pag. 31-37, 69-82. Cfr. anche E. Müntz, Histoire de l'Art pendant la Renaissance, II (Italie, L'âge d'or), pag. 636-38, 641; Paris, 1891.
[307]. I soliti epitaffi, come per l'Albiera, ed epigrammi latini: di Piero Dovizi da Bibbiena, di Tommaso Baldinotti pistoiese, di Francesco Borsellini, nel cit. codice Corsiniano. E poi: una Elegia di Bernardo Pulci fiorentino, della morte della diva Simonetta, a Iuliano de' Medici; e dello stesso Bernardo un sonetto petrarchevole, La diva Simonetta a Iulian de' Medici; e di un veronese Francesco Nursio Timideo, pur terzine elegiache intitolate latinamente Carmen austerum in funere Symonettae Vespucciae florentinae, ad illustrissimum Alphonsum Calabriae ducem: da vedere nello scritto di A. Neri, La Simonetta, nel Giornale storico della letteratura italiana; vol. V, 1885, pag. 131-147, riassunto nell'Illustrazione Italiana, n.º 13 del 1886.
[308]. Vedi La Giostra di Giuliano, nel mio libro Florentia (Firenze, Barbèra, 1897) a pag. 391-393.
[309]. «In Simonettam», a pag. 149-150 della cit. mia edizione delle Poesie latine e greche. Quello nel quale «Iulii est sententia a me versibus inclusa» dice così:
Aspice ut exiguo capiatur marmore quicquid
mortali possit a superis tribui.
Hic Simonetta iacet, cuius mortalia cuncta
concipere immensum non poterant animum:
quam neque mors potuit visa exterrere, Deumque
mox petiit cui se nympha dedit moriens.
[310]. Vedi Alcune prose di Lorenzo de' Medici per dichiarazione e storia de' suoi Sonetti e delle Canzoni, nel volumetto (Firenze, Barbèra, 1859) delle Poesie di L. de' M. per cura di G. Carducci; a pag. 35 e segg.
[311]. Carte Medicee avanti il principato (nell'Archivio fiorentino di Stato), filza XXXIII: lettere da Firenze di Piero Vespucci, suocero della Simonetta, al magnifico Lorenzo a Pisa, che gli aveva mandato il suo proprio medico.
18 aprile 1476 — .... La Simonetta si sta quasi nelli medesimi termini che quando Voi partisti, et poco v'è di meglioramento. Attendevisi et per maestro Stefano et per ogni homo cum diligenzia, et così sempre si farà....
20 aprile. — .... Pochi dì fa vi scrissi e avvisa'vi del male di Simonetta; el quale, per grazia di Dio, e per virtù di maestro Stefano mediante Voi, è alquanto meglio, chè à meno febre e meno rimessione, ed à meno afanno del petto, mangia meglio e dorme meglio: e per quanto dicano e' medici, el male suo sarà lungo, e pochi rimedi ocorre fare, se none buono governo. E sendo stato cagione di questo bene, tutti noi e sua madre, che è a Piombino, asai vi ringrazia e ubrigati vi siamo della dimostrazione avete fatto di questo suo male; e non volendo peccare nella ingratitudine verso el maestro, di nollo tenere qui quanto potrebe durare el male, e anche nonn è molto neciesario, e anche perchè non potremo sodisfare con pagamento tale obrigo per la imposibilità nostra; e per tanto vi priego mandiate per detto maestro Stefano, e avisate quello se gli à a dare, che venerdì santo venne. E noi senpre siamo presti a fare ogni cosa dove richiede el debito nostro, e masime avendo riguardo a conservare ogni vostro onore, come questo e ogni altro. Aspetterò da voi aviso, e tanto seguiremo....
26 aprile. — Magnifice ac praestantissime vir, compater honorandissime ec. Scripsivi nelli giorni passati del melioramento della Simonetta, el quale invero non ha perseverato come io credetti et come saria stato nostro desiderio. Questa notte sono stati alla disputa maestro Stephano et maestro Moyse, di darle una medicina; la quale concluseno doverseli dare, et così le hanno data. Non si pò ancora comprendere che fructo farà: Dio voglia che facci quanto desideriamo! Et perchè altra volta io vi scripsi della incomodità mia circa alla mercè et salario di maestro Stefano, et da voi non ho risposta alcuna, non m'è parso pigliare partito alcuno; et ancora per otto giorni lo stare suo mi piace, chè pure in questo termine si doverà vedere quello debba sequire: benchè non limito detto termine, se non cum conditione che la intenzione vostra sia così; di che mi sarà caro due versi di risposta di vostro parere. Questi medici sono del male suo discordi: maestro Stephano dice, epsa non essere nè etica nè tisica, et maestro Moyse tiene el contrario: non so chi meglio sene vede. Raccomandomi alla M. V. Florentiae, xxij aprelis MCCCCLXXVI. M.tie V. quicquid est Petrus Vespuccius eques.
[312]. Sforza Bettini; Firenze, 27 aprile 1476 (Carte medicee av. il princ., cit. filza XXXIII).
[313]. Stanze per la Giostra; II, 33.
[314]. Cfr. nota 10.
Dum pulchra effertur nigro Simonetta pheretro,
blandus et exanimi spirat in ore lepos,
nactus Amor tempus quo non sibi turba caveret,
iecit ab occlusis mille faces oculis.
Mille animos cepit....
Stirpe fui, forma, natoque, opibusque, viroque
felix, ingenio, moribus atque animo.
Sed cum alter partus iam nuptae ageretur et annus,
heu! nondum nata cum sobole interii.
Tristius ut caderem, tantum mihi Parca bonorum
ostendit potius perfida quam tribuit.
Ioannae Albitiae uxori incomparabili
Laurentius Tornabonus
Pos. B. M.
Poesie lat. gr. cit. pag. 154-155.
[317]. Quanta pietà, su que' cinque decapitati ma in particolare sul giovine Lorenzo, in questa linea di diario contemporaneo!: «.... de' quali ne 'ncrebbe a tutto el popolo.... E féciogli morire la notte medesima, che non fu senza lacrime di me, quando vidi passare a' Tornaquinci, in una bara, quel giovanetto Lorenzo, inanzi dì poco». Diario fiorentino di Luca Landucci, ed. Del Badia; Firenze, Sansoni, 1883; pag. 156-57.
[318]. Due sono le medaglie in onore di Giovanna. Identico in ambedue il ritratto, scrittovi in giro, «Ioanna Albiza uxor Laurentii de Tornabonis»: e alla figurazione dell'un rovescio, «Castitas. Pulchritudo. Amor»; dell'altro, «Virginis os habitumque gerens et virginis arma». Vedi a pag. 442-43 dello scritto di E. Ridolfi, cit. nella seguente nota.
[319]. Non Ginevra Benci, ma Giovanna Tornabuoni. Vedi Enrico Ridolfi, Giovanna Tornabuoni e Ginevra de' Benci nel coro di S. Maria Novella in Firenze; nell'Archivio Storico Italiano Ser. V, to. VI, an. 1890; pag. 448 segg.
[320]. Lo ebbero i Pandolfini, per eredità dai Tornabuoni, nel loro palazzo di Via San Gallo, sino a quasi un cent'anni fa; ora è in Inghilterra: vedi a pag. 444-49 del cit. scritto di E. Ridolfi. Il quale alla descrizione della tavola del Ghirlandaio soggiunge: «Dietro la persona vedevasi appeso alla parete un filo di coralli ad uso di collana, sotto il quale in una cartelletta il seguente distico, che per la grazia sua potrebbe ben essere dettato dal Poliziano.... Ars utinam mores animumque effingere posset! Pulchrior in terris nulla tabella foret. 1488.»
[321]. Affreschi della villa Lemmi, scoperti nel 1882. Vedi il cit. scritto di E. Ridolfi, pag. 439-42; e I. B. Supino, Sandro Botticelli, pag. 92-96; e Cavalcaselle e Crowe, Storia della pittura in Italia (Firenze, Succ. Le Monnier), VI, 1894, pag. 258-262.
[322]. «An. MCCCCLXXXX, quo pulcherrima civitas, opibus victoriis artibus aedificiisque nobilis, copia salubritate pace perfruebatur.» Vedi a pag. 169 delle cit. Poesie lat. gr.
[323]. I particolari della descrizione che segue sono forniti dall'Ammirato, riferito nel cit. scritto di E. Ridolfi, pag. 438-39.
[324]. Vedi, nel mio cit. volume delle Poesie latine e greche la dedicatoria della IIIª fra le Sylvae: Ambra, in poetae Homeri enarratione pronuntiata; MCCCCLXXXV: pag. 333-335: ed ivi, dalle Epistolae pur del Poliziano, riferito ciò che risguarda Lorenzo Tornabuoni.
[325]. Antonia di Francesco Giannotti fu moglie a Bernardo Pulci, fratello di Luca e di Luigi. Scrisse le Rappresentazioni sacre di Santa Guglielma, Santa Domitilla, il Figliuol prodigo, San Francesco. Vedi A. D'Ancona, Origini del teatro italiano; Torino, Loescher, 1891; I, 268-69: e F. Flamini, La vita e le liriche di Bernardo Pulci nel periodico Il Propugnatore, Nuova serie, vol. I (1888), pag. 224-25.
[326]. Su madonna Lucrezia vedi Lucrezia Tornabuoni donna di Piero di Cosimo de' Medici, Studio di G. Levantini-Pieroni: Firenze, Successori Le Monnier, 1888: e Le Laudi di Lucrezia de' Medici per cura di Guglielmo Volpi; Pistoia, 1900. A lei a Careggi scriveva da Fiesole, nell'estate del 79, il Poliziano (a pag. 72 del cit. mio volume di Prose volgari e Poesie latine ecc.): «Madonna Lucrezia, o vero Lucrezia,» cioè la nipotina «aveva apparato a mente tutta la Lucrezia» cioè «laude e sonetti e ternarii» della nonna. In alcun altro di que' documenti della vita domestica medicea, è nominata fanciullescamente «Lucezia» quella che al Varchi (Stor. fior., VI, XXXIX) doveva parere «la più degna e la più venerabile matrona, che forse giammai per nessun tempo in alcuna città si trovasse». Ed enumera poi tutte le sue attinenze di sangue e di parentela; il che mostra com'e' sentissero la parte pur della donna nella storia civile: «figliuola di Lorenzo de' Medici, sorella carnale di papa Leone, cugina di Clemente, zia d'Ippolito cardinale de' Medici e di Lorenzo duca d'Urbino, moglie di Iacopo e madre di Giovanni Salviati cardinale, suocera del signor Giovanni [delle Bande Nere], avola materna del duca Cosimo».
Delle letterine scritte dai bambini di casa Medici, e delle materne della Clarice moglie di Lorenzo, con altri documenti domestici, si potrebbe fare un bel mazzolino, chi lo legasse poi con garbo. Io raccolsi (per nozze Bemporad-Vita; Firenze, 1887) le Letterine d'un bambino alunno di messer Angelo Ambrogini Poliziano, cioè Piero de' Medici. Aggiungi: Nonna, Mamma e Nipotina. Lettere femminili di casa Medici (1477-1479); Firenze, Civelli, 1892. E Affetti di famiglia nel Quattrocento, Spigolature di Guglielmo Volpi; Firenze, 1891, estr. da Vita Nuova, II, 50.
[327]. Vedi I. Burckhardt, La civiltà del secolo del Rinascimento in Italia, trad, da D. Valbusa; Firenze, Sansoni, 1876; II, 166-69: e G. Voigt, Il Risorgimento dell'antichità classica, trad, da D. Valbusa; Firenze, Sansoni, 1888-97; I, 439-40, 589: e Vittorio Rossi, Il Quattrocento; Milano, Vallardi; pag. 41-42. E a pag. 291 del mio libro Florentia; Firenze, Barbèra, 1897.
[328]. Così ne scriveva al magnifico Lorenzo, da Venezia il 20 giugno 1491: «Item, visitai iersera quella Cassandra Fedele litterata, e salutai ec. per vostra parte. È cosa, Lorenzo, mirabile, nè meno in vulgare che in latino: discretissima, et meis oculis etiam bella. Partì' mi stupito.... Verrà un dì in ogni modo a Firenze a vedervi; sicchè apparecchiatevi a farli onore.» A pag. 81-82 delle Prose volgari ec. da me pubblicate.
[329]. Vedi nel mio cit. volume polizianesco di Poesie lat. e gr., a pag. 199-204, 214, 215; e V. Rossi, Il Quattrocento; Milano, Vallardi; pag. 275.
[330]. Vedi nel cit. volume gli epigrammi In Mabilium (contro il Marullo), pag. 131-140: e a pag. 273-74 l'ode in Bartholomaeum Scalam.
[331]. La prima delle tre, Eleonora Nencini. Le altre due: Maddalena Marliani Bignami di Milano, e Cornelia Rossi Martinetti di Bologna. Nell'Inno secondo dei Frammenti del Carme Le Grazie.
[332]. Per l'Ambra, vedi nel cit. volume la IIIª delle Sylvae, intitolata Ambra, con allusione alla villa medicea del Poggio a Caiano; e fra i poemetti di Lorenzo (ed. Carducci, pag. 261-277) quello pure intitolato Ambra. Del Boccaccio poi vedi il Ninfale fiesolano, i cui protagonisti, Affrico e Mensola, finiscono tragicamente ne' due ruscelli così anc'oggi chiamati.
[333]. La pietosa storia di questa sposa giovinetta (puella; nel senso generico di donna giovine: come anche fanciulla, vedi il quinto Vocabolario della Crusca), di nome «Alba» o «Albiera», ma non sappiamo di chi figliuola nè a chi moglie, morta appena a vent'anni, è diluita negli slombati distici dei due umanisti fiorentini e medicei, Naldo Naldi e Ugolino Verini.
Canta il Verino (Cod. Laurent. XXXIX, XLII, c. 27-28):
De Albera puella quae sub porticu attrita est.
Tam dira heu miseris fati mortalibus instat
sors? heu quam magnum porticus ausa nefas!
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Porticus annoso ligno subfulta vigebat,
quod carie attrivit longa senecta malo.
Rusticus hic imbrem atque aestus vitare solebat
nam tusca hanc quartus signat ab urbe lapis.
Venerat huc multis comitata Albera puellis,
infoelixque illic dum manet illa perit.
Porticus ingentem traxit collapsa ruinam:
pignora dum protegit, concidit ipsa parens;
occidit, et caro vitam servavit alumno,
carior et nati quam sua vita fuit.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quid lachrymae, quid vota, pii valuere mariti?
quid quod eras Scalae vatis amica tui?
E poi:
Epitaphium Alberae puellae
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Vix me bisdenos numerantem, porticus, annos,
dum ruit, elysias compulit ire domos.
Alberae fuerat nomen mihi, lector amice:
ne pigeat tumulo collachrymare meo.
E Naldo Naidi (Cod. Laurent. XXXV, XXXIV), che viva l'afiligge con ismaniosi elegiaci (c. 4-6, 7-9, 11, 18-20), nè può saperla andata in campagna a bagnarsi senza restarne in timore, che, mentre le faranno corteggio le ninfe aquatiche, non le abbiano a dar noia quelli sguaiati de' Satiri silvestri, canta egli pure l'
Eulogium in Albam morientem
Vos igitur mortis causas praebetis acerbae;
estis et exitio, rura, molesta gravi.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nam dum rura colit, prima est abrepta iuventa,
dum ruit in tenerum trabs inimica caput.
Quid labor heu fuerat, fugeret dum cara puella,
labentem murum substinuisse Lares?
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nam dum forte cupis nimia pietate puellum
pellere ab extremis, Alba benigna, malis,
occidis infelix, fato moritura severo,
dum cadit in tenerum dira ruina caput.
Heu quis tunc matri, cernenti talia, sensus,
qualis in exangui corpore vita fuit,
candida cum natae morientia viderat ora,
ferre nec extremo tempore posset opem?
Et nisi quod subito stupuit devicta dolore,
in medio linquens languida membra solo,
non potuit tanto cernens superesse dolori,
sed fuit in natae morte casura, parens.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Nona dies aderat, crudeli funere rapta
cum iacuit gelido cara puella thoro,
cum venit absentis miseras ad coniugis aures,
uxorem fato succubuisse gravi.
Ut rediit tandem, rumore accitus amaro,
sensit et in tristi condita busta solo,
arserat impatiens uxoris membra pudicae
visendi subito, qualiacunque forent.
Instabant cuncti graviter ne vellet amici
flaccida iam longa membra videre mora:
attamen e nigro promatur ut illa sepulchro,
vicerunt miseri vota dolenda viri.
Ergo ubi dimotus, qui cygnea colla tegebat,
atque palam, gelidus, fecerat illa lapis,
qualia viventis patuerunt ora puellae,
candida nec turpi commaculata situ.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
An quoque te livor carpit, Venus aurea, divam,
et premit invidia pectora sancta gravi?
Sic est: heu carae nocuit pia forma puellae,
invidia superas nec caruisse deas.
[334]. Decameron, Introduzione.
[335]. Non disdico quanto scrissi. È bensì vero, che nel medioevo, e suoi strascichi, la carità pubblica parve quasi respingere da sè la pietà femminile, relegata, spesso crudelmente, nei chiostri. Nella peste del 1630 e 33 in Firenze, l'uso che gli Ufficiali della Sanità facevano delle donne era di «rinchiuderle», cioè vietar loro d'uscire di casa, salvo che potessero andare in carrozza loro propria. E una di esse, che anche era una brava donna, se ne sfogava nientemeno che con Galileo: «Qua si fa la quarantena per noi altre povere donne, per la quale sono passati già venti giorni: e questa mattina è andato il terzo bando per altri dieci giorni, con speranza che S. Giovanni ci scarceri e dia libertà; ma purchè giovi: e sia fatta la volontà del Signore». Lettera de' 14 maggio 1633; la 2507 nel Carteggio galileiano (Edizione nazionale, to. XV, 1904, pag. 122): cfr. i n. 2477, 2479, 2503, 2511, 2534.
[336]. Nel Saggio di Rime di buoni autori ec.; Firenze, 1825.
[337]. Delle bellezze delle donne, Discorsi due; nel secondo de' quali si legge: «Ma ditemi il vero: non vi par egli che questa nostra dipintura (della perfetta bellezza d'una donna) sia riuscita, nella mente vostra, più bella con quattro di voi, che la famigerata Elena di Zeusi con cinque Crotoniate? E questo è un fortissimo argomento, che a Prato sono oggi molto piú belle le donne, ch'elle non erano in Grecia anticamente». Del resto, al trattato umanistico del Firenzuola avevano preceduto, intorno a quel leggiadro argomento, le graziose goffaggini medievali, di forma tra il popolano e il dottrinale. Vedi, per esempio: El costume de le donne, con un Capitolo de le XXXIII bellezze (per cura di S. Morpurgo); Firenze, Libreria Dante, 1889. Della sede e scena dei dialoghi Firenzoliani dove oggi il Collegio Cicognini, vedi Cesare Guasti, Memorie di Giuseppe Silvestri; Prato, 1874; II, 5-6.
[338]. Purg. XIV, 109-10; Inf. XXXI, 17.
[339]. Vedi, per quanto qui riferisco sulla Giostra del magnifico Lorenzo, le indicazioni contenute a pag. 407-408 del cit. mio libro Florentia.
[340]. Mi piace riferire (parte della prima, e della seconda l'intero) le due lettere di Francesco Tornabuoni al magnifico Lorenzo, dei 4 e degli 11 gennaio 1469 (le pubblicai per nozze Levi-Bondi: La fidanzata di Lorenzo de' Medici; Firenze, Landi, 1897).
.... E' non manca mai giorno, che io non sia a vedere la vostra madonna Clarice, che mi fa impazare; che ogni giorno me ne pare meglio: lei bella, e piena di tutti i buon costumi, e à uno spirito mirabile; e sono circa viij giorni che l'à cominciato a imparare a ballare, c'ogni giorno à imparato un ballo: che non li è prima mostro, che l'à imparato. Maestro Agnolo l'avea pregata che la dovessi scrivervi di suo' mano, e per niente non lo volea fare: io l'ò tanto pregata, che per amore mio disse essere contenta farlo; ma ben mi disse che voi dimostravi essere molto occupato in questa giostra, chè dapoi è venuto Donnino non à avuto vostre lettere. Poi che voi non la potete vicitare con la persona, fatelo almanco con lettere spesso, chè gliene date gran consolazione. E in effetto, voi avete la più digna compagna d'Italia....
X.º Al nome di Dio, adi xj di febraio 1468 (stil fior.).
Magnifice vir et maior honorandissime. Questo dì c'è suto lettere di Giovanni Tornabuoni, come avevi fatto la giostra, e n'era uscito sano e con grandissimo onore V. M. La qual cosa subito ebbi intesa, l'andai a dire a la vostra madonna Clarice, e li portai una lettera di Giovanni, che non vi potrei dire la consolazione n'ebbe: che sono iiij giorni non s'è rallegrata se none oggi, perchè stava continovamente in sospetto di V. M. per rispetto de la giostra; e ancora à avuto un poco di doglia di testa, e subito intese questa nuova li passò la doglia, e sta tutta allegra. E di madonna Madalena non vi dico nulla, chè sarebbe impossibile a dirlo con quanta consolazione e allegreza sta, e solo li resta avere una consolazione: e questo ène, che voi vegniate fin qua questa quaresima, chè dice che vuole che voi vegiate la vostra mercanzia avanti l'abiate a casa: la quale ogni giorno migliora. In questa fia una lettera sua. Madonna Clarice non à voluto scrivere, e àmi detto che io vi scriva per suo' parte che v'à da dire un grandissimo segreto, e che non si fida di persona, nè lo vuol fare per lettera perchè dubita non ne fussi fatto mal servigio: e in effetto, vi chiama a più potere, e dice, ora s'è fatto la giostra, non arete più scusa da arecare. E a V. M. si raccomanda, e vi priega la raccomandiate al magnifico Piero e a madonna Contessina e a madonna Lucrezia e a la Bianca e a la Nannina e a Giuliano. Ieri levai panno pagonazo di Londra per una gonna a la romanesca, perchè questa quaresima vuol Madonna che la vadia a la romanesca, che credo non istarà punto male, e vuole andar vicitando tutti questi perdoni, pregando Iddio per voi.
Per questa terra non si fa altro che dire de la gran magnificenza avete fatto, e massimo de la persona, che si dice vi siate aoperato tanto degnamente quanto sia possibile di dire, e che giamai fu paladino facessi quello à fatto V. Magnificenza, che ciascheduno se n'è ralegrato grandemente, e massimo li amici vostri. Messere Giovanfrancesco figliolo del Marchese di Mantova si raccomanda a V. M., e per Dio se n'è molto rallegrato e avutone grandissima consolazione, confermandovisi sempre parato ai piaceri di V. M.
Per questa non m'accade a dire, se non che sempre mi raccomando a V. M., che l'altissimo Iddio di male guardi e la conservi in felicità.
Vostro Francesco di Filippo Tornabuoni in Roma.
La fidanzata scriveva a Lorenzo il 28 gennaio: e ne rispetto la grafìa, che è ben diversa in altre lettere della Clarice dopo fattasi fiorentina:
Magnifico consorte, recommandatione etc. Ho hauta una vostra lettera, e inteso quanto scrivete. Che a Voi sia cara la mia lettera me piace, como a collei che sempre desidera fare cosa che ve sia grata. Et più dite, che avete poco scritto: remagno contenta a tanto quanto vi piace, governandome sempre in bona speranza. Madonna mia matre ve benedice. Piacive recomandarme a vostru et mio patre, a vostra e mia matre, e a quelli altri che vi pare. Sempre me recomando a Voi. A Borna, die xxviii gennaio 1469. Vostra Clarice de Ursinis.
E il 25 febbraio, dopo che Lorenzo stesso le aveva scritto della giostra, rispondeva:
Magnifico consorte, recommandatione etc. Ho auta una vostra lettera, la quale a mi è molto grata, dove mi avi sate de la giostra, che havete hauto l'onore. A mi molto mi piacce che sia sodisfato l'animo vostro in quelo che v'è sì a piacere; et se le horationi mia sonno hesaudite in questo, me è caro, como a culei che desidera fare cosa che ve sii a piaccere. Pregovi me recommandate a mio patre Piero, a mia matre Lucretia, et a madonna Contissina, et tucti l'altri che ve pare. Io mi recommando a Voi. Non altro. In Roma, die XXV febr. 1469. Vostra Clarice de Ursinis.
Caratteristico de' costumi, non meno che squisito per pittura dal vero, è quanto, due anni prima, aveva scritto da Roma, nel marzo del 67, madonna Lucrezia al marito Piero de' Medici, dopo aver messo gli occhi sulla Clarice come buon partito pel loro figliuolo. Così le due letterine della fidanzata, come questa della Tornabuoni, le pubblicò Cesare Guasti (Tre lettere di Lucrezia Tornabuoni a Piero de' Medici ed altre lettere, ec.) per nozze Uguccioni-Del Turco; Firenze, tip. Le Monnier, 1859.
.... Giovedì mattina, andando a San Piero, mi riscontrai in madonna Maddalena Orsina, sorella del Cardinale, la quale avea seco suo' figliuola, d'età d'anni 15 in 16. Era vestita alla romana, co'l lenzuolo; la quale mi parve, in quello abito, molta bella, bianca e grande: ma perchè la fanciulla pure era coperta, non la pote' vedere a mio modo. Accadde ieri che andai a vicitare il prefato monsignor Orsino, il quale era in casa la prefata suo' sorella, che entra in nella sua; quando, fatto per tuo' parte con suo' Signoria le debite vicitazioni, vi sopraggiunse la prefata suo' sorella colla detta fanciulla; la quale era in una gonna istretta alla romana, e sanza lenzuolo: e stemoci gran pezzo a ragionare; e io posi ben ment' a detta fanciulla. La quale, come dico, è di ricipiente grandezza, e bianca, et à sì dolce maniera, non però sì gentile come le nostre; ma è di gran modesta, e da ridulla presto a' nostri costumi. Il capo non à biondo, perchè non se n'à di qua (cioè, a Roma non son comuni le bionde, che erano le più pregiate di bellezza): pendono i suoi capegli in rosso, e n'à assai. La faccia del viso pende un po' tondetta; ma non mi dispiace. La gola è isvelta confacientemente, ma mi pare un po' sotiletta o, a dir meglio, gentiletta. Il petto non potemo vedere, perchè usano ire tutte turate; ma mostra di buona qualità. Va col capo non ardita come le nostre, ma pare lo porti un po' innanzi: e questo mi stimo proceda perchè si vergogniava; chè in lei non vego segnio alcuno, se non per lo star vergogniosa. La mano à lunga e isvelta. E tutto racolto, giudichiamo la fanciulla assai più che comunale; ma non da comparalla alla Maria, Lucrezia e Bianca (loro figliuole). Lorenzo lui medesimo l'à vista: e quanto esso se ne contenti, tu lo potrai intendere. Io giudicherò che tutto che tu et lui ditirminerete sia ben fatto, e me n'accorderò. Lassiamne Idio pigliar il meglio partito.... Tua Lucrezia.
E in altro foglio di sua mano soggiungeva:
Come ti dico per letera di mano di Giovanni (Tornabuoni, suo fratello), noi abiàno vista la fanciulla, con buono modo e sanza dimostrazione; e quando la cosa nonn'abia avere effetto, non ci si metterà nulla del tuo, chè nallo ragionamento s'è avuto. La fanciulla à dua buone parti, ch'è grande e biancha: non à uno bello viso, nè rusticho; à buona persona. Lorenzo l'ha veduta: intendi da lui se la li piace; chè ci è tante altre parti, che s'ella soddisfacessi a lui, ci potremo contentare. El nome suo è Clarice. Lucretia tua.
[341]. Delle nozze di Lorenzo de' Medici con Clarice Orsini nel 1409; Informazione di Piero Parenti fiorentino: Firenze, tip. Bencini, 1870.
[342]. Vedi nel mio libro Florentia, a pag. 212 e 307.
[343]. Vedi la XXIIIª delle lettere del Poliziano, da me date nelle sue Prose volgari.
[344]. Vedi Un cappellano mediceo, a pag. 422 e segg. del mio Florentia.
[345]. Nota dell'armeggeria fatta da Bartolommeo Benci alla Marietta degli Strozzi il 14 di febbraio 1464 in Firenze; Firenze, tip. Galileiana, 1876: pubblicata, per nozze Paoli-Martelli, da A. Gherardi con lettera dedicatoria illustrativa.
[346]. «Ritrasse di naturale» scrive di Desiderio da Settignano il Vasari (IV, 228) «la testa della Marietta degli Strozzi; la quale essendo bellissima, gli riuscì molto eccellente»: e dal Boschetto degli Strozzi, fuor di Porta S. Frediano, è oggi nel loro palazzo in città. Altri ha creduto riconoscerla in un busto, pure strozziano, che è nel Museo di Berlino. «Ad Laurentium Strozam de Mariettae sororis laudibus» sono distici del solito eulogista mediceo Naldo Naldi, nel codice Laurenziano XXXV, XXXIV, c. 15-17.
[347]. Fra le Vite di contemporanei scritte da Vespasiano da Bisticci, è anche quella dell'Alessandra Bardi Strozzi: ma vedi di lei anche nell'aureo libro di Cesare Guasti sull'altra degna donna entrata nell'altro ramo della grande famiglia, Alessandra Macinghi negli Strozzi: Lettere di una gentildonna fiorentina del secolo XV ai figliuoli esuli; Firenze, Sansoni, 1877; pag. XII-XV.
[348]. Nel cit. carteggio domestico pubblicato dal Guasti, si può vedere (pag. 589-90, 594-96) com'era giudicata la Marietta, quando si trattò di farne la moglie d'uno de' figliuoli dell'Alessandra, Lorenzo. A questo Lorenzo, che n'era innamorato fino a dare per certo che o lei o nessuna, il fratello maggiore Filippo scriveva nel 69: «Confessoti che sia da mettere per bella fanciulla, o vuoi dire donna, e che ha buona dota: ma in opposito mi pare vi siano tante parti, che pesono assai più che le buone. Di prima faccia, a chi lo sentirà parrà che noi vi manchiamo di riputazione, perchè la mercatanzia non va, tanto è soprastata e suta percossa» (allude a trattative d'altri matrimoni) «e costì e altrove; e l'essere trasandata di tempo, e sanza padre e sanza madre,» (era morta nel 65) «e fuori di casa sua, essendo bella, non sarebbe gran fatto che ci fussi qualche macchia. Poi penso, ec.»
[349]. È del febbraio 64, a Lorenzo, giovine di diciott'anni, a Pisa, nell'Archivio fiorentino di Stato, Carte Strozzi Uguccioni, filza CIII, a c. 72. Questo e qualche altro po' del latino che, leggendo alle signore, tradussi, non disdice forse all'argomento umanistico.... nè ormai a leggitrici parecchie, che vengon sapendo di latino più di taluni laureati.
.... ea ad te scribam, quae neque ah amicitia nostra aliena sunt, simulque in legendo tibi aliquam voluptatem possint afferre. Cum enim haec scribebam, nix totam pene urbem oppleverat: quam aliis taedio atque languori, aliis exercitio atque voluptati, fuisse scias; sed in primis incredibili voluptati fuit Laucterio Neronio, Priori Pandolfino et Bartholomeo Bencio, spectatissimis sane nostrae civitatis hominibus. Hi enim, hac oblata rerum opportunitate, in id convenerunt, ut aliquid memoria dignum ederent. Quapropter, circiter secundam horam noctis, ante aedes Strozzae puellae, cum summa hominum frequentia, nam ad id undique populus confluxerant, se obtulerunt, scilicet parati et simul iacere atque recipere quasi ad invicem multam nivem. Partiti igitur sunt cum puella nivem. Quod spectaculum, Dii immortales! nam pro dignitate, et innumerorum funalium luminibus, et tubarum clangore atque tibiarum suavitate, exornatum erat. Hic autem vereor ne mea inculta oratione assequi possim quid ea nocte meis oculis conspicatus sum. Quid enim dicam de variis circumastantium studiis? quid de multorum applausu? Liceat haec breviter perstringere, mi Laurenti, cum assequi nostris verbis nequeamus. Quisque enim illorum aliquid egregium se adeptum putabat, si nive niveae puellae faciem conspersisset, adeo ut facile diceres, hanc totam rem non nivis ludum fuisse, sed potius sagittatorum certamen ad scopon, tanta gloria pugnabant! Ipsa vero puella ita se gessit, ob summam, quae in illa est, ludendi venustatem atque dexteritatem, non dicam ob pulchritudinem quae satis omnibus innotescit, ut probata ab omnibus atque commendata discederet. Adolescentes vero ii, qui tam liberaliter luserant, nullo pacto prius, quin digno munere eam afficerent, discedendum putarunt. Itaque discessum est, ut unusquisque sibi accumulatissime satisfecisse videretur...»
Nix ipsa es virgo, et nive ludis. Lude; sed ante
quam pereat candor, fac rigor ut pereat.
A pag. 143 delle cit. Poesie lat. e gr. Vedi ivi da me indicati altri consimili ghiribizzi nivali. Del resto si hanno, de' giuochi di neve, anche riscontri medievali popolari. Nei Sonetti di Folgore da San Gimignano (Le Rime ec.; Bologna, 1880; pag. 5) per la Brigata spendereccia senese, uno de' divertimenti invernali dev'esser di
uscir di fora alcuna volta il giorno,
gittando della neve bella e bianca
a le donzelle che staran dattorno.
E uno dei Canti carnascialeschi fiorentini (Firenze, 1559; pag. 61), dei tempi appunto della Marietta, è il Canto della neve, gentilissima cosa, come bastano questi versi a mostrare:
Chi vuol con questa neve trastullarsi,
o belle donne, ei non è tempo a starsi.
La bella neve, donne, oggi v'invita:
l'è oggi bianca, e doman fia fuggita;
e così fa la vostra età fiorita:
chè tosto è vecchia; e poi bisogna starsi.
[351]. Foscolo, Sepolcri, vv. 20-22.
[352]. Delle nozze episcopali fiorentine ebbi a far cenno nella prima di queste monografie, a pag. 28. Sono descritte in un frammento di Cronaca del 1342, pubblicato dietro a quella domestica di Donato Velluti, da D. M. Manni (Firenze, 1731), che alcune pagine della sua prefazione al libro spende su questo argomento, riferendone autorità di scrittori e di documenti. Dal latino notarile di quei documenti e di altri, concernenti il matrimonio della badessa di San Piero, si atteggiano pittorescamente costumi e figure di coteste età singolari.
In quelle nozze del 1342, il vescovo novello viene (così descrivono memorie d'un Libro della famiglia Visdomini, riferite dal Manni) viene da Porta Romana. Gli vanno incontro «con tube e cennamelle e altra sorta strumenti» il Potestà e il Capitano con tutti i loro cavalieri e giudici, e grande popolo dietro: così pure, tutti i canonici e il clero e le fraterie, processionalmente. Alla porta i Visdomini e i Tosinghi (le quali due famiglie sono i «visdomini» del vescovato fiorentino, i proverbiati da Dante [Parad. XVI, 112-114] del «farsi grassi» in sede vacante) scendono da cavallo, e «con serto e ghirlande in capo» aspettano 1 vescovo. All'arrivo di lui, che viene, «parato pontificalmente con mitra e piviale», e passa a cavallo la porta, quattro dei suddetti visdomini lo ricevono sotto un palio di drappo dorato retto su quattro bigordi o aste da giostra: altri due, in ufficio di «addestratori», prendono il freno del cavallo. E così, da Porta Romana la comitiva giunge a San Pier Maggiore. Scende il vescovo da cavallo: e i visdomini «lo ricevono nelle loro braccia, e con esso vanno all'altare»; e poi, mentr'e' si para, «sempre lo tengono fra le braccia», aiutandolo a vestirsi, e «vanno con esso fino alla camera, e dentro la camera, della badessa». Ivi il vescovo trova «un bellissimo letto che la badessa ha fatto fare per lui», e in quello si riposa a piacer suo. Poi esce di camera, e viene nel chiostro, dove si fa il banchetto. Il cavallo del vescovo resta alla badessa. Il giorno dipoi tornano i visdomini alla camera dov'è rimasto il vescovo; e al solito inghirlandati lo accompagnano in chiesa all'altare e lo insediano solennemente: poi viene il clero, vengono i religiosi, e lo conducono, scalzo, da San Piero a Santa Reparata, dove prende possesso.
Centoventuno anni dopo, il 27 agosto 1473, il vescovo (anzi allora l'arcivescovo) arriva a San Piero, siede pontificalmente; la badessa gli s'inginocchia dinanzi, supplicandolo di «essere da lui spiritualmente sposata»; egli «con ilare faccia» le dà l'anello; un Albizzi ha il privilegio di tenere il dito della sposa nell'inanellamento. Della camera, del letto, della notte nuziale, l'istrumento notarile non dice nulla.
Le nozze episcopali in San Piero le aveva anche Pistoia: vedi L'ingresso in Pistoia del vescovo Matteo Diamanti, e il suo sposalizio con la badessa di San Piero il 30 maggio 1400; Descrizione di un contemporaneo; pubblicata da C. Gigliotti (Camaiore, 1898) per nozze Rostagno-Cavazza.
[353]. Nelle nozze del 1301, lo stesso notaro che si roga dell'anello, ha testè ricevuto una protesta del sindaco e procuratore del monastero, con riserva di diritti ec., perchè al pranzo nuziale in San Piero sono stati ammessi, e delle due famiglie visdominali e de' canonici, più di quelli che soli n'avevano il diritto. La cerimonia del 1383 è accompagnata da tumulti e proteste, e seguita da un lodo di giurisperiti.
[354]. Di questa sella, «anzi sella e freno», vedi le lettere XIVª e XVIª della Macinghi Strozzi, e relative annotazioni del Guasti. Ne' tempi dell'Alessandra pare che la cerimonia andasse un po' in disuso: ma non mancano testimonianze del secolo successivo. Una elucubratio su tale argomento, di Dionisio Lippi pievano di Castelfiorentino, ha occasione dall'ingresso del 1567.
Queste mie noterelle 352, 353, 354, si appoggiano a documenti dell'Archivio notarile, o contenuti nel così detto Bullettone o Libro dei visdomini, che si conserva nell'Archivio arcivescovile di Firenze.
[355]. Ora da me pubblicato in Florentia, pag. 357 e segg.
[356]. Nella conferenza che ebbi occasione di indicare a pag. 56, nota 10.
[357]. Vedi P. Villari, Niccolò Machiavelli e i suoi tempi; I, 393; III, 194-196.
[358]. «E restata Annalena priva del figliuolo e del marito, non volle più con altro uomo accompagnarsi; e fatto delle sue case un munistero, con molte nobili donne che con lei convennero si rinchiuse, dove santamente visse e morì. La cui memoria, per il munistero creato e nomato da lei, come al presente vive, così viverà sempre». Istorie fiorentine, VI, VII.
[359]. Vedi G. Zippel, Le monache d'Annalena e il Savonarola; nel fasc. di ottobre 1901 della Rivista d'Italia.
[360]. Il solito Naldo Naldi: Ad Annalenam feminam castissimam (Codice Laurenziano XXXV, XXXIV):
Surge, liber; nigram tristis nunc indue vestem
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
atque Annae casta sacella pete.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Quae surgunt fesulis .... suffulta columnis
candida tempia petes spirituamque domum.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . Annalenam .... visas
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Vestales ........ spectabis in ordine castas,
fundentes sacras in sua vota preces.
E dopo avere fatto piangere e disperarsi, nel cenobio d'Annalena, quella sua poesia poveraccia, soggiunge:
...... non est minor ille supremum,
sit quamvis sapiens, quem capit Anna dolor.
Dicitur haec etiam lachrymas fudisse pudicas
Albitiae fato virginis acta gravi.
Nec mirum: sic Anna piam dilexit alumnam,
pignora sola velut anxia mater amat.
E conchiude che, tra la pia Annalena e la poesia di esso Naldo, faranno a gara, per l'Albiera, l'Annalena di pregare, e la poesia di cantare, per farla star meglio di là e di qua.
[361]. Come quello ch'ebbi altra occasione di citare (pag. 232, nota 38), pubblicato da S. Morpurgo, El Costume de le donne ec. Per tutta una letteratura medievale, italiana e francese, di «castigamenti» o «reggimenti» domestici o femminili, alla quale esso appartiene, vedi la recensione fattane da E. Gorra, nel Giornale storico della letteratura italiana; XIV, 269 segg.
[362]. Quello che fu lungamente conosciuto per Trattato del Governo della famiglia di Agnolo Pandolfini, dialogizzante in esso co' figliuoli e nipoti, è oggi restituito, come libro terzo, all'opera Della famiglia di Leon Battista Alberti: e ciò specialmente dopo il bel libro di Girolamo Mancini, Vita di L. B. Alberti; Firenze, Sansoni, 1882.
[363]. Vite di uomini illustri del secolo XV; ediz. L. Frati, Bologna, 1892-93. Al tema nostro più strettamente attiene la parte che il buon Vespasiano assegnò alle Donne illustri, scrivendo distesamente la Vita dell'Alessandra Bardi negli Strozzi, e incominciando il Libro, biografico insieme e didattico, delle lode e commendazione delle donne, mandato a madonna Maria donna di Pierfilippo Pandolfini: nella citata edizione, III, pagg. 245 segg. Non dissimilmente ispirata, sebbene in tutt'altre circostanze di vita civile, apparisce una Defensione delle donne (Bologna, Romagnoli, 1876) di anonimo, uomo di chiesa, di dicitura piuttosto toscana, ma che scriveva in Mantova pur in quella seconda metà del Quattrocento. Non appartengono, o ben poco, al tema di questo mio libro, ma pure si congiungono comecchessia a quella foggia di scritture, le Difese delle donne, la Nobiltà delle donne, e simili altre compilazioni cinquecentistiche, sulle quali vedi la dotta bibliografia di Salvatore Bongi, Annali di Gabriel Giolito de' Ferrari (Roma, 1890-97), I, 246-49.
E qui anche ritorna (cfr. nota 38) il nome del leggiadro monaco Firenzuola, coi Ragionamenti d'amore premessi alle Novelle, e preceduti dalla Epistola in lode delle donne a messer Claudio Tolomei, sentenziatore che le donne siano «persone, alle quali più si converrebbe cercare quante matasse faccian mestieri a riempire una tela, che entrare per le scuole de' filosofanti». Ma la filosofia del Firenzuola era, invero, troppo più femminile che monastica. E così quando messer Giovanni Boccacci esalta (Corbaccio, pag. 57-58) i colloqui spirituali con le Muse, quanto potrem noi credergli ch'ei li preferisse daddovero a quelli con le donne di questo mondo? sebbene e' metta a carico di queste la trivialità de' loro discorsi: «e quanta cenere si voglia a cuocere una matassa d'accia, e se il lino viterbese è più sottile che 'l romagnuolo, e se troppo abbia il forno la fornaia scaldato, e la fante lasciato meno il pane levitare, o che da provveder sia donde vegnano delle granate che la casa si spazzi, o quel ch'abbia fatto la notte passata monna cotale e monna altrettale, e quanti paternostri ell'abbia detti al predicare, e s'egli è il meglio alla cotale roba mutar le gale o lasciarle stare....»: il che tutto, o quasi tutto, non guasta a noi l'«ideale nella realtà» della donna di casa del buon tempo antico e di tutti i tempi.
[364]. Regola del governo di cura familiare, compilata dal beato Giovanni Dominici fiorentino de' Frati Predicatori; ediz. Salvi, Firenze 1860.
[365]. Affettuoso abitual modo di ricordarle, che già rilevai a pag. 64, nota 96.
[366]. Alle già fino dal Settecento date a stampa, di Donato Velluti, di Giovanni Morelli, di Bonaccorso Pitti, altre oggi e Croniche domestiche e Ricordanze si potrebbero aggiungere: incominciando dal ristampare, con migliori cure, quelle tre, e restituendole a quel loro vero titolo, di Croniche domestiche, che è quanto dire presentandole per ciò che veramente esse sono.
[367]. Vedi qui a pag. 61, nota 95. Anche il Burckhardt (op. cit., II, 167) attribuisce tale significato e valore alla biografia della Bardi scritta da Vespasiano.
[368]. Nella cit. ediz., a pagg. 257, 258, 259, 263, 266, 267, 268.
[369]. «... la seconda regola» (di due, date da San Paolo) «della quale ell'hanno grandissimo bisogno, è questo, ch'elle imparino, e massime in chiesa, a non parlare. E io vi aggiungo, e in ogni altro luogo; perchè con questo mezzo del parlare favellano molti mali...» Proemio alla Vita di Alessandra Bardi, pag. 256.
[370]. Nella XXVIª delle già citate Lettere, pag. 256.
[371]. Lettere di una gentildonna fiorentina del secolo XV ai figliuoli esuli, pubblicate da Cesare Guasti; Firenze, Sansoni, 1877.
[372]. Istorie fiorentine; IV, XVI.
[373]. Archivio fiorentino di Stato; Carte Medicee avanti il principato, XXII, 347. Era la Ginevra moglie, da due anni, di Bernardo Bartolini Salimbeni.
[374]. Mi è caro ricordare come una fra le gentili che mi ascoltavano, pubblicasse tre anni dipoi pagine nelle quali Cesare Guasti avrebbe potuto riconoscere non infruttuosa la dedica da lui preposta al suo libro: «Alle donne italiane — le quali prego — leggano questo volume — col cuore». Il libretto di quella gentile s'intitola: Giulia Franceschini, Le Lettere di Alessandra Macinghi Strozzi; Firenze, Stab. tip. fiorentino, 1895.
[375]. Delle Donne di casa Medici avanti il principato (Contessina, Lucrezia, Clarice, Alfonsina, Maria Salviati) ha raccolto le memorie, dall'edito e dall'inedito, una studiosa alunna dell'Istituto Superiore fiorentino di Magistero femminile, signorina Berta Felice; ed io benauguro della non lontana pubblicazione. — La Macinghi Strozzi è rivissuta nel libro del Guasti. — Di Maria Salviati nei Medici, di Maria Soderini nei Medici, di Maria Strozzi nei Ridolfi, vedi qui appresso, note 87, 88. — Nella Isabella Guicciardini effigio io, in questo stesso libro, Una madrefamiglia del Cinquecento. — Ne' Rucellai, famiglia di gran valentuomini in quell'età di transito da repubblica a principato, e fra questo e quella ondeggiante, entrò la Nannina Medici sorella del magnifico Lorenzo, moglie di Bernardo uom di stato e umanista; e seguaci fervorose pur vi ebbe il Savonarola (vedi appresso nota 376).
[376]. Vedi P. Villari, La storia di G. Savonarola; II, CXCIJ. E ne' Documenti e Studi intorno a G. Savonarola per cura di A. Gherardi (Firenze, Sansoni, 1887, a pag. 216) si legge che all'invito per la prova del fuoco, a provar vera, contro le scomuniche, la dottrina del Frate, erano «tanti che desiderano entrare in questo fuoco, che è uno stupore, così secolari come religiosi, come femine et giovanetti. In modo, che invitando iermattina in pubblico fra Domenico a questo, si levorono a un tratto molte donne gridando: Io, Io....»
Una di coteste donne è credibile fosse la «diletta in Cristo sorella, ancilla del Nostro Signore», alla quale, senza ne apparisca altramente il nome, fra Domenico Bonvicini, il più animoso dei seguaci del Savonarola e uno de' due suoi compagni di rogo, scriveva:
Sorella mia in Christo domino dulcissima. Le nostre cose sono da Dio: et se Voi starete umile, e non le comunicherete con molti, nè le direte se non forzata o per grande utilità, pregando il Signore che non vi lasci ingannare; se farete, dico, queste tre cose, non vi si mescolerà mai alcuno errore, e cresceranno in magior lume e grazia. Dunque pregate Dio che mi mandi uno demonio come egli ha mandato a Voi; ciò è di quella ragione spirito, della quale ragione avete Voi; perchè io vorrei essere spiritato come siete Voi. De', fate d'essere exaudita. Oh quanta cecità della Chiesa nel tempo presente! poi che e' ministri di quella non sanno discernere tra la luce e le tenebre qual differenza sia, cioè tra 'l pazzo e lo spiritato; e tra lo spiritato di Dio spirito santo, e lo spiritato del demonio spirito maligno. Ma io mi credo che la passione e disordinata affezione, e poca allegrezza del bene e della grazia del fratello, faccia a molti dire quel che per nessuno modo essi non credono. E basti....
Guido Biagi, Spigolature savonaroliane (per nozze Rostagno-Cavazza; Firenze, 1898), a pag. 9-10. È probabile che costei fosse monna Bartolomea Gianfigliazzi; «la quale avea sue divozioni e sua spiriti, secondo diceva»; così il Savonarola nel processo (Villari, loc. cit.); «ma» soggiunge «a questa non prestava molta fede, perchè li pareva pazza.»
Le due Rucellai savonaroliane furono una Cammilla, venuta dai Bartolini Davanzi, e una Marietta entrata negli Albizzi (vedi L. Passerini, Genealogia e Storia della famiglia Rucellai; Firenze, 1861; pagg. 130-131). La Cammilla, scioltasi dalla vita coniugale (prima annuente, poi renuente, il marito), si fece terziaria domenicana col nome di suor Lucia; e nel Diario sacro ec. fiorentino, ch'ebbi occasione di citare a pag. 59, è sotto il 28 ottobre: «Beata Lucia Bartolini Rucellai domenicana». Se di tempra giacobina fosse costei, lo mostra una pagina del Processo savonaroliano (Villari, II, CLXJV, CCXXVIJ), che si riferisce al truce episodio (vedi sopra, nota 18) della condanna e decapitazione dei cinque Medicei nel 97: «Filippo Arrigucci, che allora era de' Signori, voleva gittare dalle finestre del Palazzo Bernardo del Nero, che era allora Gonfalonieri di Iustizia: e in quel tempo il ditto Filippo mandò a dimandare madonna Camilla de' Rucellai quello si aveva a fare allora; e lei gli mandò a rispondere che lei aveva avuto in revelazione, che gittassero dalle finestre Bernardo del Nero....».
[377]. Vedi fra i citati Documenti e studi del Gherardi, come scriva, il 25 maggio 1495, una Guglielmina della Stufa al marito Luigi Commissario per la Repubblica in Arezzo: «Fra Girolamo, stamani, ci à rafermo el bene che noi avemo avere che non mancherà per nulla, ma che prima abbiamo avere del male; e perchè el male sia meno, ci ha detto faciamo quaresima da qui a lo Spirito Santo, e stiamo in orazione; e che non dubita che messer Domenedio è piatoso, che ci alegerirà le nostre fatiche che avemo avere. Sì che qua ognuno stimo la farà. El simile devereste far Voi, a ciò che Dio ci liberasse da tanti affanni e tribulazione che si trova questa città e, per dire meglio, tuto el mondo».
Ma singolare documento savonaroliano e femminile è la Lettera di una Monaca a fra Jeronimo Savonarola, pubblicata (per nozze Carnesecchi-Bini; Firenze, 1898) da Guido Biagi; dove è sollecitata «la riforma delle donne» quasi con senso di gelosia, che il riformatore si occupi meno di loro, che «degli uomini e de' fanciulli».
✠ yhs.
Debitores sumus non carni, ut secundum carnem vivamus. Si enim secundum carnem vixeritis, moriemini: si autem spiritu facta carnis mortificaveritis, vivetis. Ad Romanos, 8 cº.
Essendo noi, reverendissimo in Christo Yhesu padre diletto, debitori non alla carne, ma per mortificare le opere della carne collo spirito e vivere; e questo desiderando moltissime persone, e maxime le fanciulle, le quali zelanti e fervide che l'onore di Dio in loro sia magnificato, avuto più volte da Voi predicando consiglio e documenti si debbino reformare ad uno onesto e semplice vivere, e con ardente caritate e mirabile fervore eccitate a fare la reforma; pare a loro che, poi eccitasti et a reformare cominciasti li uomini et i fanciulli, delle donne non vi curiate. E benchè siàno manco degne, non è però che da Dio non siàno molto amate, poi che di donna volse nascere, e la Chiesa dice: Intercede pro devoto femineo sexu. Le quali vorrebbono, per zelo di iustizia, fussi pregato notificare e pubblicare questa reforma, acciò possino el desiderio nel quale si ritruovono perficere. E sapete non essere manco virtute il conservare lo acquistato, che il congregare: immo, più; come dice Jovanni Cassiano nelle sue Collazioni. Et avendo voi assai tempo laborato e ben seminato, è necessario provedere non venisse lo inimico omo per seminare la zinzania; e maxime che viene il tempo della state, e le fanciulle di nuovo si rivestono: vorrebon sapere che foggia e forma abbino a fare. Sapete che 'l senso tira: se non provedete con questa reforma, transcorreranno in troppa dilazione. Sì che, per caritate, siate contento più presto potete manifestarla. Non altro. Christo Yhesu sempre sia in vostra guardia. La nostra sorella et io, vostre sempre spiritual figliuole, vi preghiamo nelle vostre orazione di noi facciate memoria; e così tutta la casa nostra è al vostro comando. Addì 2 di maggio, l'anno di salute MCCCCLXXXXVI.
Per la Vostra in Christo spiritual figliuola Margarita di Martino.
[378]. Predica dei 15 maggio 1496; a c. 42-43 dell'edizione di Venezia, 1540.
[379]. Vedi Villari, op. cit., I, 505-511; II, 95. In una Canzona (da me ripubblicata; Firenze, 1864) d'un Piagnone pel Bruciamento delle vanità nel carnevale del 1498, la quale al Tommaseo (Dizionario estetico, pag. 910) parve palinodia insieme e parodia dei canti carnascialeschi Medicei, fra le cose che il fiorentino piagnone dice a Carnevale, mentre questi si accinge a tramutarsi da Firenze, convertita cristiana, a Roma curiale e pagana, è anche:
Le tue donne vane e stolte
sonsi mai contra te volte,
che l'avevi fatte erede?
E Carnasciale risponde:
Ciascun m'ha per derelitto;
fin le donne m'hanno afflitto,
rinegando la mia fede.
[380]. Vedi in iscorcio quelle e altre figure in Mecenate e Cliente medicei, a pag. 206 segg. del cit. mio libro Florentia.
[381]. P. Villari, Niccolò Machiavelli e i suoi tempi; III, 44 segg., 77, 136 segg.
[382]. Vedi Carnasciale postumo, a pag. 412-421 del mio cit. Florentia; e Repubblica medicea, a pag. 143-149 delle mie Conferenze fiorentine (Milano, Cogliati, 1901).
[383]. A pag. 68-69 del cit. Studio di G. Levantini-Pieroni su Lucrezia Tornabuoni.
[384]. Lettera LIXª, de' 15 novembre 1465, a pag. 517: «.... l'angiolo Raffaello,.... come guardò Tubbiuzzo da pericoli e da inganni, e poi lo rimenò al padre e alla madre,.... così rimeni voi a vostra madre, che con tanto disiderio v'aspetta».
[385]. Vedi sopra, a pag. 236-37, nota [348].
[386]. Anche questa madre fiorentina ci fu rivelata da Cesare Guasti, quando illustrò coi documenti Alcuni fatti della prima giovinezza di Cosimo I de' Medici (ora negli Scritti storici, vol. I delle Opere, a pagg. 91 segg.). Vedi poi L. A. Ferrai, Cosimo de' Medici duca di Firenze; Bologna, Zanichelli, 1882: Pierre Gauthiez, Jean des Bandes Noires; Paris, 1901.
[387]. Anche in quel dramma finale della libertà fiorentina, la parte che, madre e sorella, figliuola e nuora, ha la donna, accennata già pur negli storici contemporanei, emerge oggi e rileva dalle belle monografie di L. A. Ferrai, Lorenzino de' Medici e la società cortigiana del Cinquecento, Milano, Hoepli, 1891; e di Pierre Gauthiez, Lorenzaccio, Paris, 1904.
[388]. Questo Aneddoto della corte d'Urbino fu, con parole degne e della donna e della patria, tratto fuori dagli Opuscoli di Scipione Ammirato, e ravvivato, da Pietro Giordani; Opere, ed. Gussalli, VIII, 136-37.
[389]. Le due tragedie strozziane sono state modernamente riprodotte, in un dramma, il Filippo Strozzi del Niccolini, e in un romanzo (qual ei si sia) di Giovanni Rosini, la Luisa Strozzi. Su «la fine della Luisa Strozzi, involta ancor oggi in profondo mistero, senza speranza di squarciare il fitto velo che la ricopre», vedi L. A. Ferrai, op. cit. pag. 146-49.
[390]. Clarice, figliuola di Piero del magnifico Lorenzo de' Medici e dell'Alfonsina Orsini, rinnovava il nome della nonna. «Altiera e animosa donna» la ritrae il Varchi (Stor. fior. III, V), che alla vigilia della cacciata Medicea del 1527, va in lettiga, «come cagionevole» ch'ella era (e morì l'anno dopo) al palagio dei Medici; e rinfaccia ai due giovinastri, Ippolito e Alessandro, che ivi rappresentano indegnamente quel gran nome, come e quanto «i modi che essi hanno tenuti e tengono siano dissimili a quelli che hanno tenuti i loro maggiori»; e che «i suoi antenati avevano tanto potuto in Firenze, quanto aveva conceduto il popolo; e alla volontà di quello avevano ceduto, andandosene; e essendo richiamati dalla volontà di quello, erano altre volte ritornati: e così giudicava che fusse da fare al presente».
Col nome di Clarice Medici Strozzi è fra le Rime diverse di alcune nobilissime donne, raccolte da L. Domenichi (Lucca, 1559), questo madrigale patriottico a Firenze:
Flora, ninfa superba,
che di Dïana sprezzi
l'arco le reti le fontane e l'erba,
non viver tanto in vezzi;
chè, a te stessa increscendo,
cangi la propria forma in strani lezj.
Già, se il vero io comprendo,
poco stimi i pastor che t'ebber cara,
poco la libertà c'ognuno apprezza:
tal che, la tua bellezza
pigliando nova forma, or non più rara
sarai, nè altrui sì cara.
Di ciò mi doglio, e il mio dolor sia vano,
che l'amaro tuo fin non è lontano.
Madrigale che ne ricorda un altro, nel quale pur sotto imagine di donna amorosa, ma con ben altro vigor di linee e profondità di sentimento, Michelangiolo Buonarroti raffigura, com'è il titolo appostogli dal Guasti editore delle sue Rime (Firenze, F. Le Monnier, 1863), «Fiorenza e gli esuli fiorentini». Versi che in sè hanno alcun che di sacro mistero, da ricordare, dell'immortale artefice, le Laurenziane figurazioni dell'agonia della patria.
(Gli esuli fiorentini alla Patria)
Per molti, donna, anzi per mille amanti
creata fusti, e d'angelica forma.
Or par che 'n ciel si dorma,
s'un sol s'apropia quel ch'è dato a tanti.
Ritorna a' nostri pianti
il sol degli occhi tuoi, che par che schivi
chi del suo dono in tal miseria è nato.
(La Patria agli esuli).
Deh! non turbate i vostri desir santi:
chè chi di me par che vi spogli e privi,
col gran timor non gode il gran peccato.
Chè degli amanti è men felice stato
quello, ove 'l gran desir gran copia affrena,
ch'una miseria di speranza piena.
[391]. Di villa, Lettere di Isabella Guicciardini al marito Luigi negli anni 1535 e 1542. Per nozze Guicciardini-Martelli. Firenze, Succ. Le Monnier, 1883. Vedi in questo volume qui appresso.
[392]. Vasari, Vite, XI, 268.
[393]. Ripeto, dopo alquanti anni, queste parole, con la speranza altresì che il Governo, ammaestrato da dolorose esperienze, cooperi efficacemente, mediante provvedimenti degni dell'onor nazionale, alla buona volontà e al sentimento gentilizio delle nostre antiche famiglie.
[394]. Lorenzo il Magnifico, Conferenza d'Ernesto Masi; fra quelle su La vita italiana nel Rinascimento; Milano, Treves, 1893.
[395]. Varchi, Stor. fior., X, XXVII. All'Incisa di Valdarno, un marmo ricorda: 1529, Lucrezia de' Mazzanti | donna d'alto cuore | plebea | dagli amplessi aborrendo | di soldato alla patria nemico | inviolata | qui nell'Arno | annegossi nè a lei | maggiore dell'altra Lucrezia | i tempi consentirono un Bruto | e la Repubblica fiorentina | periva. || Questa memoria | dopo 309 anni | Antonio Brucalassi | poneva. Egisto Sarri, pittore del cui nome Figline si onora, raffigurava, con fedeltà storica, nelle belle matronali forme di popolana nobilissima quel femminile eroismo, in un quadro che si conserva presso il cav. Giovanni Magherini Graziani. Il capitolo VI dell'Assedio di Firenze del Guerrazzi è intitolato «Lucrezia Mazzanti».
[396]. Varchi, Stor. fior., XV, XXIII. Della iscrizione latina di esso Varchi per la «Lucrezia etrusca,» vedi nell'Assedio del Guerrazzi la Nota al cit. cap. VI.
[397]. Nel cap. VII dell'Assedio, immaginando e colorendo di suo sopr'un accenno di Iacopo Nardi, Istorie di Firenze, VIII, LV.
[398]. Promessi sposi, cap. VIII.
[399]. Isabella Orsini duchessa di Bracciano, Racconto di F. D. Guerrazzi.
[400]. Nei capitoli IX e X dei Promessi Sposi.
[401]. Nardi, Istorie di Firenze; IX, I.
[402]. Le Lettere spirituali e familiari di S. Caterina de' Ricci per cura di C. Guasti (Prato, 1861), e quelle alla Famiglia per cura di A. Gherardi (Firenze, 1890), hanno avvivato i lineamenti umani di questa donna fiorentina del buon tempo antico, inalzata agli onori della santità. Delle altre, ben diverse, due Ricci fa cenno il Guasti a pag. VI del Proemio al suo libro. E da Marietta de' Ricci, ovvero Firenze al tempo dell'Assedio, s'intitola un coacervato di romanzesco e di erudizione, di A. Ademollo e L. Passerini; Firenze, 1811 e 1845.
[403]. Vedi il bel libro di Antonio Favaro, Galileo Galilei e Suor Maria Celeste; Firenze, Barbèra, 1891.
[404]. Sulla tomba di Maria Alinda Brunamonti Bonacci, è oggi pio doveroso ufficio aggiungere anche il suo nome.
[405]. Emilia Peruzzi nata Toscanelli: anche lei passata! Vedi E. De Amicis, Un salotto fiorentino del secolo scorso; Firenze, G. Barbèra, 1902 Nella cappella domestica della Torre all'Antella essa fece scrivere: Dal 9 Settembre 1891, | XLIº anniversario delle nostre nozze felici, | al 27 aprile 1892, | che Firenze memore ti richiese nella sua Santa Croce, | posasti qui presso la madre | alla pia ombra del sacrario domestico, | o mio Ubaldino. || Ma se disgiunte nell'estrema quiete le ossa, | la concorde anima d'Emilia tua | tornerà a te in quell'angelico tempio | che solo amore e luce ha per confine. Ma anche la lapide, che ora in quella cappella cuopre le ossa di Lei, aspetta d'essere sollevata; e il sepolcro gentilizio di Santa Croce l'attende.
UNA MADREFAMIGLIA
DEL CINQUECENTO (ISABELLA SACCHETTI GUICCIARDINI)
I.
Firenze, 5 luglio 1535.
Carissimo Luigi, Ho aute dua vostre: alle quali risponderò brevissimo, perchè sono occupata, chè domattina, a Dio piaccendo, andiamo a buona ora in villa: e sono soprastata per conto della Simona[406]... E così andréno a Popiano[407] col nome di Dio, che gli piaccia darci grazia vi stiàno sani. E di là come potrò vi scriverrò; e come arò ordinato le cose più necessarie, vi manderò el garzone colle cose chiedete: e bisognerà rimandarlo presto, per attendere alle faccende. E se manderete un altro buono asino, condurò biada in Firenze e delle altre cose, el più si potrà, pel verno.
Non altro. A voi mi raccomando. Cristo vi guardi. Addì 5 di luglio 1535.
Isabella in Firenze.
La brigata di Messere[408] dice vuole venga sabato a otto.
(Fuori) Al magnifico signore
Comessario d'Arezo
Luigi Guicciardini consorte onorando
in Arezo.
II.
Poppiano, 6 agosto 1535.
yhs
Carissimo Luigi, Ho auta con piacere la vostra de' 29 del passato, che troppo mi pareva essere istata sanza vostre lettere. La stanza[409] qui è bella e piaceci; ma ci sono caldi grandissimi, e col sole non si può uscire di casa e poca via andare, che non si sudi forte.
El grano è inbucato la maggior parte, chè cominciava a riscaldare. Del venderlo, se n'è mandato el saggio a Firenze, e farassi quanto iscrivete: a Dio piaccia se ne pigli el migliore partito, che non mi pare punto la nostra usanza. Degli asini, userò colle parole diligenzia sieno ben governi, e con più destreza potrò m'ingegnerò che loro e 'l garzone perdino poco tempo, e con some che si mantenghino.[410] Le stoviglie di legno saranno utile, se ne provederete qualcuna, per le volte[411] di qui e di Firenze: arche,[412] per ora ci è abastanza.
Parmi discorriate bene di pensare prima alla Simona che a nessuna dell'altre faccende: e pensate che io non ho altro desiderio che vederla, a' dì vostri e mia, assettata dove ella ha a stare, e a Dio piaccia aiutarcela porre in luogo ne siamo consolati.[413] Se dopo questa faccenda ci avanzerà tenpo e denari, non ci mancherà che farne.[414]
Pensate che delle cose che io conoscerò che sieno utile, che io le ricorderò a' lavoratori; ma posso poco andare veggendo, rispetto a' caldi: e pensate che la vecchiaia fa el debito suo. Di questa settimana che viene, vedrò se io potrò avere uno, e comincerò a fare rassettare qualcuna di queste cosette de' viottoli e 'l vivaio.
La Simona dice vi scriverrà. Gli occhi sua non sono ben guariti: la mattina sono rossi e grossi più che l'ordinario negli orli loro; e tutto istimo venga da superfruità e superchio di sangue mal purgato.
De' pesci non si è presi co' ritrosi,[415] perchè mi paiono questi lavoratori tanto infaccendati da sera e mattina, che io non ho volsuto affaticargli. Come aranno finito rassettare queste aie, facciàno pensiero votare el lavatoio e farlo rimondare, e pigliare e' pesci più grossi, e rimetterenvi e' piccini, perchè infatti, come dite voi, portono pericolo.[416] E venerdì mattina passato mi parve avessino una mala burasca, e non ho potuto sapere da quello si venga. La mattina a buona ora v'andò una delle nostre serve, e trovòne fuori della fonte, e assai alle prode che si lasciavono pigliare e andavano boccheggiando per la acqua. Anda'vi io a vedergli, e parvemi vi fussi di be' pesci: pigliàmone circa a dua libbre, che furono buoni. Feci molto rimore, e dimandai e' lavoratori, e pareva che tutti si maravigliassino; e dicevono che pel caldo fanno alcuna volta così, per esser assai materia al tondo del lavatoio, e nel lavarvi temono: che forse potrebbe essere; e se ogni volta vi si lavassi avenissi così, lo crederrei; ma non hanno più fatto così, nè prima nè poi.
Piero dice che de' pistacchi se n'appiccò uno: de' pini n'andò uno in su, e poi fu roso da un baco: e' fighi e' peschi dice istanno bene.
Credo certissimo che la stanza mia costì[417] v'are' fatto avanzare qualche iscudo più; se non altro la spesa di qua: chè tenere la casa aperta come bisogna non si può fare senza ispesa, come vedrete. E la iscusa della casa costì accetto per averlo inteso da altri: benchè, secondo m'è stato detto, v'è stato più brigata che non siàno noi. Pertanto che io me lo reco per una vostra buona usanza; chè siate istato in luoghi capacissimi, di casa e d'ogni altra cosa, èssene istato el simile. Possomi dolere in questo caso della natura e della fortuna: e prima della natura, che non mi fece con quelle parte a voi sufficiente;[418] e poi della fortuna, acozarci insieme. Or sia come si voglia: tutto à fatto Idio, e a lui piaccia sia con salute della anima vostra e mia. Chè a poco altro che alla Simona e questo, penso: chè oramai mi veggo presso al tempo del rendere e' conti di questo viaggio presso a finito.
Bisogna lasciare passare questi terribili caldi, e intanto sarà finito rassettare questi grani, che domani si misurerà l'utimo[419] grano; e parmi sarà questo d'Andrea circa 12 o 13 moggia. Per la prima vi potrò dare lo 'ntero di tutto.
Ora bisognerà pensare alla vendemia. Bisogna ricerchiare qualche tino; e racconciarci le botte dello aceto che ce l'ò trovato tutto guasto, no so quello s'è volsuto dire; e fare segare quel ciriegio, che benchè molte volte l'abbi ordinato non s'è fatto. Vedrò ora condurre e ordinare queste faccende, se io potrò; ma dubito che la partita mia non impedisca: perchè l'ordinare e non ci essere, non riesce; e se io avessi visto e pensato a tante cose che io ci veggo da fare, non so se io m'avessi ordinata questa gita.[420] Veggo che voi n'avete voglia, e non vorrei iscontentarvene; e se io dovessi lasciare ogni cosa andare in perdizione, e voi diliberiate che io venga, lo farò: e non potrò passarvi 15 dì che io non ritorni qui, chè ci lascerò molte cose. Ciò che mi dà più noia che altro, si è che io non ci ò una serva da lasciarci, di tenpo,[421] per 15 giorni. Messere non mi pare vogli ci rimanga la Caterina, e lei non ci vuole rimanere, perchè gli parrebbe esser troppa sola quando non ci fussi Messere.[422] Andrànose, se io vengo, tutti, prima mi parta di qua. La Simona di Messere[423] gli parve troppo caldo, e per ancora non ci è venuta, e non penso altrimenti ci venga nè qui nè costì. Di mettere qui uno per queste faccende che ci occorreranno, non veggo persona a proposito.
Del cacio s'è condotto el migliore, cioè el primaticcio, in Firenze: quello mi trovo qui non è molto bello. Arei caro sapere quante coppie ne vorresti,[424] e così indigrosso quante libbre, che lo iscierò del meglio.
Io non pensavo più a quel male, perchè non ne dicevi più nulla.... E secondo mi disse maestro Lionardo,[425] non sono da darsene pensiero.
Duolmi abbiate tante brighe co' servidori. È cosa fastidiosa, e non siate solo; chè è così per tutto. Bisogna alle volte soportare qualche cosa. Dipoi avesti Ottaviano, mi pare senpre abbiate auto che fare; faceva così in casa: ha una mala lingua, e comettitore di scandoli, e bestiale, e sanza pensare a nulla. Siàno tutti pieni di difetti: bisogna soportarsi l'un l'altro, tanto che ci morréno.
Ho fatto l'anbasciata vostra a' lavoratori. E' fighi non hanno pidocchi: so' ispenti. E' melaranci sotto la grotta ve n'è parecchi che ànno messo: quegli de' nocciuoli v'è 2, gli altri sono secchi: hogli fatti alcuna volta anaffiare.
Io non dirò per questa altro. A voi mi raccomando. Cristo vi guardi. Addì 6 d'agosto 1535.
Isabella a Popiano.
(Fuori) Al magnifico signore
Comessario d'Arezo
Luigi Guicciardini consorte onorando
in Arezo.
III.
Poppiano, 30 novembre 1542.
yhs
Carissimo Luigi, Ho auto tre vostre; una de' 7, e de' 13 e 18: risponderò a tutte le cose mi paranno di più inportanza.
E prima, quanto a' vini, n'è istato qui poco per tutto. Da Ripalto e 'l Mulino non potetti averne più, per la causa vi scrissi allora; e l'uno e l'altro sono molto poveri. Apaionmi legate persone;[426] e parmi che Giovanni abbi poco el capo a starvi: e pochi giorni sono mi disse che non era el bisogno suo el podere, che dura assai fatica, e per essere in sulla strada patisce assai danni da' pecorai; e che mi voleva aiutare trovare lavoratore, io gli aiutassi trovar podere. Io gli risposi non m'impacciavo d'allogare, e che gli aspettassi voi. Dissemi che ve lo iscrivessi, acciò che a bell'agio potessi assettarvi. Dissi non ve lo iscriverrei, perchè ora non era tempo. Non l'ò poi rivisto.
Quelle vite mostravano meglio che altrove. Non so poi come s'andassi. Usossi la possibile diligenzia.
Rileggete la mia lettera, e vedrete che io vi dissi che alla botte del vecchio erono iscoppiato e' cerchi. E così l'avessi io venduto tutto, che ne serbai tanto che io pensavo, e mi riusciva, averne per insino a Pasqua e dipoi; ci avevo una bottina di stretto, che l'avevo disegnato per la serva per insino a vebraio, e restavamene 12 barili. Ma sorte volse, che iscoppiò l'utimo cerchio della botte, e la mattina si trovò tutto in terra. Pensate se mi dolfe; chè era buono, e aronne a ricomperare qualche poco, e del vecchio ho compero qualche fiasco, e alcuna volta n'ò da Firenze.
Dispiacemi assai, vi stiate con tanto disagio e fastidio quanto mi scrivete. Bisogna facciate come iscrivete che io faccia io: pigliarsi queste faccende per piacere,[427] e non si straccare el manco sia possibile, e isperare nel tempo che vola. E per tutto dove uomo si truova, in questo mondo è iscontenti; e maximo nell'età nostra,[428] che ogni cosa c'infastidisce. El tutto istà, ci riposiàno nella futura vita.
Delle legne pel forno non ho ancora fatto tagliare, rispetto a questi tenpi, che mai ci è fatto altro che piovere poi tanto tempo; e sonci tante triste vie, che non si posson condure. Somi servita di quelle crono intorno a' Casini, e della sanza che non ho seco poco obrigo, e la quercie della strada, con qualche altre cose secche; tanto ci andiàn vivendo comodamente. Non ho fatto bucati, nè atteso a inbiancare accia come soglio. Se 'l tenpo istessi qualche dì, che si potessi, farei tagliare come mi scrivete.
L'olio rinviliò lunedì passato soldi 20, come da Messere penso arete inteso, chê a lui ne scrivo. Secondo che io intendo, oggi per la acqua non s'è passata la Pesa; e penso non vi sia istato mercato.[429] Bisognerebbe che voi dicessi, Com'è al tal pregio, datelo: perchè varia per mercato assai, e passa 2 mercati prima se n'abbi la risposta. Al fattoiano[430] ho detto quanto iscrivete; e quando el tenpo servirà,[431] non mancherà di quello potrà: chè non è mai rimaso libero di quella mano, e ispesso gli dà gran noia. Al Tozo parlai de' pali: dissemi che fra un mese vedrebbe provedergli. La gora e' pescaiuoli dal Mulino si fornì a' 21 del presente:[432] è poi venuto due piene: diconmi à provato benissimo quello s'è fatto. Ma, secondo m'è detto, quel mugnaio è tanto dappoco, che io dubito non vi mantenga quel luogo: perchè ispesso bisogna rassettar la gora; e non fa nulla. Voi arete inteso quanto sia parso a Bastiano da Enpoli da fare, circa al vivaio e la fossa.
Circa al portarsi e' lavoratori meco, non me ne posso per insino a ora dolere più che l'anno passato. E de' porci ànno conperati 3 per uno: Piero à ispeso 31 lire, e' Casini 35; sono maggiori e da farsi più grossi, a detto di questi contadini.[433] Le vostre inbasciate ho tutte fatte loro, circa le fosse e l'altre cose m'avete iscritto: e tutto mi dicon fare, e pare che loro desiderino partirsi vostro amico. Delle ghiande ci è poche per tutto: e quella[434] dal Mal fastello, che suole esser, quando n'è assai, coperta la terra, non ve n'ò mai viste un centinaio; e così quella da' capperi. Vagliono un grosso lo staio, e meglio. Io ho conperato un porcellino, che m'è costo lire 9 e soldi 12, per amazarlo questo carnovale, chi ci sarà. Chè m'è tocco di molte mele tanto cattive, che non sono da cavarne nulla; chè sono istate tanto disutile e istrane, che non sono se non per dare a' porci; e penso che le consumi, con parecchi istaia di ghiande che io ci avevo. E penso sia la carne per insalar qui; e per in Firenze potrete provedere voi, se costà sarà buono insalare.
E' tetti bisognava farli acconciare d'agosto. Poi che io ci sono, fatta fu la vendemia, mai ci è fatto altro che piovere; e non s'è ancora potuto fare s'acconcino, come el tenpo serve.[435] Gli usci non ho fatto acconciare. Nel prencipio che io ci fu', non potetti avere legnaiuolo; e poi m'è parso e' dì piccoli e male opere,[436] chè bisognava condurci legnaiuolo da Castelfiorentini o da Firenze. E bisognerebbe fare queste panche, uno uscio alla corte grande, tutte queste finestre inpannate, e molte altre cose, volendoci abitare come le persone:[437] e per sì piccola cosa[438] non m'è parso porti la spesa condurci un maestro, in questi tempi istrani. Se saréno questa istate sani, e si vegga poterci istare in pace, si potrà allora condurci un buon maestro, e a tutto dare opera; e ora avere pazienzia, come s'è fatto quest'altre volte.
Voi mi dite mandarmi iscritto di questi debitori, che dicono ànno avere; che l'arò caro: però non vo' pagare, se voi non mi dite che abbino avere. Quel di Vanozzo, intendo dice non esser pagato della vite s'ebbe da lui; da Benedetto Canbi intendo avesti non so che trave che non s'è pagata, adoperossi alla casina; Meo Giorli dice v'aiutò non so che opere, che non fu pagato: pertanto arò caro rivediate tutto, se potete; e quanto più presto, meglio, acciò possi ispedire tutte queste faccende.
Sapete che quando ci venne cotesto medico, che voi eri qui, che io vi dissi m'era parso uomo di buona qualità: e parmi esser certa che avendo e' medici nel prencipio cavato sangue a Messere, gli arebbe giovato assai, perchè l'orine sua erono rosse e torbide, e 'l viso rosso assai, e massimo come mangiava. Maestro Marcantonio istette sospeso e non volse. E' mia accidenti non accade vi dica, perchè gli sapete a punto. El lattovaro m'à fatto pigliare maestro Giovanbatista, si chiama mitridato istenperato nella malvagìa. Me l'ò trovato buono el purgarmi:[439] benchè nel pigliare isciloppi e medicine, pareva mi nocessi per allora; discostandomi poi dalle purgazione, ho visto m'erono istate buone. El mitridato ho usato la vernata; la state no.
Quanto alla vostra de' 12, non accade dirvi altro, se non el grano è cavato della buca iscema e istà bene: e l'ò tutto fatto vagliare, e porre in camera della casina, dispersé el vecchio e nuovo. Se voi volete si venda, avisate. Del vecchio s'arebbe 33 soldi, del nuovo 35. Del vecchio ve n'è qualche poco del bucato: parmi che el vagliarlo gli abbi giovato; par meglio assai. Francesco Caradori non ho visto se non una volta poi ci sono. La comessione de' pali detti al Tozo, come mi dicesti; e promisse provedergli. E' vini bianchi si sono mutati all'ordinario, e la vernaccia è quasi chiara: non mi pare molto buona quest'anno; fu anno assai migliore. El greco credo sarà buono: non è ancor chiaro.
Se Cavalcante[440] ci verrà, l'arò caro, per intendere di vostro essere: benchè, per quanto a questa mi scrivete, resto coll'animo posato, e di nuovo da Messere intendo esser seguitato el miglioramento; tanto che io penso siate al tutto libero: e così piaccia a Dio. Vero è che e' tenpi sono contrarii a riaersi, e maximo le persone di tenpo; e come dite, penso vi paia fare adagio: che è ragionevole.[441]
Quando Messere vorrà dalle monache quello mi scrivete, farò quanto bisognerà. Non posso pensare chi vi s'abbi inpedito che voi non abbiate di questa faccenda fatto a vostro modo, s'era di tanto utile quanto voi mi scrivete.
Ebbi la vostra de' 18 pel garzone andava a San Casciano; che mi fu di piacere assai, per intendere el vostro miglioramento esser seguitato tanto, che vi pare esser quasi ritornato nel vostro solito essere. Le cose mi ricordate m'ingegnerò tutte exequire, quelle potrò. Ho dipoi una altra vostra de' diciotto, che mostra partirsi Cavalcante a dì 19: el che penso pel tenpo contrario non si partissi; perchè non intendo sia arrivato.
El vivaio e la fossa non si sono cominciati, rispetto a' tenpi e l'openione di Bastiano da Enpoli, come da Messere e da lui penso arete inteso. A' lavoratori ho fatto tutte le 'nbasciate vostre, delle fosse aperte, e delle ulive si rassettino e guardino gli ulivi; ma ci è istato tanti tenpi molli e rovinosi, che non si sono per ancora tocchi ulive nè guatati e' pedali per còrre o ricòrre. Oggi, che siàno all'utimo del mese, ci è bellissimo tenpo, e trae buon vento: se reggerà, si vedrà; ma non ci ò fede, chè siamo presso all'utimo della luna.[442] Se la luna nuova tornassi con questo tenpo, mi parebbe d'averci buona isperanza: e andando dicenbre e gennaio di buon tenpo, si seminerebbe dimolte cose; e forse che e' pregi del grano e biade non farebbono altro. Qui ho auto qualche chiesta del grano, e a questi tenpi se ne sare' venduto qualche staio: el che non ho fatto, perchè e Messere e Gregorio mi consigliorono si stessi qualche mercato a vedere; e così s'è fatto. Arò caro intendere l'openione vostro[443] el più presto sia possibile, perchè siàno presso a Pasqua, e apressasi el tenpo da partirsi di qui. Delle fave s'è venduto e vendesi qualche istaio; che cominciai a darle a soldi 22, e ora l'ò vendute 29, ma poche staia.
Ser Antonio[444] vi bisogna avere per iscusato, perchè à una infermità tanto crudele, che ne increscerebbe alle pietre; e ispesso si sente gridare non altrimenti si facci una donna sopra parto; è iscuro e tanto tribolato, che ispesso chiama la morte. Getta per quelle vie dell'orina tanto sangue, che, secondo mi dice la sorella, va ispesso per insino al saccone. Alcuna volta dice messa, e va per casa; non se gli vede febre. Dice essersi fatto cercare,[445] e che gli è detto non pietra ma una fistola in quelle parte; ed è possibile viva in questo martoro qualche poco di tenpo. Idio gli dia pazienzia e forteza a soportare tanta tribulazione nella quale e' mi pare sia.
Io non vo' dirvi per questa altro, chè ci ò iscritto su più giorni. Rincrescemi pure questo tanto iscrivere, e a Messere, e la Simona,[446] e opere, e grani;[447] tanto che le mia faccenduze mi vanno in disordine, e me ne istracco troppo. Pertanto abbiatemi per iscusato, se io non vi scrivo ispesso, come forse vorresti e io ancor vorrei: ma non posso tanto. A voi mi raccomando. Cristo vi guardi. Addì 30 di novenbre 1542.
Isabella a Poppiano.
(Fuori) Al magnifico Comessario di Castracaro
Luigi Guicciardini consorte onorando
in Castracaro.
IV.
Poppiano, 12 e 13 dicembre 1542.
yhs
Carissimo Luigi, Ho auta una vostra de' 23 del passato, e una de' 5 del presente; e in questa risponderò all'una e all'altra quanto occorrerà.
E prima, quanto alla prima, abbiàno da ringraziare Idio siate riuscito a bene e assai presto della malattia mi contate avere auta, che non pare fussi di piccola inportanza.[448] Idio senpre ne sia ringraziato. Dell'orazione per voi, non si manca; pure che Idio l'accetti: bisogna l'aiuto vostro, e sanza quello credo che altro poco vaglia etc.
Circa la gora e' pescaiuoli, non vi sono istata e non posso dirvi a punto dove si sieno.[449] Solo vi dirò che io mandai per quel mugnaio da Castelfiorentini, che ispesso veniva in Firenze a voi, che à nome Michele e chiamasi Ispina d'oro sopranome, e parmi persona molto pratica con questi fiumi e dassai persona; e lui dette el disegno della gora e de' pescaiuoli: disse che per quest'anno non si pensassi facessi danno; e per due o tre piene, sono venute poi, ànno retto bene, e dicono che ànno fruttato bene, e riparato al danno che pareva volessi far l'acqua. Vero è che Bongianni[450] v'andò, e disse gli sare' parso da farne un altro nel mezo di dua vi sono fatti: e dipoi ebbi la vostra de' 5 del presente gliene parlai, parendomi desiderassi voi che se ne facessi un altro; e forse che lui ve n'aveva iscritto; e a lui pare che per ora non sia da fare altro e istare a vedere una altra piena. Sono testè l'acque molto girate, e' dì minori di tutto l'anno,[451] ed è da fare simili lavori per necessità. Quel maestro da Enpoli v'andò, e aprovò quello vi s'era fatto esser a proposito, e non ragionò vi bisognassi altro. Io non vi sono istata, chè sono istate le vie tanto triste, e troppo lunga a me a farla a piede. Ispesi 6 ducati d'oro d'opere e ferri e per tutto quello bisognò: e prima in dua volte ispesi 12 lire, che fu tutto gittato via; e non si può errare, avere in simil lavori parere da chi à pratica di quello che altrui à di bisogno.[452] Questo mugnaio è molto debolino d'animo d'ingegno e di cervello e di persona: e bisognerebbe tenervi uno che sempre rassettassi ora le pale e ora e' marmi; e non so come vi si pagherà, chè m'è detto è poverissimo. Io farò seco quello potrò.
Circa el grano della buca piena, sono forse 15 giorni che io la feci aprire, e cavossene tanto che v'entrò Pieretto e null'altro: cercossi tutto intorno intorno la paglia, trovossi asciutta; e andossi colle canne per insino al fondo, e per tutto si trovò asciutto. E così lo tenni 3 o 4 giorni, e ricercossi di nuovo; e trovandolo asciutto per tutto, rimessesi el cavato, e riturossi, e così s'è. Quel della buca iscema si cavò, e tutto lo feci vagliare, ed è in sul palco della camera della casina. Venduto non se n'è, perchè non ho auto bisogno di denari, e perchè e' non ci pareva perdessi istando qualche poco a vedere: arebbesene 32 e 33 soldi. Delle fave ho vendute qualche istaio, e così se ne vende, 22 soldi 28 e 26.
Sapete che io vi scrissi che Francesco di ser Cione non poteva darvi denari, e che vi darebbe terra: rileggete la mia prima lettera. Dal Pogna ebbi lire 6; da Gregorio ho auto lire 87; lire 27 ebbi da ser Antonio che gli aveva riscossi da Francesco di ser Cione, e 'l resto mi disse quanto di sopra è detto.
E' vini bianghi stanno bene: el maggior male ci sia è che sono pochi, e non buoni come sogliono. A' lavoratori ho fatto l'anbasciata vostra: dicono, gli aquai e ogni altra cosa istar bene, e che ànno cura e' bestiami no paschino dove dite. Attendono a ricòrre l'ulive; e da Sant'Andrea in qua ci è istato assai buoni tenpi: prima ci era acqua, nebbia e umido, come iscrivete esser costà.
E' lavoratori nuovi ci vennono per San Simone, che ci era Messere. Dipoi non ci è venuto quel de' Lotti; quel di Pieretto ci è istato 2 volte, e l'utima fu per Sa' Niccolò; che mi dissono fasciorono e' piantoni, perchè non temessino el freddo: dopo la vendemia seminorono certe biade usano in que' tenpi, che è vena: ora attendono all'ulive. De' poderi vecchi per ancora non ci fanno altro. Delle pere ci fu poche: toccòmene 2 bigoncie, vendute che furono le cosime.[453] Feci conto essermi tocco, di tutte le frutte, lire 34 e soldi 10. Delle mele m'è tocche circa 40 bigoncie; ma sono tanto triste e brutte, che se ne caverà poco: honne vendute un monticello a soldi 8 la bigoncia; non l'ò ancora misurate. Del mugnaio, cercando, forse si troverebbe qualche cosa; ma non vorrei entrare in queste ragione faccende, non ci sendo voi: e così ho detto a Giovanni da Ripalto. Del lavoratore che torna dove Piero, mi pare un bel promettitore, e fassi di buono animo a far bene ogni cosa: se riuscirà a fatti, andrà bene; e a questo voi ci sarete, a Dio piaccendo: se riuscirà, n'arò piacere assai. Questo de' Lotti parla poco, e poche volte io l'ò visto: par sensata persona. Bisogna giudicare alla giornata; come dice el proverbio, Non ti conosco se io non ti maneggio: e puossi male vedere se non si pruova. Delle ulive ci è poche; el fattoiano pensa ci sia un trenta barili d'olio in questi 2 poderi. A ser Antonio feci l'anbasciata vostra, che l'ebbe cara: vive, el poverino, co molto tormento. Se ci capiterà Francesco Caradori, gli dirò quanto iscrivete: non l'ò visto se non un tratto, poi ci sono.
Quanto alla vostra de' 5, m'è istato grato lo intendere siate dello stomaco e de altre vostre indisposizione quasi al tutto rettificato; che n'ò auto piacere. A Dio piaccia conservarvi, e voi sappiatevi riguardare. Cavalcante non ho visto, benchè io abbi inteso sia istato 15 giorni in Firenze: pensate se io l'arei visto volentieri! Parmi che vi rincresca molto le faccende e la stanza,[454] che v'andasti così con fastidio e malvolentieri, e penso v'abbi a rincrescere tutto questo tenpo: ma vorrei che voi facessi come voi dite a me che io facci io, che voi vi pigliassi coteste faccende per piacere. Pensate voi che io abbi un gran contento e ispasso, trovarmi qui co due fanticelle, e poco altri rivedere e con altri parlare, e 'l più del tempo iscrivere, e pagare opere, e vendere, e tener conti? e tutte queste faccende rincrescono alle persone di tenpo. Bisogna in questo mondo, chi ci vuole avere contenti, pigliarsi piacere delle cose che dispiacciano, altrimenti si starebbe senpre in tormento; e pensare che 'l tenpo vola, chè siamo già al terzo di questo camino. Io vo ispesso a vedere ser Antonio; e quando io lo veggo in quelle pene, mi pare essere una signora, pensando che posso dormire e mangiare e avere qualche riposo. Pertanto, quando siàno a questo, ringraziàno Idio.
La terra della fossa tutta seminorono e' lavoratori, come lo dissi loro: el bottino non si rienpie per esser seminato sopra la terra l'aveva a rienpiere; e se io l'avessi a fare, vi porrei qualche cosa in quella buca: e volendo voi pure che la fossa si facci, bisognerà lasciare ire el grano. La fonte getta dimolta acqua, quasi a bocca d'un mezo barile, e 'l lavatoio senpre trabocca, e pare istrano esser tanto basso, per esservi assai acqua; e 'l vivaio si mantiene pieno: credo che meglio si raccorrebbe la vena della acqua, quando non fussi tanta dovizia.
Quando Bongianni farà fare la buca iscrivete, pagarò l'opere. E' pali non si sono auti: el Tozo mi disse gli provederebbe, ma che non si tagliono per insino a gienaio; e così intendo dal fattore di Cavalcante, che n'à a provedere per Bongianni. Io non ho conperato legne, e ho fatto fare di queste pel podere, e quando si tagliò pe' pali di Vergignio[455] certi resti, e pel forno quelle mi scrivesti, e non patisco: chè el tenpo è in modo, si può ire a torno. Del vino, ho fatto venire da Firenze di quel di Paterno, che era bonissimo, e alcuna volta n'ò conperato a Montagnana: e ingegnerommi patire manco che io potrò.
E per questa non voglio dirvi altro: chè è tardi, e ancora ho a cenare. A voi mi raccomando. El Signore sano vi conservi. Addì 12 di dicenbre 1542.
Isabella a Poppiano.
La stima de' porci venduti si scontrò con quella mandasti. Per la vostra de' 7 di novenbre, mi dite mandarmi, come vi sentivi meglio, e' conti di questi che dicono avere aver da voi: che è questo di Vanozo per conto della vite; e intendo avete a pagare un legno s'ebbe da Benedetto Canbi, che si misse nella casina; Meo Giorli dice gli avete a pagare una opera; el fabro dice gli avete a pagare 2 libbre d'aguti e certo vino dette alla Maria, che è un pezo io pensavo l'avessi pagato. Arei caro intendere da voi se tutti questi ànno avere quanto vi scrivo: sono piccola cosa, e a tutti sodisfarò, chè penso sieno tutte cose dimenticate: e chi à avere la pensa forse altrimenti; e non è bene. Pertanto arei caro, el più presto potete me ne dessi notizia: perchè oramai sare' tempo di ritornare in Firenze; chè siàno a Pasqua, e le faccende sono presso a finite. Per di qui sabato saranno finito e' tetti; che erono condotti in modo, mi costerà 3 ducati o meglio questo lavoro, tra calcina, tegoli e mezane, e opere; ma staranno bene. Ser Antonio è istato da domenica in qua un po' meglio, e istamani à detto messa; e raccomandasi a voi.
A' 13 ho fatta questa agiunta.
(Fuori) Al magnifico signore
Comessario di Castracaro
Luigi Guicciardini consorte onorando
in Castracaro.
V.
Firenze, 9 gennaio 1543.
yhs
Carissimo Luigi, Ho aute 3 vostre, che non risponderò per ora a quelle. Solo vi dirò come domani sarà otto giorni che io tornai da Popiano: e là su mi governai, co riposo e buona vita, con pollo pesto e istillato; e migliorai tanto che parve a Messere e a Bongianni che io ne venissi, pensando se l'accidente mi fussi ritornato, sarei istato in piggior grado.[456] E se ser Antonio fussi istato sano, o vi fussi istato un altro buon religioso apresso, mi mettevo a ristio ancora per qualche giorno: ma non vi esendo, mi lasciai consigliare. E pensate che el travaglio del partire, e la mutazione della aria, e molte visitazione, mi parse fermassi el miglioramento. E istommi così trista per camera, come molte volte m'avete vista, con deboleza di capo, occupazione di cuore (e non ci è ordine lo possi con nulla vincere), debilità di matrice; che el corpo la ganba e 'l cuore, tutto questo lato manco, mi sento travagliato; con poco gusto del cibo: el vino mi piace, e assai ne piglio conforto; e sono buoni, come da Cavalcante intenderete, che tutti di villa e di Firenze gli ha asaggiati, bianghi e vermigli. E quando lui arrivò a Poppiano, istavo bene, e meglio m'ero sentita che io fussi istata un pezo, come da lui intenderete; tanto che io ispesso pensavo che le natura facessi in questa età suo isforzo: caminavo legiermente, e dormivo benissimo e mangiavo, e così ogni altra mia operazione, assai meglio che l'anno passato. La sera che Cavalcante arrivò, la mattina tutta cominciai andar sozopra. Vero è che el tenpo si mutò, e féssi freddo grande; e benchè io avessi de' panni, lo sentivo assai al capo e tutta la persona.
Mandai per maestro Giovanbatista per dirgli e' mia difetti: e quando ci venne, disse volermi vedere cor un poco d'agio, chè aveva faccenda; per allora non volse badare, chè aveva faccenda: non l'ò poi visto, e non me ne sono curata, per tanto istia posata qualche dì, che possi meglio giudicare e' mia difetti. Farò che ci verrà: e se vedete costì el vostro medico, intendete da lui quello gliene pare. E così doverresti parlargli per conto della Simona e di Pierantonio; chè l'ò trovata sì grassa, che vi so dire l'acqua della Porretta non la disecca. Pierantonio si sta come si suole...
Voi mi dite v'avisi quello vale la carne; che n'ò parlato con Cecco dalle porte: dicemi costerà lire 10½ a tòrla dal beccaio. Pertanto che a me parebbe ne insalassi costì 4 peze più che so ne insalerete per voi, valendo quello m'avete iscritto. Mi pare migliore ispesa far così: per in villa s'insalerà quel porcello conperai, che sarà 150 libbre o circa.
El grano vecchio non se n'è venduto, e non se ne troverrà più che 24 e 25 soldi lo staio, perchè ogni cosa è rinviliato. L'olio Messere n'à venduto 20 barili, lire 7 soldi 2.
Non dirò per questa altro. A voi mi raccomando. Cristo vi guardi e sano vi conservi. Addì 9 di gennaio 1542.[457]
Isabella in Firenze.
Ritenuta[458] per insino a stasera, che ho auta la vostra degli otto, che m'è istata gratissima: duolmi solo lo intendere abbiate auto iscesa[459] già 2 notte. Avisate ispesso come istate. Da Cavalcante intenderete di mio essere. E la Simona e la Caterina[460] ci sono istate da poi tornai. Io non insalerò qui carne, come da Cavalcante intenderete; e così del tagliare le legne a Poppiano: e darete aviso di quello vi paia da fare e quando. Non dirò altro. Attendete a riguardarvi, e così farò io. Idio ci dia grazia ci rivegiàno sani.
(Fuori) Al magnifico signore
Comessario di Castracaro
Luigi Guicciardini consorte onorando
in Castracaro.