CAPITOLO X.
Oppressione dell'Italia. — Lega lombarda. — Sua resistenza all'Imperatore. — Fondazione di Alessandria.
1162 = 1168.
LA vittoria ottenuta da Federico contro la prima città d'Italia e la punizione inflittale, si celebrarono dai partigiani dell'Impero come un nobile e glorioso trionfo, come un luminoso atto di giustizia di un grande monarca: i deputati delle Provincie, i vescovi, i conti, i marchesi, i podestà, i consoli delle città s'affrettarono di recarsi a Pavia per felicitare l'imperatore di così glorioso avvenimento; e quando si presentò loro coll'imperatrice ornato dell'imperiale diadema, ch'egli aveva giurato di non portare finchè non avesse soggiogati i Milanesi, fu accolto coi più caldi applausi[151]. I Bresciani ed i Piacentini, che vedevano nella perdita di Milano la total rovina della libertà, cercarono, sottomettendosi alle più odiose condizioni, di calmare la collera di Federico. Essi atterrarono le torri e le muraglie delle loro città, ne colmarono le fosse, pagarono enormi tributi, e ricevettero il podestà mandatogli dall'imperatore. Tutto piegava innanzi a lui, ed universale era il terrore; sicchè poteva omai lusingarsi d'aver assicurato il suo trono contro qualunque avvenimento. Ma il potere fondato sul terrore non è stabile, finchè la nazione non sia compiutamente avvilita: e quantunque in que' primi istanti estremo fosse il terrore, il carattere lombardo non aveva ancora perduta tutta la sua elasticità; e se piegò alcun tempo sotto l'oppressione, non fu che per rialzarsi con maggior forza. I fuorusciti milanesi, passando d'una in altra città, raccontavano agli uomini, com'essi una volta liberi, la deplorabile ruina della loro patria, la caduta di quelle mura difese con tanta bravura, l'incendio e la profanazione delle chiese, la rapina o la dispersione delle reliquie e delle sacre immagini, e le vessazioni d'ogni maniera che, dopo distrutta la loro città, facevansi soffrire agli sventurati loro concittadini. Non saziavansi di andar replicando come il vescovo di Liegi e Pietro de' Cunin, che successivamente li governarono, non contenti di averli divisi in quattro borgate, che per loro ordine avean dovuto fabbricare due miglia lontano dalla città, pigliavansi le loro messi, s'appropriavano i poderi, accrescevano i tributi, e gli sforzavano a trasportare essi medesimi i materiali della distrutta città per innalzare castelli e palagi all'imperatore[152]. Generose lagrime cadevano loro dagli occhi quando descrivevano le battaglie che sostennero, e que' gloriosi giorni ne' quali, in mezzo ai pericoli e mancanti d'ogni cosa, pure credevansi ancora felici finchè vedevansi armati per difesa della patria.
Le grandi sventure sogliono soffocare le antiche nimistà: Pavia, Cremona, Lodi, Bergamo, Como, avevano aperte le loro porte ai rifugiati. Anche in mezzo alle guerre nazionali i legami dell'ospitalità riunivano le famiglie delle vicine città, ed accoglievansi cordialmente a tavola coloro contro i quali poc'anzi per onore della propria città avevano combattuto. I racconti de' Milanesi s'imprimevano più profondamente nell'animo degli uditori dopo che i partigiani dell'Impero incominciarono ad esperimentare ancor essi i funesti effetti della loro vittoria. Aveva bensì Federico permesso ai Cremonesi, ai Pavesi, ai Lodigiani di eleggersi i loro consoli; ma aveva mandati podestà a Ferrara, a Bologna, a Faenza, ad Imola, a Parma, a Como, a Novara, città che pur non erano alleate ai Milanesi, o che anzi avevano mandate le loro milizie in soccorso dell'imperatore: e quando in sul finire dell'estate questi passò in Germania, lasciava in Italia Rainaldo cancelliere dell'Impero, ed arcivescovo eletto di Colonia, in qualità di suo luogotenente generale, il quale rese indistintamente più grave a tutti i Lombardi il giogo loro imposto.
Ninna scrittura ci fa meglio conoscere il terrore da cui erano compresi gl'Italiani, quanto gli Annali genovesi. Siccome lo storico Caffaro gli andava dettando anno per anno, conservarono dopo tanti secoli l'impressione del momento. Perciò lo stesso scrittore che con tanto entusiasmo aveva descritto l'universale ardore dimostrato dai Genovesi, quando, nel 1158, temendo d'essere attaccati dall'imperatore, rialzarono e rinforzarono le loro mura[153], parlando adesso delle fresche vittorie di Federico adopera le più lusinghiere frasi, chiamandolo l'imperatore sempre augusto, sempre trionfante, quello che innalzò l'impero al più elevato grado di gloria[154]. Infatti i Genovesi spedirono una deputazione a Federico per felicitarlo della sua vittoria, ed assicurarlo della loro sommissione. E perchè nel tempo medesimo gli offrirono una flotta per valersene nella sua guerra di Sicilia, ottennero da lui un atto che ci fu conservato, col quale accorda ai consoli di Genova il diritto di chiamare sotto le loro bandiere in tempo di guerra gli abitanti della costa ligure da Monaco fino a porto Venere, vale a dire di quasi tutto l'attual territorio della repubblica, salva però sempre la fedeltà che questi vassalli di second'ordine dovevano all'Impero, ed il diritto di giustizia de' conti e dei marchesi. Riconfermò al popolo il diritto di eleggere i suoi consoli, ed accordò in feudo ai Genovesi Siracusa ed altri duecento cinquanta feudi nella valle di Noto, promettendogliene loro il possesso all'istante che col loro ajuto sarebbesi impadronito della Sicilia. Gli concesse inoltre, con pregiudizio de' Provenzali, il privilegio esclusivo di commerciare in tutti i luoghi marittimi, non escluso lo stato di Venezia, qualora i Veneziani non riacquistassero la sua grazia. Li dispensò pure dal militare per lui, tranne sulle coste della Provenza e delle due Sicilie; e per ultimo si obbligava a non far la pace con Guglielmo re di Napoli, o con i suoi successori senza il libero assenso de' consoli genovesi[155].
Mentre con questi speciosi privilegi pareva che Federico esentasse i soli Genovesi dal giogo che aveva posto alle altre città, si offerse arbitro delle contese che avevano coi Pisani, perchè desiderava di rendere la pace a due popoli, onde valersi a proprio vantaggio delle loro armi. La guerra che al presente facevansi le due repubbliche ebbe principio in Costantinopoli, ove ambedue avevano stabilita una colonia. I Pisani trovandosi colà in numero di due mila, mal soffrivano nel commercio di quella capitale la concorrenza de' Genovesi, la di cui colonia non contava più di trecento uomini; perciò gli attaccarono, e, senza che il governo greco, testimonio di tanta violenza, osasse d'immischiarsi nella contesa di commercianti bellicosissimi ch'egli accarezzava e temeva, gli spogliarono affatto e cacciarono dalla città. I Genovesi disponevansi appunto a vendicare sul mar tirreno l'affronto fatto ai loro concittadini quando Federico usò della sua autorità per far loro deporre le armi. I deputati delle due città rivali dovettero firmare in Torino una tregua colla quale s'obbligavano di non riprendere le armi, finchè l'imperatore non pronunciasse la sua sentenza dopo tornato dalla Germania[156].
(1163) Quando l'imperatore tornò in Italia in sul finire del 1163, non più come conquistatore, ma come padrone, trovò queste due città sommamente inasprite da un nuovo motivo di discordia. Avevano i Pisani, come si disse a suo luogo, conquistata già da un secolo l'isola di Sardegna, e ne avevano dato in feudo le signorie a molti loro gentiluomini. Ma questi feudatari, trovandosi lontani dalla metropoli, eransi quasi emancipati da ogni dipendenza e resi sovrani indipendenti, appoggiati dall'alleanza de' Genovesi che possedevano alcune fortezze in Sardegna. Quest'isola era allora caduta quasi tutta in potere dei quattro signori di Sallura, di Logodoro, di Arborea e di Cagliari, i quali col titolo di giudici affettavano un fasto reale. Barisone giudice d'Arborea che discendeva dall'antica famiglia Sardi di Pisa (posta in possesso d'Arborea quando i Pisani conquistarono la Sardegna), essendo di questi tempi andato a Genova, trovò che due suoi compatriotti erano stati innalzati alle principali magistrature della repubblica. Corso Sismondi era console del comune, e Sismondi Muscula console delle liti[157]. Propose loro di riporre tutta l'isola sotto l'alta signoria di Genova, a condizione d'ajutarlo ad allargare la propria autorità. A Federico che, sempre avido di riconquistare gli antichi dominj dell'impero romano, non aveva potuto far valere (1164) i suoi pretesi diritti sulla Sardegna, si presentò a Fano Barisone, offerendogli di fargli omaggio dell'isola di Sardegna e di pagargli a titolo di tributo un canone di quattro mila marche, a condizione che l'imperatore volesse riconoscere i suoi diritti, o piuttosto le sue orgogliose pretese, ed investirlo del regno sardo. I consoli genovesi Corso Sismondi e Baldizzo Ususmari, deputati del comune presso Federico, dovevano dare guarentia per Barisone e promettere l'assistenza della loro flotta per metterlo al possesso del nuovo regno, ch'egli doveva poi sempre mantenere ligio e devoto alla repubblica di Genova.
Tosto che i consoli pisani, che pure trovavansi alla corte di Federico, ebbero sentore di questo trattato, riclamarono altamente contro la concessione che l'imperatore era per fargli, rimostrando che la Sardegna era una proprietà di Pisa e che Barisone, il quale aveva la sciocca vanità di aspirare allo splendore della corona, era vassallo e livellario della loro repubblica. I consoli genovesi che fino allora non eransi più che tanto interessati alle proposizioni fatte dal giudice d'Arborea, abbracciarono subito la sua difesa per dar peso alle loro pretese sulla Sardegna, ed impedire che non fossero dall'imperatore riconosciuti i titoli dei loro rivali. Ma questi, senza prendersi troppa cura di scandagliare il merito della causa, s'affrettò d'accettare il danaro che venivagli offerto per una corona che non gli apparteneva; e fece stendere dai suoi notai un diploma col quale dichiarava Barisone re di Sardegna; dopo di che domandavagli le quattro mila marche promesse[158].
Il giudice d'Arborea, costretto d'imitare il fasto della corte e largamente spendendo, aveva omai consunti que' tesori che il ristretto vivere tra i suoi rustici vassalli gli faceva credere inesauribili. Di modo che quando Federico gli accordò il diploma sì lungo tempo desiderato, il nuovo re non aveva la somma convenuta. Vero è ch'egli disponevasi a stabilire nella sua isola le imposte di cui vedeva aggravati i popoli del continente, e protestando che i suoi sudditi, abbagliati dallo splendore della nuova dignità, s'addosserebbero con piacere le spese del trono, chiedeva a Federico di rientrare nella sua isola ond'essere in grado di soddisfare in breve al suo debito; ma l'imperatore dichiarò che non gli avrebbe permesso di allontanarsi dalla sua corte senza aver prima mantenute le sue promesse.
I consoli genovesi che avevano favoreggiata la sua causa più per soddisfare al loro odio contro di Pisa, che per affetto che portassero a Barisone, si risolsero di soccorrerlo. Nè pagarono soltanto le quattro mila marche dovute all'imperatore; che vi aggiunsero altre più ragguardevoli somme per accompagnarlo con un'armata in Sardegna; ma perchè risguardavano la sua persona come la sola cauzione del loro credito, non gli permisero mai di sbarcare nella sua isola; e dopo essere rimasto alcun tempo in faccia ad Arborea, sospettando che li tradisse e si accomodasse di nuovo coi Pisani, lo ricondussero a Genova, ove lo tennero prigioniero per i suoi debiti[159].
Intanto i giudici di Gallura e di Logodora, avendo rinnovato il loro giuramento di fedeltà ai Pisani, avevano coi soccorsi della repubblica occupato il distretto d'Arborea e postolo a fuoco ed a sangue, di modo che il nuovo re di Sardegna, lungi dall'assoggettarsi i suoi uguali, aveva inoltre perduto l'antico suo patrimonio. Non però, quantunque dimenticato più anni in prigione, lasciarono le rivali repubbliche di battersi in mare e di distruggere i vascelli nemici e le fortezze poste lungo le loro spiaggie.
Ma in tempo di queste guerre con Pisa erano i Genovesi interamente travagliati da una civile discordia, di cui lo storico pubblico non ne trascrisse le particolarità per timore di disonorare la sua patria[160]. Racconta solo che le nobili famiglie degli Avogadi e de' marchesi della Volta, forse rivali in credito ed in potenza, eransi offese, ed avevano strascinati gli amici nella loro contesa. Un marchese della Volta era stato ucciso del 1165, quantunque fosse allora console; e furono ugualmente uccisi nel susseguente anno Rubaldo Barattieri, Sismondo Sismondi, Juscello e Scotto. E perchè l'odio delle due famiglie, rendendosi ogni giorno più vivo, toglieva ogni speranza di accomodamento, i consoli del 1169, per ristabilire la pace tra fazioni sorde alle loro voci, e più del governo potenti, furono costretti di ordire in certo qual modo una cospirazione.
Cominciarono dall'assicurarsi segretamente delle pacifiche disposizioni di molti cittadini che la parentela colle famiglie rivali strascinava loro mal grado nella lite; indi consigliatisi con Ugo, venerabile vecchio loro arcivescovo, fecero avanti giorno chiamare dalle campane del comune i cittadini a parlamento, sperando che la sorpresa e l'allarme di così improvvisa chiamata, in mezzo all'oscurità della notte, renderebbe l'adunanza e più numerosa e più tranquilla. I cittadini nel recarsi a parlamento videro in mezzo alla piazza il loro vecchio arcivescovo circondato da' suoi clerici in abito di cerimonia e con torchie accese in mano, mentre che le reliquie del protettore di Genova s. Giovanni Battista stavano colà esposte, ed i più ragguardevoli cittadini tenevano tra le loro mani le croci supplichevoli.
Quando l'assemblea fu riunita, alzossi il vecchio prelato, e colla mal ferma sua voce scongiurò i capi di fazione in nome del Dio della pace, per la salute delle anime loro, in nome della patria e della libertà, che le loro discordie menavano ad aperta ruina, a giurare sul vangelo intera dimenticanza delle loro contese, e stabil pace. Poich'ebbe terminato di parlare, gli araldi si presentarono a Rolando Avogado, l'un de' capi d'una fazione che trovavasi presente all'assemblea, ed assecondati dalle acclamazioni del popolo e dalle preghiere de' suoi parenti medesimi, gl'intimarono di accedere al voto dei consoli e della nazione.
Rolando stracciavasi gli abiti da dosso, e, sedutosi in sulla terra e piangendo, chiamava ad alta voce i morti parenti che aveva giurato di vendicare, e che non gli acconsentivano di perdonare le loro antiche offese. E perchè non potevano ridurlo ad appressarsi al luogo ove stava il libro de' vangeli, gli s'avvicinarono i consoli stessi, l'arcivescovo ed il clero, i quali a forza di preghiere lo fecero finalmente giurare sul vangelo obblio delle passate inimicizie.
Folco e Castro ed Ingo della Volta, capi della contraria parte, non erano intervenuti all'adunanza, onde il popolo ed il clero recaronsi in folla alle loro case, e trovaronli già commossi da quanto era stato loro raccontato; perchè, approfittando delle loro disposizioni, li fecero giurare una sincera riconciliazione, e dare il bacio della pace ai capi dell'opposta fazione. In segno di allegrezza per così lieto avvenimento, si suonarono le campane della città, e l'arcivescovo ritornato sulla pubblica piazza intuonò il Tedeum in onore del Dio della pace che aveva salvata la patria[161].
Abbiamo detto che Federico era tornato in Italia del 1163 conducendo seco la sposa, una splendida corte, ma non truppe. I Pavesi, approfittando del terrore del di lui nome, mossi da vecchia gelosia, vollero distruggere Tortona, onde rappresentarono all'imperatore che i Milanesi non l'avevano rifabbricata che per mostrar disprezzo delle sue vendette, e che una città, da lui ruinata e rifatta dai suoi più acerbi nemici, cospirerebbe sempre coi faziosi: a queste ragioni aggiunsero l'offerta di ragguardevole somma, ed ottennero dall'imperatore la facoltà di atterrare fino alle fondamenta le mura della già ruinata città. Nell'eseguire quest'imperiale rescritto non solo distrussero le mura che potevano dare agli abitanti di Tortona un mezzo di difesa, ma ne demolirono ancora le case[162].
(1164) Questo fu per altro l'ultimo atto violento che la fazione vittoriosa si permettesse per soddisfare ad un'antica rivalità che omai andava calmandosi. Durante la lontananza dell'imperatore, i podestà da lui posti al governo delle diocesi avevano bruttamente abusato della loro autorità, esigendo contribuzioni sei volte più gravi di quelle che portavano le antiche consuetudini, e non lasciando agli abitanti del Milanese e del Cremasco che il terzo del raccolto. Lo stesso Morena, tanto affezionato storico dell'imperatore, depose che non eravi alcun Lombardo il quale, rammentando l'antica libertà della sua patria, non riguardasse come un obbrobrio le tasse cui vedevasi esposto, e non desiderasse di vendicarsi[163]. Pure gl'Italiani avevano atteso il ritorno dell'imperatore, lusingandosi che in allora avrebbe posto riparo agli abusi d'ogni maniera sotto cui gemevano.
Difatti, avvertiti i Milanesi che Federico recavasi da Lodi a Monza ove faceva fabbricare un palazzo, presentaronsi affollati lungo la strada che doveva tenere, ed in tempo di notte, in mezzo al fango e sotto una dirotta pioggia, lo pregavano colle ginocchia a terra e con profondi gemiti a trattarli con maggior dolcezza. Federico si mostrò commosso, ed ordinò che si rilasciassero i loro ostaggi, ma avendo rimesso ai suoi ministri l'esame delle loro lagnanze, questi ne presero anzi motivo per aggravare di nuove tasse gli sgraziati che avevano osato di lamentarsi[164].
Gli abitanti della Marca veronese che non avevano quasi presa parte alcuna nelle guerre di Lombardia, presentarono pure le loro istanze contro queste vessazioni tanto più odiose, quanto che i ministri regi non avevano alcun motivo di trattarli ostilmente. Pure non furono ascoltati. Intanto essendosi l'imperatore innoltrato nell'Emilia dalla banda di Fano, le città lombarde approfittarono del suo allontanamento per tenere un'adunanza. Verona, Vicenza, Padova e Treviso giurarono di sussidiarsi vicendevolmente ne' tentativi che farebbero per minorare i diritti dell'Impero, riducendoli alla misura praticata dagl'imperatori ortodossi predecessori di Federico. Convennero inoltre di opporsi ad ogni usurpo del monarca, e di esaminare le prerogative che gli appartenessero per diritto[165].
Anco i Veneziani, che da lungo tempo erano diventati odiosi a Federico, presero parte in questa lega, che allora si credette abbastanza forte per metter fine alle vessazioni de' governatori tedeschi: attaccò nella Marca trivigiana que' gentiluomini ch'eransi rifiutati d'entrare nella lega, e scacciò gli ufficiali dell'imperatore più odiosi al popolo.
Tosto che Federico ebbe notizia di tali movimenti, tornò a Pavia, ed avendo riuniti de' Lombardi in cui più si fidava, le milizie di Pavia, di Novara, di Cremona, di Lodi e di Como, s'avanzò alla volta di Verona per devastarne il territorio; ma la lega veronese trasse in campagna la sua armata, che marciò coraggiosamente contro l'imperatore. Non tardò Federico ad avvedersi che le milizie lombarde lo seguivano di mala voglia; e spaventato di trovarsi in loro balìa, abbandonò precipitosamente il campo, e fuggì innanzi ai Veronesi[166]. Dopo tal epoca tutte le città gli diventarono sospette, e perchè i marchesi, i conti, i capitani dovevano essere naturali nemici delle città libere, contrasse alleanza con questi, e ripartì nelle loro fortezze i suoi migliori soldati tedeschi[167].
Dopo così umiliante esperimento della sua debolezza, Federico non poteva prolungare il suo soggiorno in Italia senza esporsi a grandissimi rischi. Passò dunque in Germania poco dopo essersi ritirato dal Veronese, assicurando però i suoi alleati, che sarebbe in breve tornato con un'armata capace di mettere a dovere i sudditi ribelli.
Comunque insopportabil peso dovesse riuscire a così impetuoso carattere, come era quello di Federico, il ritardo della vendetta, fu non pertanto obbligato di lasciare ai Lombardi che lo avevano offeso, abbastanza di tempo per esercitare le truppe, fortificare le città, e contrarre nuove alleanze. L'antipapa Vittore III, che l'imperatore aveva opposto a papa Alessandro, era morto in principio di quest'anno; ed il successore ch'egli aveva fatto nominare, Guido da Cremona, che faceva chiamarsi Pasquale III, non era riconosciuto da verun altro sovrano, onde Federico trovavasi avviluppato in continui negoziati coi re di Francia e d'Inghilterra, che lo andavano eccitando a dar la pace alla Chiesa, e coi propri sudditi di Germania che non erano sempre disposti a riconoscere vescovi scismatici. A tali ostacoli s'aggiunse in Germania la guerra che rinnovossi tra le case guelfa e ghibellina, cui Federico non poteva essere indifferente[168].
(1165) Intanto essendo morto il Vicario di Roma, papa Alessandro nominò suo successore il cardinale di S. Giovanni e Paolo, il quale s'adoperò per ridurre i Romani all'ubbidienza del legittimo pontefice. Per riuscire nell'intento seppe opportunamente spargere il danaro tra il popolo; fece entrare in Senato persone a lui affezionate, escludendone gli scismatici; ottenne la restituzione della chiesa di S. Pietro e del contado della Sabina ove il partito dell'antipapa aveva lungo tempo dominato, e finalmente, a fronte dell'opposizione d'alcuni cittadini, ottenne dalla maggioranza del popolo romano l'atto con cui spediva una deputazione ad Alessandro per invitarlo a tornare alla sua greggia[169]. Alessandro, così consigliato dai re di Francia e d'Inghilterra, partì da Sens ove aveva stabilita la sua dimora, e s'imbarcò a Monpellier. Spinto dai venti a Messina, si valse di tale opportunità per rinfrescare l'antica alleanza con Guglielmo re di Sicilia, e di là venne a sbarcare ad Ostia. I nobili, i senatori, il clero ed il popolo gli si fecero incontro in processione, e lo accolsero come loro pastore con dimostrazioni sincere di rispettosa ubbidienza[170].
Dall'altro canto Cristiano arcivescovo eletto di Magonza, il quale era luogotenente dell'imperatore in Toscana, erasi con un'armata tedesca avanzato nella campagna di Roma sottomettendo Viterbo e quasi tutte le altre città all'antipapa Pasquale; ma appena s'allontanò dalle sue conquiste, i Romani sussidiati dalle truppe del re Guglielmo fecero rientrare nell'ubbidienza della Chiesa quasi tutte le piazze occupate dagli scismatici.
(1166) Guglielmo I, soprannominato il cattivo, dopo avere giovato alla Chiesa ed alla causa della libertà, morì[171], lasciando un fanciullo per suo successore, che fu poi chiamato Guglielmo il buono, il quale rimase lungo tempo sotto la tutela di Margarita sua madre. Benchè distinti da opposti nomi il padre ed il figlio tennero la stessa condotta rispetto all'Italia, per mantenere libera la quale, siccome richiedeva la sicurezza del loro regno, fecero causa comune col papa, coll'imperatore d'Oriente, e colle città libere.
Quelle della Marca veronese facevano grandi preparativi per difendere la propria e la libertà della Chiesa. I Veronesi ed i Padovani attaccarono il castel di Rivoli ed il forte d'Appendoli che chiudevano i passaggi delle montagne per cui poteva scendere Federico in Italia: ma questi, dopo aver raccolta una potente armata, prese in autunno la strada della Valcamonica, ed entrò in Lombardia a traverso il territorio bresciano. Benchè ugualmente irritato contro tutte le città, che sapeva tutte a se malaffezionate, non s'attentò di attaccarle finchè non ottenne di dividerle con segrete pratiche. Ne' comizi adunati in Lodi nel mese di novembre, promise di far giustizia dei torti che formavano l'argomento delle lagnanze dei comuni, e dopo averne favorevolmente accolti i deputati, e pacificamente congedati, s'avviò senza dar battaglia alla volta di Ferrara e di Bologna[172].
(1167) Federico per cagioni a noi ignote rallentava la sua marcia verso l'Italia meridionale, e consumava sei mesi tra Bologna ed Ancona[173], senza aver castigati i Lombardi che lasciavasi alle spalle, e senza avanzarsi verso Roma che si era ribellata. I Veronesi, sempre più vessati dai ministri imperiali, mandarono deputati a tutte le città ugualmente maltrattate, facendole risolvere a tenere una dieta il giorno settimo degl'idi d'aprile nel monastero di Pontida posto tra Milano e Bergamo[174], per risolvere sul modo di provvedere alla comune difesa[175]. Intervennero a questa dieta i deputati di Cremona, di Bergamo, di Brescia, di Mantova e di Ferrara. I Milanesi sempre divisi nelle loro quattro borgate vi spedirono alcuni primarj cittadini, i quali domandarono caldamente che la dieta facesse precedere ad ogni altra risoluzione quella di render loro la patria, affinchè non rimanendo più esposti alle continue incursioni de' loro nemici, potessero di nuovo unirsi alle milizie confederate per difendere la libertà d'Italia. I deputati di tutte le città, sovvenendosi della valorosa resistenza fatta dai Milanesi, promisero d'impegnare i loro concittadini a rifabbricare le mura di Milano, ed a proteggere quel popolo finchè fosse messo in situazione di potersi da se medesimo difendere. Dopo ciò convennero intorno alla forma del giuramento federativo, che cadaun deputato riportò alla sua patria perchè fosse adottato dai proprj concittadini. Approvato che fosse dall'assemblea generale d'ogni città, doveva essere ripetuto da tutti gl'individui che la componevano. Con tale giuramento le città contraevano un'alleanza di vent'anni, durante la quale erano tenute di ajutarsi reciprocamente contro chiunque osasse attaccare i privilegi di cui erano in possesso dopo il regno d'Enrico IV fino all'assunzione al trono di Federico: promettevano pure di concorrere a compensare i danni cui potessero andare soggetti i membri della lega nel difendere la libertà.
In tempo che i consoli delle città ed i loro deputati ritornati alle proprie case, assoggettavano alle deliberazioni dei parlamenti generali l'alleanza conchiusa in Pontida, i Milanesi disarmati, e divisi in aperte borgate, temevano di essere ad ogni istante assaliti dalle milizie pavesi, cui non erano in grado di far resistenza. Sapevano essersi resa affatto pubblica l'inchiesta fatta all'assemblea di Pontida, ed ogni notte poteva essere anticipatamente stata destinata dai loro nemici per il massacro e l'incendio, e l'avvicinarsi delle tenebre gli stringeva il cuore di spavento. Circondati da città nemiche che in meno d'un giorno potevano mandare le loro milizie a sorprenderli, erano pure continuamente atterriti dagli amichevoli avvisi che i Pavesi davano ai loro ospiti milanesi[176]. Estrema era la costernazione, quando la mattina del giorno 27 aprile del 1167 comparvero all'ingresso della borgata di S. Dionigi dieci cavalieri di Bergamo cogli stendardi del loro comune; e tenevan loro dietro altrettanti stendardi di Brescia, di Cremona, di Mantova, di Verona e di Treviso. Venivano dopo loro le milizie che portavano le armi da distribuirsi ai Milanesi[177]. Gli abitanti delle quattro borgate riunitisi all'istante, s'avanzarono, mettendo grida di gioja, verso la distrutta città: colà distribuironsi tra di loro il lavoro dello sgombramento della fossa e della ricostruzione delle mura, prima di metter mano alle loro case. Le truppe della lega lombarda, che allora presero tal nome, non ritiraronsi da Milano finchè que' cittadini non furono a portata di respingere gl'insulti de' loro nemici, e di non temere un colpo di mano[178].
La città di Pavia era così ligia all'imperatore, che niuno lusingavasi di poterla staccare dai suoi interessi; ma la lega lombarda risguardava come cosa di somma importanza il guadagnare alla confederazione la città di Lodi. Questa città posta tra Cremona e Milano diventava in mano all'imperatore una piazza d'armi troppo dannosa; perchè, occupandola egli, potrebbe sempre a sua posta intercettare i viveri ai Milanesi, le di cui campagne erano state in modo ruinate, che lungo tempo dovrebbero ancora provvedersi di viveri fuori del loro territorio. I Cremonesi che in ogni tempo furono gli alleati ed i protettori di Lodi, vennero incaricati del trattato con que' cittadini.
I loro deputati ammessi nel consiglio di Credenza salutarono, com'era di costumanza, a nome de' loro consoli e di tutto il popolo cremonese, i consoli ed il popolo lodigiano; indi narrarono ordinatamente quanto essi avevano fatto fino allora in servigio dell'imperatore, e le ricompense che ne avevano ricevuto; giustificarono poi i progetti della lega formata per difendere i comuni diritti, e conchiusero supplicando i Lodigiani ad unirsi con loro per l'onore della nazione lombarda e per riclamare unitamente il ristabilimento degli antichi loro privilegi. Risposero concordemente i Lodigiani, che più tosto che mancar di riconoscenza al loro liberatore, a colui che aveva rialzate le loro mura, erano tutti disposti a sacrificare i loro beni e le loro vite.
I Cremonesi gli mandarono una seconda ambasciata, che non ebbe miglior successo; onde esposero ai deputati riuniti, di Milano, di Bergamo, di Brescia e di Mantova, il cattivo esito delle loro pratiche. La lega lombarda, e specialmente queste quattro città rimanevano sommamente esposte finchè Lodi teneva le parti dell'imperatore, onde i confederati risolsero di ottenere colla forza ciò che le amichevoli insinuazioni non avevano ottenuto. Allora riunirono le loro milizie, che furono precedute da una terza deputazione de' Cremonesi, i quali aggiungendo le minacce alle preghiere, avvertirono gli antichi loro alleati che una inevitabile ruina terrebbe dietro all'inconsiderata opposizione ai voti de' Lombardi.
Risposero i Lodigiani che non potevano credere che i Cremonesi, i quali a proprie spese e colle loro mani medesime rialzate avevano le loro mura, volessero oggi assediarle e distruggerle; che volessero massacrare coloro che gli erano affezionati, amici, ospiti, perchè mantenevansi costanti nel partito che anch'essi avevano fin allora sostenuto; che Cremona era sempre stata l'alleata dell'antica Lodi fino all'epoca della sua ruina; che aveva con tutte le sue forze protette le borgate ov'eransi riparati i Lodigiani ne' quarant'anni della loro servitù; che lo stesso affetto aveva fino al presente conservato alla novella Lodi. Ma che se adesso volevano opprimere i loro antichi amici, i Lodigiani si esporrebbero al pericolo ond'erano minacciati, piuttosto che mancare ai giuramenti che li legavano all'imperatore loro benefattore[179].
Non consentendo la comune salvezza di lasciarsi smuovere da così toccanti preghiere, l'armata confederata intraprese l'assedio di Lodi, facendo ben tosto soffrire agli abitanti una crudel fame. Abbandonati dall'imperatore che, in luogo di soccorrerli, aveva seco condotta verso il mezzo dì dell'Italia buona parte delle loro milizie, dopo avere difesa con tutte le loro forze la sua causa, finirono coll'emettere il giuramento della lega, ed unirsi ai confederati. Ritirandosi l'armata che aveva assediato Lodi, attaccò il castello di Trezzo posto tra Milano e Bergamo, ove l'imperatore aveva lasciati i suoi tesori sotto la guardia d'una guarnigione tedesca, e presolo dopo lungo assedio, lo distrussero fino ai fondamenti.
Così prosperi successi aggiungevano ogni giorno nuovi associati alla confederazione, di modo che avanti che si chiudesse la campagna, la lega lombarda comprendeva Venezia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Ferrara, Brescia, Bergamo, Cremona, Milano, Lodi, Piacenza, Parma, Modena e Bologna[180].
L'imperatore erasi poco prima fatti dare trenta ostaggi da quest'ultima città, e l'aveva forzata a pagare una grossa contribuzione; ma quando l'armata tedesca ebbe appena abbandonato il suo territorio, i cittadini scacciarono il podestà imperiale, ed entrarono nella lega lombarda[181]. Le città d'Imola, Faenza e Forlì che i Tedeschi occuparono nel loro passaggio, non poterono sottrarsi all'istante al loro giogo.
Intanto Federico era giunto ad Ancona. L'imperatore di Costantinopoli, Manuele Comneno, adombrato dall'ambizione del monarca tedesco, aveva stretta alleanza cogli Anconitani che facevano ne' suoi stati un commercio assai vivo. Per ajutarli a difendersi aveva loro mandata una guarnigione greca e molto danaro. Federico dal canto suo desiderava di scacciare i Greci da quella città, ma perchè interessi di molta importanza chiamavanlo a Roma, dopo alcuni infruttuosi tentativi, vendette per una grossa taglia la libertà alla repubblica d'Ancona[182].
Gli abitanti d'Albano e di Tuscolo, dichiaratisi a favor dell'imperatore, negavano di pagare ai Romani i tributi da loro pretesi. Un'antica animosità nutrivano i Romani contro queste due città, per soddisfare la quale, più tosto che per vendicare la Chiesa, marciarono alla fine di maggio contro i Tuscolani, attaccandone le mura, dopo avere abbruciate le messi e le viti. Rayno conte di Tuscolo, troppo debole per difenderlo, aveva implorato l'ajuto di Federico, il quale mandò in suo soccorso Rinaldo arcivescovo eletto di Colonia, che si chiuse nella città assediata. Non molto dopo Cristiano, arcivescovo eletto di Magonza, ed il conte di Basville ebbero ordine di avanzarsi con mille cavalli per obbligare i Romani a levare l'assedio; ma le milizie romane osarono di marciare contro questa truppa che, quantunque assai minore di numero, le superava di lunga mano per disciplina e per valore. I repubblicani non sostennero il primo attacco, ed essendosi posti in fuga, perdettero circa cinque mila uomini parte uccisi e parte prigionieri. Giammai, dice lo storico di papa Alessandro che sognava d'essere ai tempi delle guerre puniche, giammai i Romani, dopo la fatale disfatta di Canne, avevano perduto tanta gente[183].
Le milizie romane, vedendo di non poter tenere la campagna, si affrettarono di riparare le mura della loro città, che si prepararono a difendere; mentre il papa implorava i soccorsi del re Guglielmo, le di cui truppe avevano già presa la strada di Roma. Questi furono gli avvenimenti che determinarono Federico a levar l'assedio d'Ancona, sentendo quanto importante fosse di arrivare sotto le mura di Roma prima che venisse fortificata in modo di non temerlo. Il 24 di luglio giunse avanti la città Leonina, e ne intraprese subito l'attacco. L'imperatore occupò ben tosto questo quartiere della città debolmente difeso; se non che trovò una più lunga resistenza nelle guardie del papa che guardavano la basilica Vaticana trasformata in fortezza, che più volte resero vani gli attacchi delle truppe tedesche. Riuscendo vana l'opera delle baliste e delle altre macchine di guerra, Federico ordinò di dar fuoco alla vicina chiesa di santa Maria[184], le di cui fiamme alzaronsi con tanta violenza, che coloro che difendevano la basilica Vaticana, temendo di vederla ad ogni istante investita, convennero di arrendersi. Il papa spaventato abbandonò il palazzo Laterano, e si rinchiuse nel Coliseo coi Frangipani, i quali sopra alle grandi volte di questo imponente monumento avevano formata una fortezza che tenevasi come inespugnabile.
Mentre Federico spingeva caldamente l'assedio di Roma, cercava di alienare i cittadini da papa Alessandro, offrendo loro moderate condizioni; cioè che i due competitori rinunciassero alla dignità, incaricandosi egli di ottenere l'abdicazione di Pasquale, purchè anche i Romani riducessero a fare tale sacrificio lo stesso Alessandro; promettendo inoltre di lasciare poi alla Chiesa la piena libertà d'eleggere il nuovo pontefice. A queste condizioni offriva di levare l'assedio e di restituire ai Romani tutto quanto aveva fin allora occupato. Nello stato in cui trovavansi gli assediati, erano queste troppo vantaggiose condizioni per essere rifiutate; onde pregavano il papa a fare un sacrificio reso necessario dalle circostanze. Ma Alessandro fece rispondere dai suoi cardinali, che il sommo pontefice non era subordinato ad alcun tribunale della terra, nè a quello dei re, nè a quello de' popoli, nè a quello della Chiesa; e che niuna cosa lo farebbe scendere dall'alto rango in cui Dio lo aveva collocato. E perchè temeva che, ammutinandosi il popolo, non lo forzasse ad abdicare il papato, fuggì segretamente dal Coliseo de' Frangipani, di dove scendendo per il Tevere fino al mare, andò prima a Terracina, indi a Gaeta, poi a Benevento. Come i Romani seppero la fuga d'Alessandro, trattarono di pace coll'imperatore, ammettendo nella loro città i suoi deputati, uno de' quali fu lo storico Acerbo Morena, ai quali prestarono giuramento d'essere fedeli a Federico, che dal canto suo confermò i privilegi del loro senato[185].
L'armata imperiale aveva incominciato l'assedio di Roma in sul finire di luglio, quando l'eccessivo ardore dell'estate rende quel clima insalubre ancora agli abitanti, non che agli uomini del settentrione. Perchè mentre trovavasi accampata fuori della città, la febbre maremmana, terribile malattia, la di cui violenza non è tutti gli anni uguale, si manifestò tra i soldati, accompagnata dai più spaventosi caratteri, resi ancora più terribili dalla loro immaginazione che raddoppiò ben tosto le stragi della malattia: essi vedevansi sempre avanti agli occhi la chiesa di santa Maria incenerita dalle sacrileghe loro mani, la basilica Vaticana sottratta per caso alla medesima sorte, sulla di cui faccia erano state distrutte dalla violenza del fuoco le miracolose immagini di Gesù Cristo e di s. Pietro. I preti continuavano a minacciar loro le vendette del cielo, di cui credevansi già vittima: lo scoraggiamento ed il terrore erano i primi sintomi della malattia: uguale alla peste per la prontezza e l'estensione de' suoi guasti, la superava nella durata del pericolo e per lo stato di debolezza e di spossamento cui trovavansi ridotti coloro che non morivano. Alcuni perivano lo stesso giorno in cui cadevano infermi, altri, come accadde allo storico Morena, dopo lunghe sofferenze. Morena si sentì assalito dalla febbre, ottenne di ritirarsi dall'armata, e si fece trasportare in lettiga nelle vicinanze di Siena, ove morì dopo due mesi di languore. I più distinti personaggi dell'armata e dell'Impero caddero vittime di tanto infortunio. L'imperatore perdette suo cugino Federico duca di Rotemburgo figliuolo di Corrado, Guelfo duca di Baviera, Rinaldo suo arcicancelliere arcivescovo eletto di Baviera, i vescovi di Spira, di Liegi, di Ratisbona, di Verden, i conti di Nassau, d'Altemont, di Lippa, di Sultzbach, di Tubinga, più di due mila gentiluomini, ed un numero di soldati proporzionato a così illustri vittime[186].
Questa terribile epidemia fu il colpo più funesto alla causa dell'imperatore. La perdita di una floridissima armata senza combattere lo affliggeva assai meno dello scoraggiamento universale de' suoi sudditi, del giudizio celeste che sembrava aver rovesciato sopra di lui e sopra i suoi partigiani le disgrazie provocate dalle scomuniche di Alessandro. I suoi antichi commilitoni, che l'onore e l'affetto verso la sua persona tenevano sempre a lui vicini, quelli che del 1161 vergognaronsi di lasciarlo in mano degl'Italiani e spontaneamente vennero a soccorrerlo con una potente armata, erano periti: i due capi delle case guelfa e ghibellina, ch'egli sapeva mantenere amici al campo, erano caduti ugualmente vittime della fatal malattia, come pure l'arcivescovo di Colonia che da molti anni governava per lui la Toscana e teneva in dovere gl'Italiani. Tutto perdeva in un istante.
Federico oppose il suo coraggio a tante sventure: confidava gli ammalati della sua armata ai Romani, che, per assicurarlo delle loro cure verso quegl'infelici, gli davano alcuni ostaggi. Dopo di che, radunando tutti gli uomini capaci di portar l'armi, s'incamminò verso più salubri climi. Attraversò egli la Toscana e lo stato lucchese, e penetrando le Alpi Apuane, condusse gli avanzi della sua armata in val di Magra. Non aveva in questo viaggio toccato il territorio della confederazione lombarda, ed era lontano da Pavia soltanto sessanta miglia, ove poteva recarsi senza avvicinarsi ad alcuna città. Quella di Pontremoli che non aveva preso parte nella guerra e che non troviamo dopo unita alla lega, gli rifiutò il passaggio. Quantunque mal fortificata, Federico non credette di poter ottenere colla forza ciò che veniva negato alle sue preghiere. Chiuso tra il mare e le montagne omai disperava di poter sottrarsi a tanto pericolo, quando gli venne incontro il marchese Malaspina, il quale conducendolo per le strette gole delle montagne de' suoi feudi, lo ridusse senza incontrar nemici fino a Pavia, ove giunse alla metà di settembre.
Colà Federico convocò subito una dieta, ordinando ai suoi vassalli d'andarvi con tutte le milizie di cui potevano disporre; ma il piccolo numero degl'intervenuti lo convinse dell'abbassamento della pubblica opinione. I deputati di Pavia, di Novara, di Vercelli e di Como, il marchese Obizzo Malaspina, il conte di Biandrate, Guglielmo marchese di Monferrato ed i signori di Belfort, del Seprio e della Martesana, formarono soli l'assemblea. L'imperatore dipinse nel discorso d'apertura la condotta delle città federate come un'odiosa ribellione, che non poteva lasciare impunita senza pregiudizio del suo onore; e, gettando il guanto in mezzo all'assemblea, giurò di castigare la loro insolenza. Pose quindi al bando dell'Impero tutte le città confederate, ad eccezione di Cremona e di Lodi, rispetto alle quali, in vista de' grandi servigi prestatigli in addietro, non volle giudicarne severamente l'attuale condotta[187].
Nel sortire dall'assemblea marciò, alla testa delle truppe de' vassalli intervenuti, sulle terre di Milano, devastando quella parte di territorio che confinava con quello di Pavia, cioè i distretti di Rosate, d'Abbiategrasso, di Corbetta, di Magenta, ed i paesi posti sulla riva sinistra del Ticino. Le città confederate, prevenute del decreto di proscrizione, radunarono ancor esse un'assemblea, nella quale si obbligarono vicendevolmente a scacciar dall'Italia colui che aveva voluto ridurle a vergognosa servitù. Fissarono in Lodi un corpo di cavalleria bresciana e bergamasca; un altro in Piacenza di Cremonesi e Parmigiani; i quali tosto che seppero invaso dalla truppa imperiale il territorio milanese si avanzarono di concerto colle milizie di Milano per attaccarla[188]. Ma Federico non osò di avventurare una battaglia con gente inferiore di numero ai nemici e di dubbia fede. Egli non aveva che pochissimi soldati tedeschi, perchè quelli che sopravvissero all'epidemia, credendo d'essere stati salvati per particolare favore del cielo, o avevano rinunciato al mondo ed abbracciata la vita monastica, o languivano ancora negli spedali, o vivevano dispersi nella Germania. Colle milizie pavesi e comasche non altro proponendosi l'imperatore, che d'arricchire i suoi partigiani colle spoglie de' villaggi nemici, si ritirò all'avvicinarsi delle truppe della lega al di là dei ponti che i Pavesi avevano gettati sul Ticino e sul Po, ed andò a foraggiare sul territorio piacentino.
Continuando lo stesso metodo di guerreggiare tutto l'inverno, non tardò ad accorgersi che, invece d'agguerrire con queste piccole scaramuccie i suoi soldati, andava perdendo in faccia ai medesimi tutta la sua riputazione, non essendo permesso ad un imperatore il retrocedere ad ogni istante in presenza di coloro ch'egli trattava da ribelli. (1168) Risolse perciò di passare in Germania nel mese di marzo 1168, ed eseguì con tanta segretezza la presa risoluzione, che i Lombardi stessi che militavano sotto di lui, non ebbero sentore della sua partenza che quando trovavasi già fuori d'Italia nelle terre del conte Umberto di Savoja. Passando per Susa quegli abitanti lo sforzarono a rilasciare tutti gli ostaggi che aveva seco presi, e non gli permisero d'innoltrarsi sulle montagne finchè non ebbero piena contezza, che niuno dei trenta cavalieri o poco più che lo accompagnavano, apparteneva all'Italia[189].
Il partito imperiale tenuto in piedi soltanto dal coraggio e dai talenti militari di Federico, cadde affatto dopo la sua partenza. I confederati ne approfittarono per attaccare il castello di Biandrate, che presero e distrussero, dopo aver liberati molti ostaggi che v'erano detenuti. Allora gli abitanti di Novara, di Vercelli, di Como, i feudatarj di Belforte e del Seprio domandarono caldamente d'essere ammessi nella lega lombarda, abiurando il partito imperiale[190]. Fecero lo stesso Asti e Tortona: ed il marchese Obizzo Malaspina, che in principio della guerra aveva combattuto per la libertà, approfittò della ricordanza degli antichi servigi, per far dimenticare quelli che aveva di fresco prestati a Federico, ed entrò anch'esso nella lega lombarda[191].
E per tal modo non si mantenevano fedeli al partito imperiale che la città di Pavia ed il marchese Guglielmo di Monferrato. O sia che i confederati non si credessero abbastanza forti per ridurli colla forza, o che le vecchie alleanze di molti di loro ne arrestassero le armi, i confederati si astennero dall'usare la violenza per sottometterli, e si limitarono a ridurli in istato di non poter nuocere ai federati, fabbricando fra loro una città soggetta alla lega, che tagliasse la comunicazione fra i due territorj. Per colorire questo progetto tutte le truppe di Cremona, Milano e Piacenza portaronsi al confine dei due stati tra l'alto Monferrato ed il territorio pavese oltre Po, ed in quella vasta e magnifica pianura scelsero un luogo fortificato dalla natura al confluente del Tanaro e della Bormida, due de' più grossi fiumi che scendono dalle montagne poste alla destra del Po. Questi torrenti di un andamento affatto irregolare, non presentano da per tutto una linea insormontabile alle armate, perchè non ugualmente profondi, pure i loro guadi non essendo frequenti nè stabili, e l'ingrossamento delle loro acque accadendo ogni anno nella stagione in cui i Tedeschi sogliono stare in campagna, potevano formare una bastante difesa. Altronde la terra argillosa di quel territorio e profondamente penetrata dall'acqua, si oppone in tempo d'inverno alla marcia de' soldati, ed al collocamento del campo; e nella state gl'immensi strati di ghiaja che i fiumi lasciano scoperti, privi affatto di cespugli e d'arbusti, oltre l'insoffribile calore che tramandano quando sono percossi dal sole, espongono da pertutto ai dardi lanciati dalle mura le truppe che osassero d'avvicinarsi. In questo luogo distante venticinque miglia all'ovest-sud-ovest da Pavia, quindici miglia al nord da Acqui, venticinque al sud da Novara, quindici all'oriente da Asti e quaranta da Milano, i Lombardi fondarono una città destinata a perpetuare la memoria del loro coraggio e del loro zelo per la causa della religione e della libertà; la quale città dal nome del capo della lega, e padre dei fedeli fu chiamata Alessandria. Per renderla più sicura fu circondata di larga fossa in cui si fecero entrare le acque dei vicini fiumi; e per farla ad un tempo potente per ricchezze e per gente, vi traslocarono gli abitanti de' vicini villaggi di Marengo, Garaundia, Berguglio, Unilla e Solestia; ai quali costruirono sufficienti case, e permisero di darsi un governo libero e repubblicano. Gli ammisero inoltre a partecipare di tutti i privilegi per cui i Lombardi avevano prese le armi, e determinarono il papa a fondare in favor loro un nuovo vescovado. Dopo un anno gli Alessandrini misero in campagna quindici mila combattenti di ogni arma[192].