CAPITOLO VI.

Tutte le città italiane incominciano a reggersi a comune avanti il dodicesimo secolo.

Abbiamo condotta la storia dell'Impero e della Chiesa fino al principio del dodicesimo secolo; e ripigliando in seguito separatamente quella delle repubbliche nate avanti quest'epoca, si descrissero, come lo permettevano l'oscurità di que' primi secoli, le rivoluzioni di Roma, di Napoli, d'Amalfi, di Venezia, di Pisa e di Genova. Ma nel secolo dodicesimo tutte le città incominciarono a reggersi a comune, e perciò nel susseguente capitolo le vedremo tutte vestir forme e carattere repubblicano, e tutte dispiegare le passioni proprie di tale governo. Le rivoluzioni d'Italia, di cui si è dato uno schizzo, e lo sviluppo che diedero al carattere nazionale, ci prepararono a contemplare i movimenti delle città per rendersi indipendenti: ma quest'ultima rivoluzione non può presentarsi allo sguardo dei lettori[397]. Quantunque l'origine de' governi repubblicani, ed i progressi loro, siano un argomento degno della nostra curiosità ed assai vario ed interessante, non possiamo darne una sufficiente idea ai nostri lettori per esserci ignote tutte le particolari circostanze; ed appena può sollevarsi leggiermente il velo che coprirà per sempre questa prima epoca delle città libere. L'Italia settentrionale quasi non ebbe istorici nei secoli decimo ed undecimo; onde per far conoscere le contese di Enrico colla santa sede fummo costretti di appigliarci ai racconti degli scrittori tedeschi assai più completi e circostanziati a quest'epoca, di quelli degl'Italiani. Se avvenimenti di così grande importanza, che dovevano ne' posteriori tempi eccitare tanto interessamento, non trovarono scrittori che ne perpetuassero la memoria, non è da stupirsi che lo stabilimento ed i progressi delle municipalità oscure, le quali procuravano di nascondere al pubblico l'indipendenza che andavano sordamente acquistando, non siano stati registrati in veruna storia. I borghesi rendevansi liberi appropriandosi a poco a poco le prerogative de' principi; combattevano gli abusi con quelle armi medesime che gli avevano introdotti; usurpavano la libertà nella stessa maniera che i gentiluomini avevano acquistata la tirannia; e perchè procuravano di nascondere a' principi, interessati alla loro servitù, i prosperi successi, così non permisero che se ne tramandasse la memoria ai posteri. All'ombra del silenzio andavan sempre introducendosi nuovi privilegi favoreggiati dal tempo; e prima che se ne contestasse il diritto, potevano difenderli coll'uso costante di molte generazioni.

Ma quando le città credettero d'aver acquistata maggior considerazione, cominciarono pure a desiderare maggiore celebrità; ed allora ebbero storici che sforzaronsi di sparger lume sulla prima loro origine, e talvolta di nobilitarle col racconto di favolose tradizioni. Le scritture di questi storici sono tanto più aride, in quanto che vissero ancor essi in tempi assai rimoti; e le cronache del dodicesimo e del tredicesimo secolo, alle quali, allorchè mancano scrittori contemporanei, dobbiamo prestar fede, si contentano, quando rimontano oltre al decimo secolo, d'indicare ogni anno la morte d'un vescovo o d'un santo, la fabbrica di una chiesa, o l'invasione d'un popolo barbaro. Una frase loro basta per descrivere un avvenimento, e questa frase è d'ordinario così insignificante, quanto per sè stesso il fatto isolato.

Col soccorso degli storici stranieri, e sopra tutto dei documenti estratti dagli archivj de' conventi e delle famiglie, i dotti del passato secolo ottennero non pertanto di potere scrivere la storia delle proprie città nel decimo ed undecimo secolo, in modo di appagare la curiosità de' loro concittadini, e la vanità de' loro nobili, ai quali somministrano prove, se non di virtuose opere dei loro antenati, almeno della loro esistenza: ma tali storie cessano d'essere interessanti quand'escono dalle mura della propria città[398]. Sono inoltre in qualche maniera intermittenti, se può farsi uso di tale espressione, perchè gli avvenimenti abbastanza circostanziati non si presentano che ad intervalli assai lontani, duranti i quali nulla troviamo che fermar possa la nostra attenzione. Rinunciando adunque ai particolari storici di ogni città i minuti racconti, ci limiteremo ad indicare con alcuni tratti generali ciò che appartiene alle città di Lombardia, della Venezia e della Toscana; i primi elementi di una costituzione repubblicana nella formazione dei loro municipj, il primo acquisto dei diritti di guerra e di pace, il primo impulso dato all'industria ed al commercio, le prime loro contese colla nobiltà, ed il primo ricevimento in seno alle nascenti repubbliche, di questa classe straniera che comunicò alla plebe cui si associava il proprio lustro, e che procurò alle città maggiore considerazione nelle diete dell'impero.

Il primo diritto acquistato dalle città, che diventasse loro utile per conseguire l'indipendenza, fu, come abbiamo altrove osservato, quello di circondarsi di mura per difendersi nel nono secolo, ed in principio del decimo, dalle rapine degli Ungari e dei Saraceni. I Germani e gli Sciti avevano estrema avversione per le città chiuse, risguardandole come prigioni. Perciò in tutti i paesi da loro conquistati avevano spianate le fortificazioni delle città, le quali chiamavansi fortunate quando non vedevano arse le case, e massacrati o dispersi gli abitanti. E per tal motivo tutte le fortificazioni furono distrutte nel regno dei Lombardi, e non si permise di rialzarne di nuove senza l'espresso assenso del re, cui spettava la difesa del regno.

Di qui accadde, senza dubbio, che nei posteriori tempi le città aperte e rovinate dalle incursioni dei barbari, dovettero ricorrere al monarca per ottenere la facoltà di difendersi. Fu sempre in virtù d'una carta dei re, o degl'imperatori, che le città rifecero le proprie mura, e queste carte, accordate prima con difficoltà, s'andarono moltiplicando nel nono e decimo secolo in tal modo, che ben tosto non solo le città, ma non v'ebbe quasi monastero, borgata o castello, che non avesse in forza d'un diploma imperiale ottenuto il diritto di fortificarsi[399].

Allorchè le città poteron difendersi da loro medesime, cominciarono ad acquistare il sentimento della propria importanza; e quando formarono un corpo politico, la principale loro cura fu quella di accrescerne i privilegi. Pure fino al regno del grande Ottone, a fronte degli aperti vantaggi delle fortificazioni, le città, trovandosi abbandonate dai nobili che ne potevano accrescere il lustro, furono invece impoverite dalle frequenti contribuzioni imposte dai barbari, e più ancora dai disordini dell'anarchia, o di un cattivo governo. Niun cittadino poteva distinguersi; non colle lettere affatto neglette, non colla nascita che presso la plebe non aveva splendore, non colle ricchezze possedute dai soli nobili, non col commercio allora quasi nullo, non infine coi militari talenti e col valore che non avevano occasione di far conoscere: e per tal modo erano le città a tale epoca avvolte in una profonda oscurità.

Abbiamo già veduto che sotto il regno d'Ottone I, e colla sua protezione, la maggior parte delle città si diedero un governo municipale fondato nella confidenza e nella scelta del popolo. Esse ebbero in ogni tempo alcuni magistrati popolari chiamati dalle leggi lombarde schultheis, e dalle franche scabini; i quali formavano il consiglio del conte delle città, e ne rappresentavano la plebe: ma quando Ottone I permise ai cittadini di darsi un'amministrazione più libera, abbandonate queste istituzioni settentrionali, procurarono di costituirsi dietro il modello della repubblica romana e delle sue colonie, per quanto glielo permettevano le imperfette nozioni della storia[400].

Da principio tutte le città preposero alla loro amministrazione due consoli annuali eletti coi suffragi del popolo. Principale loro incumbenza fu quella di render giustizia ai loro concittadini; perciò che la divisione dei poteri e l'indipendenza dell'ordine giudiziario, cui si dà somma importanza ne' vasti stati, non fu nè conosciuta nè ricercata dalle piccole repubbliche. La più importante funzione del governo d'un piccolo popolo è quella di giudicare. Questo ha poche leggi, che difficilmente vengono alterate, poche pubbliche entrate, poche spese e pochi impieghi da distribuire. Non abbisogna di capi cui affidare il poter legislativo o esecutivo, ch'egli stesso esercita direttamente, ma ne abbisogna per reprimere i disordini, punire i delitti e decidere le contese de' cittadini. Ne' secoli di mezzo le funzioni di generale erano sempre accoppiate a quelle di giudice. Coloro che turbavano lo stato al di fuori, o internamente coi loro delitti, erano ugualmente considerati nemici della società, e lo stesso capo doveva dirigere la forza pubblica contro gli uni e contro gli altri. Come i duchi prima, poi i conti d'ogni città, erano stati ad un tempo e generali e giudici, così i consoli che presero il loro luogo, ne esercitarono ancora le incumbenze. Quando il re o l'imperatore radunava l'host, e le milizie delle città ricevevano l'ordine di seguire il monarca in un'impresa; o pure quando per le prescrizioni del diritto feudale una città vendicava un'offesa particolare con una guerra privata, i consoli marciavano alla testa de' loro concittadini, e comandavan loro nel campo.

Altra funzione de' consoli era quella di convocare e presedere i consigli della repubblica. D'ordinario eranvi due consigli in ogni città, oltre il consiglio generale di tutto il popolo. Il primo era poco numeroso, e propriamente destinato a coadiuvare i consoli in quelle funzioni che credevansi troppo importanti per confidarle ad altri magistrati. Chiamavasi questo corpo il consiglio di credenza, vale a dire consiglio di confidenza, o consiglio segreto. Era questo incaricato dell'amministrazione delle finanze della città, di sopravegliare i consoli, e di tutte le relazioni esteriori dello stato. Un altro corpo, composto di cento consiglieri o più, aveva in molte città il nome di senato, di gran consiglio, di consiglio speciale, o di consiglio del popolo. Nel senato disponevansi i decreti che dovevano proporsi alle deliberazioni del popolo che radunavasi in assemblea generale sulla pubblica piazza al suono della grossa campana, ed era chiamata parlamento. L'assemblea del popolo era sovrana, ed i magistrati la consultavano nelle più importanti occasioni: ma in quasi tutte le città la legge non permetteva che si assoggettasse alcun atto alla deliberazione dell'assemblea del popolo, prima che il consiglio di credenza ed il senato avessero dato il loro assenso al proposto progetto[401].

Le città dividevansi in quattro o sei quartieri, che d'ordinario avevano il nome della porta più vicina, perchè gli abitanti del quartiere erano specialmente incaricati della difesa della loro porta e delle mura dipendenti. Questa divisione era ad un tempo civile e militare. Molte città coll'andar del tempo accrebbero il numero de' loro consoli, onde ve ne fosse uno per quartiere, che sceglievasi tra gli abitanti dello stesso quartiere. L'elezione del consiglio di credenza e del senato ripartivasi nella stessa maniera, cosicchè eravi nella costituzione delle città una mescolanza di sistema rappresentativo.

I quartieri formavano altresì corpi militari con differenti stendardi. Ognuna sceglieva tra i suoi più ricchi cittadini, e quando i nobili si posero sotto la protezione delle repubbliche, sceglieva tra i nobili una o due compagnie di cavalieri armati da capo a' piedi. Lo stesso quartiere formava poi due altri corpi scelti, cadauno dei quali doveva essere il doppio numeroso dei precedenti; e questi erano i balestrai e l'infanteria pesante. Quest'ultima era armata del pavese, specie di scudo, della cervelliera o cuffia di ferro e della lancia. Gli altri cittadini divisi pure in compagnie, ed armati soltanto di spada, eran obbligati di trovarsi sulla piazza d'armi del proprio quartiere qualunque volta suonava campana a martello. Tutti gli uomini dal diciottesimo anno fino al settantesimo dovevano soddisfare a questo dovere. I consoli comandavano le armate, ed avevano sotto i loro ordini il capitano del quartiere, il suo gonfaloniere o portastendardo, ed il capitano d'ogni compagnia. Non conoscevasi allora quell'infinito numero d'ufficiali e di sottufficiali introdotti dalla tattica moderna. L'ordine era di combattere, l'unica regola di non iscostarsi dal gonfalone che restava sempre visibile. Per tutto il rimanente ogni soldato poteva agire di proprio impulso, e non era parte, come a' nostri tempi, d'una macchina complicata, i di cui movimenti sono tutti diretti da una superiore intelligenza; mentre ogni individuo, ridotto ad agire come una ruota di così gran macchina, ignora lo scopo della propria azione[402].

Siccome le città erano state erette in corporazioni per metterle in istato di difendersi, lo stesso atto che loro aveva permesso di fortificarsi permetteva ancora di agguerrire le loro milizie. Nè fu solamente per le guerre pubbliche dell'impero che facessero uso di questo stabilimento militare, ma riclamarono per sè medesime il diritto di cui erano in possesso i conti, i marchesi, i prelati e perfino i signori de' castelli, di vendicare coll'armi proprie le proprie ingiurie. Nel sistema feudale i tribunali terminavano le liti con una specie d'arbitramento: quando l'offesa era riconosciuta, dichiaravano quale era il legittimo compenso, coll'offerta del quale le due parti dovevano rinunciare al loro odio, alla loro faida; ma essi non obbligavano a dare o a ricevere il compenso. Quando il diritto era dubbioso, invitavano le parti a terminare la contesa col duello, in cui il giudizio di Dio facevasi palese come in una guerra sostenuta da tutte le forze dei due rivali, ma con minore effusione di sangue e con minor danno. In somma tutta la legislazione fondavasi sopra il diritto della naturale difesa, e su quello di farsi giustizia da sè medesimo; essendo autorizzato ogni membro dell'impero a rifiutare un giudice parziale e ad appellarsi al suo buon diritto, alla sua spada[403]. Le prime guerre fatte dalle città le une contro le altre, o contro i marchesi ed i conti che volevano opprimerle, non furono dunque risguardate quali atti di ribellione, ma come atti legittimi di giustizia o di naturale difesa conformi ai diritti degli altri membri dell'impero.

La rivalità tra comuni d'uguale potenza gelosi della grandezza loro e della rispettiva popolazione, rese più acerbe queste guerre private, dando loro un carattere più nazionale e meno giuridico. Le due metropoli della Lombardia furono le prime ad abbandonarsi a quest'odio di vicinato. I re de' secoli di mezzo non avevano capitale propriamente detta, dimorando d'ordinario nei loro castelli, e visitando quando l'una e quando l'altra delle loro città. Pure Pavia e Milano disputavansi il primato tra le città italiane. Pavia perchè fu la favorita residenza de' più illustri sovrani lombardi, aveva il loro più magnifico palazzo. Posta ad egual distanza dalle Alpi svizzere e dalle liguri, e padrona del passaggio del Ticino, signoreggiava le due pianure che stendonsi alla diritta ed alla sinistra del Po. Padrona ugualmente della navigazione di questo fiume, le sue barche potevano seguirne il corso fino all'Adriatico, o rimontare i fiumi che gli tributano le acque fino ai laghi da cui le ricevono. Pavia nel centro delle terre della Lombardia era quasi la chiave di tutti i suoi fiumi, ed il suo territorio formato dalle più ricche loro deposizioni, irrigato dalle loro acque, non era ad alcuno inferiore in fertilità[404]. Profittando di tanti vantaggi Pavia era diventata una vasta e popolosa città, che pure non pareggiava Milano in ricchezze ed in potenza, o perchè il lungo soggiorno e l'esempio della corte avessero snervata la sua energia, o perchè il denso aere che vi si respirava[405], e le nebbie frequentissime avessero resi gli abitanti meno proprj alla carriera dell'ambizione e della gloria.

Milano, antica capitale degl'Insubri e di tutta la Gallia cisalpina, era pure stata la residenza di alcuni degli ultimi imperatori d'Occidente, e la prima e più antica sede arcivescovile di tutta la Lombardia. Salubre è l'aere di questa città, fertili i campi che la circondano; pure come la sua posizione non sembra darle alcun vantaggio esclusivo, che dovesse assicurarle quella superiorità di cui ha costantemente goduto sulle altre città lombarde, convien supporre che la sua grandezza e la sua popolazione siansi conservate a traverso i secoli barbari, dopo i tempi dell'impero occidentale, come una eredità dei Romani. Trovandosi i Milanesi in principio del secolo undecimo più ricchi, più potenti, più agguerriti dei Pavesi, non potevano darsi pace che Pavia pretendesse d'essere la prima città del regno. Fu in occasione della doppia elezione al trono di Lombardia, rimasto vacante per la morte d'Ottone III, che queste due capitali, dichiaratesi l'una per Arduino, l'altra per Enrico II, s'abbandonarono la prima volta alla loro gelosia, e si procurarono colle loro rivalità l'attenzione degli storici.

Dopo che le milizie delle due città si furono lungo tempo esercitate nelle private loro guerre, e che incominciò a risvegliarsi ne' loro cittadini l'amore della patria e della indipendenza, confidando i Milanesi nelle proprie forze e mossi dalle istigazioni del loro arcivescovo, credendo di sostenere coi diritti nazionali la causa della Chiesa, osarono misurarsi contro un nemico più potente. Abbiamo parlato in un altro capitolo della loro guerra coll'imperator Corrado il Salico: nel corso della qual guerra l'arcivescovo Eriberto diede compimento al loro sistema militare con una invenzione adottata ben tosto da quasi tutte le città d'Italia. In sull'esempio dell'arca dell'alleanza delle tribù d'Israele, egli pose alla testa dell'armata uno stendardo d'un genere affatto nuovo che chiamò il carroccio.

Il carroccio era un carro a quattro ruote, cui si aggiogavano quattro paja di buoi. Dipingevasi di color rosso, e rossi tappeti coprivano fino ai piedi i buoi che lo tiravano; e di mezzo al carro alzavasi un'antenna ugualmente rossa, la di cui altissima sommità terminavasi in un globo dorato. Al di sotto, tra due bianche vele, spiegavasi lo stendardo del comune, e più sotto ancora verso la metà dell'antenna vedevasi un Cristo in croce che colle braccia stese pareva benedire l'armata. Una specie di piattaforma sul davanti del carro veniva occupata da alcuni valorosi soldati destinati a difenderlo, mentre sopra altra simile stavano sul di dietro i sonatori colle loro trombette. I sacri misterj celebravansi sul carroccio prima che sortisse dalla città, e spesse volte vi era addetto un cappellano che lo seguiva al campo di battaglia. La perdita del carroccio risguardavasi come l'estrema ignominia cui potesse esporsi una città; e perciò i più valorosi soldati, il nerbo dell'armata veniva destinato a custodire il sacro carro, onde il grosso della battaglia riducevasi d'ordinario intorno a lui[406].

Dovevasi rendere l'infanteria potente per opporla alla cavalleria dei gentiluomini, dovevasi darle unione e solidità ed ispirarle confidenza nella propria forza; e coll'invenzione del carroccio si supplì a tutto. Non potevano sperarsi rapidi movimenti da una truppa subordinata a quelli di un carro pesante tirato dai buoi; la ritirata doveva essere lenta e misurata; e la fuga, a meno che non fosse vergognosa, riusciva impossibile; le marcie della cavalleria trovavansi legate a quelle dell'infanteria; le milizie avvezzavansi a sostener l'urto della cavalleria senza aprir gli ordini, mentre l'urto dell'infanteria doveva riuscire alla cavalleria tanto più formidabile, quanto era più uniforme e meglio diretto verso un solo punto. Non sarà fuor di proposito il notare che i buoi d'Italia camminano più leggermente che i Francesi, sicchè la loro marcia si conviene meglio a quella dell'infanteria.

L'epoca dell'invenzione del carroccio fu altresì quella della prima celebre contesa fra i nobili ed il popolo; contesa suscitata, come abbiamo già detto, dall'arcivescovo Eriberto, il quale abusò del diritto di supremazia sui gentiluomini dipendenti dalla mensa arcivescovile di Milano. La gelosia manifestata in quest'occasione dai popoli contro la nobiltà, è una prova che allora le città non erano soltanto popolate di timidi e poveri artigiani, ma che i plebei avevano acquistato quel sentimento di dignità e d'indipendenza verso i signori, che nasce dall'uguaglianza di ricchezze e d'istruzione. I cittadini sentivano che tutta la fortuna dello stato non era in mano dei nobili, che questi più non potevano a voglia loro accollare o togliere la sussistenza alle classi inferiori della nazione; che l'educazione loro non li rendeva più atti de' borghesi al governo de' popoli, e che i cambiamenti operatisi nello stato dall'introduzione del commercio, dal miglioramento della coltivazione fatta dalla plebe, e dall'ignoranza de' gentiluomini, avevano ridotte le due classi ad un'eguaglianza di diritti.

Presso i popoli più oppressi e più barbari, il commercio non può essere affatto distrutto: l'uomo cercherà sempre di provvedere col cambio ai suoi bisogni, e coloro che s'incaricheranno di facilitarlo, vi troveranno sempre il proprio vantaggio. Perciò le repubbliche di Venezia, di Napoli e d'Amalfi, che fino al decimo secolo ebbero un governo che proteggeva ed animava l'industria, ottennero sulle vicine popolazioni un immenso vantaggio, esercitandone esse sole tutto il commercio. I Veneziani erano i mediatori dei due imperi: accolti ed accarezzati dai Greci portavano agli Occidentali i prodotti delle manifatture che prosperavano in Costantinopoli e nella Morea, e le merci indiane ch'essi acquistavano indistintamente dai Greci e dai Musulmani. Rimontavano poi colle loro barche leggieri i fiumi dell'Italia, e provvedevano le città fluviali di tappeti e stoffe dell'Asia, di spezierie delle Indie, e del sale delle proprie saline di cui erano gli esclusivi provveditori di Lombardia. Ricevevano in cambio grani, cuoi, lane ed altri prodotti del suolo; ma nelle città loro coltivavano in oltre le arti meccaniche, e la prima fonderia di campane si stabilì in Venezia, onde introdussero l'uso delle campane nella Grecia e nell'Occidente quando le regalarono ai monarchi di Costantinopoli ed a quelli d'Europa[407]. Lo storico Luitprando che fu spedito ambasciatore da Ottone il grande all'imperatore Niceforo Foca, nulla vide nel lusso di Costantinopoli che lo sorprendesse o gli riuscisse nuovo; perchè, com'egli disse ai Greci medesimi, i magazzini di Venezia gli avevano già mostrate tutte quelle ricchezze[408].

La natura del commercio veneziano nel decimo secolo e la sua prosperità provano evidentemente la pochissima industria delle altre città e la loro miseria. Questo commercio non arricchiva i suoi agenti che con quella specie di monopolio ch'essi esercitavano a danno de' loro compratori, perchè non essendo fondato sulla moltiplicità delle produzioni e dei bisogni, ma povero al contrario e limitato a pochi oggetti, pure dava considerabili profitti. Nè tale commercio era uguale: i Veneziani somministravano tutte le produzioni delle manifatture, tutte le merci di lusso, e non ricevevano in cambio che le materie brute o danaro. Secondo il sistema degli economisti che oggi pretendono di favorire il commercio col vincolarlo, la bilancia sarebbe stata a solo vantaggio dei Veneziani, e sempre contraria ai Lombardi. Ma il commercio degli ultimi era affatto libero; e tale fu l'influenza della libertà, tali furono i vantaggi per i Lombardi di questa pretesa sfavorevole bilancia, che in meno d'un secolo ammassarono abbastanza capitali onde rivalizzare d'industria coi loro corrispondenti. Bentosto le città loro riempironsi di officine e di manifatture, e trionfando degli svantaggi d'una posizione mediterranea, il più prospero commercio ravvivò tutti i loro mercati.

La lingua italiana nacque pure o si sviluppò nelle città insieme al commercio, vale a dire nel dodicesimo secolo, e l'essere universalmente adottata contribuì a rimpiccolire le distanze che separavano le diverse classi della società.

È cosa veramente singolare che non siasi conservato verun documento del linguaggio adoperato dal popolo d'Italia fino alla fine del decimo secolo. Il dottissimo Muratori ricercò con infaticabile pazienza tutti i vecchi archivj, tutti i depositi d'antiche scritture di famiglie e di comunità, senza che siasi abbattuto a scoprirne una sola dettata in quell'idioma che chiamavasi volgare, diverso dal latino riservato ai dotti, dal romano che parlavasi nelle Gallie, e dal tedesco dei popoli venuti dal Settentrione. Pare per altro che la lingua volgare avrebbe dovuto essere non solo quella del comune conversare, ma ancora quella delle lettere famigliari e del commercio. È dunque a credersi che gl'Italiani fino ad dodicesimo secolo non sospettassero nè meno che il loro dialetto potesse scriversi. Per la stessa ragione non si troverebbero forse dell'età nostra atti o lettere scritte ne' dialetti limosino, piccardo, normanno, piuttosto che in francese, o ne' dialetti bolognese e genovese piuttosto che italiano[409].

Sembra probabile che ne' tempi della potenza romana i provinciali avessero una viziosa maniera d'esprimersi in latino, e che s'avvicinassero fin da que' tempi al moderno italiano. La mescolanza delle nazioni barbare contribuì non poco a corrompere ancor più questo linguaggio provinciale, introducendovi gli articoli ed i verbi ausiliarj adoperati nel Settentrione per tener luogo delle declinazioni e delle conjugazioni latine che rendevano la grammatica troppo complicata[410]. Il sermone volgare, che così chiamavasi, dovette essere il dialetto abituale de' campagnuoli e de' cittadini, ma non dei nobili, i quali, comecchè d'ordinario niente meglio educati de' loro inferiori, essendo quasi tutti di razza allemanna, oltre la lingua volgare che dovevano necessariamente parlare, avevano pure conservato l'uso della tedesca. Abbiamo veduto che nel secolo nono i Lombardi Beneventani davano ancora ai loro principi il soprannome tedesco; ma abbiamo una prova che andavano a poco a poco perdendo l'uso del linguaggio materno nella pratica tenuta dagli storici del susseguente secolo, che, riferendo questi soprannomi, vi aggiungevano la spiegazione[411]. Gl'imperatori francesi e tedeschi portarono in Italia il costume della lingua tedesca, perchè tutti i Franchi la parlavano, come lo mostra la lettura delle leggi salica, ripuaria e bavara, ed anche i capitolari di Carlo Magno, ove tutte le parole non latine derivano dal tedesco. E per tal modo due lingue, una per la nobiltà, l'altra per il popolo, parevano dividere questi due ordini, e rammentando ad ogni istante la loro differente origine, rinnovare tra di loro l'avversione e la gelosia.

Richiedevasi veramente che i gentiluomini, i cherici, e sopra tutto i legisti, intendessero il latino; ma il modo con cui lo scrivevano ci somministra una poco vantaggiosa idea dello stile della loro conversazione, se pure valevansi di questa lingua. Abbiamo infinite carte scritte in questo preteso latino. Vedesi quanto poco scrupolosi fossero i notaj nell'ammettere nei loro atti i più grossolani barbarismi, e come a fronte di tanta licenziosità esprimevano a stento i loro concetti. Soffresi, leggendoli, doppia fatica; ci stanchiamo d'occuparci di così fastidiose cose, ma più ancora ci stanchiamo sentendo la fatica che sostennero coloro che le scrissero[412].

Durante il regno della casa Sassone una nuova mescolanza di gentiluomini allemanni colla nobiltà italiana, rimise in vigore per la terza volta il linguaggio teutonico, che era quello della corte e del governo; ma tale linguaggio così difficile, ed affatto straniero agli organi italiani, si manteneva vivo con difficoltà, ed alla seconda, o al più nella terza generazione veniva trascurato. I fanciulli imparavano naturalmente il linguaggio del popolo; e nelle scuole gli ecclesiastici non insegnavano che il latino: nè sembra che un orgoglio nazionale si prendesse cura di conservare nelle famiglie la lingua tedesca, perchè i Tedeschi conobbero assai tardi il prezzo della propria lingua. Intanto in ragione dell'importanza maggiore che andavano acquistando i borghesi, le città crescevano pure in popolazione ed in ricchezze, e la volgar lingua che si era adottata s'avvantaggiava pure sul latino e sul tedesco, ed approssimavasi ad essere la lingua nazionale. Di fatti nel secolo dodicesimo si rese compiutamente dominante, ed in allora incominciò a formarsi, ad ingentilirsi, ed a prendere regole generali, di modo che nel secolo susseguente la vedremo finalmente adottata, e resa bella dagli storici e dai poeti.

In quell'epoca in cui gl'Italiani, forniti di tre idiomi, non ne possedevano un solo, ed in mezzo all'ignoranza del decimo secolo, Luitprando compose una storia de' suoi tempi, che ancora al presente leggesi con interesse e piacere. Quest'opera è quasi il solo documento letterario dell'Italia settentrionale nel decimo secolo. Si ripassano con estrema noja le cronache de' suoi coetanei per ritrovare qualche fatto storico; ci alletta invece l'opera di Luitprando, e si lascia con rincrescimento. Vero è che non devesene incominciar la lettura subito dopo quella degli scrittori dell'età d'Augusto, perocchè allora ci offenderebbe la durezza del suo stile; ma quando si paragona al suo secolo, ci sorprende il suo stile conciso ed energico, e di quando in quando qualche profondo pensiere, e più d'ogni altra cosa certa aggradevole varietà che seppe dare alla sua narrazione. Egli manca di ordine, e pecca di parzialità, ma pure alletta: provveduto di non ispregevole erudizione cita a proposito gli autori romani, e frequentemente fa pompa della sua conoscenza della lingua greca, e non poche volte con ridicola vanità; si vede che gli era ugualmente familiare la lingua allemanna; e per ultimo qualunque volta la sua fantasia viene riscaldata dal soggetto, passa dalla prosa alla poesia, ed i suoi versi non sono affatto privi di lepore.

Luitprando era canonico di Pavia, e segretario di Berengario II, dal quale nel 946 fu mandato ambasciatore a Costantinopoli presso Costantino Porfirogeneta. Ritornato in patria, ebbe qualche motivo di disgusto con Berengario, e passò in Germania alla corte d'Ottone il grande, che accompagnò in Italia quando venne a conquistarla. Ebbe dall'imperatore il vescovado di Cremona, e fu suo ambasciatore a Roma ed a Costantinopoli. Scrisse una curiosa relazione della sua andata in quest'ultima città presso l'imperatore Niceforo Foca[413]. Alcuni troppo liberi racconti che Luitprando innestò nelle sue scritture non ci permettono di formarci una troppo favorevole idea della gentilezza dei grandi di que' tempi, e di quella che allora chiamavasi buona compagnia; soprattutto quando rammentiamo il rango che aveva alla corte e le funzioni ecclesiastiche di questo storico.

Alcuni scrittori dell'Italia meridionale che fiorirono nel decimo e nell'undecimo secolo, meritano pure distinta ricordanza. L'anonimo di Salerno, Gaufrido Malaterra, Alessandro di Telesa e Falco di Benevento si fanno tutti leggere con interesse. Gli storici dell'attuale regno di Napoli conservarono per lo spazio di più secoli una notabile superiorità sul resto dell'Italia; la quale si fa pure sentire quando confrontasi il poema di Guglielmo il Pugliese intorno alle conquiste de' Normanni cogli altri poemi storici di cui abbonda quest'età più d'ogn'altra[414]. I poemi storici d'un secolo barbaro sono i più nojosi e ributtanti documenti che ci è forza di leggere per pescarvi i fatti storici. Lo scrittore incapace di porre ne' suoi scritti vera poesia, pare che non siasi presa la cura di dare un ordine simmetrico alle sue parole, che per ispogliare d'ogni armonia il suo stile e togliere la libertà ai suoi pensieri. Giammai dice quello che vorrebbe dire, nè mai soddisfa con quello che dice: e siccome pare aver presa cura d'escludere i numeri ed i nomi proprj da' suoi versi, o d'esprimere gli uni e gli altri in un modo classico, non parla che con enigmi, e fa tanto penare per intenderlo, quanto è il dispetto che si prova del pochissimo che s'impara quando si è inteso.

Tutti i primi storici dell'Italia erano o prelati o monaci. Soltanto nell'undecimo secolo alcuni laici cominciarono altresì a scrivere la storia, quando i progressi dell'agiatezza nelle città diedero opportunità d'applicarsi agli studj, quando l'influenza che i cittadini andavano acquistando nel governo dello stato fece loro prendere maggiore interessamento ai pubblici affari. I due primi storici delle città sono Arnolfo e Landolfo il vecchio di Milano, che ambedue vissero verso la metà del secolo XI, quando vi s'agitavano le dispute intorno al matrimonio dei preti. O sia per conto dell'esattezza, o per l'interesse della loro narrazione, non meritano troppo onorevole ricordanza; ma la natura medesima della loro storia è una prova della crescente importanza delle città, comprendendo i tempi delle prime contese tra la nobiltà ed il popolo; contese che modificarono la costituzione delle nuove repubbliche.

Abbiam già parlato nel secondo capitolo della lite de' valvassori, o gentiluomini coll'arcivescovo Eriberto e la plebe milanese, ed abbiamo detto che terminò del 1039 all'epoca della morte di Corrado, in forza delle nuove leggi promulgate da questo imperatore intorno ai feudi. Le città lombarde approfittarono assai di questa pace, perchè molti gentiluomini, e specialmente i meno potenti, domandarono ed ottennero la cittadinanza delle più vicine città, ponendosi essi ed i loro feudi sotto la protezione di queste recenti comuni, le quali meglio d'ogni altro membro dello stato sapevano far rispettare i loro amici. I gentiluomini con tali adozioni acquistaronsi una patria, che il regno lombardo, nella sua attuale dissoluzione, non poteva loro offrire; ed in ricompensa le città ebbero distinti cittadini, ne' quali il valore sembrava ereditario, e che collo splendore della loro nascita, e col loro desiderio della gloria resero illustri gli altri cittadini divenuti loro eguali.

Merita d'essere considerata la condotta delle nuove repubbliche verso i conti rurali, ed i gentiluomini del loro territorio. Molti di questi non avevano voluto seco allearsi, o ricevere il diritto di cittadinanza. I poderi delle città erano chiusi entro queste piccole sovranità; e siccome la loro popolazione andava crescendo, se non avessero potuto liberamente commerciare in campagna coi vassalli del conti rurali sarebbero ben tosto rimasti esposti alla fame. Conveniva perciò che si guardassero d'indisporre con soverchia alterigia, o troppo alte pretese i signori, perchè se questi si fossero collegati contro le città, le avrebbero esposte ai più grandi pericoli, tanto più che per la loro posizione potevano temporeggiare e tirar la guerra in lungo. Dai loro castelli piombavano sui viaggiatori ed i mercanti per ispogliarli; o pure guastavano le diocesi delle città fin presso alle porte, mentre i borghesi, quantunque più forti, erano dal bisogno richiamati alle loro giornaliere occupazioni, e non potevano tenersi lungo tempo in campagna. Non era per anco abbastanza perfezionata l'arte degli assedj perchè potessero forzare i gentiluomini ne' loro castelli; ed i signori, chiusi nelle torri fabbricate sopra scoscese rupi e circondati soltanto dalla loro famiglia, e da un piccolo numero di scudieri al loro soldo, sfidavano tutta la ferocia delle più potenti armate.

Le repubbliche cercavano perciò di conciliarsi l'affetto dei conti rurali ammettendoli alla loro cittadinanza, ed affidando loro i principali impieghi dello stato. Pure qualunque volta i signori abusavano de' loro vantaggi, ed i cittadini avevano cagione di lagnarsi delle loro esazioni, la repubblica abbracciava caldamente la causa d'ogni suo membro, nè deponeva le armi finchè il gentiluomo, che l'aveva offeso, non fosse umiliato.

Il popolo milanese dividevasi in sei tribù, ognuna delle quali prendeva il nome da una delle porte della città; e poichè i nobili vennero ammessi a partecipare dei diritti di cittadinanza, eransi posti nell'esclusivo possesso dell'ufficio di capitani delle porte, di consoli e di capi delle milizie. Quei medesimi che pure non erano rivestiti d'alcun impiego, assicurati della protezione de' magistrati, che tutti appartenevano alla loro casta, trattarono con insultante arroganza gli artigiani e le inferiori classi del popolo. Nel 1041 un gentiluomo osò di bel mezzogiorno bastonare in istrada un plebeo; e la causa di questo oscuro plebeo diventò all'istante quella di tutto il popolo. Un altro nobile, chiamato Lanzone, forse popolare per ambizione, s'offerse capo ai cittadini irritati; e la sua offerta fu ricevuta a piene mani da coloro che desideravano d'umiliare la nobiltà, orgogliosi d'avere un nobile alla loro testa: tanta forza ha sullo spirito umano il pregiudizio favorevole alla nascita! Lanzone fu fatto capo del consiglio di credenza; nuovi consoli si elessero nella classe de' plebei, e le milizie sotto i loro ordini attaccarono successivamente le torri e le fortezze che i gentiluomini avevano alzate entro le mura della città, e di dove ridevansi del potere de' tribunali: molte di queste fortezze sostennero un regolare assedio prima d'essere spianate; furonvi nelle strade molti sanguinosi incontri per difenderle; ma finalmente i nobili troppo inferiori di forze, e sempre battuti, furono forzati a sortire assieme dalla città colle loro famiglie, ed a lasciare in mano del popolo le loro torri e case fortificate, che vennero distrutte lo stesso giorno[415].

I nobili, circondati dai campagnuoli loro vassalli, trovarono fuori delle mura il vantaggio del numero, ed intrapresero il blocco della città che continuarono pel corso di alcuni anni. Lanzone, sempre alla testa del partito del popolo, risolvette alla fine di portarsi in Germania per ottenere la protezione di Enrico III. Quel monarca che non vedeva senza inquietudine rendersi le città indipendenti, accolse con piacere quest'occasione per ristabilire la propria autorità in Milano. Offerse perciò a Lanzone quattromila cavalli, e chiese caldamente che fossero ricevuti in città. Lanzone, tornato a Milano, annunciò questo soccorso al popolo onde rilevarne il coraggio abbattuto dalla fame; ma il popolo s'accorse che la vendetta d'una fazione riduceva la sua patria nell'antica dipendenza. Entrò in trattative coi capi della nobiltà, e facendo loro sentire il comune pericolo, li ridusse finalmente a segnare una pace che loro lasciava una parte del governo della città senza escluderne affatto il popolo[416].

Dopo questa guerra fino a quella di Como, che formerà l'argomento del susseguente capitolo, ci si presenta un vuoto nella storia delle repubbliche lombarde e di tutte le città dell'alta Italia. È questo uno spazio di settant'anni, ne' quali questa infelice contrada fu il teatro delle più strane rivoluzioni e delle più accanite guerre; duranti le quali tutti gli scrittori contemporanei non fanno verun cenno intorno allo stato politico delle città. La guerra delle investiture e delle vicende degl'imperatori e dei papi venne ampiamente descritta, ma da autori quasi tutti tedeschi. Questi grandi avvenimenti fissavano soli la loro attenzione, e mancando a quest'epoca le città di storici, ci è forza di raccogliere con avidità la sterile e faticosa narrazione del giovane Landolfo[417], scrittore milanese, gli è vero e contemporaneo, ma che invece di scrivere la storia della sua patria, ne dà quelle delle vessazioni da lui sofferte pel godimento d'un miserabile beneficio, delle dispute cogli eretici nicolaiti e de' fastidiosi intrighi del clero milanese. I nostri lettori ci sapranno buon grado d'aver abbandonata così nojosa guida, per trasportarli d'un salto fino al secolo XII, ad un tempo in cui gli autori contemporanei incominciando ad essere meno sterili, potremo noi medesimi scrivere la storia, invece d'essere costretti a scorrerla sommariamente.

Ma prima di procedere più avanti fermiamoci un istante ad osservare lo spazio già percorso. La rivoluzione creatrice di nuove nazioni e di uomini nuovi era compiuta. Come la terra, riscaldata dopo il diluvio dai raggi del sole, s'agitava per un ignoto principio di vita fino nelle profonde sue viscere[418]: così gl'Italiani posti in movimento, ed animati dai primi successi, sorgevano dall'inerzia; e l'intera nazione, lasciata l'antica rozzezza, s'ingentiliva col commercio, colle arti, colle liberali istituzioni d'ogni maniera e con una forma di governo più conforme al presente suo stato. Perduti in mezzo ad un ammasso di fatti troppo imperfettamente conosciuti, abbiam forse lasciato sfuggire quello spirito intollerante d'ogni freno che animava la massa della popolazione, quando ogni marchese, ogni prelato, facendosi giudice del proprio principe, pesava al tribunale della propria coscienza i diritti dell'Impero e della Chiesa, e si determinava per il partito de' papi o de' Cesari; quando ogni gentiluomo, ogni cavaliere, disprezzando una subalterna esistenza, cercava nelle sue fortezze, ne' suoi vassalli, nel proprio coraggio una sicurezza di cui si sdegnava di andar debitore ai superiori o alle leggi: quando ogni città, fidata alle sole sue forze, al reciproco sussidio, bastava a sè medesima, e sfidava il rimanente dell'universo. Pareva che una mano invisibile, una mano benefica avesse sparsi nello stesso tempo in tutti i cuori i sentimenti della dignità dell'uomo e della sua naturale indipendenza. Nè questi semi erano sparsi sulla sola Italia, ma su tutta l'Europa: i principj liberali avanzavansi lentamente bensì, ma con moto uniforme dal mezzogiorno al settentrione. L'Italia e la Spagna ne diedero l'esempio, e le seguirono ben tosto la Svizzera, la Germania, la Francia e l'Inghilterra.

Le prime istituzioni liberali furono portate dal Nord ai tralignati Romani. Questo movimento retrogrado dal Mezzogiorno al Nord nello sviluppo del sistema repubblicano è un fenomeno costante ed assai notabile. Abbiamo veduto in Italia, Napoli, Gaeta, Amalfi, e la stessa Roma, precedere tutte le altre città; nella Spagna fino dal secolo nono, i valorosi guerrieri, che fondarono il regno di Soprarbia, avevano stabilito tra il re ed il popolo un giudice intermedio, il primo modello del giustiziere degli Aragonesi[419]; e nel 1115 Alfonso I, il conquistatore di Saragozza, aveva accordato ai borghesi della sua capitale i diritti e la libertà dei gentiluomini, ossia infançone[420]. Le città della Svizzera e della Germania non incominciarono a conoscere la libertà che negli ultimi anni del dodicesimo secolo; e quelle della Francia e dell'Inghilterra acquistarono ancora più tardi i diritti di comunità.

La forza individuale e la forza sociale devono precedere le altre qualità necessarie all'acquisto della libertà. Queste due qualità hanno una diversa origine, anzi sembrano derivare da opposti principj; pochissime nazioni furono abbastanza fortunate per possederle equilibrate. La forza individuale, quella confidenza nei proprj mezzi, quella costanza che fa disprezzare i pericoli personali, e la forza straniera quando è ingiusta; quella determinazione di non seguire che i dettami della propria coscienza e de' proprj lumi, sono qualità e virtù del selvaggio. Con questa gli abitanti della Germania e della Scandinavia si stabilirono ne' paesi meridionali; recarono seco l'indipendenza; e quando costituirono nazioni, non seppero mai ridursi a dar loro legami abbastanza forti per tenerli uniti. I loro stessi principj dovevano naturalmente produrre gli effetti che produssero, la libera fierezza di tutti i cavalieri, ma in pari tempo la disunione loro, e l'opinione de' conquistatori, che per essere liberi era d'uopo essere principi.

Per l'opposto la forza sociale non poteva nascere che nelle città, e le città che sono l'opera de' popoli civilizzati non esistevano che ne' paesi meridionali. Credendo gli Scandinavi che non potessero gli uomini vivere riuniti senza diventare schiavi, facevansi un dovere di distruggere le città; e quelle che diedero in Italia l'esempio di quella forza sociale, di cui i barbari non ne conoscevano l'esistenza, eransi quasi prodigiosamente sottratte alle loro devastazioni, o s'erano rialzate dalle proprie ruine.

La forza sociale è riposta nel totale sacrificio dell'individuo alla società di cui è membro. Quest'abrogazione di sè medesimo, è fondata, non v'ha dubbio, sul pieno convincimento che il bene comune è quello degl'individui; ma il solo calcolo non condurrà mai il cittadino all'intero sacrificio che da lui domanda la patria: invano gli si dimostrerà che mille volte l'utile della patria è stato anco il suo; nell'istante del suo pericolo personale l'utile patrio cessa d'influire sulla sua prosperità. V'ebbe dunque nell'unione sociale alcun più nobile motivo d'un contratto tra i privati interessi: è la virtù, non l'egoismo, che riunisce l'uomo alla patria: è la riconoscenza de' ricevuti beneficj che ci lega agli amici, ai fratelli; la filiale e religiosa riverenza che ci lega alla patria, a quell'essere sovrumano che la nostra imaginazione pone tra Dio e gli uomini; la tendenza dell'anima all'immortalità che associa la nostra esistenza ai secoli passati, ed ai secoli futuri, e ci costituisce depositarj della gloria dei nostri antenati e dalla prosperità dei nostri discendenti.

I popoli settentrionali non conoscevano che una libertà senza patria; mentre quelli del Mezzogiorno avevano una patria senza libertà. Gli uni e gli altri dovevano rimanere stranieri alla più alta virtù umana, al sacrificio di sè medesimo: i primi non dovevano tale sacrificio a veruna persona: i secondi non possedevano tanta virtù per farlo. L'eroismo degli Scandinavi e quello degli eroi di Ossian era di uno strano carattere, perchè non aveva alcuno scopo: il guerriero affrontava la morte, senza sacrificarsi nè alla patria, nè alla memoria de' suoi padri, nè alla prosperità de' suoi figli[421]; la sua gloria era tutta personale. Al Mezzodì per lo contrario si conobbe lo scopo dei sacrificj prima che si avesse il coraggio di sacrificarsi: ogni cittadino sentiva ciò che doveva alla città natale, alla città in cui riposavano le ceneri de' suoi antenati, le di cui mura proteggerebbero la sua posterità. Così nella grande mescolanza delle nazioni il Settentrione ed il Mezzodì offrirono le virtù rispettive. I popoli conquistatori l'energia, i conquistati la sociabilità. Dovevano gli ultimi, caduti nell'estrema corruzione, essere rigenerati prima d'essere ammessi a dare alcun esempio, ad insegnare alcuna virtù. Intanto l'affetto loro per i luoghi che gli avevano veduti nascere, per il nome che portavano, per i compagni, i di cui padri erano stati associati ai loro padri, coi di cui figliuoli sarebbero associati i loro figliuoli, quest'affetto era un'antica eredità di Roma; e non mancava loro che la libertà per sentirne di nuovo tutto il prezzo. In mezzo alle calamità che affliggevano i popoli d'Italia, tutti gli avvenimenti osservati a certa distanza, parvero diretti allo stesso scopo, e preparar quel periodo di gloria e di libertà che doveva aprirsi agl'Italiani nel dodicesimo secolo.

La conquista dei Lombardi, trinciando l'Italia, e formando d'una sola provincia molte nuove nazioni, avvicinò la patria al cittadino; il Romano s'unì al Romano, il Greco al Greco, e diversi stati indipendenti da Napoli fino a Venezia acquistarono di quest'epoca la loro libertà.

Le conquiste di Carlo Magno, ed il regno de' suoi successori ritardarono la civiltà; ma distruggendo la monarchia lombarda, ed accrescendone la disorganizzazione, i Carlovingi resero più necessaria una nuova organizzazione, e fecero le città lombarde partecipi dei vantaggi che le buone istituzioni municipali procuravano da lungo tempo a Napoli, Amalfi e Venezia.

I guasti degli Ungari e de' Saraceni, e la desolazione che sparsero in tutte le province, resero necessaria l'istituzione delle milizie, l'innalzamento delle mura, ed il popolo nuovamente depositario della forza nazionale.

Prima che la distrutta monarchia facesse luogo ai governi municipali, l'anarchia era generale. Il grande Ottone scese dall'Allemagna in Italia per essere il legislatore d'una nazione, di cui avrebbe dovuto essere soltanto il padrone; e le nuove istituzioni da lui proclamate attestano la sua saggezza ed il suo perfetto disinteressamento.

Nè i disordini dei papi del X secolo, nè l'ambiziose mire di quelli dell'XI riuscirono inutili agl'Italiani; i primi rallentarono le catene della superstizione di que' tempi; i secondi colla sanguinosa lite sostenuta contro l'impero, diedero opportunità al popolo di far valere i suoi servigi, dichiarandosi per coloro che già furono suoi padroni, non come suddito, ma come zelante alleato.

E per tal modo nel piano generale della provvidenza di cui non è permesso all'uomo di comprendere l'economia, nasce spesse volte il bene dal male, e le disgrazie pubbliche possono essere forriere d'una[422] riforma universale. Non disperiamo dunque giammai dei principj e delle virtù che formano la nobile eredità dell'umana specie; e quand'ancora le vedessimo poste in dimenticanza, o furiosamente attaccate, confidiamo nel lento lavoro de' secoli, persuasi che l'eterne verità sopravvivendo ai loro nemici, rinasceranno nel cuore dell'uomo quand'anche non restasse sulla faccia della terra verun monumento per attestare l'antica loro esistenza, ed il culto che fu loro reso.

FINE DEL TOMO I.

[TAVOLA CRONOLOGICA DEL TOMO I.]

Introduzione [pag. v]
Capitolo I. Mescolanza degl'Italiani coi popoli del settentrione dopo il regno di Odoacre fino a quello d'Ottone il grande — 476-961 [1]
Anno
476 Caduta dell'impero d'Occidente [8]
476-493 Regno d'Odoacre [9]
489 Discesa degli Ostrogoti in Italia [10]
489-526 Regno di Teodorico re degli Ostrogoti [ivi]
526-553 Successori di Teodorico; abbassamento e caduta del regno degli Ostrogoti [11]
553-567 L'Italia sottomessa a Giustiniano [12]
568 Alboino, re de' Lombardi, entra in Italia [14]
Divisione dell'Italia in molti stati indipendenti [ivi]
568-774 Regno de' Lombardi [15]
755-774 I principi francesi proteggono i papi contro i re lombardi [20]
774 Carlo Magno conquista la Lombardia [ivi]
800 Carlo Magno ristabilisce l'impero d'Occidente [21]
774-814 Regno di Carlo Magno [22]
888 Rapida decadenza dei successori di Carlo Magno [26]
888 Deposizione di Carlo il grosso, potenza de' grandi feudatarj [ivi]
888-894 Rivalità di Berengario e di Guido. Berengario, marchese del Friuli, e Guido, marchese di Spoleto, di disputar la corona [31]
888-924 Regno di Berengario I [34]
827-950 Invasioni dei popoli nomadi del Nord e del Mezzogiorno [35]
900-950 Invasione degli Ungari [ivi]
827-851 Conquista della Sicilia fatta dai Saraceni [38]
891-896 Stabilimento dei Saraceni nella Liguria [39]
850-950 Le città si fortificano, e le milizie dei borghesi si formano per opporsi ai barbari [41]
921 Congiure contro Berengario I [45]
924 Morte di Berengario I [46]
926-947 Regno tirannico di Ugo, conte di Provenza [47]
940 Fuga in Germania di Berengario marchese d'Ivrea, o II [52]
945 Berengario II ritorna in Italia con l'ajuto d'Ottone I [53]
950-966 Regno di Berengario II, sue guerre con Ottone I [55]
961 Incoronazione d'Ottone I come imperatore [57]
Capitolo II. Sistema feudale — Governo del regno del Lombardi; modificazioni che subisce questo governo dal 961 al 1039 duranti i regni degli Ottoni, di Enrico II e di Corrado il Salico, imperatori tedeschi [59]
Differenze tra i sistemi di libertà dei popoli del Nord e del Mezzodì [ivi]
Influenza della distribuzione della proprietà sullo stato politico [62]
Proprietà territoriale nei paesi conquistati dai popoli del Nord [63]
Sistema feudale dei Lombardi basato sulla proprietà territoriale [66]
576 Tentativi dei Lombardi per governarsi in repubblica [68]
Leggi dei Lombardi [69]
Assemblea nazionale o corte del regno [71]
Elezione ed incoronazione dei re lombardi [72]
Prerogative delle corti del regno [ivi]
Ogni cittadino poteva scegliere le leggi sotto le quali voleva vivere [76]
774-814 Istituzione dei conti [78]
Stato degli uomini liberi gentiluomini o valvasori [80]
Condizione degli uomini di campagna [83]
Arimanni [ivi]
Uomini di masnada [84]
Aldiani [85]
Schiavi [86]
Stato militare del regno dei Lombardi [87]
Giudizj di Dio [89]
Debolezza del legame sociale nel sistema feudale [91]
Scioglimento della società nel X secolo [92]
I grandi bramano lo scioglimento della monarchia [96]
Lo desiderano ancora i sudditi de' grandi [ivi]
Le città ed i gentiluomini rimangono attaccati al re [98]
961-965 Sommissione del regno lombardo ad Ottone il grande [ivi]
Governi municipali accordati alle città [102]
Ottone istituisce molti marchesati [103]
973 Morte d'Ottone il grande accaduta il 7 maggio presso Maddeburgo [106]
973-983 Regno d'Ottone II [ivi]
983-1002 Regno d'Ottone III [107]
961-1002 Indipendenza delle città durante il regno degli Ottoni [ivi]
1002 Enrico II coronato in Germania [109]
Arduino, marchese d'Ivrea, eletto re di Lombardia [110]
1004 Enrico II viene in Italia per disputarne il possesso ad Arduino [111]
1004 Pavia abbruciata dai Tedeschi [112]
1004-1015 Guerra tra Milano e Pavia in nome dei due re Arduino ed Enrico [114]
1024 Morte d'Enrico II; gli succede Corrado II [116]
1026 Corrado II, o il Salico, tien corte a Roncaglia [117]
Legge di Corrado intorno alla successione dei feudi [118]
1027-1036 Guerra dei capitani e valvasori contro le città [119]
1033 La pace o tregua di Dio [120]
1035 Guerra dei gentiluomini contro Eriberto, arcivescovo di Milano [121]
Ribellione dei sotto vassalli e degli schiavi [123]
1089 Morte di Corrado il Salico [124]
Capitolo III. La Chiesa e la repubblica di Roma nella prima metà del medio evo — Contese dei papi e degl'imperatori — Regni d'Enrico III, d'Enrico IV e d'Enrico V, dal 1039 al 1122 — Pace di Worms [125]
568-717 Roma non viene conquistata dai Lombardi [126]
I papi eccitano i Romani a tenersi fedeli agl'imperatori greci [127]
Credito che acquistano i papi per la debolezza dei Greci [128]
717-741 Riforma degl'iconoclasti [129]
Immagine miracolosa d'Edessa [130]
I Musulmani accusano i Cristiani d'idolatria [132]
717-741 Regno degl'imperatori isaurici ed iconoclasti [133]
726-731 I Romani incoraggiati da papa Gregorio II ricusano d'ubbidire agl'imperatori iconoclasti [134]
726-774 Ristabilimento della repubblica romana sotto l'influenza de' papi [135]
Governo incerto di questa repubblica [136]
741 Gregorio III domanda per la prima volta la protezione de' Francesi contro i Lombardi [138]
I papi sanzionano l'usurpazione de' Carlovingi [139]
755 Pipino sforza i Lombardi di cedere alla Chiesa ed alla repubblica romana l'esarcato e la Pentapoli [140]
Questa donazione non ha mai effetto [141]
774 Carlo Magno conferma tale donazione, che poi non eseguisce [142]
Ma cede al papa l'utile dominio di considerabili poderi [143]
762-766 Primi sintomi della corruzione dei papi [144]
Ricchezze del clero che ne accrescono la corruzione [146]
Doveri militari uniti ai feudi dati al clero [147]
Gli ecclesiastici incaricati dai re delle funzioni civili [ivi]
847-855 Pontificato glorioso di Leone IV [151]
Elezione popolare e quasi militare del papa [152]
Influenza delle donne nelle elezioni [153]
890-920 Potere della patrizia Teodora [154]
914 Ella dà la tiara a Giovanni X suo amante [155]
925-932 Potere di Marozia [157]
931 Il secondo figlio di Marozia fatto papa sotto il nome di Giovanni XI [158]
932 Alberico di Camerino, figlio di Marozia, console di Roma [159]
956-964 Ottaviano, o Giovanni XII figlio d'Alberico papa e signore di Roma [160]
Decadimento del potere sacerdotale nel X secolo [ivi]
I gentiluomini feudatarj dei papi aspirano all'indipendenza [162]
Spirito repubblicano della città di Roma [ivi]
Il popolo difende i papi contro gli Ottoni [164]
963 Giovanni XII deposto da Ottone il grande [166]
964 L'imperatore gli sostituisce Leone VIII, il popolo Benedetto V [ivi]
966 Giovanni XIII eletto dall'imperatore oggetto dell'odio de' Romani [169]
973-983 Guerre civili dei papi; delitti di Bonifacio VII [171]
980-988 Crescenzio, console di Roma [173]
996 Ottone III fa elegger papa suo cugino Gregorio V [175]
997 Crescenzio vuole ricondur Roma sotto la protezione degl'imperatori d'Oriente [176]
Dà la tiara a Giovanni XVI, prelato greco [177]
998 Vittoria d'Ottone III e Gregorio V, Giovanni XVI condannato al supplicio [178]
Crescenzio vittima della perfidia d'Ottone [179]
1002 Vendetta di Stefania, vedova di Crescenzio [ivi]
1010-1013 Giovanni, figlio di Crescenzio, patrizio di Roma [181]
1039 4 giugno, Enrico III, detto il nero, succede a Corrado il Salico, suo padre [183]
1012-1033 Papi simoniaci della famiglia dei conti di Tusculo [185]
1035-1046 Pontificato scandaloso di Benedetto IX [186]
1046 Enrico III trova in Roma tre papi [188]
Enrico III ristabilisce i diritti degl'imperatori di concorrere all'elezione dei papi [189]
Egli usa piamente di questo diritto [190]
1056 Il 5 ottobre, morte d'Enrico III, suo figlio Enrico IV, ma sotto tutela del papa [ivi]
Carattere del monaco Ildebrando [191]
Nel corso di 30 anni è l'anima della corte di Roma [192]
1058 Fa proibire da Stefano IX il matrimonio de' preti [194]
1059 Fa proibire agli ecclesiastici dal concilio di Laterano di ricevere benefici dai laici. Investiture [196]
Questo canone non si applica all'elezione dei papi [197]
Il domma della presenza reale nell'Eucarestia consacrato dal concilio di Laterano [198]
1061 Scisma dell'antipapa Onorio II [200]
1073 Ildebrando papa col nome di Gregorio VII [ivi]
Carattere della contessa Matilde [202]
1077 Umiliazione d'Enrico IV ai piedi di Gregorio VII [204]
Guerra dei partigiani dell'impero e del papa per le investiture [207]
Massime di Gregorio VII. Dictatus papæ [ivi]
1084 Enrico assedia Gregorio, che viene liberato da Roberto Guiscardo [208]
1085 Maggio. Morte di Gregorio VII a Salerno [ivi]
1093 Urbano II fa rivoltar Corrado contro Enrico IV suo padre [210]
1095 Il passaggio della prima crociata dannosa ad Enrico IV [211]
1105 Pasquale II fa ribellare Enrico V contro il padre [212]
1106 Gli arcivescovi di Germania spogliano Enrico IV degli ornamenti reali [213]
Guerra tra il padre ed il figliuolo [216]
Morte d'Enrico IV il 7 agosto 1106 [218]
1110 Enrico viene a Roma a prendere la corona imperiale [219]
Si disgusta con Pasquale II [222]
1111 12 febbraio. Pasquale arrestato da Enrico V [ivi]
Pasquale accorda ad Enrico le investiture [223]
Viene disapprovato dai suoi cardinali [224]
1112 Un concilio di Laterano scomunica l'imperatore [225]
1116 Enrico V va al possesso dell'eredità della contessa Matilde [226]
1118 Morte di Pasquale II. Scisma di Burdino [227]
1122 Pace di Worms tra la Chiesa e l'impero [228]
Capitolo IV. I Greci, i Lombardi ed i Normanni dal settimo al dodicesimo secolo nell'Italia meridionale — Repubbliche di Napoli, di Gaeta e d'Amalfi [230]
589 Zottone fonda il gran ducato de' Lombardi in Benevento [233]
Le città marittime della Campania e della Calabria fedeli all'imperatore Greco [234]
Guerre dei Lombardi contro le città marittime [236]
Costituzione municipale delle città greche [237]
Ducati di Gaeta e di Napoli [238]
600-717 Le città greche dipendenti dall'esarcato di Ravenna [241]
Natura delle loro guerre coi Lombardi [ivi]
726 Le città diventate più indipendenti dopo la perdita dell'esarcato [243]
774-787 Arichis, duca di Benevento, mantiensi indipendente contro Carlo Magno [244]
787 Grimoaldo I si difende dalle forze francesi [245]
806 Grimoaldo II, Store Seitz [246]
817 Sicone, duca di Benevento [ivi]
826-830 Generosa difesa di Stefano, duca di Napoli, contro Sicone [247]
836 Sorrento difeso contro Sicardo successore di Sicone [250]
Andrea, maestro dei soldati di Napoli, introduce i Saraceni in Italia [252]
Sicardo, duca di Benevento, occupa Amalfi [253]
839 È assassinato, ed i suoi dominj divisi [255]
Gli abitanti d'Amalfi ricuperano la libertà e governansi repubblicamente [ivi]
Il ducato lombardo diviso tra Radelchiso, principe di Benevento, e Siconolfo, principe di Salerno. Landolfo, conte di Capoa [258]
I Saraceni si fanno potenti in Calabria [259]
Stabilisconsi al Garigliano, a Cuma ed alla Licosa [ivi]
846 Le repubbliche di Napoli, Gaeta ed Amalfi fanno guerra ai Saraceni [260]
Costituzione, commercio e grandezza d'Amalfi [260]
866 Luigi II, imperatore, ajuta i Lombardi contro i Saraceni [264]
Basilio, imperatore greco, rendesi potente in Italia [266]
870-980 Thême di Lombardia dei Greci in Puglia [ivi]
980 Ottone II vuole spogliare i Lombardi dell'Italia meridionale [267]
982 Disfatto a Besantello [268]
Fatto prigioniere, fugge a nuoto [269]
982-1002 I Greci stendono le loro conquiste nella Capitanata [271]
Passione de' Normanni per i pellegrinaggi [273]
1000-1010 I pellegrini normanni difendono Salerno contro i Saraceni [275]
1016 Drengot conduce in Italia cento avventurieri normanni [277]
Melo, emigrato di Bari, li riduce a fare la guerra ai Greci [278]
1019 Melo ed i Normanni battuti a Canne [ivi]
1021 Enrico II attacca i Greci nella Puglia [279]
Rainolfo, fratello di Drengot, si stabilisce in Aversa coi Normanni [ivi]
1035 I figli di Tancredi d'Hauteville passano in Italia [280]
Vanno ai servigi di Guaimaro IV, principe di Capoa [281]
1041 Sotto il comando de' Greci attaccano i Saraceni in Sicilia [282]
Malcontenti dei Greci, li dichiarano guerra e li tolgono la Puglia [284]
1042 La Puglia divisa dai Normanni in XII contee [ivi]
1045 Ladronecci dei Normanni [285]
Leone IX forma un'alleanza contro di loro [286]
1053 Il papa disfatto rimane prigioniero dei Normanni il 18 giugno nella battaglia di Civitella [289]
Accorda ai Normanni l'investitura dei paesi conquistati come feudi della Chiesa [ivi]
1053-1057 Unfredo soggioga tutta la Puglia [291]
1057 Suo fratello Roberto Guiscardo gli succede [ivi]
1060 Di concerto con Ruggiero conquista la Calabria [293]
1061 Ruggiero passa in Sicilia coi Normanni [295]
Debolezza e discordia dei Saraceni di Sicilia [ivi]
1060-1090 Ruggiero conquista la Sicilia [296]
Sua critica posizione nella città di Traina [ivi]
1060-1080 Roberto Guiscardo scaccia i Greci d'Italia [298]
1062 Il principato di Capoa viene in potere dei figliuoli di Drengot [ivi]
1077 Benevento e Salerno conquistati da Guiscardo [299]
Guiscardo nominato duca d'Amalfi [ivi]
1081 Guiscardo attacca i Greci nell'Illirico [301]
1085 Morte di Roberto Guiscardo accaduta il 17 luglio [302]
1085-1111 Ruggiero I duca di Puglia [ivi]
1096 Boemondo suo fratello, e Tancredi suo cugino vanno in Asia coi crociati [303]
1111-1127 Guglielmo figliuol di Ruggiero duca di Puglia [ivi]
1127-1138 Ruggiero II, di Sicilia, duca di Puglia [305]
1130 L'antipapa Anacleto II dà la corona reale a Ruggiero [ivi]
1020-1098 L'ordine militare di s. Giovanni fondato e mantenuto dagli abitanti d'Amalfi [307]
1131 Ruggiero sforza Amalfi a sottomettersi [308]
1132 Ruggiero sottomette i suoi baroni normanni [ivi]
Roberto, principe di Capoa, fa alleanza colle repubbliche di Napoli e di Pisa [310]
1135 I Pisani acquistano Amalfi. Le Pandette [311]
1136 Napoli assediato da Ruggiero [ivi]
Lotario lo sforza a levare l'assedio [316]
1137 Tutte le province di qua del Faro si ribellano a Ruggiero [317]
Nuove perdite per la repubblica d'Amalfi [318]
Ritirata dell'imperatore e dei Pisani [319]
1138 Innocenzo II fatto prigioniero da Ruggiero conferma tutti i suoi diritti [321]
Napoli apre le sue porte al re Ruggiero [ivi]
Capitolo V. Origine di Venezia; sue rivoluzioni avanti il dodicesimo secolo — Pisa e Genova nuove repubbliche marittime; loro rivalità con Venezia e loro primi progressi [323]
Natura e forma della laguna veneta [324]
Antichi Veneti [327]
La propria Venezia devastata dai barbari [328]
452 I fuggiaschi della prima Venezia si riparano nella seconda cacciati da Attila [329]
La città di Rialto asilo de' Padovani [ivi]
Indipendenza de' Veneziani rifugiati [331]
476 I Veneziani resi affatto liberi per la caduta dell'impero occidentale [334]
523 I Veneziani ai tempi di Teodorico [ivi]
518-527 Gli Schiavoni invadono la Dalmazia [335]
568 I Lombardi invadono l'Italia, il clero cattolico si rifugia nella seconda Venezia [337]
697 Paolo Lucca Anafesto primo doge di Venezia [339]
774-809 Querele dei Veneziani coi Franchi [341]
Pipino, figlio di Carlo Magno, prende Chiozza e Palestina [342]
Rialto diventa la capitale della repubblica, ed assume il nome di Venezia [ivi]
837-864 Guerre civili a Venezia [344]
959 Gl'Istrioti rapiscono le spose veneziane [345]
961-976 Regno tirannico di Pietro Candiano IV [347]
Città marittime dell'Istria e dell'Illirico [348]
997 Loro alleanza coi Veneziani contro i Narentini [350]
Tutte le città marittime fanno omaggio al doge [ivi]
Sommissione di Narenta. Il doge, duca di Venezia e di Dalmazia [351]
980 Ottone II domanda ai Pisani l'ajuto delle loro flotte [352]
Sette baroni d'Ottone ceppo di sette famiglie pisane [354]
936-980 Accrescimento di Genova; sua potenza marittima [356]
1005 Imprese dei Pisani contro i Saraceni in Calabria [358]
Muset, re saraceno di Sardegna, abbrucia un sobborgo di Pisa; coraggio di Chinzica [ivi]
1017 I Pisani acquistano la prima volta la Sardegna [361]
1021 I Pisani difendono contro i Genovesi la loro conquista [ivi]
1050 Muset ritoglie la Sardegna ai Pisani [363]
Seconda conquista della Sardegna: morte di Muset [364]
1000-1100 Fazioni di Venezia: Morosini e Caloprini [365]
1101 Incominciamento delle cronache autentiche de' Genovesi [367]
1100-1130 Costituzione di Genova [ivi]
Accomodamento della nobiltà col popolo [371]
Storici di Pisa e di Venezia [372]
1099 Le tre repubbliche prendono parte alla crociata [373]
Flotta de' Veneziani sotto Vitale Michieli [374]
1100 Daimberto, arcivescovo di Pisa, coi Pisani ed i Genovesi [ivi]
1101 I Pisani ed i Genovesi prendono Cesarea [375]
1108-1187 Privilegi accordati alle tre repubbliche dai re di Gerusalemme [376]
1124 Briga de' Veneziani coi Greci [378]
1124-1125 I Veneziani saccheggiano le isole dell'Arcipelago [379]
Nuove conquiste dei Veneziani in Dalmazia [381]
1113 Crociata de' Pisani contro Nazaredech, re di Majorica [382]
1113-1115 Sommissione delle isole Baleari ai Pisani [385]
1118 I Pisani soccorrono papa Gelasio contro Enrico V [ivi]
1119-1133 Sanguinosa guerra tra Pisa e Genova [386]
Indipendenza dei feudatarj pisani in Sardegna [388]
Le Maremme pongonsi sotto la protezione dei Pisani [389]
Le due Riviere sotto quella dei Genovesi [390]
Buoni ufficj dei Fiorentini verso i Pisani [392]
Capitolo VI. Tutte le città italiane adottano il governo repubblicano prima del secolo dodicesimo [393]
L'Italia in quest'epoca importante manca di storici [394]
Primo diritto delle città; quello di fortificarsi [398]
Avvilimento de' cittadini prima d'Ottone il grande [399]
960-1002 Costituzioni municipali accordate da Ottone [400]
Consoli annuali eletti dal popolo [ivi]
Consilio generale di credenza [402]
Assemblea sovrana del popolo [ivi]
Divisione delle città in quartieri o porte [403]
Corpi militari ed armature delle milizie [404]
Diritto di guerra privata accordato alle città [405]
1002-1024 Rivalità di Pavia e di Milano [406]
1026-1039 Guerra dei Milanesi contro Corrado il Salico e contro i gentiluomini [409]
Eriberto, arcivescovo di Milano, inventa il carroccio, o carro degli stendardi ad imitazione dell'arca dell'alleanza [409]
Commercio dei Veneziani in Lombardia [412]
Sviluppamento dell'industria in Lombardia [414]
1000-1100 Origine della lingua italiana [415]
Corruzione e barbarismo della lingua latina [418]
Uso della lingua allemanna presso i Lombardi ed i Franchi [419]
Carte latine dei tempi barbari [ivi]
La lingua volgare parlata dagl'ignobili, il tedesco dai nobili ed il latino dai preti [420]
940-960 Distinto merito dello storico Luitprando [421]
Scrittori dell'Italia meridionale [422]
Poemi storici [423]
1000-1050 Primi storici delle città, Arnolfo e Landolfo di Milano [424]
1039-1100 I gentiluomini adottati dalle città lombarde [425]
Politica delle città, rispetto ai gentiluomini [427]
1041 Sedizione di Milano contro i nobili [ivi]
Lanzone, capo dei plebei, ricorre ad Enrico III [428]
1078-1122 Silenzio degli storici rispetto alla guerra delle investiture [430]
Influenza della libertà sul popolo italiano [431]
L'indipendenza portata dal Nord al Mezzodì;
la libertà sociale ritorna dal Mezzodì al Nord [433]
La forza individuale e la virtù del selvaggio [434]
La forza sociale è una creazione dei popoli governati dalle leggi [435]
I popoli del Nord avevano libertà senza patria: quelli del Mezzogiorno avevano patria senza libertà [436]
Ogni rivoluzione dell'Italia giovò alla sua rigenerazione [437]

Fine della Tavola.