CAPITOLO XI.
Natura della lega lombarda. — Guerre dell'arcivescovo Cristiano luogotenente dell'imperatore contro le città libere. — Assedio d'Ancona. — Federico respinto avanti Alessandria, e battuto a Lignago; tregua di Venezia; pace di Costanza.
1168 = 1183.
Tutti gli affari della lega lombarda prosperavano; l'imperatore era stato vergognosamente scacciato dall'Italia ed abbassati i suoi partigiani, e tranne una sola città, ed un solo gentiluomo, avevano tutti dovuto abbandonare il partito reale ed abbracciar quello delle repubbliche. Milano e Tortona, che Federico aveva voluto distruggere, rialzavansi più floride che mai dalle loro ruine; ed una nuova città, fondata in onta del suo potere, gli chiudeva la marca del Piemonte, la sola che, dopo la lega della marca veronese, gli rimaneva aperta: finalmente quantunque egli dividesse tra i suoi figli l'eredità de' commilitoni che aveva perduti nella fatale impresa di Roma, infiniti ostacoli incontrava nell'allestimento d'una nuova armata che lo mettevano fuor di speranza di vincere la triplice alleanza che gli opponevano la religione, la libertà ed il clima.
Da ambo le parti consumaronsi sei anni in approvigionamenti per nuove guerre. Momento importante, momento unico nella successione de' secoli, in cui l'Italia poteva fondare una repubblica federativa; momento sgraziatamente perduto perchè non produsse che una lega passaggiera, una semplice coalizione.
La circostanza singolarmente favorevole per formare un governo federativo è quella di popoli liberi minacciati da potente invasione. Dove regna la libertà, il principio della forza è l'amor di patria; e quest'amore non è mai così appassionato, nè ricerca l'anima più profondamente che allorquando la patria trovasi chiusa entro stretti limiti, ed entro il ricinto delle stesse mura vi presenta la culla della vostra infanzia, i testimonj, i compagni, i rivali tra i quali dovete distinguervi nella carriera che unica vi è aperta, infine l'intero stato, di cui voi ne dividete la sovranità coi vostri concittadini. Nelle piccole repubbliche ognuno si sforza di elevarsi fino al più alto grado cui può giungere l'uomo; e nelle repubbliche federate finchè la libertà è minacciata da potente nemico, ogni piccolo stato che la compone spiega tutta l'energia di cui è suscettibile. Non lentezza nelle deliberazioni, non esitanza nelle misure, perchè un sommo interesse maggiore d'ogni altro riunisce tutti gli animi. È forza difendersi, vincere, rispingere l'invasione, spezzare il giogo del dispotismo. L'entusiasmo, la di cui potenza è sempre superiore a quella d'un governo, comunque forte si creda, riunisce gli stati separati, e dà un centro d'azione, un centro di potenza a quell'ammasso di repubbliche che risguardavasi come sì debole. Le fazioni che sovente dividono le città, si calmano quando possono riuscir dannose alla indipendenza nazionale; o se si agitano ancora, i loro movimenti rimangono stranieri all'amministrazione generale, ed allora poco importa che trionfi l'una fazione o l'altra, perchè la massa del popolo si dirigerà sempre verso lo stesso scopo. Le federazioni che mancano d'unione e di forza allorchè trattasi di conquistare lontane province, fino dalla loro nascita sono eminentemente energiche per difendere la loro libertà[193].
Se diamo un'occhiata alla storia di tutte le federazioni, non ne incontreremo una sola che nata non sia nell'istante di dover respingere l'attacco d'un oppressore; niuna che non abbia trionfato di nemici infinitamente superiori in numero ed in forze. I re macedoni furono vinti dagli Ateniesi, il duca d'Austria dagli Svizzeri, Filippo re di Spagna dagli Olandesi, Giorgio III d'Inghilterra dagli Americani. L'esempio de' Lombardi è ancora più notabile; non ebbero bisogno d'una federazione, ma bastò loro una semplice lega mal organizzata per iscuotere il giogo del più valoroso e potente imperator d'Occidente. Tanto è vero che ne' piccoli stati in cui il sentimento della patria ha tutto il suo vigore, l'amore della libertà è un'arma vittoriosa contro il despotismo.
Una repubblica federativa in Lombardia non poteva trionfare di Federico Barbarossa che nel modo medesimo con cui trionfò la società lombarda; ma la prima dopo il suo trionfo avrebbe saputo meglio preservarsi dalle fazioni, dalle guerre senz'oggetto, dalla corruzione, o dalla tirannia: con una costituzione federativa l'Italia sarebbesi mantenuta libera, e le sue porte non sarebbero rimaste sempre aperte ai conquistatori che si fan giuoco della felicità de' popoli.
Ma il concepimento d'una costituzione federativa è una delle più elevate ed astratte idee che possa produrre lo studio delle combinazioni politiche. Non è quindi maraviglia che uomini appena civilizzati non abbiano potuto afferrarla; che uomini che abborrivano il legame sociale cui erano stati subordinati, uomini che confondevano l'idea della loro salvezza con quella dell'indipendenza della propria città, non volessero ad alcun patto limitare questa indipendenza e rigettassero il pensiero di subordinare alle decisioni di un congresso straniero la pace, la guerra, le imposte, le spese, nel tempo stesso che ricuperavano appunto il diritto di regolare da se medesimi tutti questi oggetti. Dobbiamo compiangerli che non abbiano saputo approfittare più vantaggiosamente della loro situazione, ma dobbiamo ancora scusarli se non seppero innalzarsi a quelle idee che sfuggono talvolta alle meditazioni de' popoli assai più illuminati.
Troppo mancò alla lega lombarda perchè possa risguardarsi come una repubblica federativa, il di cui governo centrale dirizza le relazioni esterne, e ne mantiene la dignità; che anzi si troverà mancante, considerandola solamente come semplice coalizione. Da alcuni atti originali di adesione alla società lombarda, che ci sono stati conservati, vediamo che i confederati promettevano soltanto di non far pace o tregua coll'imperadore e suoi partigiani e di non rallentare la guerra contro di lui senza l'assenso di tutti[194]; promettendo, se Federico scendesse ancora in Italia, d'impugnare le armi contro di lui e contro i suoi aderenti finchè venisse forzato a ripassar in Germania.
Niuna convenzione determinava il numero de' soldati che ogni città doveva all'armata confederata, perchè si suppose che ciascuna adoprerebbe tutte le sue forze per respingere il comune nemico; che quando una delle città più esposte agli attentati del nemico chiederebbe il soccorso delle altre, e si manderebbero tutti i soldati di cui potrebbero disporre senza pericolo. La lega non pensò pure a formare un tesoro pubblico, ed i federati non si obbligavano che all'eventuale contribuzione destinata a rifare i danni della guerra, nel caso che qualche città, soggiacesse alle armi imperiali.
La lega mancava pure di adunanze regolari, alle quali supplivano accidentali unioni dei consoli e dei podestà delle città, che adunavansi per prendere qualche deliberazione in comune, che poi, ritornando alla rispettiva città, assoggettavano all'approvazione de' loro concittadini. I membri del congresso avevano il titolo di rettori dell'associazione delle città, e sceglievano tra di loro un presidente[195].
Nell'assenza dell'imperatore la lega acquistò maggior consistenza, e stendendosi al mezzogiorno d'Italia ricevette i giuramenti delle città della Romagna, Ravenna, Rimini, Imola e Forlì; le quali per altro non sostennero mai con molto zelo la guerra della libertà.
L'imperatore intanto non rimaneva affatto inerte; e, mentre andava allestendo una nuova armata per invadere la Lombardia, cercava con segrete pratiche di separare gli alleati che voleva attaccare. Si provò pure d'entrare in privati trattati col papa, o con Guglielmo re di Sicilia, o con ciascuna delle città; ma tutte le proposizioni che miravano ad isolar gli alleati, furono costantemente rigettate. (1171) Spedì in appresso ai suoi aderenti in Italia, per tenerli a se devoti, Cristiano arcivescovo eletto di Magonza e cancelliere dell'Impero. Questo prelato guerriero attraversò la Lombardia con tanta rapidità, che non si pensò pure ad impedirne la marcia; e giunto in Toscana prese parte nelle guerre di quelle città, strettamente collegandosi con quelle del partito imperiale; ed in tal modo ottenne di formarsi colle loro milizie una ragguardevole armata dipendente da' suoi voleri.
Intanto i Pisani ed i Genovesi continuavano a farsi un'arrabbiata guerra, e la loro discordia aveva divisa tutta la Toscana. Fino del 1169 i Genovesi avevano guadagnata Lucca al loro partito, ed in appresso contrassero pure alleanza con Siena e Pistoja e col conte Guido Guerra il più potente feudatario della Toscana[196]. I Pisani invece eransi collegati con Fiorenza e con Prato, ed essendosi avveduti che l'arcivescovo Cristiano, rappresentante dell'imperatore d'Occidente in Italia, stava per i loro nemici, si rivolsero a Manuele Comneno imperatore d'Oriente, che abbracciava con piacere tutte le occasioni di acquistar credito presso i Latini. Essi spedirono deputati a Costantinopoli, e Manuele ne spedì a loro; ed un'alleanza onorevole e vantaggiosa alla repubblica fu il frutto delle loro pratiche. L'imperator Greco rese ai Pisani le franchigie di cui godevano ne' porti del suo impero, e si obbligò per quindici anni a pagare ogni anno alla città di Pisa cinquecento bisanti d'oro, e due tappeti di seta e quaranta bisanti ed un tappeto al suo arcivescovo[197]. Poteva risguardarsi il danaro come una pensione pagata da uno stato potente ad un debole, ma quella del tappeto, o stoffa di seta è una condizione più straordinaria, un tributo in apparenza umiliante per chi lo dà, glorioso per chi lo riceve; e reca sorpresa che i ministri imperiali lo accordassero. Pure gli ambasciatori greci che dimoravano in Pisa, ammessi in piena adunanza del popolo, convalidarono col loro giuramento questa nuova alleanza.
Quando Cristiano seppe che i Pisani avevano fatto questo trattato, s'indispose più che prima contro di loro; pure, dissimulando il suo mal contento, visitò come ambasciatore di Federico la città di Pisa, siccome quelle di Genova e di Lucca offrendo (1172) l'arbitramento del suo padrone per decidere le loro liti; ma i Pisani che dovevano aver sospetta la sua imparzialità, ricusarono l'offerta, onde l'arcivescovo adirato li pose al bando dell'Impero, spogliandoli in pari tempo del diritto di battere danaro e della sovranità dell'isola di Sardegna.
(1178) In luglio del susseguente anno, Cristiano finse di voler ristabilire la concordia tra le comuni toscane, onde levò il bando pubblicato contro di Pisa, ed essendosi portato in questa città, stabilì avanti al di lei parlamento, ed alla presenza dei consoli delle città rivali, i preliminari di una pace, della quale fece giurare l'osservanza a tutti i consoli presenti. Non molto dopo convocò un'altra dieta a s. Ginasio in Val d'Arno inferiore, ad oggetto, dicev'egli, di dar l'ultima mano al trattato; ma quando v'arrivarono i magistrati di Pisa e di Fiorenza, lì fece arrestare e chiudere in una carcere[198].
Siccome Pisa e Fiorenza non eransi ancora dichiarate contro l'imperatore, nè avevano presa parte alla lega lombarda, avrebbe dovuto risguardarsi come ingiusta ed impolitica la condotta di Cristiano, il quale moltiplicava senza necessità i nemici del suo padrone[199]; pure ottenne l'intento che si era proposto, perchè obbligò gli alleati dell'Impero a porsi senza riserva sotto la sua dipendenza, ed a sostenere più vigorosamente ciò che prima non era che una privata contesa. S'egli si fosse limitato all'ufficio di mediatore, sarebbe rimasto senza credito e senza forze: fatto capo di partito, fu posto alla testa d'una potente armata, che allestirono i Pistojesi, i Sienesi, i Lucchesi ed i gentiluomini della Toscana, dell'Ombria e della Romagna; e con quest'armata si fece a devastare il territorio fiorentino.
Non tardarono i Pisani a spedire in soccorso dei loro alleati duecento venticinque cavalli sotto il comando di due consoli; e facendo ad un tempo una gagliarda diversione nel territorio lucchese, richiamarono i Lucchesi a difendere il loro paese. Il 17 agosto a Ponte fosco, ed il 28 a Monte calvoli furono i Pisani vittoriosi dei loro nemici: ma non furono ugualmente fortunati in mare, ove perdettero in un incontro avuto colla flotta genovese più galere che i loro nemici[200].
Quantunque in questa prima campagna l'arcivescovo Cristiano non riportasse alcun segnalato vantaggio, disciplinò la sua armata e la rinforzò assoldando molti soldati tedeschi che, rimasti in Italia dopo la ritirata di Federico, non tardarono a raggiungere gli stendardi imperiali. In principio del susseguente anno Cristiano condusse le sue truppe ad un'impresa di maggiore importanza.
Quantunque la città d'Ancona non avesse presa parte nella lega lombarda, era diventata esosa all'imperatore Federico ponendosi sotto la protezione di Manuele Comneno. Possessori del miglior porto che forse abbia la costa orientale d'Italia, eransi gli Anconitani dedicati con tanto profitto al commercio di Levante, che i Veneziani, i quali pretendevano d'avere l'esclusivo dominio dell'Adriatico, eransi ingelositi della loro concorrenza. Vero è che la repubblica veneta aveva da principio dato il suo nome alla federazione lombarda, nè finora erasi riconciliata coll'imperatore d'Occidente[201]: ma ad ogni modo preponendo Cristiano a queste considerazioni l'interesse del suo padrone, allorchè risolse d'intraprendere l'assedio d'Ancona, approfittò della gelosia de' Veneziani, e fu potentemente soccorso[202].
Il primo giorno d'aprile del 1174 una flotta veneziana provveduta di baliste e di altre macchine guerresche entrò nel porto d'Ancona per assediar la città dalla banda del mare, mentre l'arcivescovo di Magonza s'avvicinava dall'altra parte alla testa di un'armata, che aveva ingrossata in Toscana nel precedente anno con reclute tedesche e recentemente colle milizie d'Osimo e dei feudatari della marca[203].
Una diramazione delle montagne del Piceno forma il promontorio su cui è fabbricata la città d'Ancona. Questo promontorio s'avanza nell'Adriatico da ponente a levante, e ripiegandosi presso all'estremità verso settentrione forma un vasto seno intorno al quale s'alza la città a guisa d'anfiteatro lungo un ripido pendìo dal livello del mare fino alla bipartita sommità della montagna. Una delle sommità trovasi adesso occupata da un convento di cappuccini, l'altra dalla chiesa cattedrale, dal di cui porticato vedonsi a destra le nevose montagne della Dalmazia, a sinistra la ridente svariata costa dell'Emilia, mentre il sole sembra nascere e coricarsi nelle onde. Il rovescio della montagna dalla banda dell'alto mare è tanto scosceso, che rende inutili le fortificazioni dell'arte. Di verso terra la città è accessibile da un solo lato; e la stessa porta conduce a Sinigaglia posta a settentrione, come a Recanati che trovasi a mezzogiorno, ed oggi a Loreto che allora non esisteva. Apresi questa porta sopra un angusto piano fra il porto e le montagne, colle quali si comunica per mezzo di una seconda porta. L'apertura del porto verso settentrione viene in parte chiuso da un antico molo, lavoro romano, ornato da un arco trionfale eretto in onore di Trajano; ma la bocca del porto è tuttavia troppo larga tanto per assicurare le navi dai colpi di vento, che la città dalle aggressioni nemiche. Le galee veneziane ne approfittarono e vennero a dar fondo in faccia allo sbarco della città.
La prima operazione che facesse l'arcivescovo di Magonza tostochè s'avvicinò ad Ancona, fu quella di devastarne il territorio, facendo svellere le viti, gli ulivi, ed ogni altro albero fruttifero, e distruggendo tutto quanto poteva servire d'alimento agli uomini. Da principio cercarono gli Anconitani di opporsi a tanta ruina, ma non sentendosi abbastanza forti per mantenersi in campagna, perchè era assai limitata la popolazione della città, e di questa ancora parte trovavasi lontana per oggetti di commercio, si videro costretti a ridursi entro le mura, dopo aver sofferto qualche perdita.
Ancona era mal provveduta di vittovaglie, sì perchè il raccolto del precedente anno non fu abbondante, come perchè gli abitanti non credendosi minacciati d'assedio vicino, aspettavano il prossimo raccolto per riempire i loro granai. Ma la presente messe fu distrutta dal fuoco nemico senza che gli Anconitani potessero mettere nulla in salvo, ed il porto era chiuso dalla flotta veneziana, onde a mezza estate incominciarono a soffrire la fame. N'ebbe avviso l'arcivescovo, il quale, quantunque avesse già accostato alle mura e baliste e torri movibili, aveva però evitato ogni incontro, nè tentato verun assalto contro la città. Supponendo adesso di trovare i cittadini indeboliti dalla fame, fece suonare la carica, ed avanzar l'armata fin sotto le mura per dare un generale assalto. I cittadini riuniti dal martellare delle campane uscirono contro ai nemici combattendo valorosamente. La flotta veneziana approfittando del tumulto s'accostò alla città per isbarcare la truppa sulla spiaggia; ma avendo i consoli opposte loro le compagnie del porto, continuarono col rimanente della milizia a combattere contro gl'imperiali, che furono respinti fino al di là delle loro macchine, senza che però ardissero incendiarle, venendo difese dagli arcieri che gettavano una grandine di freccie e di sassi. Ciò vedendo una vedova nominata Stamura, prese un legno acceso, e lanciandosi verso le torri in mezzo alle freccie, non si ritirò finchè non fu sicura che il fuoco appiccato alle macchine non poteva più essere spento. Incendiate tutte le macchine d'assedio, i Tedeschi battuti allontanaronsi dalla città, e gli Anconitani levarono dal campo molti cavalli, di cui nutrironsi alcun tempo. Anche i Veneziani furono costretti di ritirarsi colla perdita di molti uomini, resa più grande pochi giorni dopo. Gli Anconitani, approfittando di un vento di mare gagliardissimo, fecero tagliare da alcuni palombari le gomene delle ancore, e s'impadronirono di sette navi portate dal vento sulla spiaggia della città[204].
Malgrado questi passaggieri avvenimenti, la situazione degli Anconitani diventava ogni giorno peggiore. Cercarono perciò di far la pace coi loro nemici; e fecero offrire a Cristiano una grossa somma d'oro perchè levasse l'assedio; ma questi rispose che aveva giurato di non accordare capitolazione, e che non rimaneva loro verun altro partito che di darsi essi e la città a discrezione.
Il deputato fu ammesso a render conto della sua missione in presenza dei consoli e del consiglio generale; i quali avanti di nulla risolvere incaricarono dodici uomini probi di prender conoscenza in tutta la città de' viveri che ancora rimanevano e di darne conto all'assemblea. A fronte dell'estrema diligenza adoperata dai delegati non solo nelle case dei cittadini, ma ancora ne' ripostigli delle chiese, non trovarono che sei sacchi di frumento e nove sacchi di grano primaticcio[205]. Pochi giorni avanti erasi fatta ricerca di uovi per medicare le ferite, e non se ne trovarono dodici in tutta la città, che allora aveva dodici mila abitanti d'ambo i sessi.
All'indomani i dodici delegati esposero all'assemblea il risultato delle loro ricerche, cui i cittadini non risposero che coi gemiti. Sembrava omai impossibile a tutti il poter sottrarsi all'infelice loro destino; e molti proponevano d'arrendersi, altri esser meglio morire combattendo che sopravvivere alla ruina della patria, quando un vecchio cieco di quasi cent'anni, appoggiandosi al suo bastone, si levò in mezzo dell'assemblea e disse: «Cittadini d'Ancona, io ero console di questa città quando il re Lotario l'assediò con una potente armata. Pretendeva ridurci in servitù; ma fu forzato di ritirarsi vergognosamente. Prima e dopo di lui altri re ed imperatori che assalirono la nostra patria, non ebbero miglior successo. Qual vergogna per noi se questa città che resistette alla loro potenza, cedesse ora ad un prete, ed un vescovo trionfasse dei nostri soldati? Rammentate, o cittadini, la mala fede de' nemici e l'odio de' Tedeschi contro il nome latino: non vi sovviene più di Milano che Federico ha poc'anzi distrutto malgrado le contrarie promesse? e tenete per fermo che la vostra dedizione all'arcivescovo di Magonza sarebbe il maggiore de' vostri mali. Fate adunque un estremo sforzo per ottener soccorso dai vostri alleati; e, se non riesce, gettiamo in mare colle nostre mani tutte le nostre ricchezze per toglierle al vincitore, ed andiamo a morire combattendo valorosamente contro di lui[206].»
Degli alleati d'Ancona che potessero soccorrerla in così pressanti strettezze, non eranvi che la contessa di Bertinoro della nobile famiglia de' Frangipani di Roma, padrona del ricco feudo di Bertinoro in Romagna[207], e Guglielmo degli Aderaldi di Marchesella, uno de' capi del partito guelfo in Ferrara. I cittadini d'Ancona scelsero tre gentiluomini, i quali montati sopra una barca con quanto danaro poteron raccogliere, furono abbastanza avveduti o fortunati per uscir dal porto bloccato dalla flotta veneziana.
Intanto la fame non era omai più sopportabile; e consumati tutti i cibi salubri gli si sostituivano carni infette, cuoi, erbe selvatiche, ortiche di mare che strappavansi sotto agli scogli benchè si credessero velenose. Erano gli Anconitani in così misero stato ridotti che appena potevan reggersi in piedi e portar le armi, e soltanto quando erano chiamati dal martellar della campana, l'amor di patria e di libertà rendeva loro lo smarrito vigore, e lanciavansi tra i nemici con tanta forza ed ardire, che questi ne rimanevano sorpresi ed avviliti. Una gentildonna giovane e bella, recandosi con un fanciullo in braccio ch'ella allattava, presso a porta Balista, vide uno de' soldati di guardia giacente in terra, al quale chiedendo la nobil donna perchè rimanesse inattivo, risposele trovarsi in modo consumato dalla fame, che non credeva poter vivere più d'un'ora. «Sono già quindici giorni, soggiunse l'altra, che io non mangio che cuojo bollito, ed il latte incomincia a scemarsi; pure alzati, e se il mio seno ne contiene ancora, avvicina le tue labbra e ristorati per difendere la patria.» Il soldato scosso da queste parole alzò il capo e vergognandosi della generosa offerta della conosciuta gentildonna, presa la rotella e la spada si lanciò con tanto furore tra gli assedianti, che ne uccise quattro avanti di cadere sotto i loro colpi[208].
Gli Anconitani sostennero tante miserie con una costanza senza esempio, perchè da più giorni non avevano veruna notizia de' loro deputati. Giunti questi a Ferrara trovarono in Guglielmo Marchesella e nella contessa di Bertinoro due fedeli e zelanti amici. Il primo, non bastando il danaro portato dagli Anconitani per assoldare la truppa che credeva necessaria all'impresa, obbligò tutto il suo patrimonio ed il suo credito per una grossa somma presa a censo. Alle truppe di Marchesella la contessa aggiunse tutti i suoi vassalli; in modo che si formò un'armata di dodici coorti di cavalleria, cadauna di duecento uomini, e d'un corpo ancora più numeroso di pedoni; la quale s'avanzò all'istante per il territorio di Ravenna, da cui con uno stratagemma eransi fatti allontanare i nemici, che ne occupavano la strada. Il quarto giorno s'accampò sul monte di Falcognara, dalla di cui sommità scoprivasi in distanza di quattro miglia Ancona ed il magnifico suo golfo. Quando fu notte Guglielmo Marchesella ordinò ad ogni soldato di attaccare alla sua lancia due o tre lumi; poi discese alla loro testa il rovescio della montagna, facendo occupare alle sue genti la maggiore estensione possibile. Gli avamposti dell'arcivescovo, ingannati dalla quantità dei lumi, credettero l'armata più numerosa di quel ch'era veramente. L'arcivescovo stesso, spaventato dalle grida di gioja dei soldati, che facevan eco alle esortazioni di Guglielmo e della contessa, e dalle grida degli Anconitani che dal portico della cattedrale vedevano avanzarsi i loro liberatori, diede ordine di ritirarsi. La medesima notte trasportò il campo sulla prima montagna del Piceno, di dove, dopo poche ore di riposo, si rimise in cammino per entrare nel ducato di Spoleti. I Veneziani, vedendosi abbandonati dall'armata di terra, s'allontanarono dalla liberata città, i di cui cittadini, soccorsi dai loro fedeli alleati, approfittarono di quel subito terrore ch'erasi impadronito dei loro nemici, per introdurre in città tanta quantità di viveri che non avessero ad essere affamati da più lungo assedio. Guglielmo Marchesella lasciò presto Ancona per recarsi a Costantinopoli, ove da Manuele Comneno fu magnificamente ricevuto e splendidamente regalato per i soccorsi dati ai suoi protetti[209].
In quest'anno finalmente furono ridotti a termine i grandi apparecchi di cui occupossi Federico nella lunga sua permanenza in Germania; ed i Lombardi seppero in ottobre, che l'imperatore attraversava le Alpi con un'armata non meno potente di quelle che aveva altre volte condotte contro di loro. Dopo aver superate le Alpi della Savoja, calò in Italia dal monte Cenisio e diede alle fiamme Susa posta a piè dell'Alpi per vendicarsi dell'umiliazione che vi aveva sofferta sei anni prima quando vi passò fuggiasco. Si diresse in seguito contro d'Asti, città da lungo tempo associata alla lega lombarda[210].
I confederati preferivano all'incertezza di una battaglia generale nella quale tutte le probabilità della vittoria erano per Federico, la lentezza degli assedj in cui le truppe allemanne spossavansi e s'annoiavano. Si ristrinsero perciò a mandare alcuni deputati ai cittadini d'Asti, esortandoli a difendersi coraggiosamente e promettendo loro che, quando stringesse il pericolo, farebbero avanzare un'armata in loro soccorso. Ma gli abitanti d'Asti, spaventati dal numero e dalla ferocia delle truppe condotte da Federico, e soprattutto temendo i Fiamminghi che formavano il nerbo della sua armata, si arresero, recandogli le chiave della città senza combattere.
Allora l'imperatore si mosse verso Alessandria, ove dovevano raggiungerlo le milizie pavesi e quelle del marchese di Monferrato. Intanto le piogge autunnali avevano a dismisura ingrossati i fiumi e ritardata la marcia dell'armata imperiale; lo che accrebbe il coraggio degli Alessandrini, che risguardarono quest'avvenimento come un soccorso del cielo.
Ma a fronte delle piogge, delle nevi e dei rigori dell'imminente inverno, malgrado il terreno fangoso, Federico s'accampò avanti Alessandria. Conobbe a colpo d'occhio che la sola difesa della città dopo il Tanaro, era la fossa che la circondava; non essendosi ancora innalzate nè mura nè torri per sostenere i baluardi, che formati essendo di fango e legati colla paglia, gli fecero dare il nome, che gli è rimasto fino ai nostri giorni di Alessandria della paglia[211]. Lusingavasi per ciò di poterla prendere d'assalto, sicchè dopo aver distribuite le macchine da guerra lungo i baluardi, fece suonar la carica: ma gli Alessandrini si difesero così valorosamente, che rispinsero gli assalitori fino al di là delle loro baliste, che furono prese ed abbruciate, mentre i tedeschi fuggivano disordinati verso il campo.
Federico non si lasciò ributtare da questa perdita, risoluto di continuare fino all'estremo l'assedio d'una città fabbricata in onta sua. Invano cercarono i suoi generali di sconsigliarlo da un'impresa in cui dovevasi più combattere contro gli elementi che contro gli uomini: il freddo crebbe ben tosto a dismisura, mancarono i viveri al campo, e la diserzione facevasi ogni giorno maggiore. (1175) Egli solo non si scoraggiava, e quattro mesi continui di rigoroso inverno, sempre contrariato dalle inondazioni, dalla fame, dalle malattie, non lo rimossero dall'assedio che andava stringendo sempre più con maggior ardore. Niuno dei mezzi praticati per vincere le città fu da lui trascurato, e l'ultimo fu la mina. Egli fece aprire una galleria che avanzavasi sotto la città: questo lavoro assai malagevole in una stagione piovosa e più in un terreno pantanoso, fu malgrado l'estrema sua lunghezza continuato con tanto segreto, che gli Alessandrini non se ne avvidero che all'istante in cui le truppe imperiali uscivano dalla galleria nella pubblica piazza. Ma prima di questo avvenimento, gli Alessandrini, dopo un assedio di quattro mesi, avevano chiesto soccorso alla lega lombarda.
La dieta erasi adunata in Modena, ove fu appena informata dello stato d'Alessandria, che determinò di far levare l'assedio e di approvvisionarla. Ordinò pertanto di far marciare tutte le truppe delle repubbliche alleate, facendo tener dietro all'armata un convoglio di vittovaglie. Il contingente di tutte le città in cavalleria, in fanteria e danaro per far acquisto di viveri, fu tosto stabilito, ed i consoli di tutti i comuni ne giurarono l'esecuzione. A mezza quaresima l'armata alleata trovossi unita presso Piacenza, di dove si pose in cammino accompagnata da un convoglio di carri, mentre un altro convoglio di battelli rimontava le acque par raggiungerlo sulle rive del Tanaro. La domenica delle palme i confederati s'accamparono presso Tortona in distanza di sole dieci miglia dal quartier generale di Federico; il quale, avvertito del loro arrivo, e disperato[212] di veder andata a vuoto un'impresa cui sembrava attaccato il suo onore e la sua potenza, scese fino al tradimento. Egli offrì agli assediati una tregua per celebrare il venerdì santo, e mentre questi riposavansi sicuri sulla santità del giuramento, fece entrare a notte non molto innoltrata i suoi soldati nella città per la mina che aveva fatto aprire[213]. Per buona sorte le scolte repubblicane s'accorsero del tradimento, e chiamarono all'armi i cittadini. Lo sdegno accresceva le forze degli assediati. Tutti i Tedeschi entrati in città furono uccisi o forzati di precipitarsi dai bastioni, e coloro che trovavansi nella galleria della mina soffocati dal terreno che si fece smottare. Gli Alessandrini aprirono in seguito le porte, e gettandosi furibondi sulle truppe imperiali le fugarono, ed incenerirono la torre di legno preparata per attaccare le loro fortificazioni.
Federico respinto dagli assediati, e minacciato dall'armata lombarda, non poteva più lusingarsi di ridurre Alessandria in suo potere; onde la susseguente notte fece metter fuoco al suo campo, ed il giorno di Pasqua s'avviò verso Pavia. I confederati erano accampati in luogo di poter impedirgli il passaggio, e la loro armata assai più numerosa dell'imperiale ne assicurava la disfatta ove fosse stata costretta di venire a battaglia. Ma Federico si credette guarentito dal rispetto che imprimeva ancora la dignità imperiale sull'animo di nemici poc'anzi suoi sudditi, persuadendosi che non lo avrebbero attaccato i primi, e l'avvenimento giustificò i suoi calcoli.
Quando i Lombardi videro le truppe imperiali avvicinarsi a bandiere spiegate, si disposero a sostenere l'urto de' Tedeschi, ma mentre credevano d'essere attaccati, videro i Tedeschi far alto, ed occuparsi come fossero amici a piantare il loro campo. I Lombardi esitarono un istante, e dubitando di farsi colpevoli di lesa maestà, se attaccavano il loro imperatore che s'avanzava confidentemente in mezzo a loro, lasciarono passare la giornata senza decidersi.
La susseguente mattina alcuni nobili, che non erano sospetti ad alcuna parte, si fecero a trattar di pace. L'imperatore rispose alle proposte loro, «che, salvi i diritti dell'Impero, era disposto di porre in arbitrio di giudici scelti dalle parti le contese che aveva co' suoi sudditi.» L'armata lombarda rispose dal canto suo, «che, salva la devozione dovuta alla chiesa romana, e la libertà per cui le città confederate avevano prese le armi, era disposta a sottomettersi al giudizio degli arbitri.» Furono in conseguenza nominati sei commissarj, ai quali le parti affidarono la decisione della loro contesa. I più principali dei Lombardi furono in seguito presentati all'imperatore, che li ricevette in un modo assai lusinghiero. Si convenne da ambo le parti di licenziare le armate; e l'imperatore s'affrettò di congedare la sua, ritirandosi col seguito delle sole guardie e della famiglia a Pavia ove si riposò dalle fatiche sostenute in una campagna d'inverno. I Lombardi presero la strada di Piacenza per restituirsi alle proprie case, e quando giunsero presso questa città si scontrarono nei Cremonesi che preceduti dai loro consoli s'avanzavano per raggiungerli[214].
Erano i Cremonesi da lungo tempo rimproverati di lentezza negli affari della lega, e l'antica amicizia ch'ebbero coi Pavesi li ritraeva dall'entrare in battaglia contro di loro. Non pertanto quando seppero essersi conchiuso l'accordo senza di loro, vergognaronsi della propria lentezza; ed il popolo in particolare, temendo di essere a parte della vergogna del proprio governo, in un movimento di furore corse alle case dei consoli, e le smantellò, affidando a nuovi magistrati le redini del governo.
L'imperatore parve che si studiasse di accrescere i sospetti che la condotta dei Cremonesi poteva far nascere nell'animo de' confederati, indicando i loro consoli come sopr'arbitri, promettendo di rimettersi alla loro decisione quando non andassero d'accordo i sei conciliatori scelti nel campo di Tortona. I rettori che segnarono a nome della lega lombarda il compromesso fatto coll'imperatore, furono Ezzelino da Romano padre del feroce Ezzelino, ed Anselmo da Dovara, padre di Buoso, emulo e compagno di questo tiranno. È cosa veramente notabile che il primo trattato fatto coll'imperatore per guarentia della libertà dei comuni sia stato firmato a nome di questi dai genitori dei due più famosi capi del partito imperiale, dei due più feroci oppressori delle repubbliche[215].
E perchè lo stesso trattato che doveva ristabilire la concordia tra l'Impero e le città lombarde rendesse altresì la pace alla Chiesa, Federico scrisse al papa di mandargli tre legati per trattare con lui, designandoglieli egli medesimo. Furono questi il vescovo di Porto, quello d'Ostia ed il cardinale di san Pietro ad vincula[216]. I quali prelati, muniti dei pieni poteri della Santa Sede, si portarono a Lodi ov'erasi adunata una dieta de' rettori delle città lombarde; ed in seguito passarono a Piacenza. Quando l'imperatore seppe ch'erano giunti nelle vicinanze di Pavia, gli fece invitare alla sua corte, ove onorevolmente li ricevette.
La prima loro udienza fu pubblica. Federico aveva fatto innalzare il suo trono sulla gran piazza di Pavia, ove, circondato da' suoi principi, rivolse la parola ai legati in lingua tedesca, invitandoli con gentili maniere ad esporre i motivi della loro missione. Intanto i Pavesi trovavansi riuniti in parlamento. Allorchè l'interprete ebbe tradotto il discorso dell'imperatore, il vescovo d'Ostia, avanzatosi in mezzo dell'assemblea, con aspri e duri modi non sempre stranieri agli ecclesiastici, dichiarò di non poter rendere all'imperatore il saluto finchè lo vedeva ostinarsi nello scisma e nell'impenitenza; quindi riandò tutta l'istoria delle sue persecuzioni verso la Chiesa, impiegando a vicenda le minacce e le preghiere per ridurlo a mutar condotta. Il popolo adunato applaudì questo discorso, e lo stesso Federico assicurò il legato, che, mosso dai patimenti de' fedeli, era disposto a grandi sagrificj per mettervi fine[217].
Dopo questa pubblica udienza, i legati ed i deputati lombardi ebbero frequenti conferenze collo stesso imperatore e co' suoi ministri, il cancelliere, il vescovo eletto di Colonia, ed il protonotaro. Essi dovevano procurare i vantaggi ancora del re di Sicilia e dell'imperatore di Costantinopoli; ma in fatto furono gli affari della Chiesa intorno ai quali rendevasi difficile ogni accomodamento, e che finalmente furon cagione che si rompessero i trattati. Lo storico d'Alessandro III assicura che Federico chiedeva alcune prerogative che non erano state mai accordate a verun laico, nè pure a Carlo Magno, o al grande Ottone: ma le pretese del papa erano a dismisura cresciute dopo questi due imperatori, e Federico non ridomandava nè meno tutti i privilegi di cui godettero i suoi predecessori. Ad ogni modo i legati protestarono che la loro coscienza e le leggi della Chiesa s'opponevano ai chiesti privilegi. Il congresso si ruppe bruscamente, e gli alleati ritornando alle loro case guastarono le campagne de' Pavesi, de' Comaschi e dei marchesi feudatarj. L'imperatore invece fece alcune incursioni nel territorio alessandrino, ma senza intraprendere colle sole milizie italiane l'assedio d'una città, innanzi alla quale le armate tedesche avevano perduta l'antica gloria.
Mentre ancora duravano le trattative, Federico aveva ordinata in Germania la leva d'una nuova armata, ed aveva pure invitato a prendere le armi Cristiano arcivescovo di Magonza suo vicario nella Toscana e nella Marca. Questo prelato alla testa delle truppe che lo avevano servito nell'assedio d'Ancona, investì il castello di san Casciano ove tenevano una guarnigione i Bolognesi composta di trecento cavalli, ed altrettanti fanti sotto il comando di Prendiparte, uno de' loro consoli. Due altri consoli, Bernardo Vediani e Pietro Garisendi, s'avanzarono contro Cristiano colle milizie bolognesi ed ausiliarie per costringerlo a levar l'assedio. Lo forzarono in fatti ad allontanarsi, ma caddero poco dopo in un'imboscata, e nel corso della campagna ebbero più volte la peggio.
(1176) Intanto Wicman arcivescovo di Maddeburgo, Filippo arcivescovo di Colonia, e tutti i vescovi e principi di Germania cui Federico erasi diretto, avevano adunati i loro vassalli, ed erano preparati a soccorrerlo. Si mossero nella seguente primavera, e perchè la strada dell'Adige era guardata dai Veronesi, s'avanzavano attraversando il paese dei Grigioni per l'Engadina e la contea di Chiavenna fino al lago di Como. Quando l'imperatore fu avvisato del loro arrivo in Italia, partì segretamente da Pavia, ed attraversando sconosciuto il territorio milanese, venne a riceverli a Como. Postosi alla loro testa in sul finire di maggio, andò contro il castello di Legnano nel contado del Seprio. I Comaschi militavano sotto le sue bandiere, e le milizie dei Pavesi e del marchese di Monferrato disponevansi a raggiungerlo.
I Milanesi che trovavansi i primi esposti alle offese, mostravano una straordinaria energia. Fino in gennajo avevano fatto rinnovare il giuramento che gli univa alle altre città lombarde, ed assicurava loro i comuni soccorsi. Avevano formate alcune coorti di cavalleria scelta, una delle quali chiamata della morte era composta di novecento soldati che avevano giurato di morire per la patria piuttosto che ritirarsi; l'altra detta del Carroccio era formata di trecento giovani delle principali famiglie, i quali con uguale giuramento eransi vincolati alla difesa del palladio della loro patria. Gli altri cittadini divisi in sei battaglioni seguivano le bandiere delle sei porte, e dovevano combattere sotto gli ufficiali del proprio quartiere[218].
Il sabato 29 maggio i Milanesi ebbero avviso che l'imperatore non era più di quindici miglia lontano dalla loro città. Benchè dei soccorsi che aspettavano dai confederati non avessero avuto ancora che le milizie piacentine ed alcune centurie scelte di Verona, di Brescia, di Novara e di Vercelli, fecero sortire il carroccio dalla città e si mossero contro di Federico prendendo la strada che da Milano conduce al Lago maggiore. Fermatisi presso Barano nella pianura che divide l'Olona dal Ticino, staccarono settecento cavalli per riconoscere il nemico; i quali non tardarono a scontrarsi in trecento Tedeschi seguiti a poca distanza dal grosso dell'armata. Essi li caricarono con vigore, ma dovettero ripiegare bruscamente verso il loro Carroccio trovandosi addosso tutta l'armata di Federico. I Milanesi vedendo avanzarsi contro di loro a galoppo la cavalleria tedesca, gittaronsi in ginocchio e fecero la loro preghiera ad alla voce a Dio, a s. Pietro, ed a s. Ambrogio; indi spiegando i loro stendardi si mossero arditamente contro i nemici. La compagnia del carroccio piegò un istante, e le truppe imperiali vi s'avvicinarono tanto, che s'incominciò a temere che cadesse nelle loro mani: perchè vedendolo la compagnia della morte, ripetendo ad alta voce e con entusiasmo il giuramento fatto di morire per la patria, gettaronsi con tanto impeto sulle truppe allemanne che atterrarono lo stendardo imperiale. Federico stesso che combatteva nella prima linea fu rovesciato da cavallo, e posta in fuga la colonna da lui comandata ed inseguita dai Lombardi per lo spazio d'otto miglia. I fuggiaschi che non caddero sotto le loro spade, dovettero precipitarsi nel Ticino, o rendersi prigionieri. Quasi tutti i Comaschi perirono sul campo, o perdettero la libertà per essere contro di loro più vivo l'odio de' Lombardi, che li risguardavano quali traditori della causa comune. Tutte le più ricche spoglie del campo rimasero ai vincitori, i quali per colmo della loro gloria seppero ben tosto, che Federico non trovavasi coi soldati fuggiaschi, che i suoi fedeli avevano cercata in vano la sua persona o il suo cadavere, e che l'imperatrice rimasta a Pavia, omai più non dubitando della di lui perdita, aveva vestito il corrotto[219].
Ma Federico non era stato ucciso nella battaglia di Legnano, come supponevasi, e dopo pochi giorni ricomparve a Pavia, solo, avvilito, diviso da quella florida armata con cui credeva di soggiogare l'Italia, e che ora valicava disordinata le Alpi per salvarsi dal ferro italiano. Abbandonato sul campo di battaglia tra i suoi nemici, sottraendosi alle loro ricerche, ottenne dopo molti stenti di ricoverarsi nella sola città ancora fedele.
Erano già decorsi ventidue anni da che questo monarca aveva la prima volta devastato il territorio milanese, e, durante questo lungo intervallo, aveva successivamente condotte o chiamate in Italia sette formidabili armate dal fondo della Germania[220]. Per lo meno un mezzo milione d'uomini aveva prese le armi a suo favore e sparsi torrenti di sangue; ma dopo vittorie più strepitose che utili terminò coll'essere disfatto in distanza di poche miglia dal luogo in cui ottenne le prime vittorie. I pontefici romani avevano contro di lui provocate le vendette del cielo; ed i suoi partigiani vedevano nelle proprie e nelle sue sventure la mano di Dio. Non gli rimaneva dunque altro partito che quello della pace, e Federico la ricercò di buona fede.
Spedì dunque al papa gli arcivescovi di Maddeburgo, di Magonza e di Worms, per entrare con lui in negoziazioni. Giunti alla città d'Anagni, ove allora risiedeva il pontefice, vennero ammessi in pieno concistoro. In questa prima udienza Alessandro dichiarò loro in termini positivi, ch'egli non separerebbe giammai la sua causa da quella dei Lombardi, del re di Sicilia e dell'imperatore d'Oriente. Non pertanto nelle segreta conferenze isolò poc'a poco i suoi interessi da quelli de' confederati.
Siccome Federico non pretendeva più dal papa nuovi privilegi, le trattative diventavano semplicissime, nè ammettevano ulteriori difficoltà. Gli si chiedeva che abiurasse lo scisma e gli antipapi da lui nominati; e rispetto a ciò Federico chiedeva che dopo l'abiura anche i prelati addetti alla sua fazione fossero ammessi in grazia della Santa Sede e riconfermati nelle loro cariche. Tali articoli furono ben tosto accettati dalle parti[221]. Non era così facile l'accordare gl'interessi dell'imperatore con quelli de' Lombardi; per discutere i quali il papa prometteva di passare in Lombardia, ove avrebbe presieduto all'adunanza delle città confederate. Ed in pendenza di queste trattative le parti stipularono una tregua generale per tutta l'Italia.
Se l'imperatore avesse prima adottata la via delle amichevoli trattative, non avrebbe sofferte le ultime traversie, nè perduta quella somma influenza che poteva esercitare sulle repubbliche italiane. Si può vederne la prova nell'apertura delle conferenze. I repubblicani non ardivano negare gli antichi diritti dell'Impero; ed erano contenuti da un natural rispetto verso le persone e verso le leggi, che loro vietavano di segnare i confini dell'autorità di colui contro il quale avevano però osato di combattere e di sconfiggerlo. Quando Federico cessò d'essere il loro nemico, fu ancora il loro monarca. Aveva in ogni città dei partigiani e specialmente tra i gentiluomini, che dichiaravansi i protettori delle prerogative imperiali; e la vanità, l'ambizione, l'avarizia non erano pienamente soddisfatte che coi favori della corte. I partigiani di Federico adoperavansi destramente per risvegliare fra i popoli le sopite gelosie che in addietro dividevano le città, onde staccare alcune comuni dalla confederazione.
I Cremonesi furono i primi a sciogliersi da quel legame che aveva salvata la Lombardia. Erano stati in ogni tempo nemici dei Milanesi, ed alleati dei Pavesi: arbitrarie vessazioni gli avevano staccati dal partito imperiale, ed uniti alla lega, ma col tempo indebolitasi la memoria delle ricevute offese, il loro odio si spense: all'epoca dell'assedio d'Alessandria i Cremonesi erano già stati notati di poco zelo. Federico offerse loro la riconferma dei loro privilegi, di non prender parte all'elezione de' consoli e di accordar loro parzialmente tutto ciò che i confederati chiedevano per tutte le città, a condizione che ritornassero all'antico partito, fidandosi al loro protettore, al loro amico che loro stendeva le braccia[222].
I Cremonesi accettarono le offerte di Federico e soscrissero un atto d'alleanza, che il loro storico Campi estrasse dagli archivj della città. Dichiararono subito ai Lombardi che rinunciavano alla federazione, essendo garantiti dal loro nuovo alleato di essere potentemente soccorsi qualunque volta la lega tentasse di punire la loro mala fede. I Tortonesi ne seguirono l'esempio; onde le altre città ed il papa se ne sdegnarono e temettero a ragione che potesse avere le più triste conseguenze.
(1177) Intanto il papa erasi imbarcato sulle galere del re di Sicilia coll'arcivescovo di Salerno e col conte d'Andria che questo monarca spediva in qualità di ambasciatori al congresso[223]. La tempesta gli spinse sulle coste della Dalmazia a Zara[224], città non ancora visitata da verun papa, per cui non isbarcarono a Venezia che il giorno 24 di marzo. Il papa fu alloggiato nel monastero di san Nicolò del Lido. Benchè non a Venezia, ma in Bologna dovesse tenersi il congresso, ciò null'ostante quando l'imperatore, che trovandosi a Cesena, seppe l'arrivo del papa a Venezia, gli rimandò i medesimi commissarj, che avevano già trattato con lui, ad oggetto di fargli sentire come avendo Cristiano arcivescovo di Magonza suo arcicancelliere fatta una sanguinosa guerra ai Bolognesi, non potrebbe fermarsi in quelle città per i maneggi di pace, senza risvegliare la loro animosità contro di lui.
La scelta del luogo in cui si aprirebbero le conferenze, era difficile e diede argomento a lunghe discussioni. I Lombardi offerivano l'alternativa tra Bologna, Piacenza, Ferrara e Padova, tutte città della lega, e perciò sospette agl'imperiali. I Tedeschi invece proponevano Pavia o Ravenna per lo stesso titolo di parzialità sospette ai Lombardi, perchè la prima era sempre stata loro nemica, e l'altra aveva di fresco rinunciato alla lega per fare separatamente la pace coll'imperatore. Finalmente fu proposta Venezia i di cui interessi erano affatto separati da quelli della lega lombarda. Vero è che da principio aveva presa parte alla confederazione, e in appresso, senz'essersi formalmente rappacificata coll'imperatore, aveva di concerto colle truppe imperiali spedita una flotta all'assedio d'Ancona. Poteva perciò risguardarsi come naturale, onde i Lombardi furono contenti di aprirvi le conferenze coi deputati imperiali, a condizione per altro che il doge ed il popolo di Venezia prometterebbero con giuramento di non ricevere nella loro città l'imperatore avanti che fosse segnata la pace. Temevasi che assistendo questo principe ad una dieta, rispetto alle persone che la componevano, rassomigliante a quella di Roncaglia, vi ricuperasse colla sua presenza tutte le prerogative ch'egli si era colà usurpate; e che in cambio di ricever la legge, terminasse col darla egli all'assemblea[225].
Il congresso s'aprì dunque in Venezia verso la metà di maggio. I principi tedeschi, i principali prelati di Lombardia, i rettori delle città, i marchesi ed i conti si radunarono in presenza del popolo. I confederati vollero che s'incominciassero le trattative colla difficile quistione dei diritti signorili controversi tra le città ed il monarca. Essi domandavano che i diritti dell'Impero sulle città fossero stabiliti in conformità di quelli ch'erano in uso ai tempi d'Enrico V, e volevano in oltre che nel caso di disparere in ordine alla loro estensione si stesse al giuramento che darebbero i consoli d'ogni città rispetto alla pratica locale. D'altra parte convenivano espressamente intorno alla prestazione del fodero reale, o diritto di approvigionamento per l'imperatore e suo seguito in occasione del suo passaggio; alla pavata o tributo per rifar le strade quando l'imperatore andava a Roma a prendere la corona imperiale, al diritto di spedizione ossia marcia dei vassalli sotto le bandiere imperiali. Domandavano in compenso, che l'imperatore riconoscesse formalmente il diritto d'essere governati dai consoli da loro scelti, che annullasse qualunque carta accordata in pregiudizio dei loro privilegi, che sanzionasse la prerogativa di mantenere ed accrescere le fortificazioni della propria città, che accordasse un'assoluta amnistia del passato, che gli autorizzasse a mantenere la confederazione lombarda, lasciando in loro arbitrio il riconfermarla con mutui giuramenti quando loro piacesse, non escluso pure il giuramento di difendersi contro l'imperatore o suoi successori, qualunque volta il monarca movesse guerra alla Chiesa, o ad alcuna delle città federate. Chiedevano ancora che l'imperatore confermasse le sentenze pronunciate dai giudici durante la guerra, che i prigionieri fossero vicendevolmente restituiti senza prezzo, e per ultimo che le possessioni feudali e regali fossero mantenute in statu quo secondo le antiche costumanze attestate dai consoli.
Ben diverse erano le pretese dell'imperatore nel modo che furono proposte a Venezia da Cristiano arcivescovo di Magonza. Lasciava in arbitrio de' Lombardi lo scegliere una di queste proposizioni: cioè di stare alla sentenza pronunciata contro di loro in Roncaglia l'anno 1158 dai giudici di Bologna, o di prendere per regola dei diritti rispettivi quelli ch'erano in vigore sotto il regno d'Enrico IV[226].
Il console di Milano Gherardo de' Pesci che assisteva alle conferenze, e che aveva presa la parola per i Lombardi, protestò a nome de' confederati contro la sentenza dei giudici bolognesi, che era, com'egli diceva, un editto dell'imperatore, e non un giudizio tra le due parti. Rispetto alla seconda proposizione oppose, che Enrico IV, il fautore d'uno scisma, ed il nemico dei più illustri pontefici, non era altrimenti un re, ma un tiranno; talchè non potevansi distinguere tra le sue azioni quelle che procedevano dalla violenza del suo carattere da quelle che erano conformi alle reali prerogative. Dopo ciò discese alla proposizione che avevano già fatta i Lombardi, val a dire, di regolare i reciproci diritti dietro le costumanze ricevute duranti i regni di Enrico V, di Lotario, e di Corrado[227].
Tutti gli storici lombardi, tranne Sire Raul, ci mancano a quest'epoca, ed anche questo non consacrò più di dieci linee intorno alle conferenze di Venezia, dimodochè siamo costretti di consultare gli scrittori ecclesiastici, nei quali era ben naturale che venissero ommesse tutte le ragioni delle lagnanze accennate da Sire Raul contro Alessandro per aver mancato alla fede data ai Lombardi, ed essersi riconciliato coll'imperatore senza provvedere alla loro sicurezza. Per lo contrario, se dobbiamo dar fede a Romualdo di Salerno che assistette a queste conferenze come ambasciatore del re di Sicilia, Federico non acconsentì alla tregua che il papa proponeva per accomodamento, se non quando il papa gli accordò il godimento per quindici anni dell'eredità della contessa Matilde[228].
Ad ogni modo sembrava che una tregua potesse essere il solo mezzo di dar la pace all'Italia, poichè non era possibile di convenire intorno alle opposte pretese e conchiudere un trattato definitivo. Alessandro propose perciò una tregua di quindici anni col re di Sicilia, e soltanto di sei coi Lombardi. Federico, senza rifiutarvisi positivamente, chiedeva d'avvicinarsi al congresso per facilitarne i trattati. Di consenso del papa abbandonò la Pomposa, delizioso palazzo in cui faceva la sua dimora presso Ravenna, per istabilirsi a Chiozza; ma quando si seppe essere arrivato in questa città posta nella laguna alla distanza di sole quindici miglia da Venezia, quei Veneziani che favorivano la sua parte, importunavano il Doge perchè lo ricevesse nella capitale; rimostrando non potersi senza indecenza lasciare il capo dell'Impero esigliato in una miserabile bicocca; che avendo Alessandro acconsentito che venisse fin là, non aveva più ragione d'impedire ch'essi soddisfacessero al dover loro, accogliendolo in una maniera conforme alla sua dignità[229]. Federico, avvisato di questi movimenti, ricusò a bella prima di sottoscrivere i due trattati che gli si presentarono; ma quando seppe che il papa e gli ambasciatori siciliani per timore della sua venuta disponevansi ad abbandonare Venezia, approvò gli articoli convenuti dai suoi plenipotenziari. Il giorno 6 luglio, il conte Enrico di Dessau giurò, per parte dell'imperatore ed in suo nome, una pace perpetua colla Chiesa, una pace di quindici anni col re di Sicilia, ed una tregua di sei anni da incominciarsi il primo agosto seguente coi Lombardi[230]. Durante questa tregua, i beni e le persone dei membri della lega dovevano godere ne' domini imperiali di una piena sicurezza e degli avvantaggi che vi si godono in tempo di pace; ed a vicenda le stesse immunità venivano accordate ai sudditi dell'imperatore nelle terre de' Lombardi. I consoli ed i consigli di credenza così delle città confederate, come di quelle che stavano per l'imperatore, dovettero giurare nella pubblica assemblea, ed a nome del popolo, che osserverebbero la tregua, e non farebbero ingiuria nè alle persone nè alle proprietà.
Fu ancora convenuto che ogni città dei due partiti nominerebbe due arbitri Treguari, ossia difensori della tregua, che avrebbero il carico di terminare le contese che potessero aver luogo tra i membri delle opposte parti, cosicchè per particolari ingiurie niuna persona potrebbe avanti che siano terminati sei anni di tregua farsi ragione colle armi.
Finalmente l'imperatore rinunciava in tal tempo al diritto di chiedere il giuramento di fedeltà da verun membro della lega[231].
Poichè dal conte di Dessau fu emesso il giuramento di pacificamento in nome di Federico, e che un simile giuramento venne pronunciato dal cappellano dell'arcivescovo di Colonia a nome de' principi del suo partito, Alessandro sciolse dal giuramento il doge ed il popolo di Venezia, ed acconsentì che l'imperatore entrasse in città. Sei galere veneziane andarono subito a prenderlo a Chiozza, ed il sabato di sera 23 giugno lo condussero a S. Nicolò di Lido ove la Signoria avevagli fatto allestire un alloggio. All'indomani mattina il papa montò sulle galere siciliane, e coll'accompagnamento degli ambasciatori di quella corte, e dei rettori delle città lombarde, venne a sbarcare sulla piazza di S. Marco. Nel tempo stesso il doge Ziani, il patriarca, il clero ed il popolo di Venezia condussero colle loro galee sulla stessa piazza l'imperator Federico, il quale, vedendo il pontefice, si sciolse il suo mantello, e prostratosegli avanti gli baciò i piedi. Dopo quest'atto ricevette il bacio di pace, e quindi entrarono insieme in chiesa, ove il popolo intuonò il Te Deum[232]. Terminato il divino ufficio, e rivocata la scomunica fulminata contro il monarca ed i suoi sudditi, Federico condusse il papa al suo cavallo, e gli tenne la staffa; indi ricevette la briglia dallo scudiere, e preparavasi a far le veci di questo, ufficiale in conformità del ceremoniale cui eransi sottomessi i suoi predecessori; ma il papa vedendo che la strada che doveva ancora fare non era breve, lo dispensò da così umiliante formalità[233]. In una privata visita ch'egli ricevette il successivo giorno, i due capi dell'Impero e della Chiesa felicitaronsi a vicenda della loro riconciliazione[234].
Resa per tal modo la pace all'Italia, si sciolse il congresso di Venezia, ed il papa si ritirò nella piccola città d'Anagni ove dopo le turbolenze di Roma aveva stabilita la sua residenza. Ne' primi mesi del 1178, ricevette una deputazione di quel senato che lo invitava a riprendere il governo della sua greggia, ed a rientrare nella sua capitale. Ma perchè il papa non ardiva darsi in mano del popolo senza che la sua persona venisse assicurata da ogni molestia, si convenne che i senatori giurerebbero in mano del papa fedeltà alla chiesa di S. Pietro, pel consueto omaggio; che gli ritornerebbero i diritti di suprema signoria, e prometterebbero di non attentare alla sua libertà, nè a quella de' cardinali suoi fratelli. Poichè queste condizioni furono accettate da ambo le parti, i senatori si presentarono al pontefice con tutti i magistrati di Roma, e lo accompagnarono pomposamente in città[235].
Anche Federico aveva abbandonata Venezia, e, dopo aver visitate le città toscane che avevano per lui combattuto con tanta fedeltà, passò a Genova, e di là per il Monte Cenisio ne' suoi stati di Germania e di Borgogna.
I sei anni della tregua si consumarono in trattati di più stabile pace, i quali per altro non distoglievano Federico dal tentar la fede dei popoli confederati, staccandoli dalla lega l'un dopo l'altro, e facendo separate paci. Poco dopo proclamata la tregua, ammise a segrete conferenze alcuni gentiluomini trivigiani legati alla confederazione, da' quali ricevette un giuramento di cui rimase segreto l'oggetto. Il popolo di Treviso n'ebbe sentore, e prese le armi contro di loro quando tornavano in città, volendo che come traditori della patria e spergiuri fossero condannati ad ignominiosa morte. I consoli trovaron modo di conoscere il trattato stipulato da questi gentiluomini, e ne diedero parte alla dieta della lega, la quale avendo dichiarato manifesto il tradimento, condannò i colpevoli a severo castigo, e pensò a precauzionarsi contro i maneggi della fazione imperiale[236].
Non perciò ottenne di sventarne tutte le trame. In febbrajo del 1183, Federico rinnovò il trattato che aveva precedentemente conchiuso col popolo di Tortona, dandogli la più grande pubblicità, onde avvertire le altre città confederate che, prevenendo la pace generale, potevano da lui sperare vantaggiose condizioni. Con questa carta, che tuttavia conservasi, Federico promette di non pretendere dai Tortonesi tasse maggiori di quelle imposte ai Pavesi proporzionatamente alle ricchezze delle due città; promette d'annullare le infeudazioni accordate in pregiudizio del popolo, di rinovare la pace tra lui ed i suoi vicini; di lasciare i castellani del suo territorio dipendenti dal comune, conservandogli il privilegio del consolato e dei diritti feudali, siccome lo conserva al popolo di Pavia[237].
Videsi allora staccarsi dalla lega una città che doveva alla lega la propria esistenza, e che più di tutt'altre doveva esserle fedele. Alessandria temeva la particolare animosità di Federico contro di lei, perciocchè discacciato vergognosamente innanzi alle sue mura, egli risguardava quest'avvenimento siccome un testimonio dell'odio del popolo, e sembrava risoluto di far abbattere le fortificazioni della città tosto che terminasse la tregua, e di rimandare i suoi abitanti negli otto villaggi da cui erano usciti. Per mettersi in salvo dalla sua collera, e procurarsi anticipatamente i privilegi pei quali gli altri confederati erano ancora in disputa, i cittadini d'Alessandria acconsentirono di sottomettersi ad una ceremonia umiliante che doveva appagare l'orgoglio di Federico. Il quinto giorno degl'idi di marzo del 1183 promisero di sortire tutti dalla città per aspettare al di fuori delle mura il deputato dell'imperatore che doveva introdurli di nuovo in città, quasi loro dando una nuova patria, la quale d'allora in poi chiamerebbesi Cesarea. A tali condizioni prometteva loro il diritto d'eleggere i consoli, di averli sotto la sua protezione, e difenderli dalle aggressioni dei loro vicini[238].
Appressavasi intanto il fine della tregua senza che il trattato definitivo fosse ancora conchiuso. Fortunatamente per la lega, che il principe che in appresso regnò sotto il nome d'Enrico VI, desiderava che suo padre nella vicina dieta convocata a Costanza lo associasse alle due corone di Germania e d'Italia. Rinnovandosi la guerra in Lombardia temeva che potesse mettersi ostacolo alla promessagli associazione, onde si adoperò perchè si riprendessero i trattati, ed ottenne dall'imperatore di far partire per l'Italia quattro plenipotenziari, Guglielmo vescovo d'Asti, il marchese Enrico Guercio, il fratello Teodorico e Rodolfo suo gran cameriere[239]. Questi deputati andarono a Piacenza ov'erasi unita la dieta delle città e convennero intorno ai preliminari della pace[240]. Dopo ciò indussero i consoli ed i rettori della lega a seguirli a Costanza, ove in presenza dell'imperatore fa data l'ultima mano al celebre trattato che porta il nome di questa città; trattato che per lungo tempo fu la base del diritto pubblico italiano, ed in conseguenza inserito nel corpo del diritto romano di cui forma l'ultima parte[241]. Fu firmato dalle due parti il giorno 7 delle calende di luglio, ossia il 26 giugno del 1183[242].
L'imperatore cedeva col trattato di Costanza alle città senza eccezione tutti i diritti di suprema signoria ch'egli possedeva nell'interno delle loro mura. Loro cedeva ugualmente nel rispettivo distretto tutti i diritti signorili ch'esse avevano acquistato coll'uso o colla prescrizione; e nominatamente accordava loro il diritto di levare armate, fortificare le città e di esercitare nel loro circondario ogni giurisdizione civile e criminale.
Quando si facesse luogo a contestazioni intorno ai diritti regali riclamati dai comuni in virtù d'una prescrizione, si convenne che il vescovo d'ogni città avrebbe l'autorità di nominare gli arbitri da scegliersi tra i cittadini e gli abitanti del distretto, scevri da parzialità tanto per l'imperatore che per la città. E qualora questi arbitri non credessero di poter sentenziare intorno alle controverse pretese portate al loro giudizio, venivano autorizzati a mutare le prestazioni contestate contro l'annuo censo di due mila marche d'argento, che, volendolo l'equità, potrebb'essere dall'imperatore ridotto a minor somma.
Furono annullate tutte le infeudazioni fatte dopo la guerra in pregiudizio delle città, e restituite senza frutti e danni tutte le possessioni apprese. Prometteva l'imperatore di non soggiornare troppo lungamente in una città o nel suo territorio, onde non arrecarle pregiudizio; ed acconsentì che le città conservassero la loro confederazione e la rinnovassero a loro beneplacito.
D'altra parte furono conservate alcune prerogative all'Impero ancora nell'interno delle nuove repubbliche. Il consolato fu riconosciuto, ma i consoli dovevano ricevere, bensì gratuitamente, l'investitura della loro carica da un legato dell'imperatore, quando però in forza di una costumanza locale non la ricevessero dal vescovo conte della città. L'imperatore venne autorizzato a stabilire in ogni città un giudice d'appello, cui potrebbero deferirsi le cause civili per somma maggiore di venticinque lire imperiali[243]. Questo giudice, entrando in carica, doveva giurare di conformarsi alle costumanze della città e di non permettere che una causa rimanesse indecisa più di due mesi.
Ogni città doveva giurare di sostenere in Italia i diritti imperiali rispetto a coloro che non erano membri della lega. Prometteva all'imperatore di corrispondergli il fodero reale quando entrava in Lombardia, di ristabilire i ponti e riparar le strade, tanto in occasione del suo arrivo, che del ritorno, e di preparargli un sufficiente mercato per l'approvigionamento della sua casa e dell'armata. Finalmente promettevano tutte le città di rinnovare ogni dieci anni il giuramento di fedeltà[244].
In tale maniera ebbe fine la lunga contesa della libertà d'Italia; e le repubbliche lombarde, ch'ebbero fino a tal epoca una precaria esistenza, furono legalmente riconosciute e costituite.