NOTE:

[406]. Loro figliuola, indisposta di salute. Era l'ultima di sei. Gli altri: Margherita, maritata ne' Tornabuoni (1519), poi (1533) ne' Bini; Piero, morto giovinetto nel 27; Guglielmetta e Lorenzo, morti fanciulli nel 1509; e messer Niccolò, legista assai riputato e lettore poi nello Studio Pisano, senatore nel 1554, oratore a papa Paolo IV, commissario ducale a Pisa, dove morì nel 57.

[407]. «Poppiano o Popiano nella Val di Pesa, castellare con villa signorile e chiesa parrocchiale.... Ebbe antica signoria in cotesto luogo di Poppiano la patrizia famiglia fiorentina de' Guicciardini, alla quale tuttora appartiene la ròcca ridotta ad uso di villa, con varî poderi intorno, oltre il giuspatronato della chiesa parrocchiale di Poppiano.» Così il Repetti (Dizionario geogr. fis. stor. della Toscana), il quale accenna inoltre alla tradizione, raccolta dal Verino nel suo poema genealogico, che i Guicciardini siano «originarî di cotesto Poppiano»; e ricorda che lassù pure, in una fattoria dello Spedale degl'Innocenti, villeggiò don Vincenzio Borghini.

[408]. Nel carteggio domestico di Luigi è, col titolo di messere, che si dava propriamente ai dottori in legge, indicato egualmente e il fratello Francesco, il grande storico e statista, e (come qui) il figliuolo Niccolò. La brigata, intendi la famiglia di lui, che dal 1526 aveva in moglie la Caterina di Lorenzo Iacopi. Vedi a pag. 256.

[409]. lo stare, il soggiorno.

[410]. con some discrete, non troppo gravi, per modo che le bestie non si strapazzino.

[411]. cantine.

[412]. casse di legno, specialmente da riporvi grano o altre biade. Nel qual senso, non bene rilevato dai vocabolari, hanno arca il Boccaccio (IV, X), l'Ottimo, e in locuzione figurata Dante (Parad., XII, 120; XXIII, 131).

[413]. Quell'affettuosissimo della Beatrice dantesca (Inf., II, 69) «L'aiuta si ch'io ne sia consolata», suona in bocca di altre donne fiorentine: la Nostra qui, e d'un secolo innanzi l'Alessandra Macinghi negli Strozzi (Lettere a' figliuoli pubblicate da C. Guasti, pag. 72): «Prego Iddio gli dia tal virtù e grazia, ch'io ne sia consolata»; e anch'essa parlando di figliuoli, consolazione suprema, davvero, o tormento.

[414]. Del maritare la Simona così scriveva, pur di que' giorni (15 settembre 42 da Arezzo), Luigi al figliuolo Niccolò: «Circa alla Simona non dirò altro, se non che sono molto inclinato a Bernardo Vettori; perchè altri non truovo che mi piacci tanto per ogni conto quanto lui. Quello de' Ridolfi debbe avere el capo a gran dota, più che non doverrebbe essendo molto ricco. Se fussi vivo Pier Francesco Ridolfi, l'arei fatto tentar da lui, perchè era amico di Lionardo suo avolo: non ci essendo, bisogna pensare ad altri mezzi. Credo che l'essere mio costì gioverebbe: pure lo star qui non doverrebbe nuocere. La importanza è risolversi, e non guardare in 300 scudi più per acconciarla bene, essendo l'ultima. Però va' disegnando di qualcuno spicciolato e non così nominato, purchè sia ricco, non ignobile, et abbi cervello: chè essendo tu costì, «e parlandone con Piero Bini, non potrà essere non troviate, delli due sopradetti e quello de' Nerli, chi sia a proposito.» Ella sposò poi, come vedremo, Pierantonio di Pierfrancesco de' Nobili, uno spicciolato, ossia d'una di quelle minori famiglie che Luigi e gli altri, al pari di lui, appartenenti a famiglie, come dicevano, grosse o di consorteria, guardavano d'alto in basso (cfr. F. Guicciardini, Opere inedite; III, 130, 239).

[415]. Cestella da pescare, della quale vedi la Crusca, che però ne ha solo un esempio del Burchiello.

[416]. risicano d'esser presi da altri.

[417]. il venire io e la famiglia a stare con voi costì in Arezzo. Dove Luigi era Commissario.

[418]. con tali qualità che fossero sufficienti, adequate, ai vostri meriti. Lo dicevano volentieri di spose. Così la Strozzi, descrivendo le bellezze della figliuola fidanzata (pag. 6): «.... in verità non ce n'è un'altra a Firenze fatta come lei, ed ha tutte le parti». Dove l'editore di quelle Lettere, che l'hanno anche altrove, cita in raffronto ciò che della futura nuora scriveva (vedi in questo mio libro, a pag. 236) Lucrezia Tornabuoni ne' Medici: «La fanciulla à dua buone parti, ch'è grande e bianca....»

[419]. ultimo; nè altramente anc'oggi in contado.

[420]. se io avrei fissata questa gita ad Arezzo (per fargli una visita).

[421]. attempata. Confronta a pag. 263 e 271: le «persone di tempo».

[422]. Il figliuolo Niccolò e la Caterina Iacopi sua moglie: vedi la nota a pag. 252.

[423]. Cioè una delle tre figliuole di messer Francesco l'istorico, maritata a Piero Capponi. Aggiunse di messere (confronta la cit. nota) nell'interlinea. Ambedue i fratelli avevano rinnovato in una figliuola il nome della propria madre, Simona di Bongianni Gianfigliazzi.

[424]. Oggi si farebbe a forme: ma di que' secoli, anche la Strozzi ha «quattro coppie di marzolini»; e il Firenzuola, «una coppia di questo cacio»; e nelle lettere di Michelangiolo, «Io ho avuto i raviggiuoli, cioè sei coppie».

[425]. Uno de' molti medici co' quali monna Isabella si consigliava. Confronta le lettere III e V.

[426]. persone (i contadini di que' due poderi) da non sapersi trarre d'impaccio, di poca conchiusione, poco svelte. È in una lettera del Machiavelli a Francesco Guicciardini, parlandogli di uomo tardo a risolversi, irresoluto: «Io non mancai dimostrargli che quelli rispetti erano vani,... e combatte'lo un pezzo; tanto che se egli non fosse un uomo un poco legato, io ci arei drento una grande speranza».

[427]. Sentenza, nientemeno che di Tacito: ma l'Isabella, che la ripete a pag. 271, l'aveva probabilmente imparata dal figliuolo dottore: vedi la lettera di lui a pag. 267. «Negotia pro solatiis accipiens», ha il grande Annalista (IV, XII): e il nostro Davanzati, «pigliandosi per conforto i negozi»; tutt'altro che preferibile, mi pare, alla inconsapevole traduzione della sua concittadina.

[428]. da vecchi.

[429]. a San Casciano.

[430]. Colui che dirige i lavori del fattoio, ossia del luogo dove si fa l'olio.

[431]. quando sarà il tempo opportuno, quando ne sarà il tempo, a suo tempo. Quest'uso del verbo servire, che ricorre anche nella pagina seguente e a pag. 274 in nota, è nuovo ai Vocabolarî: vivo anc'oggi nel contado.

[432]. Gora è propriamente Un canale pel quale si deriva l'acqua de' fiumi o torrenti, trattenuta e sollevata mediante pescaie, e se ne rivolge il corso ad uso di mulini od altro simile. I pescaiuoli poi sono Piccole pescaie costruite attraverso alla gora, per trattenere le acque di essa e così impedire le corrosioni dell'alveo e de' cigli. Qui si parla (vedi anche a pag. 272) delle acque del torrente Virginio o Vergigno, sulla cui destra sorge Poppiano; e ne aveva scritto a Luigi anche messer Niccolò, appunto dieci giorni innanzi, da Firenze: «Al Vergigno s'è acconcio la gora e quasi el resto.»

[433]. di questa gente del contado. I contadini proprio del podere, sino ai tempi dell'Isabella si chiamavano, e così ella fa quivi stesso e in altri luoghi di queste lettere, lavoratori (vedi la Crusca, Vª impressione).

[434]. quercia, sottintendi. Mal fastello è, come altri di sopra, nome di luogo in que' loro possessi; e consimile indicazione è pure la seguente, da' capperi. Noterò poi qui che io stampo ghiande, sebbene la penna, facile del resto a trascorrere, dell'Isabella abbia chiande; e lo stesso dico di pacherà, custo, ciornata, e cosiffatti. Ho rispettato altre sue grafie, dissuete ma che hanno ragion d'essere.

[435]. secondo che il tempo sia opportuno a ciò, per quanto il tempo lo permetta. Confronta a pag. 260.

[436]. i giorni corti; e perciò le opere, ossia il lavoro d'una giornata, scarso e mal adeguato alla mercede. Così nell'Agricoltura del Crescenzio (I, XIII) il padrone «fa ragione col villano, ovvero castaldo, delle opere e de' dì»: schietta frase, che ricorda Esiodo.

[437]. Cioè, con agio. Arguta frase, per ciò che sottintende: ma non credo che la gentildonna facesse più che pigliarla dal popolo.

[438]. com'è la sola acconciatura degli usci.

[439]. mi ha fatto bene quando mi sono purgata, quando mi è occorso prender purganti. Forse al purgarmi o in el purgarmi.

[440]. Cavalcante Cavalcanti, tutto cosa di Luigi e della famiglia. È ricordato frequentemente nelle loro lettere.

[441]. cosa naturale, e perciò da non isgomentarsene.

[442]. Grande osservatrice delle fasi lunari era l'Isabella, sì per le faccende della villa e si pel governo della salute. In altra sua lettera, da Poppiano, al figliuolo: «... Ècci istato 2 giorni tenpo terribile di vento e freddo. Vedréno tenpo lascerà questa quintadecima (luna piena), e come tratterà me, e piglieréno qualche partito el quale migliore ci parrà.»

[443]. Opinione di gen. masc. (nè l'Isabella ha mai altramente) fu comune agli antichi, massime nell'uso del popolo. Il quale in la opinione, pronunziato come si suole l'opinione, frantendeva l'art. masc. lo; e taluna di consimili confusioni fra articolo e prima sillaba del nome mantiene ancor oggi, specialmente nel contado.

[444]. Il prete di Poppiano, che faceva anche gli affari del suo «onorando patrone», come si ha da una lettera che gli scriveva il 28 di ottobre di quello stesso anno. Vedi anche qui, a pag. 269.

[445]. visitare.

[446]. La figliuola, la quale si era maritata a Pierantonio de' Nobili.

[447]. e segnare giornate d'opranti, e partite di grano.

[448]. Di ciò gli scriveva anche la figliuola Simona: «yhs. Carissimo e onorando padre ec. Non risposi alla vostra de' 30 di settenbre, chè lasciai sopperire a Pierantonio, che allora so vi rispose lui; e dipoi non v'ò iscritto per non vi infastidire, chè, tra el male avete auto e l'altre faccende penso che v'abiate, avevi brighe troppe. Quanto sia istato el dispiacere abbi auto del male vostro, credo che apresso ve lo possiate pensare, e massimo essendovi tanto discosto, che con altro che co l'orazione vi potevo aiutare; e pensate che a questo non mancai di farne nè di farne fare: chè subito che intesi el male vostro, mandai a parecchi monasteri a far fare orazione per voi, e fra l'altre alle monache degli Angioli, che so ne fanno continuamente e con più amore che l'altre, perchè v'ànno più obrigo; che n'ebbono ancora loro dispiacere e grande. Pure ora per la grazia d'Iddio intendo voi stare benissimo, che a Dio piaccia mantenervi sano lungo tempo, acciò ci possiamo rivedere e godere, el tenpo che ci abbiàno a stare, in pace e con allegreza, che a me pare mil'anni che voi torniate; e così madonna Isabella, che è ancora in villa e non so quando si voglia tornare, che quest'anno v'à 'uta una cattiva stanza, rispetto al tanto piovere che à fatto: pure ora da 4 dì in qua s'è un poco diritto el tenpo, e non doverebbe ora indugiar troppo a tornare, perchè, di questo tenpo, non dura. Non dirò per questa altro, salvo che a voi del continuo mi raccomando, e così Pierantonio, che stiamo tutti bene: a Dio piaccia mantenerci, e così voi; e 'ngegnatevi di riguardarvi da tutte le cose sapete vi nuocono, acciò vi mantegniate sano. Nè altro. A voi di nuovo mi raccomando. Cristo di mal vi guardi. Di Firenze, il giorno 3 di dicenbre 1542. Vostra figliuola Simona.»

Messer Niccolò poi gliene aveva filosofato in questa forma, che lo ritrae mirabilmente con tutta quella dottorevolezza che i contemporanei gli attribuiscono: «.... Quanto al male, dice maestro Marcantonio (chè maestro Giovanni Batista non è ancora tornato) che del polso non tegnate molto conto, perchè Galeno ne' vecchi non ne tiene conto alcuno; e dell'altre cose vi andiate regolando più con la buona vita che con le medicine. Et a me pare savio consiglio, rispetto all'età vostra et a quella del medico che vi consiglia; che non vorrei facessi sperienzia su' casi vostri del cervello suo: e fidomi più su la prudenzia vostra che su la dottrina sua, chè uno medico ha bisogno di experienzia e prudenzia oltra la scienzia. Ma di questo non dirò altro, se non che il tedio dell'animo e del corpo el pigliare le faccende per piacere ve lo caverà assai, e sopra tutto el leggere qualche cosa sacra, che a me a cotesto difetto ha sempre molto giovato, e maxime la Bibbia. E Cornelio Tacito dice di Tiberio, quod summebat solatium a negociis. Pur che non abbiate troppa voglia di ringiovanire con e' rimedi, che da el lapide in fuora tutti vi invecchieranno. E se avete Marco Tullio de senectute, leggetelo; chè mi dilettò assai, leggendolo fanciullo, et a voi credo piacerà e diletterà assai, ma ingegnatevi intenderlo bene. Quanto alle cose di villa....» E qui viene alla materia della quale si dilettava tanto madonna Isabella, e poi alle cose pubbliche, intorno alle quali padre e figliuolo hanno un carteggio da dirsi veramente prezioso per la storia di quelli anni. Non però, che prima di finire la lettera (la quale è de' 20 novembre 42 da Firenze), non afferri altre occasioni di sentenziare e citare: «.... chè nemo dat quod non habet, e come dice la Canzona di Daniel, Ogni animal fa simil creatura....»; la quale ultima sentenza, a chiunque ella appartenga, doveva far paternamente compiacere di sì profusa dottrina il magnifico Commissario.

[449]. Vedi a pag. 260.

[450]. Cognato dell'Isabella, e quello tra i fratelli Guicciardini, che tutto attendeva alle cure domestiche. Non ebbe moglie. Fra le sue lettere, che molte sono anch'esse villerecce e assai belle [ed io ne ho poi pubblicate col titolo di Lettere d'un campagnuolo fiorentino], se ne hanno di que' medesimi giorni da Poppiano, a Luigi e a Niccolò.

[451]. «.... e eravamo nel più basso tempo dell'anno» Dino Compagni, II, X. Vedi la lettera precedente, a pag. 261.

[452]. Identica locuzione in uno degli antenati dell'Isabella (Franco Sacchetti, nov. CCXIV): «E non si può errare, che l'uomo in questa vita faccia col suo e lasci stare l'altrui». Noi oggi, con simile intendimento, diciamo, non si sbaglia; in costrutto con l'infinito, mediante la prep. a, come l'Isabella (che ve la sottintende), e altrove (nov. CLXXXVII) lo stesso Franco: «E però non si può mai errare a porsi nel luogo del compagno, e fare la ragion sua come la sua propria; e così facendo, rade volte, vivendo, incontra all'uomo altro che bene».

[453]. Sorta di pera autunnale.

[454]. l'uffizio e la dimora, in Castrocaro di Romagna dov'era Commissario.

[455]. Il torrente, del quale vedi a pag. 260 in nota.

[456]. Questo suo male, che in altre lettere chiama «l'accidente grande», o «quel mal grande», e che ogni tanto l'assaliva con maggior violenza che «que' piccoli», le aveva disturbato gli ultimi giorni di villa. Sentiamolo da alcune delle lettere che ne scriveva, fra il 19 e il 25 dicembre, al figliuolo Niccolò in Firenze: «yhs. Carissimo figliuolo, Ieri vi scrissi di mio essere: dipoi mi so' istata all'usato, e istòmi volentieri nel letto calda; se io mi lievo, mi sento le ganbe debole; e' polsi s'alterano, e non potrei istar troppo levata; mangio bene e non dormo male. Da domenica in qua non ho auto accidente d'inportanza, salvo che in questo levarmi; chè se io istessi alla dura, dubito non venissi: e qualche volta mi sento, come altre volte ho fatto, certo freddo nel capo tra l'osso e 'l cervello. Io pensavo esser oggi guarita, e potere fare le mie faccende: e in fatti e' non mi riesce. Non so come farò; non posso indovinare quello s'abbi a essere: o indrieto o inanzi. Ma quando io penso esser ne' 62 anni, mi fa pensare a più cose. Qui è istato oggi un tenpo terribile, e 'l maggior vento mi paia mai averci sentito, e rotti tegoli enbrici e rovinato e iscomesso ciò che in 15 giorni s'era assettato; e bisognerà da capo rifarsi. El fattoiano mi dice che parendovi da dare l'olio per uno ducato, crede arebbe uno che lo torre' tutto; benchè a San Casciano non valse tanto: domani s'intenderà quello che farà. Non dirò altro. A voi mi raccomando, e pregate Idio per me. El Signore sano voi conservi. Addì 22 di dicenbre 1542. Isabella a Poppiano. (Fuori: Egregio dottore messer Niccolò Guicciardini figliuolo carissimo, in Firenze).» E due giorni dipoi: «yhs. Carissimo figliuolo, Ebbi la vostra, e per quella mi dite che bisognando verrete voi, la Caterina, la Simona: e lo credo, e sonne certa, e tutti vi ringrazio, e bisognando vi si farà intendere. Dammi noia alcuna volta questo battito al cuore, e qualche triemito; e se non fussi questo freddo, mi starei alcuna volta levata. Se accadrà cosa che inporti, vi si farà intendere, se non fussi qualche cosa istrana che l'uomo non pensassi; io non so indovinare. Penso, se 'l tenpo mi serve, venirne presto, e farassi un poco di senprice cataletto, chè la lettina non sono usa; e forse potrei migliorare di sorte torrei la mula....» E in poscritta, non dimenticando mai la masserizia: «Voi non avete risposto dello olio.» Se non che la famiglia, inquieta, insisteva perch'ella si rimettesse in città. E la buona massaia, che pure aveva scritto «.... istommi così tristerella, e pensate che del tornare io me ne istruggo, e ch'io vorrei esser costì», a quelle insistenze, mezza scorruccita, replicava: «yhs. Carissimo figliuolo etc. È vero che ieri e oggi mi sono istata comodamente, come vi scrissi, e non bisognava pigliassi briga venire; perchè bisognando che io me ne venissi, ci è Bongianni e Cavalcante che tutto potrebbono ordinare; e benchè voi vegnate domani, mi sarà tranbusto e non piccolo, esser a ordine giovedì. E pensate che questo avere ogni dì a pensare a nuova fantasia e iscrivere, non mi giova niente. Io farò quello potrò, e Idio m'aiuti: di venire o non venire, la rimetto in voi. Sono tenpi freddi, e voi non siate molto gagliardo; non vorrei avessi disagio e malassi: chè infatti inporta più e' casi vostri che el mio. Io non posso sapere se 'l miglioramento s'andrà inanzi o indrieto, perchè di sana vedete come mi fa: e pensate che io arei più caro esser malata costì che qui: ma poi che la mia sorte vuole così, bisogna pigliare que' partiti che altri pensa sieno meglio, sanza tanto tribolarsi. Io non vo' più tanto iscrivere e leggere, e fate di me quel che vi pare; chè un sano, faccendo a questo modo, amalerebbe. Non altro. Cristo vi guardi. Addì 25 di dicenbre 1542. Isabella a Poppiano.» Ma il corruccio della massaia si sente, dalla lettera al marito, aver presto ceduto il luogo all'affetto materno, riconoscente verso le premure e le apprensioni del suo caro Messere e delle giovani spose, che l'avean rivoluta in Firenze.

[457]. Di stile fiorentino.

[458]. Ciò che segue è in foglio a parte o, come dicevano, polizzino.

[459]. costipazione, infreddatura, reuma: e dicevano scesa, perchè si credeva che il catarro scendesse dal capo nelle altre membra.

[460]. La figliuola e la nuora.

[461]. Nelle Carte Strozziane del R. Archivio di Stato in Firenze. Vedine l'Inventario, pubblicato per cura della R. Soprintendenza degli Archivi Toscani.

[462]. Vedi nella seguente pagina l'Alberetto, che non sarà inopportuno alla migliore intelligenza delle Lettere di madonna Isabella.

UN'ALTRA LETTERA DELLA
ALESSANDRA MACINGHI STROZZI

Questa lettera (dall'originale autografo, nell'Archivio fiorentino di Stato, Carte Strozzi Uguccioni, filza 249) fu pubblicata per mia cura in Nozze Strozzi-Corsini (14 aprile 1890: edizione di CCC esemplari, col facsimile della lettera; Firenze, tip. Carnesecchi), e ripubblicata in Nozze Guasti-Boccardi (25 aprile 1892: edizione di C esemplari; Firenze, tip. Carnesecchi). All'edizione del 1890 premessi il cenno che qui riproduco:

«Cesare Guasti trascrisse, sfuggitagli, e noi sulla sua trascrizione confrontata all'originale esempliamo, questa Lettera da soggiungersi alla seconda fra le settantadue che della Alessandra Macinghi negli Strozzi egli pubblicò nel 1877; libro ormai noto e caro agli studiosi e ad ogni anima gentile.[463] E che sia questa una delle più belle, basti ch'ella è una delle più materne; e perciò di ottimo auspicio la sua pubblicazione nelle nozze di discendenti da quello che il Guasti chiamava «il più storico ramo degli Strozzi»,[464] e dava giusto merito alla veneranda gentildonna di averlo ella conservato a Firenze, opponendo contro le partigiane proscrizioni la costanza paziente di madre, e quella virtù soave a un tempo e gagliarda, per la quale, a' giorni tristi, più tenace nell'animo femminile è, come la fede nel meglio, così la speranza.

Di tali sentimenti e virtù anche questa lettera è documento nobilissimo: i personaggi della quale, Filippo, a cui è diretta, e Lorenzo primo e secondo geniti della valente vedova, e Matteo garzoncello che presto, poveretta!, doveva morirle, e Niccolò Strozzi cugino del padre loro e che di padre adempiva le parti, e Iacopo fratello di Niccolò, e la Caterina maritata a Marco Parenti, e la Alessandra che fu poi a Giovanni Bonsi, chi voglia conoscerli anzi come vive persone conversarli, cerchi il libro al quale ci pare aver qui dato breve, ma assai accettevole, appendice.

La lettera a cui questa vien dietro è quivi stesso indicata, «A dì 4 di questo ti scrissi»; e così alcune cose qui accennate ricevono luce da quella o dalle illustrazioni che il Guasti vi appose. Aggiungemmo, com'egli fece a tutto il volume, qualche noterella dichiarativa.»


A Filippo degli Strozzi, in Napoli.

Al nome di Dio. A dì 8 di novenbre 1448.[465]

A dì 6 di questo ebi una tua de' dì 16 del passato, alla quale farò per questa risposta.

Tu mi di' de' fatti di Matteo, come t'ha scritto una lettera di nostro istato: ed è vero; e stiàno ancora peggio che non dicie. Iddio lodato di tutto. E dell'aver mostro la lettera a Nicolò, a' fatto bene: però che lo stato nostro è noto alli strani, ben debb'esser noto a quegli che ci sono parenti e continovamente ci aiutano: chè Nicolò non à ora a dimostrare la buona volontà inverso di voi, chè senpre è stato di buon animo a farvi del bene; ed èciene di te tale isperienza, che ne so' chiara; e tu più di me ne deb'essere chiaro. Tu di' che, veduto che qua Matteo, sì per amore[466] della morìa, che porta pericolo a starci, e sì perchè e' perde tenpo e non fa nulla, Nicolò è contento[467] lo mandi costà, e ch'io lo metta in punto. Egli è vero che qua è cominciato la morìa, e chi à 'vuto d'andare in villa se n'è ito; e ancora pelle ville n'è morti, e quasi per tutto il contado ne muore quand'uno e quand'un altro; e la brigata si sta per ancora in villa; e credo, non faciendoci altrimenti danno, che torneranno ora a Firenze. Istimasi che questo verno non farà troppo danno, ma che a primavera comincierà a fare il fracasso: che Idio ci aiuti! e Matteo m'à sentito dire che, sendoci morìa, non ò danari da partirmi: ed è vero. Io non so come io me lo mandassi, chè è piccolo, ancora à bisogno del mio governo, ed io non so come mi vivessi; che di cinque figliuoli, rimanessi con una, cioè l'Alesandra, che ogni ora aspetto maritalla: che il più possa istar meco non sono du' anni; che quando vi penso, n'ò un gran dolore, di rimanere così sola. E dicoti che a questi dì andò Matteo in villa di Marco, e stettevi se' dì, ch'io non credetti tanto vivere ch'e' tornassi; e non avevo chi mi faciessi un servigio; che mi pareva esere inpacciata sanza lui, poi[468] mi scrive tutte le lettere. Da altra parte, ebbe in questa state un gran male, e credetti che morissi: ma il buon governo lo scanpò. E ragionando col maestro[469] dell'andar di fuori, mi disse: Voi l'avete poco caro, se lo mandate; però ch'egli è di gientile conpressione;[470] e se avessi un male fuor del vostro governo,[471] sì mancherebbe: sicchè, se l'avete caro, nollo partite sì tosto da voi. E per questo, e perch'io me ne vego bisogno, me n'uscì il pensiero. È vero che, or fa un anno, n'avevo voglia: ma avevo ancora la Caterina in casa, che non mi pareva eser sì sola. Ma poi senti' come Lorenzo si portava tristamente,[472] e che d'amendue avevo avuto tanto dolore, che sendo morti no n'arei avuto maggiore ch'i' ò, tra una cosa e l'altra, diliberai non ne mandar più fuori, se grande bisogno non vi era: e l'ò detto co Marco e con Antonio degli Strozi. Amendue mi dicono per ora nollo mandi: ma se pure a primavera ci sarà la morìa grande, come si stima, esendo migliorata a Siena e per tutto il camino per ensino a Roma, lo potre' mandare: chè sarebbe pazzia la mia a mandallo ora, chè ora siàno nel verno; chè diliberando mandarlo, nollo metterei per via: sicchè per ora non vi porre pensiero. So i' meglio di niuno il bisogno vostro; e che se voi non ve ne guadagniate, non bisogna istare a fidanza d'altro. Io per me m'ingegnerò, per ogni modo e masserizia, di mantenervi questo poco ch'i' ò, se 'l Comune non me lo toglie; chè non posso più difendermi. Idio sia quello che m'aiuti; e a voi dia virtù e santà, come disidero.

Del lino, istarò a tua fidanza;[473] e se me lo mandi, mandami drentovi libbre 10 di mandorle per la quaresima; che verranno bene nella balla del lino. Chiegotele perchè sento costà n'è buono mercato, e qua son care. Fa' di mandarmele, chè so è poca ispesa.

Di Marco, t'aviso ch'è buon giovane, e molto bene tiene la Caterina, e tutti se ne porta bene,[474] e molto me ne contento; chè è di buona virtù; ma à troppa gravezza, chè à da undici fiorini. Tutto à pagato per ensino a qui, e se non peggiora, ne sono molto contenta di lui: che Idio gli dia della suo' grazia. La Caterina non è per ancora grossa; che al tenporale che è, l'ò molto caro:[475] ma istà magra della persona, che somiglia suo padre. Idio la faccia pur sana.

A dì 4 di questo ti scrissi: manda' la sotto lettere[476] di Marco; e perchè il fante si partì prima ch'io non credetti; credo l'arai a un'otta con questa. E per quella ti scrissi della casetta di Nicolò Popoleschi, che s'è venduta a Donato Ruciellai, che ci è a confini, cioè in sulla corte, che per verun modo non si vole lasciare uscire di mano. Filippo, rispondi presto, chè lo voglio iscrivere a Iacopo a Bruggia.

Nè altro per questa. Idio di male ti guardi. Per la tua Allesandra fu di Mateo degli Strozi in Firenze.

Fa' d'esser ubidente a Nicolò, e di fare il debito tuo inverso di lui, e d'eser conosciente del bene che vi fa. Chè se così farai, anco io viverò contenta. Che Idio per sua misericordia te ne dia grazia. A questi dì iscrisse Matteo una lettera a Lorenzo a Vignone.