CAPITOLO V
Origine di Venezia, sue rivoluzioni avanti il dodicesimo secolo — Pisa e Genova nuove repubbliche marittime — Loro rivalità con Venezia, e loro primi progressi.
Di tutte le repubbliche che fiorirono in Italia, Venezia fu la più illustre, e quasi la sola la di cui storia sia conosciuta fuori d'Italia; siccome è pur quella che durò più lungamente. La sua origine precede di sette secoli l'indipendenza delle città lombarde; la sua caduta, di cui fu testimonio la presente generazione, è posteriore di tre secoli a quella della repubblica fiorentina, la più interessante delle repubbliche de' mezzi tempi.
Poc'anni sono la repubblica di Venezia era il più antico stato d'Europa. La stessa nazione sempre indipendente, sempre libera, fu tranquilla spettatrice delle rivoluzioni dell'universo; vide la lunga agonia e la fine dell'impero romano; in Occidente la nascita dell'impero francese quando Clodoveo conquistò le Gallie; l'innalzamento e la caduta degli Ostrogoti in Italia, dei Visigoti in Ispagna, dei Lombardi che succedettero ai primi, dei Saraceni che spossessarono i secondi. Vide nascere l'impero de' Califfi, minacciare la totale invasione della terra, poi dividersi e distruggersi. Alleata per più secoli degl'imperatori Bizantini, li soccorse a vicenda, e gli oppresse; levò de' trofei alla loro capitale; ne divise le province, ed aggiunse a' suoi titoli quello di padrone d'un quarto e mezzo dell'impero romano. Essa ha veduto cadere quest'impero, ed alzarsi sulle sue rovine il feroce Musulmano; finalmente vide abbattuta la monarchia francese[337]; e sola irremovibile quest'orgogliosa repubblica contemplò i regni e le nazioni passare innanzi a lei. Dopo tutte le altre dovette anch'essa succumbere alla legge universale; ed il governo veneto che legava il presente al passato, ed univa le due epoche della civilizzazione del mondo, cessò ancor esso di esistere.
Alla natura del paese che abitarono i Veneziani devesi ascrivere la cagione della lunga loro indipendenza. Il golfo Adriatico riceve nella sua parte superiore tutte le acque che scendono dalle Alpi verso mezzodì, dal Po che trae origine sul pendio meridionale delle montagne di Provenza, fino all'Isonzo che nasce in quelle della Carniola. La foce del più meridionale di questi fiumi non è lontana più di trenta leghe da quella del più settentrionale; ed in questo spazio il mare riceve ancora l'Adige, la Brenta, la Piave, la Livenza, il Tagliamento, ed un infinito numero d'altri minori fiumi. Tutti nella stagione piovosa strascinan seco enormi masse di melma e di ghiaja, in guisa che il golfo che le riceve, colmato poc'a poco dai loro depositi, non è più mare, ma non è ancora terra, e si chiama laguna, sotto il qual nome si comprende uno spazio di venti o trenta miglia dalla riva. La laguna, vasta estensione di bassi fondi, e di fango coperto d'uno o due piedi d'acqua, che i più leggeri battelli possono a pena attraversare, viene divisa da canali scavati, non v'ha dubbio, dai fiumi che si scaricano in mare, ma in seguito conservati dall'opera degli uomini per l'interesse del commercio. Questi canali sono strade aperte ai grandi navigli, abbondanti di sicuri ancoraggi: il mare che si rompe impetuosamente contro i murazzi e le lunghe e strette isole che circondano la laguna, è sempre in calma oltre questi limiti, nè i venti possono sommover l'onde ove non sonovi profondi abissi. Ma i tortuosi intralciati canali della laguna formano un impenetrabile labirinto per i piloti non istrutti da lungo studio, e dall'esperienza dei loro andirivieni. In mezzo ai bassi fondi alzansi alcune centinaja d'isolette che incominciano al mezzogiorno di Chiozza presso alle foci del Po e dell'Adige, e stendonsi senza interrompimento fino a Grado oltre le bocche dell'Isonzo. Alcune non sono divise che da stretti canali, come quelle su cui è fabbricata Venezia, altre dominano la laguna a ragguardevoli distanze, quasi bastioni avanzati per difendere gli approcci di terra ferma. Tali isole non sono generalmente suscettibili di grande coltivazione, ma così vantaggiosamente situate per la pesca, per la fabbricazione del sale che vi si raccoglie quasi senza travaglio in alcuni bassi fondi chiamati estuari, per la navigazione e pel commercio; e coloro che le abitano hanno tanta facilità di commerciare con semplici barche con tutte le città della Lombardia, coi porti dell'Istria, della Dalmazia, della Romagna, che questo Arcipelago dovette in ogni tempo essere popolato da uomini industriosi. Le isole veneziane non sono meno sicure che comode, fortificate ugualmente contro gl'insulti de' pirati e contro le armate de' conquistatori; non sono attaccabili nè per terra nè per mare, e non possono cadere in mano de' nemici che per tradimento de' proprj abitanti.
Il dotto conte Figliasi provò nelle sue memorie sui Veneti[338], che dai più rimoti tempi questa nazione che occupava il paese detto poi Stati veneti di terra ferma, abitava pure le isole sparse lungo le coste, e che di là ebbe origine il nome di Venezia prima e seconda, applicandosi la prima al continente, la seconda alle isole ed alle lagune. Ne' tempi dei Pelasgi e degli Etruschi, abitando i primi Veneti una contrada fertile e deliziosa, dedicavansi all'agricoltura, i secondi posti in mezzo ai canali, alla foce de' fiumi, ed a portata delle isole greche, e delle feconde campagne dell'Italia, consacravansi alla navigazione ed al commercio. Gli uni e gli altri si sottomisero ai Romani non molto avanti la seconda guerra Punica; ma non fu che dopo la vittoria ottenuta da Mario sui Cimbri che il loro paese fu ridotto in provincia romana.
Sotto il governo degl'imperatori la prima Venezia fu per le sue sventure rammentata più volte dagli storici. Ricca, fertile, popolata, presentava agli ambiziosi una preda che si divisero spesso in tempo delle guerre civili. Questa provincia chiudeva l'Italia dal lato per cui poteva essere invaso l'Impero dalle nazioni germaniche, scita e schiavona. Allorchè quest'impero incominciò ad essere debole, tutte le volte che venivano forzate le barriere del Danubio, i barbari non tardavano a piombare sopra la Venezia, ed a desolarla colle loro stragi. La provincia marittima occupavasi della pesca, delle saline, del commercio, ed i Romani risguardavano gli abitanti come indegni della dignità della storia, e perciò li lasciavano nell'oscurità, come la loro umile condizione non invitava i conquistatori al saccheggio, al massacro, alle devastazioni.
Questa oscurità valeva al certo molto più che il tristo splendore di Padova e di Verona. Fu un tempo in cui gli abitanti di queste città, altra volta così opulenti, ma effemminate, deboli, aperte a tutte le invasioni, sentirono vivamente quanto fosse crudele la loro sorte in confronto di quella degli isolani, malgrado le privazioni e la vita laboriosa degli ultimi. I popoli Nomadi che invasero l'impero, associarono alle loro conquiste una ferocia che la nostra immaginazione sa appena concepire. Essi non s'appagavano di appropriarsi col saccheggio tutto ciò che potevano togliere ai sudditi di Roma, ma sembra che si proponessero di rendere le contrade che invadevano affatto simili ai deserti di dove erano usciti. Gl'incendi distruggevano i villaggi e le città, e la carnificina degli uomini, delle donne, dei fanciulli cancellava le generazioni.
In questa guisa esercitò Attila il suo furore sulle città d'Aquilea, Concordia, Oderzo, Altino e Padova. Ma la fama annunciatrice delle sue crudeltà lo precedette, e quegli abitanti della prima Venezia ch'ebbero tempo di fuggire, si ripararono nella seconda. Uomini, donne, vecchi e fanciulli, tutti si salvavano nelle isole. Nel mezzo di quelle che oggidì copre Venezia colle portentose sue case, eravi la borgata di Rialto, che diede asilo alla maggior parte de' fuorusciti, che poi cresciuti a dismisura si sparsero in tutte le altre isole, coprendosi con capanne fatte all'infretta finchè passasse la burrasca sterminatrice[339].
Poichè Attila si ritirò nella Pannonia, tutti quelli che non avevano portato nel loro ricovero verun mezzo di sussistenza, s'affrettarono di ritornare alle antiche loro abitazioni: e sopra tutto gli agricoltori richiamati dai loro campi, dall'amore del suolo natale, dai bisogni della famiglia, tornarono a coltivare le campagne; ma i grandi proprietarj, i nobili romani, coloro tutti, che colle proprie ricchezze avevano potuto procurarsi nelle isole i comodi della vita, e che rinvennero in quest'asilo la sicurezza non iscompagnata dall'agiatezza, si astennero dall'abbandonare la recente dimora, per rifabbricarsi le ancora fumanti case sempre minacciate da nuove orde di barbari. Vero è che i loro possedimenti continentali ricevevano danno dalla loro lontananza; ma seguendo l'esempio de' loro ospiti cercarono di supplirvi col commercio e colla navigazione. In tal maniera abbiam veduto a' dì nostri una nobiltà rovinata dedicarsi a quella mercatura, che senza degradarsi non avrebbe avanti potuto esercitare. I disastri delle province rendevano il commercio più necessario e più lucroso. I Veneziani dovevano moltiplicare il loro travaglio per somministrare agli abitanti delle città incendiate le cose necessarie alla rifabbricazione delle loro case, e le vittovaglie fino al nuovo raccolto. Un assai maggior numero di marinai e d'artigiani poteva impiegarsi nel commercio, onde della popolazione povera ma industriosa ch'erasi rifugiata nelle isole, la miglior parte fu ritenuta in questo asilo coll'allettamento di maggior lucro, e col godimento di una sicurezza che non poteva trovarsi altrove. Con ciò s'andò formando in mezzo alle lagune una nuova nazione risultante dall'unione forzata de' Veneti primi ai secondi; una nazione di nobili, d'operai laboriosi, e di marinai, i quali tutti dovevano vivere non dei prodotti della terra, ma di quelli di un'industria attiva e crescente.
Pare che la piccola città di Rialto ricevesse i consoli, o i tribuni che formavano il governo municipale di Padova: ma Padova era incendiata, ed i nobili, i cittadini più potenti, eransi riparati nella seconda Venezia, e nulla poteva lusingarli a riprendere un soggiorno che la forza non poteva assicurare, niun particolare vantaggio rendere volontario. La nuova repubblica faceva bensì parte dell'impero romano, ma quest'impero impotente, non sussisteva omai più che di nome, disponendone i barbari, benchè ricevessero ancora come una distinzione onorevole i titoli delle sue magistrature. Ogni provincia, ogni straniera popolazione posta nell'interno dell'impero poteva senza contrasto far valere la propria indipendenza. Ella ne aveva il diritto tosto che sentivasi abbastanza forte per resistere alle aggressioni de' barbari; e quantunque i provinciali d'origine romana non avessero affatto dimenticata l'affezione ed il rispetto dovuto all'antico nome di Roma, trovavansi però felici di potere scuotere il giogo d'un governo oppressivo e tirannico; di liberarsi dalle eccessive tasse che non soccorrevano per altro alla miseria del fisco; di sottrarsi all'odiosa sorte delle milizie, che non provvedevano alla vergognosa impotenza delle armate. I Veneziani adunque rimasero liberi allorchè l'invasione di Attila li ridusse a fondare un nuovo stato; e le disastrose incursioni dei Vandali, degli Eruli, degli Ostrogoti, resero loro sempre più cara la libertà.
Abbiam già avuto opportunità di osservare che, fino agli ultimi tempi dell'impero romano, il governo municipale si conservò democratico. L'assemblea popolare di ogni città decideva dei comuni interessi, e sanzionava le leggi locali. Le stesse assemblee nominavano pure i magistrati annuali incaricati delle funzioni di giudici; ed è probabile opinione che lungo tempo avanti l'invasione d'Attila questi magistrati avessero già il titolo di tribuni. Accresciutasi la popolazione di molte migliaia di fuorusciti, tutte le principali isole ebbero il proprio tribuno nominato dagli abitanti. Questi tribuni riunivansi alcune volte per deliberare intorno ai comuni interessi della Venezia marittima; ma la principale loro incumbenza era quella di giudicare ed amministrare il popolo conformemente alle istruzioni che da lui ricevevano nelle generali assemblee d'ogni isola[340]. In tal maniera la nascente repubblica senza l'opera d'un legislatore, senza rivoluzioni, e quasi senza deliberare, si trovò regolata da una libera costituzione.
Quell'ombra d'impero che il patrizio Oreste aveva conservato, innalzando Augustolo sul trono, fu distrutta da Odoacre come una pompa inutile e dispendiosa; ed i legami che potevano ancora unir Venezia a Roma, mentre conservavasi l'impero, furono distrutti da questa rivoluzione. Per altro allorchè Teodorico fondò il regno degli Ostrogoti, i Romani riconciliaronsi alquanto col giogo d'un barbaro virtuoso e saggio; ed i Veneziani vissero in pace con lui, e forse i servigi importanti che gli resero, possono essere risguardati come un indizio di dipendenza. Il più antico documento della repubblica è la lettera da Cassiodoro, segretario di Teodorico, diretta ai Veneziani in nome del re d'Italia[341]. Il retore per dar risalto alla sua eloquenza dimentica l'argomento della lettera, e descrive ai medesimi Veneziani, cui è diretta, la strana apparenza del loro paese, l'industria, l'attività, l'eguaglianza, la libertà, e le buone loro costumanze.
Dopo aver fatta conoscere la fondazione della repubblica di Venezia, passeremo a scegliere nella sua storia della prima età de' mezzi tempi i più importanti avvenimenti, che di quando in quando contribuirono alla formazione del carattere nazionale, a modificare la costituzione dello stato, oppure ad accrescere l'influenza del nuovo popolo sul rimanente dell'Italia. Sarebbe straniera al nostro istituto una regolare e circostanziata storia de' tempi anteriori al dodicesimo secolo; altronde tale è la secchezza e l'oscurità degli storici rispetto a que' tempi, che siamo forzati di passare rapidamente sulla storia de' secoli di cui ci offrono così confuse ed incerte notizie.
(518 = 627) A' tempi dell'imperatore d'Oriente, Giustino il vecchio, gli Schiavoni, seguendo la strada tenuta dalle altre barbare nazioni che invasero l'impero, entrarono nella Dalmazia, e vi si stabilirono. Ma come quel paese, più volte saccheggiato, non bastava a saziare la loro avidità, approfittarono dei numerosi porti di mare della fresca loro conquista, ed adottando le costumanze degli antichi Illirici, di cui avevano occupato il paese, si diedero alla pirateria. I Veneziani che coprivano costantemente quel mare con deboli barche, rimanevano più degli altri esposti ai loro insulti; ma una vita attiva, e l'abitudine di sprezzare i pericoli del mare avevano rinforzato il loro coraggio. Quei medesimi popoli ch'eran fuggiti come vili armenti innanzi ai conquistatori del Nord, armarono i loro piccoli navigli per farsi incontro agli stessi nemici a molta distanza dalle loro abitazioni: gli attaccarono senza timore, e gli sconfissero, assicurando la libertà dei mari; e la rivalità che manifestossi tra queste due nazioni marittime, e le frequenti loro guerre, che terminarono colla sommissione di tutta la Dalmazia, accrebbero l'energia de' Veneziani; li costrinsero ad aggiungere il valore all'industria, e furono la principale cagione della futura loro grandezza. Questa prima guerra incominciata avanti il regno di Giustiniano, viene riportata siccome una delle testimonianze dell'antichità della loro indipendenza[342].
(558) Quarant'anni dopo, la discesa de' Lombardi in Italia apportò alle isole veneziane un doppio vantaggio; non solo perchè obbligò nuovamente gli abitanti del continente a procacciarsi salvezza in queste isole, ma perchè gli ottenne altresì un clero indipendente. Il patriarca d'Aquilea venne a stabilirsi in Grado, ove fondò la sua nuova cattedrale; il vescovo d'Oderso si trasferì in Eraclea fabbricata dai suoi compatrioti; quello d'Altino portò la sua sede a Torcello; quello di Concordia a Caorle, e quello di Padova a Malamocco. E perchè i Lombardi stabilirono un clero arriano in tutte le città continentali di cui si resero padroni, e perchè lo scisma tra le chiese delle due comunioni produsse una sanguinosa guerra tra i patriarchi di Aquilea e di Grado, i vescovi ch'eransi rifugiati nelle isole non pensarono più ad abbandonarle[343].
La costituzione delle città e delle isole veneziane poteva considerarsi come federativa; ma i poteri de' magistrati e quelli della nazione, i diritti della lega e quelli dei popoli legati, non erano bastantemente definiti, perchè così fatta costituzione assicurasse ad un tempo l'interna tranquillità dello stato, e potente lo rendesse al di fuori. I tribuni si abbandonarono alla loro ambizione, le città alle discordie e gelosie di vicinanza, mentre i Lombardi dalla parte del continente, e gli Schiavoni da quella del mare approfittavano di queste contese, di questo stato di anarchia. Pareva che la repubblica fosse affatto prossima all'estrema sua rovina: se non che un popolo libero ed energico ha in sè medesimo i principj della sua salute: una rivoluzione che dovrebbe indebolirlo, il più delle volte gli rende di là a poco un nuovo vigore.
(697) L'anno 697 si convocò ad Eraclea una generale adunanza di tutti i membri dello stato, ed i nobili trovaronsi riuniti al clero ed ai cittadini. Colà, dietro proposizione del patriarca di Grado, la nazione risolvette di darsi un capo, che col titolo di duca o doge fosse incaricato del comando delle forze comuni contro gli esterni nemici, e contro i faziosi dell'interno; il quale, superiore ai tribuni delle isole riunite, potesse con mano ferma troncare le loro discordie e punirne le usurpazioni. Ma da questo secolo d'ignoranza non si poteva sperare una costituzione abilmente bilanciata. I Veneziani, volendo essere liberi, riservaronsi le loro assemblee generali, la di cui sovranità s'era universalmente riconosciuta; volendo essere potenti, diedero al capo dello stato tutti gli attributi di un monarca. Egli nominava a tutte le cariche, ammetteva o rifiutava gli avvisi de' suoi consiglieri scelti da lui medesimo, trattava solo la pace e la guerra, ed infine la sua autorità non aveva limiti. Paolo Luca Anafesto d'Eraclea fu il primo che la nazione decorasse di così sublime dignità[344].
Per alcun tempo non ebbero i Veneziani motivo di pentirsi della nuova forma data al loro governo. Anafesto ristabilì l'interna tranquillità, respinse gli Schiavoni, e forzò i Lombardi a riconoscere l'indipendenza della repubblica ed i confini del suo territorio. Il suo successore ne seguì le tracce, ma non così il terzo, che mal soffrendo gli ostacoli che talvolta contrariavano la sua volontà, volle rendersi assoluto signore dello stato, e diede principio ad una funesta lotta col popolo. In questa lite, in cui le ingiuste usurpazioni erano respinte da feroci insurrezioni, perdettero la vita il presente doge ed altri suoi successori. Nel tempo che Venezia era lacerata da questa contesa, il dominio lombardo in Italia fu abbattuto, e rimpiazzato da quello dei Carlovingi[345].
I Veneziani non odiavano meno i Franchi degli Unni, degli Ostrogoti, o dei Lombardi. Da tutti questi popoli le province dell'impero erano state ugualmente rovinate. Gloriavansi i Veneziani d'essere discendenti dai soli Romani, e davano alla loro repubblica il nome di figliuola primogenita della repubblica di Roma[346]. Isolati ed indipendenti in mezzo alle popolazioni della stessa origine fatte schiave, prodigavano il nome di barbari agli stranieri che opprimevano l'Italia; ed i soli Greci, inciviliti al par di loro ed attaccati ugualmente al nome ed alla gloria di Roma, venivano risguardati come degni della loro alleanza. Prendevano perciò parte alle loro prosperità, e gli assistevano colle loro forze, come da loro chiedevano essi protezione nelle proprie avversità, confondendosi, per così dire, innanzi ai loro occhi gli ufficj della benevolenza con quelli del dovere: e se i Veneziani rifiutarono d'essere sudditi, vollero almeno essere fedeli alleati dell'impero di Costantinopoli[347].
Pipino, figliuolo di Carlo Magno, formò l'ardito progetto di allargare il suo nuovo regno con pregiudizio di Niceforo imperatore d'Oriente: sperava di levargli la Dalmazia e l'Istria, ed aveva saputo far entrare ne' suoi interessi Obelerio allora doge regnante di Venezia, cui la corte francese accordava molti favori. Ma questo magistrato non solo non potè ridurre i Veneziani a prender parte ad una lite tanto contraria alle loro inclinazioni, ma non potè pure impedire che l'assemblea generale convocata a Malamocco non facesse a Pipino conoscere il rifiuto delle sue offerte, e le relazioni della nazione coi Greci. Di ciò offeso il principe, rivolse le sue armi contro i Veneziani, bruciando loro le due città di Eraclea e d'Aquilea, la prima delle quali era stata alcun tempo la capitale della repubblica fino all'epoca in cui Teodato quarto doge trasferì la sede del governo a Malamocco[348]. Nè andò molto che, credendosi nuovamente provocato, fece allestire una flotta a Ravenna, e provvedutala di truppe da sbarco, s'impadronì di Chiozza e di Palestina, indi approdò all'isola d'Albiola separata da un angusto canale da Malamocco. In così difficile circostanza Angelo Participazio, uno de' principali cittadini[349], consigliò i suoi compatrioti ad abbandonare le mura della capitale, ed a trasportare a Rialto tutte le loro ricchezze, essendo la sua situazione più forte assai per essere quest'isola propriamente nel centro della laguna. I vascelli di Pipino tentarono d'inseguirli, ma le barche leggieri dei Veneziani, fuggendo innanzi a loro, seppero attirarli sopra bassi fondi, ove, non potendo nella discesa della marea manovrare, furono attaccati con vantaggio, ed abbruciati quasi tutti, o presi dai Veneziani. Pipino, sdegnato ed umiliato, incenerì le città di cui erasi impadronito, e ritirossi a Ravenna. Poco dopo i due imperi si pacificarono, ed i Veneziani furono compresi nell'accordo come fedeli a quello d'Oriente[350].
Dopo quest'epoca Rialto rimase la capitale del nuovo stato, cui furono riunite col mezzo di ponti le sessanta isolette che lo circondavano, e sulle quali innalzasi oggi la città di Venezia. Il palazzo ducale fu eretto sulla piazza ove trovasi ancor al presente; ed il nome di Venezia, fin allora comune a tutta la repubblica, si ristrinse alla sola capitale. Vent'anni dopo si trasportò d'Alessandria in questa città il corpo di s. Marco. Raccontasi che i mercadanti, che tolsero questa reliquia alla chiesa d'Egitto, le sostituirono accortamente quelle di s. Claudio meno venerate. Dopo tale epoca s. Marco fu il patrono della repubblica: egli o il suo leone diventarono l'impronta delle sue monete e lo stendardo delle sue armate; ed il nome di s. Marco s'andò in modo identificando con quello dello stato, che più di quello della repubblica, più della ricordanza delle sue vittorie, scuote le orecchie veneziane, e fa cader le lagrime dagli occhi de' patrioti[351].
(837 = 864) Verso la metà del nono secolo una lite manifestatasi fra alcune famiglie patrizie divise tutta la repubblica. Il popolo prese parte con furore ad una animosità probabilmente cagionata da sola rivalità di gloria; la cura dell'esterna difesa dello stato fu sacrificata all'insensato zelo delle parti, ed il mare Adriatico rimase esposto alle piraterie de' Saraceni e dei Narentini. I primi abitavano la Sicilia e l'Affrica, gli altri erano pirati della Dalmazia, che riunitisi nella città di Narenta, in fondo al golfo dello stesso nome, posto quasi in faccia d'Ancona, l'avevano fatta centro delle loro piraterie[352]. Un secolo più tardi altri pirati stabilironsi in alcune città dell'Istria, ed una ardita intrapresa richiamò su di loro l'attenzione e lo sdegno della repubblica.
Per antica consuetudine i matrimonj de' nobili e de' principali cittadini celebravansi in Venezia lo stesso giorno nella medesima Chiesa. La vigilia della candellara in cui la repubblica dava la dote a dodici fanciulle, era il giorno consacrato a questa pubblica festa. Di buon mattino le gondole elegantemente ornate recavansi da tutti i quartieri della città all'isola d'Olivolo, o di Castello, posta ad una delle sue estremità, ove il capo del clero, allora vescovo, adesso patriarca, teneva la sua residenza. Gli sposi sbarcavano colle loro spose in mezzo al suono degli strumenti sulla piazza di Castello, e tutti i parenti e gli amici in abito di gala facevano loro corteggio. Vi si portavano in pompa i regali fatti alla sposa, ed il popolo affollato lungo la riva degli Schiavoni, ed in tutte le strade che guidano a Castello, seguiva senz'armi e senza alcun sospetto questa fastosa processione.
I pirati istriani, istrutti da lungo tempo di questa costumanza nazionale, ardirono di sorprendere gli sposi nella stessa città. Il quartiere al di là dell'arsenale affatto vicino d'Olivolo non era a tal epoca abitato, nè l'arsenale era ancora stato fabbricato. Gl'Istrioti si posero di notte in aguato presso quest'isola deserta, nascondendovisi colle loro barche. La mattina quando gli sposi furono nella Chiesa, e che seguiti da uomini, donne, fanciulli, assistevano ai divini uffici, attraversano il canale d'Olivolo, sbarcano armati sulla riva, entrano in Chiesa i corsari da tutte le porte nel medesimo tempo colle sciabole sguainate, e prendendo le desolate spose ai piedi dell'altare, le costringono a montar sulle barche a tal uopo disposte, e con loro rapiscono le gioje portate dai domestici; ed a forza di remi s'affrettano di riguadagnare i porti dell'Istria.
Il doge Pietro Candiano III, presente alla cerimonia, dividendo la rabbia e l'indignazione degli sposi, esce impetuosamente coi medesimi di Chiesa, e scorrendo i vicini quartieri, chiama ad alta voce il popolo alle armi ed alla vendetta. Gli abitanti di santa Maria Formosa riuniscono alcune navi, nelle quali, entrato il doge e gli sposi irritati, approfittano d'un vento favorevole, ed hanno la fortuna di sorprendere gl'Istrioti nelle lagune di Caorle. Un solo de' rapitori non si sottrasse alle vendette degli amanti e degli sposi furibondi: e lo stesso giorno le belle Veneziane furono condotte in trionfo alla Chiesa d'Olivolo. Una processione di giovanette, e la visita che il doge faceva ogni anno la vigilia della candellara alla parrocchiale di santa Maria Formosa, solennizzarono fino ai tempi della guerra di Chiozza la memoria di questo avvenimento[353].
Ma il doge non si limitò a questo primo castigo; che si dispose a purgar il mare Adriatico dai corsari che l'infestavano, e venendo a morte, trasmise col trono ducale ai suoi successori questa importante impresa. Egli aveva già rese tributarie della repubblica le città di Capo d'Istria e di Narenta, ma la condotta ora sregolata e talvolta ambiziosa di suo figlio Pietro Candiano IV, le insultanti usurpazioni di questo principe, e la sua morte, funesto esempio della vendetta popolare[354], sospendettero per lo spazio di più anni le spedizioni de' Veneziani. Agitata da continue guerre civili, non riebbe Venezia l'interna tranquillità che in sul finire del decimo secolo, ed allora, uscendo dalle lagune con poderose forze, gettò nelle province d'oltre mare i fondamenti di quell'impero che conservò fino ai nostri giorni.
Allorchè Teodosio divise le province romane, assegnò la costa orientale dell'Adriatico all'impero di Costantinopoli; ma questa divisione fu ben tosto dalla potenza dei barbari distrutta. Alcuni conquistatori di razza schiavona, occupando l'Illirico colle loro genti, vi fondarono due regni indipendenti e nemici di Bizanzo, quello della Croazia al Nord, e l'altro della Dalmazia al Mezzogiorno. I Greci che non avevano potuto conservare sotto il loro dominio che alcune città marittime, e non avevano abbastanza truppe per formarne la guarnigione, ricorsero per difenderle allo stesso metodo, di cui abbiamo veduto che si valsero ancora nel regno di Napoli, cioè di accordare agli abitanti il diritto di armarsi, e quello di eleggersi le proprie magistrature. Dopo avere in tal modo loro data una patria, ed ispirato il desiderio di difenderla, si credettero a ragione scaricati dal debito di proteggerle[355]. Le città marittime dell'Istria dipendenti dall'impero d'Occidente non eran meno libere delle prime; e per tal modo la costa illirica dall'una all'altra estremità era sparsa di nascenti repubbliche, e quasi sempre in guerra coi barbari.
Tra questi i più pericolosi nemici delle città marittime erano i Narentini, popolo di razza schiavona, che dopo essersi impadronito d'un porto di mare, infestava colle sue piraterie tutto l'Adriatico. Fortissima era la città di Narenta e sicuro il suo porto; e trovandosi tra la Dalmazia e la Croazia, reclutava facilmente ne' due regni i suoi soldati. I suoi migliori guerrieri erano destinati ad equipaggiare le flotte che corseggiavano l'Adriatico: lucrosa professione, che in un secolo barbaro non era disonorante. Tutte le piccole repubbliche danneggiate da costoro erano separatamente troppo deboli per reprimerli; onde convennero di collegarsi per mettere a dovere i Narentini, e perchè fidavansi principalmente alla potenza della repubblica veneziana, ebbero l'imprudenza di farla capo della lega, comperando i suoi soccorsi e la sua protezione coll'accordarle quelle prerogative che dovevano ben tosto porle a sua discrezione. S'incominciarono le trattative col doge Pietro Orseolo II, e si convenne che i magistrati delle città presterebbero fede ed omaggio alla repubblica, e le loro truppe marcerebbero sotto i suoi stendardi contro il comune nemico[356].
(997) L'anno 997 mosse da Venezia la più gran flotta che avesse fin allora armato la repubblica. Passò prima a Pola, una delle più potenti città dell'Istria, e vi ricevette gli omaggi di Parenzo, di Trieste, di Giustinopoli o Capo d'Istria, di Pirano, Isola, Emone, Rovigno, Umago, e per dirlo in una parola, di tutte le città dell'Istria. Colà riunì pure alla sua flotta i rinforzi delle città alleate; indi passò a Zara, la più antica alleata de' Veneziani in Dalmazia, e vi ricevette ugualmente gli omaggi delle città di quella contrada, Salone, Sebenigo, Spalatro, Fran, None, Belgrado, Almissa e Ragusi; e le isole di Coronata, Pago, Ossero, Lissa, Brazza, Arbo e Cherzo seguirono l'esempio delle prime, e tranne le due isole di Corzola e di Lezinia, che, più tosto che rinunciare alla loro indipendenza, s'allearono coi Narentini, tutte le città illiriche riconobbero volontariamente la supremazia de' Veneziani.
Il doge portò da prima le sue forze contro queste due isole, le quali sotto certi riguardi chiudevano il golfo di Narenta, ed avendole sottomesse dopo la più viva resistenza, pose a ferro ed a sangue tutto il paese de' Narentini, e non accordò loro una vergognosa pace che dopo averli ridotti a tanta debolezza, che non poterono mai più rifarsi[357].
La presa di Narenta fu per Venezia cosa meno vantaggiosa assai dell'alleanza cui aveva dato motivo. Le associazioni dei deboli coi forti sono sempre pericolose; e le città vinte e le vincitrici furono dai Veneziani ridotte ben tosto alla medesima condizione. Pretori o podestà tolti dal corpo della nobiltà furono mandati a governarle, ed il doge prese il titolo di duca di Venezia e di Dalmazia.
Mentre Venezia stendeva il suo dominio sulla costa orientale del golfo Adriatico, e poneva i fondamenti di quell'alta potenza cui non tardò a conseguire, due città del mar Tirreno, Pisa e Genova, cominciavano a scuotere il giogo che avevano lungo tempo sofferto, e sviluppavano i primi germogli di quella potenza che doveva in appresso contrappesare quella di Venezia, e con una lunga e sanguinosa rivalità rendere gl'Italiani degni dell'impero del mare.
(980) Quando Ottone II meditava la conquista della Magna Grecia aveva fatto chiedere a Pisa un soccorso di navi per portare la guerra nelle due Sicilie; e questo fatto è il primo che ne mostri la grandezza d'una città che nel dodicesimo secolo ottenne prima di molte altre l'indipendenza ed un governo consolare[358]. La foce dell'Arno, meno che non lo è a' dì nostri ingombrata di arena, formava per i leggeri vascelli usati allora un porto ugualmente difeso dalle burrasche e dagl'insulti de' corsari. La navigazione ed il commercio erano già da qualche tempo l'oggetto che più occupava gl'industriosi Pisani. In tempo che tutte le isole del mediterraneo erano occupate dai Saraceni quasi sempre nemici, quando ancora i Veneziani e gli Amalfitani, gelosi dell'impero del mare, cercavano di escluderne gli altri popoli, le intraprese marittime richiedevano forse più coraggio, che industria. Queste risvegliarono il valore della gioventù pisana, e loro ispirarono l'amore dell'indipendenza. Nell'età di Solone erasi già osservato che gli uomini di mare sono degli altri più fieri e più entusiasti per la libertà. Quest'osservazione verificossi nelle città anseatiche ed in Atene, e spiega pure l'antica prosperità di Pisa, e la rimota origine della sua indipendenza. Le ricchezze acquistate col commercio si versarono ben tosto sulle vicine campagne: il Delta dell'Arno, quella fertile pianura oggi mezzo incolta, fu asciugata e trasformata in giardini; il porto pisano e quello di Livorno si aprirono alle galere, ed i molti gentiluomini che abitavano le colline dalla valle di Nievole fino all'Ombrone, chiesero ed ottennero la cittadinanza pisana, e la protezione della repubblica.
Le sette più antiche famiglie di Pisa che formarono alcun tempo un ordine separato di quella nobiltà, fanno risalire la loro venuta in Toscana fino ai tempi della discesa in Italia d'Ottone il rosso. A sette baroni dell'impero si attribuì l'origine di queste sette famiglie; cioè Visconti, Godimari, Orlandi, Verchionesi, Gualandi, Sismondi e Lanfranchi[359]. I tre ultimi erano figliuoli dello stesso padre, da taluno chiamato Lanfranco Duodi, e gentiluomo di Bologna; per cui lo storico di Pisa Marangoni contandoli per una sola famiglia ne aggiunge altre due Ripafratta e Gaetani[360]. Pare che costoro spediti fossero a Pisa del 982, perchè questa città mandasse le sue galere per ajutarlo nell'impresa di Calabria, che l'imperatore voleva fare. Mentre stavano occupati in questa missione, Ottone morì. Sedotti dalla bellezza del cielo e dalla fertilità dell'Etruria, determinarono di rimanervi, ed ottennero dai Pisani il diritto di cittadinanza, e da quel vescovo l'infeudazione di alcuni castelli o poderi. I cognomi delle famiglie non usavansi ancora nel decimo ed undecimo secolo, ma la pratica costante di dare al nipote il nome dell'avo suppliva a tale mancanza, e serviva a distinguere i casati; e questo nome d'affezione che si riproduceva ogni seconda generazione, diventò nel susseguente secolo il cognome della famiglia. In tal maniera i sette baroni d'Ottone II trasmisero il loro nome a sette famiglie pisane, che furono lungo tempo le principali della fazione nobile e ghibellina. Più volte perseguitate e cacciate in esiglio, non per questo rimasero meno affezionate alla patria ed alla sua libertà fino all'epoca fatale della caduta di Pisa[361].
Nello stesso tempo che questa città metteva a profitto il fertile territorio dell'Arno, e le ricche pianure che la circondavano, Genova situata sopra sterili montagne, fra scogli privi di verzura, e presso un mare da cui par che fuggano i pesci, e non avendo altro vantaggio che quello di un porto vasto e sicuro, Genova si occupava con ugual ardore del commercio e della navigazione: le arti medesime le procuravano le medesime ricchezze, e le sterili sue montagne la separavano dalla sede dell'impero e da' suoi oppressori. Questa era rimasta sotto il dominio de' Greci lungo tempo dopo la prima invasione lombarda; ed anche allorquando venne in potere de' Lombardi, ne rimase in modo separata, che trovandosi mal guardata dai suoi nuovi padroni, l'anno 936 fu saccheggiata dai Saraceni. Ma in sul finire dello stesso secolo la propria popolazione inclinata alla milizia la guarentiva da somiglianti sciagure[362].
Pisa non pertanto continuò ad essere alcun tempo più florida e popolosa. Le sue imprese non chiudevansi entro i ristretti confini della Toscana; ma i Saraceni, la Spagna, l'Affrica, la Grecia appresero dai Pisani a rispettare il valore italiano, e l'energia d'una nascente nazione.
I Pisani mantenevano relazioni commerciali coi Greci della Calabria, ed avevan banco ne' principali loro porti. In quella provincia i sudditi dell'impero orientale, snervati da lunga servitù, non sapevano difendere le terre loro e le persone dalle aggressioni de' Musulmani. Una colonia di Mori, stabilitasi in quella provincia, insultava le città e devastava le campagne senza trovar resistenza. I mercadanti e viaggiatori pisani mal soffrivano gli oltraggi fatti agli amici ed al nome cristiano, e desideravano di porvi riparo: perchè di ritorno in patria eccitarono i proprj concittadini a prendere le armi contro gl'infedeli. Il loro entusiasmo si propagò in tutte le classi del popolo; e tutta la gioventù montò sulle navi, che spiegarono le vele per la Calabria ove dovevansi assalire i Saraceni.
Intanto un re moro, chiamato Muset, erasi impadronito della Sardegna, posta quasi in faccia di Pisa, e vi aveva stabilita una colonia di corsari (1005). Ebbe questi avviso che la più valorosa gente di Pisa erasi impegnata in quell'impresa cavalleresca, lasciando la città quasi senza difesa. Le sue galere entrarono una notte nella foce dell'Arno, e rimontarono il fiume quasi fino all'anteriore sobborgo della città. Gli abitanti risvegliati da orribili grida, conobbero ad un tempo l'incendio delle loro case, e lo sbarco de' nemici. Tutti fuggivano in tanta trepidazione alla campagna, e sola una donna della famiglia Sismondi, chiamata Cinzica, invece di seguire i fuggitivi, corse al palazzo de' consoli a traverso de' Musulmani medesimi che occupavano la strada lung'Arno, ed il ponte che univano il sobborgo alla città. Annunciò ai magistrati il pericolo della patria, e fece suonare la campana d'allarme del palazzo, alla quale risposero le altre della città; onde risvegliatisi i cittadini accorsero alla vendetta; ma i Saraceni, temendo l'urto delle milizie repubblicane, rimontarono a precipizio sulle loro navi, ed uscirono dalla foce dall'Arno. Cinzica ebbe una statua nel distrutto sobborgo, che, rifabbricato di nuovo, assunse il di lei nome[363].
Intanto la flotta spedita in Calabria aveva avuti prosperi successi contro i Saraceni ch'erano stati obbligati di concentrarsi in Reggio per difendere questa città da loro posseduta, nelle di cui vicinanze furono pur battuti dai valorosi Pisani avanti che la flotta abbandonasse il mare siciliano[364].
Appena rientrati nel porto di Pisa seppero i vittoriosi guerrieri che i corsari sardi avevano insultata la loro patria, e giurarono di vendicarla; ma la guerra che ardeva tra Lucca e Pisa, ed altre cagioni a noi sconosciute, protrassero la spedizione che meditavano, finchè un nuovo attentato dei Mori di Spagna, sbarcati l'anno 1012 sulle loro coste, li costrinse a punire tanta insolenza[365]. Papa Benedetto VIII aveva spedito un legato per eccitarli alla guerra, e fu probabilmente il pontefice che propose un'alleanza tra Pisa e Genova, riunendo le armi delle repubbliche rivali contro il comune nemico. Muset vide atterrito avanzarsi su la Sardegna la più potente flotta che da molti secoli avesse corso il mar Tirreno. Invano tentò d'impedire lo sbarco delle truppe, le quali rinforzate dai Cristiani dell'isola, lo attaccarono su tutti i punti, e lo sconfissero in modo che dovette a precipizio abbandonare la sua conquista, valendosi per la fuga delle navi che aveva allestite per corseggiare il Mediterraneo.
Ma l'antica rivalità non tardò a gittar la discordia tra i vincitori quando si venne alla divisione della preda. I Genovesi che in principio della guerra non osavano di sperare così prosperi avvenimenti, avevano domandato le spoglie per loro, lasciando ai Pisani le terre spogliate che conquisterebbero. A fronte però di tutto il rigore adoperato nell'impadronirsi di quanto presero ai Saraceni, videro con estremo rammarico che la parte loro era troppo lontana dal valore del regno che rimaneva in potere dei rivali alleati[366]. Cercavano quindi di deviare dalle stabilite condizioni, e procedettero con tale insistenza, che i Pisani ricorsero alle armi per far eseguire il trattato, scacciando dalla Sardegna coloro che gli avevano ajutati ad impadronirsene. Pare che questa contesa non iscoppiasse che l'anno 1021, allorchè Muset aveva già perdute le ultime sue fortezze e le nuove truppe che aveva egli stesso condotte di Spagna[367].
Per altro il re moro lusingavasi ancora di riavere la Sardegna; ed ogni primavera veniva con una nuova flotta ad insultare le guarnigioni della repubblica, o a tentar di sorprenderle. I Pisani, dopo avere lungo tempo combattute queste squadre sulle coste dell'isola, risolvettero di terminare una guerra incominciata diciott'anni avanti, attaccando i Saraceni nel proprio paese. Corsero vincitori le spiagge dell'Affrica insultando Cartagine, ed occupando Bona, l'antica Ippona di s. Agostino. Muset fu costretto a chieder la pace, e, ciò che più gli dolse, a mantenerla molti anni. Pure negli estremi periodi di sua vita volle di nuovo tentar la sorte, quando gli altri uomini non cercano che il riposo. Andò a chieder soccorso ai Mori di Spagna; e di là dirizzando le vele verso la Sardegna, sorprese le guarnigioni pisane cui non diede quartiere, e s'impadronì, tranne Cagliari, di tutta l'isola[368].
A fronte di tanta costanza che la repubblica pisana manifestò nella guerra contro i Mori, diede in fine segni di scoraggiamento. Il popolo snervato da lunghe e dispendiose imprese, spaventato dal massacro della fresca gioventù che formava le guarnigioni sarde, era estremamente abbattuta; ma la nobiltà che credevasi in ispecial modo interessata a difendere l'onore di Pisa, rianimò l'ardore de' suoi soldati. Per possedere ancora la Sardegna bisognava riconquistarla, e la repubblica si dispose a farlo. Tutti i gentiluomini suoi vassalli contribuirono uomini e navi; e le cronache ricordano particolarmente i Gherardeschi, i Sismondi, i Sardi, i Cajetani. Le promisero soccorsi la repubblica di Genova, il marchese Malaspina di Lunigiana, il conte Bernardo Centilio di Mutica in Ispagna; offrendosi i due ultimi di andare in persona a questa guerra sacra. Gualduccio plebeo pisano, assai noto per i suoi militari talenti, che comandava la flotta alleata, seppe eseguire lo sbarco delle sue truppe presso Cagliari in presenza del nemico che l'assediava. Ben tosto si venne alle mani su la spiaggia medesima; e Muset, quantunque giunto oltre gli ottant'anni, fece prodigi di valore; ma i suoi Mori, esposti ad un tempo agli attacchi de' Pisani, alle frecce lanciate dalle navi, ed alle sortite degli abitanti di Cagliari conservatisi fedelissimi alla repubblica, si abbandonarono a disordinata fuga. Muset, doppiamente ferito, cadde da cavallo, e fatto prigioniere, fu condotto a Pisa ove morì tra i ferri, e tutta l'isola tornò in potere de' Cristiani. Gualduccio di consentimento della repubblica ne divise i distretti tra i confederati. I Gherardeschi ricevettero in feudo il circondario di Cagliari, i Sismondi Oleastro, i Sardi Arborea, i Cajetani Oriseto, i Genovesi Algaria, il conte di Mutica Sassari, ed i Malespina le montagne. Il rimanente dell'isola, compreso Cagliari, rimase sotto l'immediata giurisdizione di Pisa[369].
Nell'undecimo secolo la repubblica di Venezia non prese parte alla gloria di cui si coprì quella di Pisa colle sue imprese contro gl'infedeli, perchè tormentata da civili dissenzioni smorzava contro di sè medesima la sua energia. Due fazioni si combattevano con furore nel suo seno i Morosini ed i Caloprini, sia che questi nomi appartenessero prima a due illustri famiglie della repubblica, o pure che queste famiglie adottassero in appresso il soprannome irrisorio che davansi gli opposti partiti[370]. Una privata querela aveva loro poste le armi in mano; ma perchè tra le persone violenti e valorose, credevasi cosa vile l'abbandonare ai tribunali la difesa del proprio onore, i risentimenti di due individui divisero le due famiglie, e ben tosto furono cagione d'una guerra civile. La prima offesa erasi confusa colla moltitudine delle susseguenti, e si nasceva, e si avea nemici soltanto per il nome che si portava. Queste contese ebbero fine avanti che terminasse il secolo undecimo[371], ed in principio del dodicesimo le città marittime di Pisa, Genova e Venezia, di già abbastanza potenti per essere meno invidiose, separarono i loro interessi da quelli dell'Italia, e passarono a procacciarsi gloria, ricchezze, possanza ne' paesi degl'infedeli. Accadde fatalmente che in così lontani paesi si trovarono in concorrenza, e la rivalità di gloria facendo loro dimenticare la comunione degl'interessi, macchiarono più volte di sangue italiano i mari e le spiagge dell'Asia.
In questa oscura epoca in cui la storia delle repubbliche non è composta che di pochi avvenimenti isolati, affidati per accidente a scritture estranee all'argomento; o assai posteriori; quella di Genova ha un grandissimo vantaggio sulle altre, essendosi conservata la sua cronaca composta da Caffaro, uno de' principali suoi magistrati. Questa cronaca presentavasi ogni anno ai consoli in pieno consiglio, e quando il senato l'aveva approvata si riponeva ne' pubblici archivj. Incomincia col 1101, epoca in cui Caffaro serviva sulla flotta, e viene continuata fino al 1164 in cui lo scrittore morì in età di ottantasei anni. Dopo la sua morte si continuò da varj pubblici storici fino al 1294. Quantunque tali racconti pecchino apertamente di parzialità, siccome destinati a lusingare i magistrati ed il popolo, per onore dei quali scrivevansi, si può agevolmente separare ciò che gli autori accordarono all'amor proprio de' Genovesi; ed in allora, malgrado la sua parzialità, non lascia questa storia d'essere il più curioso ed istruttivo documento di quei secoli.
La cosa più meritevole d'attenzione è ciò che risguarda il governo di Genova in que' tempi e le sue rivoluzioni. I supremi magistrati avevano in Genova, siccome nelle altre repubbliche, il titolo di consoli; ma variarono nel numero e nella durata. Ne' primi anni del dodicesimo secolo furono alternativamente ora sei, ora quattro, rimanendo sempre tre o quattro in ufficio. Del 1122 la durata del consolato si ristrinse ad un anno, e nel 1130 furono divise le incumbenze di questi magistrati per farne due ufficj distinti. Allora si chiamarono consoli del comune i quattro o sei capi della repubblica, che, nominati ogni anno dal popolo, erano incaricati del potere esecutivo, e specialmente del mantenimento della polizia, dell'esecuzione degli ordini criminali, della corrispondenza colle potenze straniere, del comando delle forze di terra o di mare, ed ancora delle lontane spedizioni. Questi consoli, sortendo di carica, rendevano conto al popolo in una generale assemblea dell'impiego del danaro dello stato[372].
Altri magistrati talvolta di ugual numero, talvolta in numero assai maggiore, si crearono lo stesso anno col titolo di consoli alle liti per essere i supremi giudici della repubblica. La divisione del popolo in sette compagnie, e della città in sette quartieri, serviva in pari tempo a classificare gli elettori, ed a limitare la giurisdizione dei giudici, perciocchè ogni giudice eleggevasi dalla compagnia ch'egli doveva giudicare. In appresso furono formati due tribunali, uno per la città, l'altro per il sobborgo; e l'anno 1179 venne stabilito che il difensore potrebbe richiamare l'instante a quello dei due tribunali ch'egli sceglieva[373]. Tanto i primi che i secondi consoli rimanevano in carica un anno.
In certe occasioni, e dietro domanda del popolo, la repubblica nominava i correttori delle leggi. Questi commissarj in numero non maggiore di dodici o quindici erano depositarj del potere legislativo[374]. Gl'Italiani lungi dal formare di questo potere una proprietà del popolo, lo risguardavano quale attributo della giurisprudenza, e ne abbandonarono l'esercizio ai giurisperiti, i quali eransi ciecamente sottomessi alle decisioni fondate nelle massime della scuola e nell'autorità di Giustiniano. In generale lo studio del diritto era separato dalle incumbenze amministrative, di modo che i legisti non avevano un interesse di corporazione per abusare della confidenza del popolo, o per renderlo schiavo; ma la legislazione romana ed imperiale aveva loro comunicato un cotal carattere servile, per cui in tutto il corso delle dispute tra le repubbliche e l'impero, favoreggiarono il dispotismo contro la libertà.
Eravi in Genova un consiglio o senato che doveva assistere i consoli; ma i poteri di tal corpo dovevano essere assai ristretti, poichè due o tre sole volte viene rammentato nella storia[375]. Il popolo riunito in parlamento sulla pubblica piazza prendeva parte all'amministrazione dello stato, ricevendo i conti de' magistrati, e deliberando intorno ai comuni interessi nelle più importanti occasioni[376].
Questa costituzione era semplice, ma sufficiente per tutelare la libertà del popolo, per interessarlo vivamente ne' pubblici affari, e per affezionarlo alla patria in ragione della parte che gli dava nel governo. L'elezione de' magistrati, il conto che rendevano dell'amministrazione, le deliberazioni della piazza pubblica, facevano ogni giorno sentire ai cittadini che gli affari dello stato erano i loro affari, che il privato loro interesse era quello della comunità. La salvaguardia dell'ordine pubblico contro l'anarchia e la turbolenza democratica, affidavasi ai costumi ed all'abitudine di rispettare il rango de' magistrati, piuttosto che alle leggi. I consoli erano tutti o quasi tutti gentiluomini. E perchè quest'ordine erasi mostrato il protettore del popolo contro gl'imperatori ed i grandi, il popolo riconoscente gli aveva affidati tutti i suoi diritti; onde le liste del consolato presentano i nomi illustri degli Spinola, dei Doria, dei Ruffo, dei Fornaro, dei Negri, dei Serra, dei Picamiglio, ec. Felice la repubblica in cui il popolo ha un illimitato diritto d'elezione, e dove ciò null'ostante i nobili sono degni de' suoi suffragi!
La storia di Genova non deve separarsi da quella di Pisa: queste due repubbliche, di costumi, di potenza, di governo quasi uguali, cominciarono assai presto a mostrarsi rivali, seguitando a combattersi finchè Pisa succumbette dopo una lotta di molti secoli. Ma agli occhi della posterità, Pisa rimasta nelle tenebre della storia, non sostiene il confronto di Genova con quella gloria con cui seppero sostenerla i suoi guerrieri colle armi. Del periodo di cui parliamo, i soli documenti che siano rimasti di questa città, sono una declamazione sui trionfi, un poema mezzo barbaro intorno alla guerra di Majorica, e due sterili e spezzate cronache[377]: di modo che conviene prendere dai documenti de' suoi nemici il racconto delle vittorie e delle disfatte. Gli storici veneziani sono ancora più poveri, non avendone di più antichi del doge Andrea Dandolo, che fioriva verso la metà del quattordicesimo secolo, e che non può essere creduto a chiusi occhi rispetto ai fatti anteriori assai all'epoca in cui visse[378].
Le tre repubbliche presero ugualmente parte alle imprese de' Cristiani in Terra Santa. Mentre per gli altri popoli la guerra sacra non è che un episodio della storia, è forse il più importante avvenimento di que' tempi per le repubbliche marittime. La posizione di Venezia era la più opportuna per quel passaggio, e vi si prestò con molto zelo. I Turchi avevano nell'Asia invase le province e le città ove la repubblica faceva il più lucroso commercio, e minacciavano di spingere ancor più lontano le loro conquiste, soggiogando i Greci ed i Saraceni; ed in allora non sarebbe rimasto ai Veneziani alcun mercato libero in tutto il Levante. Nè ciò solo dovevano temere; ma di veder in breve attaccati i loro dominj divenuti frontiera degli stati ottomani. Trasportarono perciò con estrema prontezza, non iscompagnata per altro da conveniente profitto, i crociati sulle coste dell'Asia, ove incaricandosi dell'approvvisionamento delle armate, ed esercitando simultaneamente la milizia ed il commercio, riportarono a Venezia i più ricchi carichi con quelle flotte medesime con cui avevano fatto tremare gl'infedeli. Assicurano gli storici della repubblica, che la flotta che accompagnò la prima crociata era composta di duecento vascelli, e comandata dal figlio del nuovo doge Vital Michieli, il quale, prima di giungere al suo destino, diede sulle coste di Rodi una sanguinosa battaglia alla flotta pisana. Questi due popoli acciecati dalla gelosia dimenticarono d'essere Cristiani, Italiani e crociati, per non ascoltare che le private loro animosità. I Veneziani occuparono in seguito Smirne, che abbandonarono al saccheggio, e facilitarono all'armata terrestre l'acquisto di Jaffa o Joppe[379].
In agosto del susseguente anno i Genovesi mandarono in Oriente ventotto galere e sei vascelli con truppe da sbarco sotto il comando d'un console della repubblica. Lo storico Caffaro era del numero de' guerrieri imbarcati. Nel tempo stesso anche i Pisani fecero partire una, flotta di cento vascelli capitanati dal loro arcivescovo Daimberto, che fu poi patriarca di Gerusalemme. Queste due flotte svernarono a Laodicea, e mantennero le province marittime ubbidienti ai Latini nell'istante in cui la morte del buon re Goffredo di Bouillon metteva in pericolo il nuovo suo regno.
(1101) La vegnente primavera i Genovesi coi Pisani ed altri crociati intrapresero l'assedio di Cesarea. I repubblicani, portando al campo i liberi usi della loro patria, prima di dar l'assalto alle mura di Cesarea, unirono i cittadini in parlamento per consultare di ciò che far dovevano quando dopo pochi istanti tornerebbero al rango di soldati. Daimberto fu il primo a parlare e come profeta e come soldato; esortò i suoi cittadini a ricevere la mattina susseguente la santa comunione, e poichè fossero muniti di questo pegno della celeste protezione, ad avanzarsi fin presso alle mura, attaccandole colle sole scale delle galere, senza perder tempo a preparare altre macchine d'assedio, promettendo loro in nome del cielo, che Dio li farebbe quello stesso giorno padroni della città. Il console genovese Malio prese in seguito la parola, ed appoggiò colla sua eloquenza guerriera le profetiche esortazioni del prelato pisano. Le più calde acclamazioni manifestarono l'entusiasmo del popolo, che il susseguente giorno andò coraggiosamente all'assalto appoggiando alle mura le scale navali. Il console genovese colla spada in mano fu il primo che salisse sulla sommità delle mura, ove si sostenne alcun tempo solo contro gli sforzi de' nemici, finchè raggiunto da' suoi soldati potè rovesciare i Musulmani, e prendere la città che fu abbandonata al saccheggio. La preda, secondo l'antica usanza delle armate romane, fu divisa dai consoli; un quindicesimo fu posto in serbo per i marinai rimasti alla custodia delle galere, una porzione fu levata per i magistrati e per gli uffiziali, ed ogni semplice soldato ricevette quarantotto soldi d'argento, circa cento settanta franchi, e due libbre di pepe. Dopo così segnalata vittoria spiegarono le vele per ritornare ne' porti della loro patria[380].
Se le città italiane resero importantissimi servigi ai crociati, seppero altresì chiedere in compenso utili privilegi ne' paesi di nuova conquista. Con un diploma accordato ai Veneziani l'anno 1130, Baldovino II, re di Gerusalemme, promette loro in tutte le città del regno latino un quartiere indipendente, nel quale vi sarebbe una chiesa, una piazza, un bagno, un forno ed un molino. I gabellieri non potevano entrarvi, nè porre ostacoli alla libertà del loro commercio[381]. I Veneziani nel proprio quartiere erano sottomessi soltanto alle leggi patrie, ed ai magistrati eletti da loro medesimi, in guisa che in mezzo al regno di Gerusalemme formavano delle piccole colonie repubblicane alleate per sua difesa, ma indipendenti dalle sue leggi.
Perchè i soccorsi de' Pisani furono più utili, e fors'anco più disinteressati che quelli de' Veneziani, eran loro stati accordati assai prima gli stessi privilegi da tutti i principi latini. Il generoso Tancredi, l'eroe del Tasso, che nel 1108 succedette a Raimondo nel principato d'Antiochia, accordò ai Pisani un quartiere in Antiochia ed in Laodicea, inoltre il libero uso de' suoi porti, come lo avevano i suoi sudditi. Questi privilegi vennero poi confermati ed ampliati da Amauri l'anno 1169, e da Baldovino IV l'anno 1182, amendue re di Gerusalemme, da Boemondo III, principe d'Antiochia, l'anno 1170, da Raimondo, conte di Tripoli l'anno 1187[382].
Intanto le moltiplicate relazioni dei Veneziani coi crociati del regno di Gerusalemme diedero luogo ben tosto a disgusti tra essi ed i Greci. I crociati avevano portato in Oriente quel disprezzo che i popoli barbari hanno quasi sempre per i più inciviliti: non rispettavano le pubbliche costumanze, violavano le leggi, offendevano la religione dei Greci colle superstizioni e col fanatismo, e quando la pubblica autorità voleva reprimere i loro eccessi, se ne appellavano alla propria spada, e versavano il sangue di que' Cristiani che dicevano di soccorrere. I Comneni che avevano invocato prima di tutti l'appoggio degli Occidentali, e che si vollero tenere risponsabili di tutte l'esazioni degli ufficiali subalterni, delle frodi de' mercadanti loro sudditi, e per fino della inclemenza delle stagioni, furono ben tosto costretti di porsi in guardia contro i Latini, e talvolta di prendere l'armi contro di loro. I Veneziani che fino a tal epoca colla rispettosa loro condotta avevano dato luogo di dubitare, se fossero sudditi o alleati dell'impero di Bizanzio, resi orgogliosi dai prosperi avvenimenti, e volendo imitare i crociati loro nuovi alleati, rinunciarono bruscamente all'antico sistema di rispettosa deferenza. Giovanni Comneno, detto Calojano, uno de' più valorosi guerrieri, e de' più virtuosi imperatori che occupassero il trono di Bizanzio (1124), ordinò che fossero poste in sequestro tutte le navi veneziane che trovavansi ne' suoi porti, finchè la repubblica soddisfacesse alle lagnanze provocate dalla condotta de' suoi cittadini. Il doge Domenico Michieli che comandava allora una flotta che aveva di fresco conquistato Tiro con molta gloria, la condusse innanzi a Rodi, e dopo aver presa questa città d'assalto, l'abbandonò al saccheggio. Passò inseguito a Scio (1125), di cui si rese padrone, e vi svernò la flotta. Nella susseguente primavera saccheggiò le isole di Samo, di Mitilene, di Andres. Facili erano tali successi e poco gloriosi, perchè i Greci, dopo l'indebolimento de' Saraceni, non avendo che temere dalla banda del mare, avevano trascurate le fortificazioni delle loro isole, e, ritirate le guarnigioni e gli uomini atti alle armi per opporli al Turco sul Continente. Vero è che la repubblica di Venezia raccolse molti allori sul territorio dell'impero greco, ma ella deve, assai più che gli altri popoli crociati, rimproverarsi d'averne occasionata la caduta. La nazione greca era bensì corrotta dal lungo dispotismo che l'opprimeva, ed aveva da gran tempo perduta quell'energia, quello spirito vitale che conserva gli stati, e lega gli uomini al destino della loro patria; ma una felice combinazione aveva portata sul trono di Costantinopoli una valorosa famiglia; l'amor delle lettere veniva incoraggiato dai Comneni, come quello della milizia, perchè i principj cavallereschi de' crociati eransi sparsi nella nazione. Sembrava inoltre che i Greci incominciassero ad attingere dallo studio degli antichi l'amore della patria e della libertà; che se può accadere, che una nazione sia rigenerata da' suoi padroni, la nazione greca era assai prossima a questa felice rivoluzione; di modo che, abbandonata affatto a sè medesima, o bastantemente soccorsa, avrebbe in breve trionfato dei Turchi, il di cui guerriero fanatismo non poteva essere di lunga durata. Ma i Latini, pericolosi ugualmente ed amici e nemici, ruinarono i Greci nel loro passaggio; saccheggiarono le città, massacrarono gli abitanti, ne distrussero le mura e le fortificazioni, e s'impadronirono della loro capitale. Per ultimo quando abbandonarono l'Oriente come nemici, lasciarono l'impero talmente spossato, che fu agevol preda de' Musulmani.
Breve fu questa prima guerra de' Veneziani contro i Greci. Il doge Michieli, rientrando nell'Adriatico, prese agli Ungaresi Spalatro e Trau, che questi avevano conquistato nella Dalmazia; ma morì non molto dopo nella sua capitale[383]. La guerra ch'egli aveva fatta ai Greci fu dimenticata, cosicchè quando Manuele Comneno fu vent'anni dopo assalito da Ruggiero, re di Sicilia, domandò ajuto ai Veneziani, i quali fecero una vigorosa diversione sulle terre del suo nemico.
Mentre i Veneziani accrescevano le loro relazioni coi crociati di Gerusalemme, cui erano sempre necessarj i sussidj degli Occidentali, i Pisani risolvettero di liberare il mar Tirreno dalle piraterie dei Musulmani. Nazaredech, re di Majorica, corseggiava continuamente le coste della Francia e dell'Italia, ed era comune opinione (1113) che languissero nelle sue carceri ventimila Cristiani. Pietro, arcivescovo di Pisa, approfittando della circostanza della festa di Pasqua, in cui gli abitanti delle vicine campagne accorrevano a Pisa per ricevervi la benedizione vescovile, presentò loro alla porta del tempio la croce, gli esortò con impetuosa eloquenza in nome del Dio dei Cristiani a liberare i loro fratelli che gemevano nelle prigioni degl'infedeli, ed erano continuamente esposti a rinegare la fede. Alcuni vecchi, che, essendo giovani, avevano militato nell'impresa della Sardegna, ed avevano trionfato sui Saraceni di Bona e d'Almeria, applaudirono alla voce del loro prelato, e ripetendo il racconto mille volte udito delle loro imprese, esortarono la nascente generazione a conservare la gloria di Pisa, ed a fare in modo che nuovi trionfi facessero dimenticare i passati. Il loro entusiasmo si comunica alla gioventù che prende la croce; ed il popolo sceglie dodici capitani, cui viene affidata la cura dell'impresa, dei preparativi di guerra e delle alleanze[384].
Parte della state fu consacrata ad allestire la flotta e le macchine guerresche; nel qual tempo giunsero a Pisa i soccorsi de' Lucchesi e di Roma: e Pasquale, nunzio del papa, venne espressamente a Pisa per benedire la flotta che fece vela in sul cominciar d'agosto, il giorno di s. Sisto, in cui i Pisani festeggiavano una vittoria ottenuta sui Saraceni affricani nel precedente secolo. I crociati passarono prima in Sardegna tanto per avere più accertate notizie, come per ricevere i soccorsi de' feudatarj che i Pisani avevano in quell'isola. Di là, dopo quindici giorni di riposo, si diressero verso le isole Baleari; breve tragitto, ma non iscompagnato da' pericoli e da difficoltà in tempo che non si conosceva la bussola, e si avevano carte assai imperfette.
I crociati, dopo aver sofferta una burrasca, scoprirono una terra, che subito attaccarono, persuasi che fosse l'isola di Majorica. Essi gettaronsi sugli abitanti delle coste, che misero in fuga, o fecero prigionieri. Non tardarono per altro a rilevare da questi ultimi che avevano sbarcato sulle rive di Catalogna, e che devastavano le campagne de' Cristiani. Allora, deposte le armi, si sdrajarono lungo la spiaggia del mare affatto scoraggiati, e perduta ogni speranza di approdare alle isole Baleari[385]. La lunga dimora che dovettero fare in Catalogna, ritenutivi dai venti contrarj, non tornò inutile, perchè si associarono in questa guerra sacra Raimondo, conte di Barcellona, Guglielmo, conte di Mompellieri, Emerì, conte di Narbona, ed altri signori di Francia e di Spagna. Costretti in appresso dalla cattiva stagione a differire la spedizione al susseguente anno, si ritirarono paghi d'avere agguerriti i soldati, ed accresciuti i confederati[386].
(1114) In aprile del 1114 la flotta crociata approdò finalmente ad Ivica, rendendosi dopo un sanguinoso incontro padrona dell'isola. Passò in seguito a Majorica ove intraprese l'assedio della città che dà il nome all'isola, la quale, dopo un anno di ostinata difesa, cadde in potere de' Pisani (1115) nelle feste di Pasqua del 1115 malgrado la coraggiosa resistenza del re saraceno e dei molti alleati chiamati a difenderla. Il re morì combattendo, ed il suo successore fatto prigioniero fu condotto a Pisa trionfalmente colle immense ricchezze della sottomessa isola[387].
Tornavano i Pisani dalle isole Baleari, quando papa Gelasio II, perseguitato da Enrico V, avendo abbandonato Roma per ripararsi in Francia, si fermò alcun tempo in Pisa da cui sperava di essere potentemente soccorso. Questo papa discendeva dall'illustre famiglia pisana de' Gaetani, onde per riconoscere i ricevuti beneficj, o per amor di patria, dichiarò i vescovi corsi suffraganei della Chiesa metropolitana di Pisa. Vero è che fino del 1092 il prelato di Pisa aveva il titolo di arcivescovo, ma pare che non avesse verun vescovo suffraganeo. Il popolo festeggiò la recente dignità conferita al metropolitano; ed i consoli ed i senatori condussero pomposamente il loro pastore nell'isola di Corsica per ricevere il giuramento d'ubbidienza e di fedeltà dai vescovi, e per consacrarne le chiese. I rivali della repubblica, e più di tutti i Genovesi, concepirono per tale avvenimento una gelosia proporzionata all'alta importanza che vollero darvi i Pisani[388].
(1119) La guerra che si dichiarò del 1119 tra le due repubbliche fu provocata da questa gelosia. Se prestiam fede a Caffaro, i Genovesi attaccarono porto pisano con ottanta galere e quattro grandi navi cariche di macchine militari. Portava la flotta ventidue mila uomini da sbarco, cinque mila de' quali armati di corazza e di caschetti di ferro[389]. I Pisani non ricordano questo armamento veramente prodigioso, essendo l'opera di una sola città. Ambedue le nazioni si chiamarono vittoriose nella prima campagna, e nello spazio di quattordici anni che durò la guerra, si bilanciarono i vantaggi in modo da accrescerne l'emulazione, senza soddisfarne le speranze. Furono prese a vicenda molte navi, bruciate o colate a fondo; saccheggiati varj castelli e villaggi posti lungo le coste, altri incendiati e distrutti; periti in tante battaglie i più valorosi cittadini; non pertanto il commercio delle due repubbliche non prosperò mai tanto, nè la marina fu in altri tempi più attiva.
(1133) Finalmente l'anno 1133, Innocenzo II, ch'erasi rifugiato a Pisa, s'intromise per trattar di pace tra le nemiche nazioni, che lo avevano ugualmente soccorso contro l'antipapa Anacleto. E perchè l'innalzamento dell'arcivescovo di Pisa aveva destata la gelosia de' Genovesi, il papa accordò la stessa dignità al loro vescovo, sottraendo la loro Chiesa al metropolita di Milano, ed elevandola al rango di arcivescovile. Volle pure che non fosse priva di vescovi suffaganei, ed eresse due vescovadi nelle due riviere soggette; rimanendo quelli di Sardegna subordinati alla chiesa pisana, e quelli di Corsica alla genovese ed alla pisana[390].
Nel tempo di questa lunga guerra, e forse prima, i feudatarj della repubblica pisana in Sardegna si erano affatto sottratti alla suprema sua signoria, e dichiarati sovrani. Quelli di Cagliari, Sassari, Logodoro ed Arborea usurparonsi perfino poco dopo il titolo di re; altri, come i Visconti di Gallura ed i Sismondi d'Oleastro, rinunciando alla vanità dei titoli, non si erano resi meno indipendenti[391]. In questi tempi all'incirca i Visconti ed i Sismondi si allearono colla repubblica di Genova, e n'ebbero la cittadinanza. Un ramo della famiglia Sismondi, dimenticando i doveri di cittadino, ed i sacri legami che l'univano a Pisa, si stabilì in Genova, e da questo ramo discendono i Sismondi Mascula, console l'anno 1146, e Corso, console ed ambasciatore di Genova presso Federico II l'anno 1164[392]. Un altro ramo della stessa famiglia era però rimasto fedele alla repubblica pisana, la quale con un importante acquisto contribuì a chiudere agli stranieri il territorio della repubblica, ed a liberare i suoi porti da una dannosa rivalità. I Corsi erano governati in nome dell'impero dal marchese Alberto, che si era dichiarato indipendente; e questi possedeva pure un terzo del castello di Livorno, il di cui porto, quantunque non ancora ingrandito e fortificato dall'arte, era non pertanto di grandissima importanza, sia per la sua vicinanza al porto pisano, quanto per essere posto in mezzo al territorio della repubblica tra la capitale e le inferiori valli della Maremma. Del 1146 questo paese fu dato a titolo di feudo a due fratelli Sismondi, come apparisce dall'atto che ancora conservasi nell'archivio di Pisa, e che Muratori pubblicò[393].
Il territorio pisano stendevasi lungo il mare da Lerici fino a Piombino; ma non tutta questa contrada era immediatamente soggetta a Pisa; perchè i villaggi e castelli posti sulle due rive di Lerici, Viareggio, Massa, Piombino e Grosseto, eransi soltanto posti sotto la sua protezione, ed acconsentito che le loro milizie guerreggiassero sotto gli stendardi di assai più potente repubblica ch'esse non erano; sottomettendosi alle decisioni de' consoli pisani nelle loro quistioni, invece di deciderle colle armi. Nello stesso modo avevano i Genovesi ridotto nella loro dipendenza non solo la vallata della Polsevera, e le altre che circondano la città, ma inoltre tutte le piccole città delle due Riviere, Lavagna, Ventimiglia, Savona, Albenga[394]. E le due repubbliche tenevano queste terre press'a poco in quella dipendenza in cui Roma teneva gli alleati del Lazio.
Le tre repubbliche marittime trovavansi quindi avanti la metà del dodicesimo secolo alla testa di tre piccole confederazioni formate dai Veneziani delle libere città dell'Illirico, dai Pisani di quelle delle Maremme, e dai Genovesi di quelle delle Riviere. Tutte tre eransi assicurate un tale predominio sopra alleati acquistati quasi colla forza, che già li risguardavano come soggetti. È per altro notabile, che qualche residuo di libera costituzione presso le piccole città secondò l'energia delle grandi, e contribuì a dilatarne la potenza ed a renderla più stabile.
Di queste tre confederazioni la meno prospera era la pisana, non avendo quella repubblica potuto stendere la sua protezione che verso le Maremme, provincia assai fertile, ma malsana[395], che per l'influenza della libertà era stata guadagnata alla coltura, ma che non poteva però mai acquistare una troppo numerosa popolazione, o dare alla repubblica robusti soldati ed esperimentati marinai. Dagli altri due lati, e nell'interno delle terre lo stato pisano veniva rinserrato da quelli di Lucca e di Fiorenza, città abbastanza forti per opporsi ad ogni suo progetto d'ingrandimento. Lucca fu la prima a dar consistenza al suo governo riducendo sotto di sè le vallate vicine; per cui fino nel secolo undecimo trovavasi in guerra con Pisa. Fiorenza per l'opposto era in allora alleata dei Pisani, e Giovanni Villani, storico fiorentino, pretende che i suoi concittadini venissero a custodir Pisa mentre quegli abitanti trovavansi occupati in una spedizione marittima. Aggiunse che i Fiorentini s'accamparono due miglia fuori di Pisa per difenderli dai Lucchesi, avendo proibito sotto pena di morte ai soldati l'ingresso in città per timore che i vecchi e le femmine, rimasti soli in guardia delle mura, non dubitassero della loro fede[396].
L'anno 1133 in cui i Pisani pacificaronsi coi Genovesi, volendo far cosa grata a papa Innocenzo, ed all'imperator Lotario, spedirono la loro flotta nel regno di Napoli contro il re Ruggiero e l'antipapa Anacleto. Noi abbiamo già parlato nel precedente capitolo di questa gloriosa spedizione illustrata dalla scoperta delle Pandette e dalla ruina d'Amalfi.