XXI NOVEMBRE MDCCCLXXXIII.
PER LE NOZZE
DI
Annetta de' conti Guicciardini
COL NOBIL GIOVANE
Carlo Martelli.
A chi ha letto queste pagine di carteggio familiare così schiettamente donnesche, sì urbanamente fiorentine, con tal semplicità assennate, con tanta dignità affettuose, se non dove un po' di malinconia talvolta le annebbia, chiedo di poter comunicare alcuno de' pensieri che a me, cavandole dagli originali,[461] si aggiravano per la mente. E prima lo chiedo a Lei, gentile Annetta, che non isdegnerà riporre questo libretto fra i preziosi ricordi della casa donde esce, figliuola e sorella dilettissima, per adornare del suo ingenuo sorriso, allegrare del suo tenero affetto, confortare della sua mite e serena bontà, la nuova famiglia, che alla sposa desiderata apre festeggiante le braccia. Le memorie della casa sono sacre ad ogni animo bennato: e il lustro del nome, la nobiltà dei natali, ne impongono più gelosa la custodia, quando esse non sono patrimonio solamente domestico ma cittadino. Pio culto, pel quale da secolo a secolo le tradizioni si rannodano, gli esempi rinverdiscono, e si avvicinano in certo modo e congiungono gli spiriti. Nè con altri intendimenti io ho quasi chiamata partecipe alla gioia delle sue nozze questa onoranda matrona dei Guicciardini, moglie di Luigi, cognata di quel Francesco il quale fra le glorie italiane è delle maggiori e che per volger d'età non tramontano.
E pensavo, trascrivendo per Lei queste lettere, quanto la Isabella ritragga in atto di quell'ideale di donna, che ne' loro libri di governo familiare delinearono i nostri buoni antichi. I quali, «avendo sopra tutte le cose per la più gioconda il far bene i fatti propri» (diciamolo con le parole dell'aurea fra quelle scritture), ma non per essi dimenticando il dovere di «attendere e servire alle cose pubbliche», volevano ripartiti acconciamente i carichi e le incombenze, e lodavano «chi alla donna sua lascia il governo della casa e delle cose minori, e per sè ritiene ogni faccenda virile e debita agli uomini»; di guisa che «l'uomo rechi a casa, la donna serbi e difenda le cose e sè stessa con timore e sospezione; l'uomo difenda la casa la donna e i suoi e la patria, non sedendo, ma esercitando l'anima e il corpo, con virtù con sudore e con sangue.» Così madonna Isabella, pel marito Commissario in Arezzo, in Romagna, in Pisa, in Pistoia, curava le faccende domestiche; e gliene scriveva di villa queste lettere, che tanto è a dolere non ci siano rimaste in maggior numero, quant'è certo che il marito, uomo di poco facil contentatura, le aveva carissime. «Quando sarai stata qualche dì a Poppiano, scrivimi come vi stanno le cose,» leggiamo in una sua «.... e se la frasconaia posta questo anno mette bene, et e' capperi et e' nocciuoli posti questo anno,.... e come mostrono li ulivi e le vite....». Ed ella medesima a lui: «Abbiatemi per iscusato, se io non vi scrivo ispesso, come forse vorresti e io ancor vorrei....».
Intendo le difformità che i mutati tempi pongono tra il vivere, anche domestico, di ora e di allora: leggi, costumanze, istituzioni, dissimili; differenza di sentimenti, impressioni, affetti; relazioni sociali altramente determinate; civiltà che dell'invecchiamento ha le migliorie e le magagne; agi alla vita procacciati dalle gloriose vittorie dell'umano ingegno sulla natura; animi e corpi diversamente temperati: nè Ella certamente ritornerebbe oggi di villa in città, nel modo che all'ava sua, ancorachè di salute mal ferma e di età inoltrata, pareva non disadatto, cioè «sulla mula», lasciando stare la lettiga come morbidezza troppo squisita. Nonostante tuttociò, sia lecito a noi poveri studiatori di carte antiche, vagheggianti a lume di lucerna gli splendori di quelle età, credere che anche nel pratico della vita, fatta pur ragione di quante diversità ed eccezioni si vogliano, le memorie de' nostri vecchi possano utilmente risuscitarsi; che possa qualche volta una gentildonna del secolo decimonono rammentarsi opportunamente di ciò che facevano e come facevano quelle che hanno portato il suo nome tre o quattrocent'anni fa. Al qual proposito mi sembra che in queste pubblicazioni nuziali dall'antico, delle quali è ormai invalsa la lodevole usanza, sarebbe gentil cosa si preferissero scritture, non dirò sempre di donne, ma che abbiano comecchessia del domestico: lettura più da sposi; e contributo alla storia, sì de' fatti e sì delle parole, non meno importante di qualsivoglia altro.
| PIERO di Iacopo di Piero di Luigi 1454-1513 m. Simona di Bongianni Gianfigliazzi. | |||||||||||||||||
| FRANCESCO 1482-1540 m. Maria d'Alamanno Salviati. | DIANORA m. Giov. Arrigucci. | GIROLAMO 1497-1555. Senatore nel 1551. m. Costanza de' Bardi. | BONGIANNI 1492-1549 | BONGIANNI † 1490 fanciullo. | |||||||||||||
| IACOPO 1480-1552 oratore per la Repubblica e a quella rimasto devoto, m. Cammilla de' Bardi. | MADDALENA m. a) Bartolommeo Nasi. b) Iacopo Vettori. | COSTANZA m. Lodovico Alamanni. | LUIGI 1478-1551. m. ISABELLA di Niccolò Sacchetti 1480-1559. | ||||||||||||||
| GUGLIELMETTA † 1509 fanciulla. | MARGHERITA m. a) Francesco Tornabuoni. b) Piero Bini. | PIERO 1511-1527 | LORENZO 1505-1509 | NICCOLÒ 1500-1557 m. Caterina di Lorenzo Iacopi. | SIMONA m. Pierantonio de' Nobili. | ||||||||||||
| SIMONA 1509-1512 | SIMONA m. Piero Capponi. | LUCREZIA | LAUDOMIA m. Pandolfo Pucci. | LISABETTA m. Alessandro Capponi. | Cinque figliuoli, tra' quali una Isabella e un Francesco. | ||||||||||||
Nei fatti chi prendesse occasione d'entrare dal carteggio di Luigi Guicciardini, troppe cose avrebbe a mano; e lungo anche sol l'accennarle. Quella famiglia, de' cinque figliuoli di messer Piero,[462] aspetta uno studio, e darebbe materia importante a un volume: e della vita di Francesco e degli atti suoi temo non si darà con sicurezza un giudizio compiuto, se prima non si faccia, poichè lo possiamo, un tal libro. Il quale mostrerebbe in che modo e per quali vie, entro agli animi di alcuni cittadini, e de' più valenti, l'amore della libertà e della patria e della roba si contemperassero nella devozione alla fortuna, di lunga mano preparata e quasi casa per casa, de' discendenti di Cosimo e Lorenzo de' Medici; e darebbe delle ambizioni, che ci paiono oggi pressochè parricide, non di messer Francesco Guicciardini solamente ma anche di altri altrettanto famosi, le ragioni di fatto, se non la morale giustificazione. Di quel libro personaggio principale sarebbe Luigi; e documenti importantissimi, le lettere fra lui e il figliuolo messer Niccolò, nel quale la famiglia presumeva rinnovare (secondochè parve ai contemporanei) con la dignità di dottore la grandezza dello zio Francesco: ma da questa era Luigi, almanco per certe qualità, un po' meno lontano. Fiero uomo Luigi Guicciardini; ed ebbe occasione di dimostrarlo: con lode di valore e di fermezza, quando si trovò Gonfaloniere di Giustizia nell'aprile del 27 a reggere la città che si rivoltava contro i Medici; con biasimo di crudeltà, quando Commissario mediceo a Pisa nel 30, ricevuta la città dal suo predecessore per la Repubblica, fece lui morire fra' tormenti. Nè quelle sue lettere, che sono a stampa, scritte al fratello dopo caduta la libertà, discordano da tali atti; come la descrizione, ch'ei volle dedicata a Cosimo duca, del Sacco di Roma lo chiarisce avverso a quella prepotenza straniera o, come dicevano, di barbari, della quale i Medici avrebber voluto, e fu impossibile, non aver a valersi nell'assoggettamento della patria. Ma sarebbero da cercare i suoi dialoghi e trattati; che ne scrisse e di politici (in alcuno de' quali pare intendesse vendicarsi del Machiavello, che l'avea figurato, tra gli altri medicei, nell'Asino d'oro), e di altro argomento intitolandoli dagli Scacchi. «Luigi se ne stava in villa,» scrive al Varchi il Busini, dandogli notizie della cittadinanza nel 27 ai tempi della libertà, «dove compose gli Scacchi, agguagliando quel giuoco a un buon padre di famiglia»: ma in effetto cotesto trattato (che si conserva fra i manoscritti Magliabechiani), dedicato a sua Eccellenza esso pure, è una «comparazione degli Scacchi all'Arte militare»; e mi par da rincrescerne, e da desiderare che il Busini non avesse sbagliato nell'attribuire a Luigi ciò ch'e' credette, al vedere, cosa da lui: perchè, invero, lassù in villa, cioè a Poppiano, nel vecchio riparo de' suoi maggiori, con la valente sua donna, erano luogo e compagnia adattissimi a scriver bene di quella materia familiare, come dimostrano le Lettere che io oggi do in luce.
Alle quali ogni discreto concederà volentieri il pregio delle parole: e parole vuol dire cose parecchie e importanti. Perocchè la parola, o la congegni il magistero d'uno scrittore o nel vivo de' fatti si atteggi spontanea, ha, come testimonianza storica, tanto grande valore morale, quanto forse nessun altro de' segni con che all'uomo è dato figurare il pensiero e l'affetto: massime se di secoli, come a noi i tre primi della nostra cultura, durante i quali lo scrivere, sì meditato e sì usuale, esemplava dalla consuetudine de' parlanti tuttavia incorrotta le schiette e native proprietà dell'idioma. Non so se cento, od anche meno, anni più tardi ci occorrerebbe in lettere di donna fiorentina una così graziosa pittura villereccia, come in queste di madonna Isabella, nè con tanto senso del vero. Leggendole, noi la vediam proprio, quell'accigliata massaia, tra le fantesche e i lavoratori, e i mugnai, e i maestri muratori, e i fattori, e gli opranti, assegnare, distribuire, pagare, registrar partite, riveder conti, conferire col cognato Bongianni, che di que' fratelli era come chi dicesse il castaldo; poi scrivere un po' per giorno, tra l'una faccenda e l'altra, le sue lunghe e particolareggiate lettere al marito, e riferirgli, e dimandare, e rammentare, e suggerire, e proporre: e il grano, e il vivaio, e la gora, e la vendemmia, e il vino e l'olio, e il forno e le legna, e il mercato a San Casciano, e le bestie da soma col garzon che le mena, e le provviste invernali compresovi un porcellino per insalare, e i lavori alla casa e alle fosse e al mulino; e poi le ragioni di chi dee dare e chi avere, e' contadini che lasciano i poderi e i nuovi che vi tornano, e chi son eglino, e i discorsi con loro che par di esserci presenti; e poi confortare il povero prete di Poppiano, afflitto da malattia disperata; e tribolarsi con le fanti, pur raccomandando al marito d'aver egli pazienza co' servitori; e dietro a tutto questo, «le sue faccenduzze», che teme per tanto lavorìo e tanto scrivere debbano «andarle in disordine». Ma ell'era donna da riparare a tutto, e da avanzarle tempo e lena per pensare e alla figliuola sua Simona, prima da maritare e maritar bene, in modo da «esserne consolati», poi allogata e da doverle mandar le nuove e riceverne; e al suo messer Niccolò, i cui fatti le importano, alla madre, più di ogni altra cosa del mondo; e al marito, cui consiglia della salute, o ammonisce di cose più alte, o lo rimbrotta che in quelle sue commesserie non gli piaccia portarla seco e far una casa sola, come e' farebbe (dice amaramente) se gli fosse toccata moglie più degna; ma in quella stessa lettera non crede poter lasciar la villa e le «molte cose» nemmeno per una visita promessagli di quindici giorni, salvo che proprio egli voglia così, chè allora verrà, anche se «dovessi lasciare ogni cosa andare in perdizione».
La vena del malumore trapela spesso da queste lettere, «essendo lei di natura» scriveva Luigi al figliuolo «che si accuora assai le cose che non li vanno per el verso»; ed ella stessa al marito, «Pensate che io non posso istare coll'animo in pace, chè sapete che io penso sempre al peggio»; e in quasi tutte essa fa un lungo discorrere de' suoi malori: ma come quelli non le impedirono di arrivar presso agli ottanta (nata de' Sacchetti nel 1480, morì, dopo una vedovanza di otto anni, e due dopo al figliuolo, nel 1559), così quella sua natura alquanto rubesta e inquieta e crucciosa non la faceva sdare nè rimetter punto della operosità di madrefamiglia e massaia. Del resto le lettere di Luigi mostrano che l'austerità de' loro caratteri non impediva l'amore. «Benchè sia vero» le scriveva una volta dalla Romagna «che io sia qui chiamato da ogniuno Signore, e che ciascuno mi stia inanzi senza nulla in capo, e che abbi quelli servidori voglio, e che secondo el paese non mi manchi le cose ragionevole, nondimeno hai a tenere per certo, che infiniti dispiaceri ci ho avuti d'animo per le cose di costì e qui, e che non ci ho una ora di riposo o consolazione alcuna, chè non che altro chi ordinariamente conversa meco non mi satisfa; e che arei più senza comparazione piacere potere vedere le cose mie, te e la brigata, e parlare alli amici mia, e vedere le cose di villa, che queste signorie e sberrettate, et altre cose ci sono qua e che ci posso avere. Però mi pare mille anni ogni ora, potere venire costì per 8 giorni almeno.» E altra volta, che ella da buona moglie e madre si sgomentava di certe grosse spese domestiche, così egli, anche allora Commissario, piacevolmente e con affettuosa confidenza la rassicurava: «Circa alle spese grande abbiamo avuto questo anno, e per l'advenire aréno ancora, per finire le muraglie e fornire le case, è verissimo; e se non fussi questa sorte abbiamo avuto, non aremmo potuto reggere a cosa alcuna, non che fare tutto; che penso si finirà ogni cosa e fornirà le case bene, e si porrà da canto qualche danaio, e più somma non pensi, per le cose che potessino accadere: e se non ho trovato qui una cavetta d'oro, come scrivi, ci ho trovato una certa vena che getta in modo dolcemente che col tempo comparisce; e sta' di buona voglia, chè a tutto si riparerà facilmente.... Stammi un tratto allegra, e pensa che questa volta siamo usciti del fango, e resteremo in modo che non ci potremo dolere della sorte; perchè le cose ragionevole non ci mancheranno, e presumi che questa vena che getta sopperirà a tutto. A Iddio piaccia possiamo goderci insieme lo stato nostro, e che noi siamo sani.» E tutto il carteggio di Luigi con la sua «carissima Isabella», o dove parla di lei, è improntato di affetto e stima e fiducia e reverenza grandi, con bizzarra mescolanza di altro, come per esempio le superstizioni astrologiche; secondo le quali e' le designa e prescrive i giorni e le ore a punti di luna e di stelle, per andare o stare, partire o tornare, e perfino sgomberare stanze, votar la cantina, far manipolare medicamenti dallo speziale.
Alcuni tratti di queste lettere di madonna Isabella ricordano la più viva e fiorita lingua de' comici e novellieri di quel secolo; in altri potrebbe il lessicografo abbellirsi di voci e locuzioni specialmente attinenti a cose di villa; ve n'ha infine che ci offrono pensieri e sentimenti espressi con singolare potenza. La discendente dai collaterali di Franco Sacchetti, la cognata di Francesco Guicciardini, non fa torto al suo sangue nè al suo parentado.
Quel mugnaio dappoco, che non ispira punta fiducia alla giudiziosa signora, ci par di vederlo: «molto debolino d'animo, d'ingegno, e di cervello, e di persona»: dove ciò che un valga, e per le facoltà morali e per le intellettive e per le animali e per le fisiche, è annoverato e distinto a capello, con proprietà inappuntabile. Piena di gentilezza, ed espressa come meglio non si potrebbe, è questa sentenza (da altra lettera, di quelle che lascio inedite) sul correr troppo a credere, massime se vi si mescola l'apprensione per coloro che ci son cari: «Sempre si dice e pensa più che non è; e chi sente e teme non può fare non gli dispiaccia». E in un'altra, più da giovane, del 1517: «Sapete che la mia condizione è, sempre pensare a quello che io non vorrei». E prima aveva detto che contro tali apprensioni ricorreva alla «orazione»: ma «el timore era maggiore, perchè mi pareva meritare ogni male»; con finir poi a riconoscere, lietamente e grata, «esser Iddio più misericordioso che giusto.» È parlante il ritratto di quel servitore che dà tanta briga al magnifico Commissario in Arezzo: «faceva così in casa: ha una mala lingua, e commettitore di scandali, e bestiale, e senza pensare a nulla»: e qui l'Isabella, senza di certo volerlo, danteggia garbatamente (vedi Inf. XXVIII, 35); cioè attinge anche questa volta (confronta a pag. 253) dalle medesime sorgenti popolari donde il Divino Poeta; come altrove gli rivendica una desinenza dalla tirannia della rima (vedi Inf., XXXIII, 120), quando ripetutamente scrive «fighi» e non «fichi». Rivendicazione più compiuta che non quella filologica del Nannucci (Nomi, pag. 64), il quale di altre desinenze in igo per ico adduce esempi, ma non proprio di figo. (E nelle lettere del cognato Bongianni, grego; e qui a pag.269, 275, bianghi: bianchi, invece, a pag. 263). E que' suoi contadini? l'uno «un bel promettitore, e fassi di buono animo a far bene ogni cosa: se riuscirà a fatti, andrà bene» (e soggiunge modestamente, «a questo voi ci sarete, a Dio piacendo»); l'altro «parla poco, par sensata persona». E d'ambedue poi si rimette alla più antica sapienza del mondo: «Bisogna giudicare alla giornata; come dice il proverbio, Non ti conosco se io non ti maneggio; e puossi male vedere se non si pruova.» Così dov'ella descrive il vivaio de' pesci, toccatole non sa da chi: e alle sue grida e «molto rimore», i lavoratori «pareva che tutti si maravigliassino», e le dicono ragioni, ma non la persuadono. E dov'ella è tutta dolente per la «botte del vecchio» che s'è sfasciata: così «l'avess'ella venduto tutto! chè pensava, e le riusciva, averne per insino a Pasqua e dipoi, e era buono, e aranne a ricomperare....». E dove al marito ritrae sè medesima malaticcia, «così trista per camera, come molte volte m'avete vista»; e in altra lettera, delle inedite, «e così per casa mi sto tristerella»: quando poi a scrivere dei malanni proprî o degli altrui la si mette a distesa, ne fa relazioni da disgradarne il Redi.
Ma l'animo suo e la parola sanno, quand'ella vuole, levarsi in alto: anzi è osservabile, non meno del continuo inframezzare alle cure materiali i pensieri e gli affetti della famiglia, il temperare che ella fa talvolta alcuna di quelle sue uscite un po' acrimoniose con un quasi correttivo morale. Così a quel sinistro ritratto del servitore Ottaviano soggiunge subito: «Siamo tutti pieni di difetti; bisogna sopportarsi l'un l'altro, tanto che ci morremo». Di quel ch'ell'è malcontenta, se ne conforta sperando meglio da Dio; «a Dio piaccia se ne pigli il migliore partito, che non mi pare punto la nostra usanza»; da Dio, nel cui nome tutte le sue lettere incominciano e finiscono. E il sentimento di Dio e del dovere e della morte e dell'eterno empie di sè e annobilisce questi altri tratti: «Or sia come si voglia: tutto à fatto Iddio, e a lui piaccia sia con salute dell'anima vostra e mia. Chè a poco altro che alla Simona e questo penso: che ormai mi veggo presso al tempo di rendere e' conti di questo viaggio presso a finito.... — Bisogna facciate come iscrivete che io faccia io: pigliarsi queste faccende per piacere, e non si straccare el manco sia possibile, e isperare nel tempo che vola. E per tutto dove uomo si truova, in questo mondo è iscontenti; e massimo nell'età nostra, che ogni cosa c'infastidisce. El tutto istà, ci riposiamo nella futura vita.... — Dell'orazione per voi, non si manca; pure che Iddio l'accetti: bisogna l'aiuto vostro, e sanza quello credo che altro poco vaglia.... — Vorrei che voi facessi come voi dite a me che io facci io, che voi vi pigliassi coteste faccende per piacere.... Bisogna in questo mondo, chi ci vuole avere contenti, pigliarsi piacere delle cose che dispiacciono, altrimenti si starebbe sempre in tormento; e pensare che 'l tempo vola....». E in una delle inedite, al marito Commissario in Pistoia nel 37 per le stragi intestine di Cancellieri e Panciatichi: «A Dio piaccia por fine a tante discordie e tribulazioni, che sono causa de' pericoli successi. Confortovi istiate isvegliato con cotesti cervegli, e pensare a tutto quello possi nascere; e considerate donde sono nate tante loro angustie; e sopra tutto raccomandarsi a Dio, che ci mostri el lume e la via, chè mi pare siamo in tempi da avere bisogno dell'aiuto suo.» Ma l'aiuto di Dio quei valenti uomini e donne, nell'atto che l'invocavano, se ne facevano degni menando attorno gagliardamente le mani: «col suo aiuto aiutarci,» sono pur parole della Isabella «e isperare in lui».
Tale la gentildonna dei Guicciardini, il cui nome, le cui ricordanze, mi parvero buon auspicio alle nozze di Lei, Annetta gentile. Nomi e ricordanze di generazione in generazione si mutano e si rinnovano: ma ch'e' non passino com'ombra e fumo, e se ne conservi la tradizione e l'esempio, questa è la religione della famiglia. Degli Dei falsi e bugiardi, i Lari e Penati sono i soli che sopravvivono: pietà di figliuoli e di nepoti alimenta di soavi aromi, conforta di aure avvivatrici, la sacra fiamma di questo mito immortale.
San Donato in Collina, nell'ottobre del 1883.